Narrativa straniera Fantascienza Ma gli androidi sognano pecore elettriche?
 

Ma gli androidi sognano pecore elettriche? Ma gli androidi sognano pecore elettriche?

Ma gli androidi sognano pecore elettriche?

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Come sarebbe un mondo privo di vita? Un mondo dove gli unici esseri organici oltre ai pochi umani sono un bene di lusso? Un mondo dove la differenza fra replicanti e umani è così sfumata da diventare impercettibile? Questo è il mondo di "Ma gli androidi sognano pecore elettriche?" di Philip Dick, romanzo cyberpunk ispiratore del celebre "Blade runner" di Ridley Scott.

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Ma gli androidi sognano pecore elettriche? 2019-05-15 18:00:16 Rollo Tommasi
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Rollo Tommasi Opinione inserita da Rollo Tommasi    15 Mag, 2019
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Se questo è l'uomo

“Rick rimase a fissare per parecchio tempo la civetta che sonnecchiava sul trespolo. Gli vennero in mente mille pensieri, pensieri sulla guerra, sui giorni in cui le civette erano come piovute dal cielo; si ricordò di quando durante la sua infanzia si era scoperto che una specie dopo l’altra era scomparsa e di come i giornali ne parlassero ogni giorno – le volpi un mattino, i tassi il seguente, finché la gente aveva smesso di leggere questi perpetui annunci mortuari degli animali.”

In un mondo dove la sete della terra è placata da continue piogge di polveri radioattive, gli animali sono stati i primi ad “andarsene”, una specie dopo l’altra.
Quelli che rimangono sono quasi tutte copie, più o meno credibili, più o meno in grado di simulare il comportamento dell’animale corrispondente: copie commissionate dai proprietari e pagate secondo il prezzario del listino Sydney. Perché un animale elettrico in casa è lo status-symbol per eccellenza. Ma anche l’illusione di tornare a tempi andati, in cui la vita non era ancora ridotta a mera sopravvivenza, temperata dai modulatori d’umore Penfield e dal Mercerianesimo, il credo religioso di molti.
I lavori più duri sono stati delegati ad androidi, i replicanti creati dalle industrie Rosen e perfezionati sino al modello Nexus 6, praticamente indistinguibile da un normale essere umano se non per l’assenza di empatia. Per questo, la loro circolazione è permessa soltanto sulle colonie. I “cacciatori di taglie” hanno l’incarico di procedere al “ritiro” (un eufemismo che sta per eliminazione) nel momento in cui un androide viola la regola.
Rick Deckard entra in gioco quando un gruppo di otto replicanti scappa sulla Terra. Tre sono stati già ritirati dal collega Dave Holden, ma uno dei restanti cinque lo ha ridotto in condizioni critiche. Del resto, che altro modo hanno gli umanoidi di rivendicare il proprio diritto ad una “vita”? E, d’altra parte, che scelta ha Deckard se vuole mantenere il menage familiare con sua moglie Iran (e magari sostituire la loro pecora elettrica con una vera capra nubiana)?
La caccia ai replicanti ha inizio.

“Ma gli androidi sognano pecore elettriche?” è scritto da Philip K. Dick nel 1968, e – pur nutrendosi dell’inconfondibile visionarietà dell’autore – manifesta un rigore e una conseguenzialità di eventi non sempre presente nei suoi romanzi. Una “robustezza” necessaria alle tematiche trattate, che viene percepita in pieno dal regista statunitense Ridley Scott. Quando, nel 1982, egli trasforma il romanzo in film e porta sullo schermo “Blade runner”, non immagina che la visione sua e di Dick diverrà quella maggiormente rappresentativa del futuro dell’umanità nell’immaginario collettivo occidentale.
Sfrondato dagli aspetti religiosi e da eccessivi riferimenti all’ “androidismo” degli animali, recupera forza il tema della sopravvivenza umana, del rispetto della vita in ogni sua forma, esplodendo, oltre ogni esplicita intenzione di Dick, nella volontà di ribellione a Dio e alle sue leggi (impersonata dall’androide Roy Batty). La resa dei conti dell’uomo con se stesso, con la propria natura, si compie sotto la pioggia sporca che bagna il tetto di un anonimo edificio, sublimandosi nelle celeberrime “lacrime nella pioggia” e nel volo improvviso di una colomba (vera o elettrica?) verso il cielo. Diverso dal finale descritto nel libro, che per il resto è ritenuto più distante dal film di quanto lo sia realmente.
Ergendosi sulle spalle di un “talento divergente” come quello di Philip K. Dick (“un visionario tra i ciarlatani” lo definiva il collega Stanislaw Lem), Ridley Scott riesce in qualcosa di pressoché irraggiungibile: fondere filosofia, disperazione e poesia in un’unica visione, materializzando uno dei pochi capolavori universali sulla condizione umana. Qualcosa che è, insieme, bellezza e monito.

