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Ma gli androidi sognano pecore elettriche?
 
Ma gli androidi sognano pecore elettriche? 2013-07-11 10:44:42 Todaoda
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Todaoda Opinione inserita da Todaoda    11 Luglio, 2013
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La disneyana distruzione dell' umanità

Che cos’è l’umanità, che cosa ci rende umani? La coscienza? L’intelletto, la consapevolezza, l’auto consapevolezza di appartenere ad una specie animale superiore? E in cosa si manifesta esattamente questa superiorità?
La risposta parrebbe facile dal momento che sono proprio la conoscenza e le opere dell’intelletto, che ci permettono di definirci umani, l’evoluzione: la possibilità intrinseca di definire noi stessi come esseri pensanti ci permette di elevarci sopra le altre specie animali. I pesci non possono, così i felini, i volatili e ogni altro genere di animali, è questo che ci rende umani, superiori, evoluti.
Ma se in un futuro non troppo lontano lo sviluppo tecnologico permettesse di creare delle macchine, umanoidi, in tutto e per tutto identiche a noi, con le nostre sembianze, il nostro cervello, il nostro carattere, cosa ci differenzierebbe ancora da loro, e se queste macchine, proprio come i computer si rivelassero più adatte a svolgere certi incarichi, lavori o compiti, tanto da farci dubitare della nostra superiorità nei loro confronti, tanto da arrivarne a stimarne l’intelligenza, da arrivare a giudicare la loro intelligenza, superiore alla nostra, che cosa ci permetterebbe ancora di differenziarci? Oltre ovviamente ad un esame bioptico; in che cosa potremmo vantarci ancora di prevalere?
Questa è la domanda di Blade Runner, esatto il film, non il libro da cui è tratto, non “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”.
Il paragone è essenziale per capire il testo, quanto naturale data la superiore notorietà della pellicola rispetto al libro, quanto ahimè inevitabile dal momento che oggi giorno nessuno che incominci a leggere questo libro non ha visto prima il film ed essendo il film appunto tratto dal libro, essendone una semplificazione, forse per apprezzare meglio la complessa profondità della fonte originale è bene cominciare dalle cose più semplici, appariscenti e note.
In che modo dunque potremmo ancora distinguerci? Questa è la domanda che si pone Ridley Scott affrontando i temi immaginati da Dick, e la risposta che adotta, la stessa trovata dall’autore, è una risposta semplice ed esaustiva: l’empatia.
L’unica cosa che ci potrebbe permettere ancora di distinguere tra uomo e macchina sarebbe l’empatia, il sentimento, la sensazione che per antonomasia è sinonimo di umanità, quell’istintiva immedesimazione spontanea nei confronti dell’essere che abbiamo di fronte, la possibilità di capirlo, capirne e condividerne i sentimenti, le gioie tanto quanto le sofferenze.
Questo è il totem attorno al quale potrebbero riunirsi, rinforzare le fila, gli uomini se invasi da esseri sovraumani, questa sarebbe l’unica possibilità per definirci ancora superiori.
Ma anche le macchine al nostro pari hanno sentimenti positivi e negativi, ridono, piangono e uccidono, proprio come talvolta gli uomini, e lo fanno anche bene, complottano contro di noi piani arzigogolati, intelligenti, fini, quindi non sono semplicemente dei simulacri perfetti degli esseri umani, delle copie, al contrario hanno una loro individualità, sono divertenti, noiosi, scaltri, sciatti proprio come noi e talvolta sono anche abili assassini la cui spinta omicida è legata al naturale, logicissimo e assurdamente umano istinto di sopravvivenza, quindi in fondo qual è la differenza?
Non importa noi, uomini, siamo comunque migliori poiché fin tanto che gli androidi non capiranno cosa sia l’empatia, non la proveranno, non potranno mai sapere cosa significa essere realmente vivi…ma se alla fine, lo capiscono?