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i capolavori di Dick (Ubik, Le tre stimmate di Palmer Eldritch, etc.) e a chi non smette mai di guardare e riguardare Blade Runner...
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Ma gli androidi sognano pecore elettriche? 2016-06-22 07:18:38 Francj88
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Francj88 Opinione inserita da Francj88    22 Giugno, 2016
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La disfatta della creazione

Questo romanzo di Philip K. Dick è ambientato in un futuro distopico in cui gli uomini convivono con gli androidi in comunità sparse per la galassia. La Terra è diventata quasi inabitabile per via di tempeste di sabbia che hanno portato alla desertificazione di parte del globo, nonché danni cerebrali a una vasta porzione di uomini rimasti sulla Terra. Nelle colonie gli androidi, ormai sempre più sofisticati, vengono impiegati come forza lavoro ma, alcuni di essi, decidono di scappare e fare ritorno sulla Terra dove agenti speciali, come il nostro protagonista Rick Deckard, hanno il compito di “ritirarli”, ovvero eliminarli.

Il problema è che questi androidi, specialmente i nuovi modelli Nexus 6, sono talmente simili agli esseri umani che diventa difficile individuarli. Lo strumento utilizzato per verificare se un individuo è un androide o meno è quello di sottoporlo ad un test sull’empatia. Pare infatti che gli androidi non siano in grado di provare partecipazione emotiva nei confronti di altri esseri viventi, tanto meno verso altri androidi. Questo è il futuro verso cui tende l’umanità? Una progressiva perdita dei valori umani di empatia e solidarietà non solo verso il prossimo, ma verso qualsiasi essere vivente? Perché forse il punto è che non sembrano essere i nuovi modelli Nexus 6 sempre più simili all’uomo, ma al contrario sembra essere l’uomo in procinto di somigliare sempre più ad un androide, una macchina senz’anima.
D’altronde il concetto di empatia è presente nel racconto anche sotto forma di pseudo-religione: il mercenearismo, che fa leva su questo legame empatico e sulla condivisione universale dell’esperienza da parte degli uomini, come se facessero parte di un’unica entità. Ma se casualmente viene fuori che questo Mercer, il Dio/Profeta dell’empatia non è altro che un ubriacone e a fare questa scoperta (ironia della sorte) non è altro che un androide, allora cosa resta all’uomo? La consapevolezza che non esistono ideali nè verità assolute e ciò porta ad un quesito ancora più angosciante: cos’è che ci rende umani? Quando l’evoluzione tecnologica avrà raggiunto un livello tale da permettere agli androidi di somigliare in tutto e per tutto agli esseri umani, empatia compresa, come sostanzieremo e giustificheremo il nostro antropocentrismo?

Nel romanzo di Dick sembra che l’uomo sia diretto verso la sua stessa distruzione. Di certo in una società come la nostra, in cui il progresso tecnologico sembra ormai inarrestabile, viene spontaneo chiedersi se e quali debbano essere i limiti da porre al progresso scientifico per evitare che nel nome di tale progresso l’uomo compia qualcosa si irreparabile. Curioso è anche il fatto che nell’ universo descritto da Dick il vero bene di lusso non sia possedere oggetti tecnologici o androidi ma animali veri, esseri viventi (da qui l’ironico titolo).

Questo romanzo, permeato da un cupo pessimismo, per quanto si legga velocemente per via della scorrevolezza data anche dalla brevità dei capitoli, richiede in realtà una lettura attenta, tante e complesse sono le tematiche messe in gioco. “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?” è un capolavoro della fantascienza ma non solo, potrebbe essere considerato un vero e proprio trattato di sociologia. Il film che ne è stato tratto, Blade Runner, uscito nel 1982 (a quasi vent’anni dalla pubblicazione del romanzo) e diretto da Ridley Scott è anch’esso un capolavoro nel suo genere ma, essendo liberamente ispirato al libro, è da considerarsi un’opera a parte. Il regista è riuscito a coglierne l’atmosfera cupa con le ambientazioni notturne e la fotografia fredda e futuristica ed è riuscito a dare una mirabile caratterizzazione agli androidi protagonisti, ma l’opera di Dick contiene degli elementi che a mio parere lo pongono tra quei libri che tutti dovrebbero leggere almeno una volta nella vita.

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Ma gli androidi sognano pecore elettriche? 2015-04-09 08:57:25 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    09 Aprile, 2015
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Uomo. Animale. Androide.

Per molti leggere di un universo in cui gli uomini convivono con gli androidi, in cui l’umanità ha colonie sparse per la galassia e l’essere robotico è la fonte di compagnia/servitù per eccellenza per il nostro genere di appartenenza è un qualcosa di inconcepibile, implausibile. Eppure sempre più la tecnologia si sta muovendo verso questi lidi, verso questi nuovi traguardi, tanto che le opere di autori maitre del settore quali Asimov e Dick, seppur appartenenti a due tipi di fantascienza distinti, non sono più così improbabili, inimmaginabili, anzi.. Come noto “ma gli androidi sognano pecore elettrice” è il romanzo da cui è stato tratto il celebre“Blade Runner” e se dunque siete amanti della tipologia è il testo adatto a voi.
Le vicende narrate si svolgono interamente nell’arco di una giornata estremamente lunga e faticosa per il protagonista, il cacciatore di taglie Rick Deckard; 8 nuovi androidi modello Nexus 6 illegalmente fuggiti da Marte hanno fatto ritorno sulla Terra e suo compito è quello di ritirarli (eliminarli) quanto prima. Il problema è che questi prototipi sono perfette riproduzioni degli organismi autentici, le differenze sono minime e dunque sempre più complesso è individuarli, non commettere l’errore di colpire un corpo notoriamente considerato vivente anziché un prodotto della scienza.
Non solo, la Terra è descritta come un luogo distrutto da una polvere che cade dal cielo come pioggia, questa ha primariamente colpito le cavallette, di poi gli uccelli ed infine tutti gli altri abitanti del pianeta, nessuno escluso, anche l’uomo infatti non è immune da suoi effetti tanto da, una volta esserne venuto in contatto, essere classificato quale “un cervello di gallina” o un “cervello di formica”, catalogazione a cui segue l’essere ridotto a lavori dove è richiesta la minima intelligenza e l’interdizione al migrare verso altri corpi celesti. La popolazione mondiale è perciò decimata, la maggior parte si è trasferita su Marte o altre colonie e i restanti vivono dediti al “mercerianesimo” una pseudo religione che fa leva sul legame empatico ed il cui messia altro non è che Mercer, da qui il nome della fede. Ma chi è questo Dio? Non è altro che un ubriacone, non è altro che mercificazione (Mercer non significa infatti Mercy bensì merchandise) e come fa l’organismo autentico a prendere consapevolezza di tale assunto? Grazie, ironia della sorte, all’androide che svela all’umanità che non esistono ideali assoluti a cui tendere, che ciò che è bene per uno non è necessariamente bene – ne tantomeno male – anche per l’altro, che in definitiva gli uomini non sono poi così veri perché credono ciecamente nella finzione, così, per partito preso senza interrogarsi sull’autenticità.
Un aspetto che viene particolarmente evidenziato nel testo è il legame con gli animali. Mentre nella nostra società il benessere è rappresentato dall’oggetto in sé per sé (dall’avere il telefono di ultima generazione al SUV superaccessoriato) nel mondo dispotico di Deckard questo è costituito dalla proprietà di un animale vero e non elettrico. Il “catalogo Sidney” offre la stima dei prezzi di ciascuno di questi, e il nostro protagonista non è immune dal desiderio di possederne uno vero tanto che decide di concludere il lavoro, nonostante tutti i dubbi morali che lo assalgono durante lo scorrere degli avvenimenti, soltanto per poter coronare tal desiderio.
Il romanzo è intriso di neologismi, numerose sono le questioni che vengono poste al lettore che pagina dopo pagina indirettamente arriva a chiedersi cos’è veramente l’umanità, cosa rende umani e cosa no, quanto inficiano la coscienza e la consapevolezza su tale requisito, quanto alla fin fine gli androidi siano semplici prodotti di laboratorio e non anche qualcosa di più. Considerazioni a cui va aggiunto il fatto che attualmente ciò che ci permette di porci sul “piedistallo” è appunto il possesso di qualità quali l’intelletto, la conoscenza, la coscienza rispetto agli animali, nostri attuali metri di paragone. Qui la domanda sorge spontanea. E se lo scenario mutasse e dunque la società non fosse composta soltanto dal binomio uomo-animale ma a questo si aggiungesse il fattore androide, prodotto di laboratorio capace di dimostrarsi più utile in determinati incarichi, più versatile nello svolgimento di molteplici funzioni, su quali elementi potremmo fondare la nostra pretesa di superiorità? Quali caratteri potremmo addurre al fine di evidenziare una loro appartenenza al solo genere macchina ed una nostra qualità preponderante sull’organismo cibernetico? Dick ci suggerisce una risposta e questa è l’empatia, la capacità di immedesimarsi negli altri, nei loro sentimenti, nelle loro emozioni, gioie e sofferenze, e lo fa a tratti con particolare rudezza (basti pensare alla mutilazione del ragno dinanzi a J.R. Isidore).
Eppure lo stesso autore sembra volerci suggerire, tra le righe ,che anche questa qualità è un qualcosa che non ci dà una sicurezza totale in quanto gli androidi, descritti quali soggetti con una propria individualità, intelligenza, capaci di fare del bene quanto di complottare per raggiungere scopi talvolta moralmente discutibili, non è detto che non acquisiranno mai tale caratteristica così come, il loro altro handicap identificato nella brevità della vita per ancora l’incapacità di riprodurre le cellule, non è un ostacolo invalicabile poiché il loro creatore uomo con le scoperte scientifiche riuscirà a correggere anche queste piccole imperfezioni. E quando anche questo traguardo sarà raggiunto, cosa ci differenzierà davvero da loro? Niente. L’umanità si sarà auto-annientata.
Il testo va assaporato, non è una di quelle opere che possono tranquillamente leggersi in un paio di giorni perché con significato relativo, è composto da capitoli brevi, scelta che permette alla mente del lettore di restare sempre vigile.