Se alla fine, in un ultimo ansito di vita, il peggiore di tutti, proprio il più cattivo, ha la sua illuminazione, capisce l’empatia, ed anzi in una sorta di paradossale trasposizione della crocifissione di Gesù Cristo, si sacrifica lui stesso per salvare un singolo essere umano…a noi cosa resta?
“Solo lacrime nella pioggia.” Poiché loro in tutto e per tutto diventano migliori di noi. Questo è il significato del film, forse il più bel film di fantascienza mai stato fatto... D’accordo, ma il libro?
Il libro parte da questa premessa e si evolve fino a raggiungere con un’escalation di sarcastico nichilismo quella che potrebbe essere definita la disneyana distruzione dell’umanità.
Nel film Roy Baty, l’androide, urla (letteralmente ulula) la sua rabbia cieca, il suo sconforto e la sua delusione nei confronti del genere umano, genere umano che la creato e l’ha tradito in quella sorta di rivisitazione Frankensteiniana moderna che è la pellicola di Ridley Scott, nel libro invece è l’agente Deckard, il cacciatore di taglie, l’uomo, che urla e ulula la sua rabbia e il suo dolore nei confronti del genere umano, del suo stesso genere che ha creato dei mostri da cui è attratto, che ha creato una società in cui lui è costretto a fare qualcosa che non vuole, che in definitiva ha creato lui stesso. E se per l’androide di Rutger Hauer c’è una redenzione, c’è comunque una scintilla nobilitatrice tipica dell’essere umano, per quello di Dick, per quello di carta stampata, non c’è alcun che e tanto meno, e questo è ancora più comicamente e tragicamente nichilistico, non c’è alcun che neppure per l’uomo che dopo aver compiuto il suo dovere non sa più cosa pensare, a chi affidarsi, di che illudersi e sconfitto dalla vita torna a casa a dormire.
In Blade Runner l’uomo ha tradito il pupazzo specchio di se stesso, in “Ma gli andoridi…” l’uomo tradisce se stesso. E l’umanità tutta ulula il suo muto sconforto scoprendo che le sue creazioni, quei simulacri disneyani così perfetti, utili ed attraenti che sono gli androidi e il loro mondo luccicante, non sono altro che caricature estremizzate degli uomini e che gli uomini le hanno create per non guardare in faccia la realtà, per non capire che dentro al costume di topolino che ti accoglie a braccia aperte in realtà c’è un rifiuto della società, un essere finto fatto della medesima “palta” con cui è fatto tutto il resto, della medesima polvere in cui tutto è destinato a trasformarsi.
Nel mondo di Dick persino Dio non è altro che palta, il Mercer – merciful simbolo dell’empatia, dell’estrema identificazione, dell’ultimo tendere umano, non è nient’altro che finzione, un vecchio ubriacone deificato da uomini senza scrupoli grazie a qualche altro specchio, qualche luce e qualche trucco. E il comico sadismo sta proprio nel fatto che non è l’uomo a scoprirlo (in tal modo potrebbe ancora elevarsi, evolversi) me è lo stesso Topolino a farglielo notare, l’androide televisivo perfetto e simpatico, la sua stessa creatura, è lui che gli rivela che Mercer non sta per Mercy ma per merchandise, per mercificazione, è lui che rivela agli uomini che perdevano tempo ad assurgere ad un ideale fittizio, è lui che rivela all’umanità che non esistono ideali a cui tendere e tantomeno ideali assoluti, che ciò che è bene per uno è male per un altro, che in definitiva gli uomini sono finti come gli androidi, poiché credono nella finzione così come credo in Topolino senza voler accettare, pur rendendosene conto che è solo uno stupido pupazzo con un uomo infilato dentro.
Che società è quella creata dall’uomo se per sopportare se stesso, se per vivere ha bisogno di proiettare la propria immagine su un omino di latta, su un androide, su un pupazzo? E che futuro potrà mai avere?
La distruzione disneyana dell’umanità.
Qui sta la sostanziale differenza tra il film e il romanzo. Nel film l’androide, il Topolino solo apparenza, riesce a salvarsi mostrando di avere un cuore, di essere vivo, nel libro affronta la morte accettandola passivamente pur essendo un’ ingiustizia; nel film è carnefice e redentore di un mondo di balocchi, nel libro è carnefice e martire di un mondo di palta.