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a tutti a prescindere dall'appartenenza o meno al genere di fantascienza.
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Ma gli androidi sognano pecore elettriche? 2014-02-23 13:52:32 Giovannino
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Giovannino Opinione inserita da Giovannino    23 Febbraio, 2014
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Il cacciatore di androidi

C'è poco da fare, ultimamente sono fissato con la fantascienza, nonostante da sempre sia un tema che non amo particolarmente, però questo periodo ho deciso di dargli una chanche, ed eccomi che dopo Asimov scelgo Dick. Logicamente, come molti di voi sapranno, parliamo di due tipi di fantascienza molto diversi nonché di due periodi storici altrettanto distinti. Se infatti possiamo definire Asimov come il padre della moderna fantascienza forse è più giusto definire Dick come il principale esponente del ciberpunk letterario. Ero andato in libreria per prendere Ubik, sua opera più famosa, ma non avendola trovata ho scelto "Ma gli androidi sognano pecore elettriche?", altra sua opera famosissima dalla quale poi Ridley Scott ha tratto il capolavoro "Blade Runner" (film che ho visto 3 volte...). Il romanzo è ambientato in un futuro distopico in cui gli uomini convivono con gli androidi, la terra ( o almeno le periferie più povere) è piena di una polvere chiamata "palta" che cade dal cielo come pioggia e che a lungo andare nuoce alla psiche degli umani, e gli esseri umani sono dediti ad una pseudoreligione chiamata mercerianesimo, che li tiene in legame empatico. Insomma, un futuro tutt'altro che positivo...in tutto ciò, un cacciatore di taglie di nome Rick Deckard viene incaricato di "ritirare" (leggi "eliminare") 7 androidi super avanzati della serie Nexus 6 che hanno mandato all'ospedale (in fin di vita) il capo del nostro Rick. Logicamente non mancheranno gli imprevisti ed i colpi di scena, ma soprattutto non mancherà l'amore, che in questo caso coinvolge il protagonista ed un'androide facendoci pensare "Sono poi così tanto lontani dagli esseri umani questi androidi?", a voi la risposta. Il libro è molto simile al film, Scott tende solo ad accentuare un pò di più il legame sentimentale "uomini-androidi" ma per il resto, soprattutto gli scenari, sono identici. Un elemento che manca nel film e che invece da il titolo al libro è proprio la presenza degli animali elettrici, che Dick tende ad associare al benessere del futuro. Come infatti per noi il sintomo del benessere può essere considerato una fuoriserie da 60000 euro o una casa di 200 mq, nel futuro di Dick il benessere è rappresentato da un animale vero e non elettrico, visto che gli animali viventi (un pò come gli umani) sono in via d'estinzione. Ogni animale ha un prezzo indicato sul "catalogo Sidney" e questo fattore, non presente nel film, è invece il motore del nostro libro, infatti Rick decide di portare a termine il suo lavoro solo per poter intascare i soldi della taglia e finalmente acquistare una pecora vivente al posto di quella elettrica che ha. Il libro è scritto in maniera semplice e scorrevole nonostante i mille neologismi. Ho trovato anche molto intelligente il fatto di dividerlo in capitoli brevi così da mantenere sempre alta la concentrazione del lettore. Insomma in conclusione un bel libro che sono riuscito ad apprezzare pur non essendo un amante della fantascienza, adesso sotto con Ubik!

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Ma gli androidi sognano pecore elettriche? 2013-12-12 14:46:30 Valerio91
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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    12 Dicembre, 2013
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Do androids dream of electric sheep?

"Cosa stai leggendo?"
"Ma gli androidi sognano pecore elettriche?"
"Che?!?"
"Il libro da cui è tratto il film Blade Runner."
"Ah Bello!"
Questa era la conversazione tipo che avevo con chiunque mentre leggevo questo libro.
Si perchè questo libro è indissolubilmente legato al film, anche se con questo ha in comune poco più che l'idea di base. L'ambientazione è, come spesso accade nei romanzi di Dick, un pianeta Terra ormai desolato, dai colori cupi, grigio e ormai quasi inabitabile. Le forme di vita animali (oltre l'uomo) sono estinte quasi completamente, sostituite da androidi che ne riproducono perfettamente le sembianze, ma che solo pochissime persone possono permettersi. Avere un animale domestico è infatti un pò il sogno proibito di qualsiasi abitante della Terra (il protagonista possiede una pecora sintetica malfunzionante che non vede l'ora di sostituire), tanto è vero che nel test di Voight-Kampff, per riconoscere un umano da un androide, la reazione alle domande riguardanti animali è un fattore molto importante.
Ma perchè la necessità di distinguere uomini da androidi? Perchè il compito dei cacciatori dei androidi è proprio quello di eliminare i replicanti potenzialmente pericolosi, ma questi ultimi sono talmente perfetti da rendere difficile una distinzione con gli esseri umani. Il nostro protagonista, Rick Deckard, è proprio un cacciatore di androidi, incaricato di eliminarne sei del tipo Nexus 6 di ultima generazione, fuggiti dalla colonia extramondo di Marte.
Philip K. Dick ha uno stile inconfondibile, che si può respirare a pieni polmoni anche in questo libro, davvero allo stato puro. Avessi dovuto leggere queste pagine senza sapere chi fosse l'autore, lo avrei capito senza ombra di dubbio. Le atmosfere scolorite e desolate, i temi profondi e anche la sua scrittura non impeccabile ma efficace.
Proprio come il film, il libro pullula di argomenti interessanti che però bisogna saper cogliere con una lettura attenta. Prima di tutto Philip K. Dick non manca di ostentare la mancanza di fiducia nei confronti dell'umanità di preservare il proprio pianeta, anche in questo caso la nostra povera Terra ha fatto una ignobile fine, così come l'ecosistema che la popolava, una delle poche cose che riuscirà a sopravvivere saranno proprio i "distruttori", gli esseri umani.
L'argomento chiave che sembra legare molto Blade Runner e questo libro, è la difficolta di discernere la differenza tra uomo e androide. A contribuire enormemente a questo riguardo è il personaggio di Rachel, androide dotato di ricordi preinnestati allo scopo di renderlo convinto di essere un umano, una convinzione talmente profonda da innestare il dubbio anche in Deckard, riguardo sè stesso. Chi avrebbe potuto dargli la certezza di essere davvero umano e non semplicemente convinto di esserlo?
Ciò che però incute più timore è la domanda che il libro sembra quasi porti esplicitamente: se l'avanzare dell tecnologia portasse noi esseri umani a diventare sempre più "androidi"? D'altronde i personaggi e lo stesso Deckard lasciano a una macchina il compito di decidere quali sentimenti provare, un modulatore di umore. Se andando troppo avanti nel progresso sconsiderato sacrificassimo la nostra umanità e diventassimo sempre più delle macchine, smettendo così di vivere davvero la vita? Philip K. Dick ci pone questo interrogativo principale in questo libro geniale che non poteva ispirare nient'altro che un capolavoro quale è Blade Runner.

Non manco mai di mettere una citazione alla fine di ogni recensione che scrivo, ma mi perdonerete se metterò la celeberrima tratta da Blade Runner:
"Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione... e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire."