Topolino dunque è finto, in realtà è una macchina assassina che incarna le colpe dell’uomo, gli animali sono finiti, congegni meccanici da revisionare ogni anno, poiché quelli veri muoiono inadatti a vivere in un simile mondo, il mondo stesso è destinato alla distruzione per colpa dell’uomo e Dio, l’ultimo ideale, quello in cui tutti si vorrebbero incarnare è finto anch’esso, nient’altro che un barbone alcolizzato, e allora che rimane a noi?
Nulla, solo il deliquio dei sensi e il sonno.
Questo è Ma gli androidi sognano pecore elettriche, un profondo e disperato grido di denuncia nei confronti di una società quella post bellica degli anni cinquanta – sessanta che sente ancora sulle spalle le colpe di quella precedente, di quella che ha scatenato su se stessa due guerre mondiali, che sente sulle spalle il peso delle proprie colpe, con la guerra in Vietnam, e che è costretta a rifugiarsi in sterili immagini di finti animali parlanti per non osservare cosa è diventata.
Questo è il messaggio di Dick: il primo passo per la de umanizzazione è Disneyland, il secondo saranno le pecore elettriche, il terzo gli androidi, il quarto la morte: la totale scomparsa del genere umano non tanto per cause fisiche ma per una progressiva assenza di volontà, per una progressiva rinuncia a credere, agire sperare, finché la società, la nostra stessa società, ci estrometterà poiché inadatti, poiché troppo deboli e stupidi, finché le’uniche cose che ci rimarranno saranno il sonno e i sogni beati di bambini senza età e senza coscienza che osservano solo i topolini e non notano il luridume che vi sta dietro.
Che cosa sono dunque gli uomini, cosa sono diventati in questa società? Si chiede infine Dick. Solo pietre che rotolano senza volontà, per nulla dissimili dagli androidi, per nulla dissimili da ogni altra dannata cosa. E a che servirebbe vivere se neanche ci rendessimo conto di essere vivi? Servirebbe solo per appagare quell’istinto che ci spinge a rotolare nel nulla illudendoci del significato delle nostre azioni, proprio come gli androidi.
L’anti umanesimo di una società che per sua stessa costituzione vorrebbe definirsi umana e che per sua stessa condanna è destinata alla distruzione. Tutto si crea e tutto si distrugge e quel che resta di noi è solo polvere, “palta” e gli scheletri inutili di Topolini senz’anima ovvero di ciò che eravamo stati un tempo.
Questo, tutto questo è il messaggio di Ma gli androidi... un romanzo illuminato e potente, complesso e stridente che in appena duecento pagine riesce a porre delle domande e dare delle risposte che sono diventate simbolo di un intero genere letterario e cinematografico, simbolo della capacità creativa di un genio, e dell’utopica denuncia della stupidità autolesionistica di una società che in se contiene i semi della beatitudine ma per qualche ridicola ragione riesce solo a contemplare i germi della propria dannazione.
Un romanzo di culto, ormai entrato nell’immaginario collettivo di diverse generazioni di lettori, scrittori e cineasti, un romanzo talmente omnicomprensivo da racchiudere in se tutta la fantascienza moderna, impegnata e la critica sociale degli ultimi cinquant’anni, un romanzo che, per troppi anni dimenticato, ora, se letto senza prestare attenzione, potrebbe persino apparire deludente….
A onor del vero è innegabile che, data l’odierna ritrovata rinomanza di Ma gli Androidi…, inizialmente si rimanga piuttosto delusi dalla piattezza della storia e dello stile con cui è narrata; così come è innegabile che senza il film che funge da contorno, stimolo e supporto, con le sue scure atmosfere e le espressive facce degli attori, sarebbe alquanto difficile superare le cinquanta pagine. Tanto che verrebbe da chiedersi come abbia fatto una simile opera a diventare così famosa.