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Chi ha visto Blade Runner.
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Ma gli androidi sognano pecore elettriche? 2013-07-11 10:44:42 Todaoda
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Todaoda Opinione inserita da Todaoda    11 Luglio, 2013
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La disneyana distruzione dell' umanità

Che cos’è l’umanità, che cosa ci rende umani? La coscienza? L’intelletto, la consapevolezza, l’auto consapevolezza di appartenere ad una specie animale superiore? E in cosa si manifesta esattamente questa superiorità?
La risposta parrebbe facile dal momento che sono proprio la conoscenza e le opere dell’intelletto, che ci permettono di definirci umani, l’evoluzione: la possibilità intrinseca di definire noi stessi come esseri pensanti ci permette di elevarci sopra le altre specie animali. I pesci non possono, così i felini, i volatili e ogni altro genere di animali, è questo che ci rende umani, superiori, evoluti.
Ma se in un futuro non troppo lontano lo sviluppo tecnologico permettesse di creare delle macchine, umanoidi, in tutto e per tutto identiche a noi, con le nostre sembianze, il nostro cervello, il nostro carattere, cosa ci differenzierebbe ancora da loro, e se queste macchine, proprio come i computer si rivelassero più adatte a svolgere certi incarichi, lavori o compiti, tanto da farci dubitare della nostra superiorità nei loro confronti, tanto da arrivarne a stimarne l’intelligenza, da arrivare a giudicare la loro intelligenza, superiore alla nostra, che cosa ci permetterebbe ancora di differenziarci? Oltre ovviamente ad un esame bioptico; in che cosa potremmo vantarci ancora di prevalere?
Questa è la domanda di Blade Runner, esatto il film, non il libro da cui è tratto, non “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”.
Il paragone è essenziale per capire il testo, quanto naturale data la superiore notorietà della pellicola rispetto al libro, quanto ahimè inevitabile dal momento che oggi giorno nessuno che incominci a leggere questo libro non ha visto prima il film ed essendo il film appunto tratto dal libro, essendone una semplificazione, forse per apprezzare meglio la complessa profondità della fonte originale è bene cominciare dalle cose più semplici, appariscenti e note.
In che modo dunque potremmo ancora distinguerci? Questa è la domanda che si pone Ridley Scott affrontando i temi immaginati da Dick, e la risposta che adotta, la stessa trovata dall’autore, è una risposta semplice ed esaustiva: l’empatia.
L’unica cosa che ci potrebbe permettere ancora di distinguere tra uomo e macchina sarebbe l’empatia, il sentimento, la sensazione che per antonomasia è sinonimo di umanità, quell’istintiva immedesimazione spontanea nei confronti dell’essere che abbiamo di fronte, la possibilità di capirlo, capirne e condividerne i sentimenti, le gioie tanto quanto le sofferenze.
Questo è il totem attorno al quale potrebbero riunirsi, rinforzare le fila, gli uomini se invasi da esseri sovraumani, questa sarebbe l’unica possibilità per definirci ancora superiori.
Ma anche le macchine al nostro pari hanno sentimenti positivi e negativi, ridono, piangono e uccidono, proprio come talvolta gli uomini, e lo fanno anche bene, complottano contro di noi piani arzigogolati, intelligenti, fini, quindi non sono semplicemente dei simulacri perfetti degli esseri umani, delle copie, al contrario hanno una loro individualità, sono divertenti, noiosi, scaltri, sciatti proprio come noi e talvolta sono anche abili assassini la cui spinta omicida è legata al naturale, logicissimo e assurdamente umano istinto di sopravvivenza, quindi in fondo qual è la differenza?
Non importa noi, uomini, siamo comunque migliori poiché fin tanto che gli androidi non capiranno cosa sia l’empatia, non la proveranno, non potranno mai sapere cosa significa essere realmente vivi…ma se alla fine, lo capiscono?
Se alla fine, in un ultimo ansito di vita, il peggiore di tutti, proprio il più cattivo, ha la sua illuminazione, capisce l’empatia, ed anzi in una sorta di paradossale trasposizione della crocifissione di Gesù Cristo, si sacrifica lui stesso per salvare un singolo essere umano…a noi cosa resta?
“Solo lacrime nella pioggia.” Poiché loro in tutto e per tutto diventano migliori di noi. Questo è il significato del film, forse il più bel film di fantascienza mai stato fatto... D’accordo, ma il libro?
Il libro parte da questa premessa e si evolve fino a raggiungere con un’escalation di sarcastico nichilismo quella che potrebbe essere definita la disneyana distruzione dell’umanità.
Nel film Roy Baty, l’androide, urla (letteralmente ulula) la sua rabbia cieca, il suo sconforto e la sua delusione nei confronti del genere umano, genere umano che la creato e l’ha tradito in quella sorta di rivisitazione Frankensteiniana moderna che è la pellicola di Ridley Scott, nel libro invece è l’agente Deckard, il cacciatore di taglie, l’uomo, che urla e ulula la sua rabbia e il suo dolore nei confronti del genere umano, del suo stesso genere che ha creato dei mostri da cui è attratto, che ha creato una società in cui lui è costretto a fare qualcosa che non vuole, che in definitiva ha creato lui stesso. E se per l’androide di Rutger Hauer c’è una redenzione, c’è comunque una scintilla nobilitatrice tipica dell’essere umano, per quello di Dick, per quello di carta stampata, non c’è alcun che e tanto meno, e questo è ancora più comicamente e tragicamente nichilistico, non c’è alcun che neppure per l’uomo che dopo aver compiuto il suo dovere non sa più cosa pensare, a chi affidarsi, di che illudersi e sconfitto dalla vita torna a casa a dormire.
In Blade Runner l’uomo ha tradito il pupazzo specchio di se stesso, in “Ma gli andoridi…” l’uomo tradisce se stesso. E l’umanità tutta ulula il suo muto sconforto scoprendo che le sue creazioni, quei simulacri disneyani così perfetti, utili ed attraenti che sono gli androidi e il loro mondo luccicante, non sono altro che caricature estremizzate degli uomini e che gli uomini le hanno create per non guardare in faccia la realtà, per non capire che dentro al costume di topolino che ti accoglie a braccia aperte in realtà c’è un rifiuto della società, un essere finto fatto della medesima “palta” con cui è fatto tutto il resto, della medesima polvere in cui tutto è destinato a trasformarsi.
Nel mondo di Dick persino Dio non è altro che palta, il Mercer – merciful simbolo dell’empatia, dell’estrema identificazione, dell’ultimo tendere umano, non è nient’altro che finzione, un vecchio ubriacone deificato da uomini senza scrupoli grazie a qualche altro specchio, qualche luce e qualche trucco. E il comico sadismo sta proprio nel fatto che non è l’uomo a scoprirlo (in tal modo potrebbe ancora elevarsi, evolversi) me è lo stesso Topolino a farglielo notare, l’androide televisivo perfetto e simpatico, la sua stessa creatura, è lui che gli rivela che Mercer non sta per Mercy ma per merchandise, per mercificazione, è lui che rivela agli uomini che perdevano tempo ad assurgere ad un ideale fittizio, è lui che rivela all’umanità che non esistono ideali a cui tendere e tantomeno ideali assoluti, che ciò che è bene per uno è male per un altro, che in definitiva gli uomini sono finti come gli androidi, poiché credono nella finzione così come credo in Topolino senza voler accettare, pur rendendosene conto che è solo uno stupido pupazzo con un uomo infilato dentro.
Che società è quella creata dall’uomo se per sopportare se stesso, se per vivere ha bisogno di proiettare la propria immagine su un omino di latta, su un androide, su un pupazzo? E che futuro potrà mai avere?
La distruzione disneyana dell’umanità.
Qui sta la sostanziale differenza tra il film e il romanzo. Nel film l’androide, il Topolino solo apparenza, riesce a salvarsi mostrando di avere un cuore, di essere vivo, nel libro affronta la morte accettandola passivamente pur essendo un’ ingiustizia; nel film è carnefice e redentore di un mondo di balocchi, nel libro è carnefice e martire di un mondo di palta.
Topolino dunque è finto, in realtà è una macchina assassina che incarna le colpe dell’uomo, gli animali sono finiti, congegni meccanici da revisionare ogni anno, poiché quelli veri muoiono inadatti a vivere in un simile mondo, il mondo stesso è destinato alla distruzione per colpa dell’uomo e Dio, l’ultimo ideale, quello in cui tutti si vorrebbero incarnare è finto anch’esso, nient’altro che un barbone alcolizzato, e allora che rimane a noi?
Nulla, solo il deliquio dei sensi e il sonno.
Questo è Ma gli androidi sognano pecore elettriche, un profondo e disperato grido di denuncia nei confronti di una società quella post bellica degli anni cinquanta – sessanta che sente ancora sulle spalle le colpe di quella precedente, di quella che ha scatenato su se stessa due guerre mondiali, che sente sulle spalle il peso delle proprie colpe, con la guerra in Vietnam, e che è costretta a rifugiarsi in sterili immagini di finti animali parlanti per non osservare cosa è diventata.
Questo è il messaggio di Dick: il primo passo per la de umanizzazione è Disneyland, il secondo saranno le pecore elettriche, il terzo gli androidi, il quarto la morte: la totale scomparsa del genere umano non tanto per cause fisiche ma per una progressiva assenza di volontà, per una progressiva rinuncia a credere, agire sperare, finché la società, la nostra stessa società, ci estrometterà poiché inadatti, poiché troppo deboli e stupidi, finché le’uniche cose che ci rimarranno saranno il sonno e i sogni beati di bambini senza età e senza coscienza che osservano solo i topolini e non notano il luridume che vi sta dietro.