Poi fortunatamente intuendo che non può essere così poco, che ci deve essere di più, si continua a leggere, e la storia si evolve, e così la filosofia dell’autore e cosi la nostra comprensione e si capisce, si intuisce, si apprende che in nessun altro modo queste cose potevano essere dette, che in nessun altro modo questo romanzo poteva essere scritto, poiché niente è più potente della reale, oggettiva, esperienza dell’essere umano che prende coscienza dell’imperfezione della realtà, dell’imperfezione di se stesso. E quale stile meglio s’accorda all’uomo imperfetto se non uno stile appunto imperfetto?
Sembra un po’ una scusa, vero, ma se l’opera di Philip K. Dick fosse stata abbellita, levigata, lucidata da frasi smaltate e parole neutre sarebbe ella stessa diventata un’ opera finta, una banale favoletta disneyana che non avrebbe funzionato, che il giorno dopo, finita di leggere ci si sarebbe dimenticati, ed anche volentieri. E invece no è dura, scarna, ingarbugliata, ma assolutamente concreta e nella sua finzione profeticamente reale. Certo se Ma gli androidi… fosse stato un romanzo pulito e lineare probabilmente sarebbe diventato più famoso, proprio come un fumetto, un cartone, invece è rude, secco, deprimente, proprio come il suo stile, lo stile con cui è scritto, ma è proprio grazie a questo che rifulge maggiormente tra le grandi opere dell’uomo, perché questa suo oscuro stridore rappresenta la forza dell’intuizione, l’intuizione che ha l’autore della vita, la forza della costante e stoica ricerca di una coscienza universale che permetta all’uomo di evolversi e comprendere maggiormente il significato del suo quotidiano agire, gioire e soffrire. Ed è proprio con questa forza che il libro, e con lui l’autore, può assurgere all’immortalità, al pari dei più grandi pensatori di ogni epoca.
Non c’è frase ben scritta che tenga di fronte alla verità universale, non c’è vocabolo ben levigato che regga di fronte all’intuizione della vita e non c’è rilettura puntigliosa che valga di fronte alla necessità di divulgare la propria scintilla creatrice, una scintilla che ci spinge, lui Dick, come noi che lo leggiamo, ad essere migliori, superiori a noi stessi, appunto evoluti.
Vero, letto affrettatamente potrebbe apparire un deludente romanzo di fantascienza da quattro soldi da cui un bravo regista è riuscito a estrapolare un ottimo film, letto affrettatamente… ma basta soffermarsi un attimo a ragionare, ad andare oltre la soglia dell’apparenza e si scoprirà che Ma gli Androidi…, è una gemma nascosta e solo recentemente riscoperta del panorama culturale mondiale, è un libro simbolo di un genere che trascende la letteratura e si spinge all’estremo limite dell’immaginazione umana, è un’opera patrimonio ed eredità di una generazione che ha vissuto all’insaputa di uno dei suoi più grandi capolavori per quasi cinquant’anni, di una generazione che ha vissuto all’insaputa dei suoi limiti per quasi duecentomila anni, la generazione dell’uomo.
Un tempo de Andrè cantava “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”, letto Ma gli Androidi sognano pecore elettriche, si capisce cosa intendeva, si capisce che Disneyland splende come il più puro dei diamanti e la mente di un genio puzza come il più puro dei letami.

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Agli amanti del sci-fi, a chiunque abbia visto il film e ovviamente ai Dickiani convinti.
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Commenti

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Lunghisssssssima..ma splendida! Dickiana convinta :)
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Todaoda
13 Luglio, 2013
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Eh lo so che è lunga, il problema è che quando mi piacciono ho la tendenza ad essere clamorosamente polisso, quando non mi piacciono invece è tanto se tiro fuori mezza parola sensata.
Contemporanei americani, Murakami e Dick, 3 su 3! Al prossimo che becco si fissa la data delle nozze. :-)
In risposta ad un precedente commento
gracy
14 Luglio, 2013
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Ahahahahahah!!!!!!!!!! Ci sto:PPPP
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