Che cosa sono dunque gli uomini, cosa sono diventati in questa società? Si chiede infine Dick. Solo pietre che rotolano senza volontà, per nulla dissimili dagli androidi, per nulla dissimili da ogni altra dannata cosa. E a che servirebbe vivere se neanche ci rendessimo conto di essere vivi? Servirebbe solo per appagare quell’istinto che ci spinge a rotolare nel nulla illudendoci del significato delle nostre azioni, proprio come gli androidi.
L’anti umanesimo di una società che per sua stessa costituzione vorrebbe definirsi umana e che per sua stessa condanna è destinata alla distruzione. Tutto si crea e tutto si distrugge e quel che resta di noi è solo polvere, “palta” e gli scheletri inutili di Topolini senz’anima ovvero di ciò che eravamo stati un tempo.
Questo, tutto questo è il messaggio di Ma gli androidi... un romanzo illuminato e potente, complesso e stridente che in appena duecento pagine riesce a porre delle domande e dare delle risposte che sono diventate simbolo di un intero genere letterario e cinematografico, simbolo della capacità creativa di un genio, e dell’utopica denuncia della stupidità autolesionistica di una società che in se contiene i semi della beatitudine ma per qualche ridicola ragione riesce solo a contemplare i germi della propria dannazione.
Un romanzo di culto, ormai entrato nell’immaginario collettivo di diverse generazioni di lettori, scrittori e cineasti, un romanzo talmente omnicomprensivo da racchiudere in se tutta la fantascienza moderna, impegnata e la critica sociale degli ultimi cinquant’anni, un romanzo che, per troppi anni dimenticato, ora, se letto senza prestare attenzione, potrebbe persino apparire deludente….
A onor del vero è innegabile che, data l’odierna ritrovata rinomanza di Ma gli Androidi…, inizialmente si rimanga piuttosto delusi dalla piattezza della storia e dello stile con cui è narrata; così come è innegabile che senza il film che funge da contorno, stimolo e supporto, con le sue scure atmosfere e le espressive facce degli attori, sarebbe alquanto difficile superare le cinquanta pagine. Tanto che verrebbe da chiedersi come abbia fatto una simile opera a diventare così famosa.
Poi fortunatamente intuendo che non può essere così poco, che ci deve essere di più, si continua a leggere, e la storia si evolve, e così la filosofia dell’autore e cosi la nostra comprensione e si capisce, si intuisce, si apprende che in nessun altro modo queste cose potevano essere dette, che in nessun altro modo questo romanzo poteva essere scritto, poiché niente è più potente della reale, oggettiva, esperienza dell’essere umano che prende coscienza dell’imperfezione della realtà, dell’imperfezione di se stesso. E quale stile meglio s’accorda all’uomo imperfetto se non uno stile appunto imperfetto?
Sembra un po’ una scusa, vero, ma se l’opera di Philip K. Dick fosse stata abbellita, levigata, lucidata da frasi smaltate e parole neutre sarebbe ella stessa diventata un’ opera finta, una banale favoletta disneyana che non avrebbe funzionato, che il giorno dopo, finita di leggere ci si sarebbe dimenticati, ed anche volentieri. E invece no è dura, scarna, ingarbugliata, ma assolutamente concreta e nella sua finzione profeticamente reale. Certo se Ma gli androidi… fosse stato un romanzo pulito e lineare probabilmente sarebbe diventato più famoso, proprio come un fumetto, un cartone, invece è rude, secco, deprimente, proprio come il suo stile, lo stile con cui è scritto, ma è proprio grazie a questo che rifulge maggiormente tra le grandi opere dell’uomo, perché questa suo oscuro stridore rappresenta la forza dell’intuizione, l’intuizione che ha l’autore della vita, la forza della costante e stoica ricerca di una coscienza universale che permetta all’uomo di evolversi e comprendere maggiormente il significato del suo quotidiano agire, gioire e soffrire. Ed è proprio con questa forza che il libro, e con lui l’autore, può assurgere all’immortalità, al pari dei più grandi pensatori di ogni epoca.
Non c’è frase ben scritta che tenga di fronte alla verità universale, non c’è vocabolo ben levigato che regga di fronte all’intuizione della vita e non c’è rilettura puntigliosa che valga di fronte alla necessità di divulgare la propria scintilla creatrice, una scintilla che ci spinge, lui Dick, come noi che lo leggiamo, ad essere migliori, superiori a noi stessi, appunto evoluti.
Vero, letto affrettatamente potrebbe apparire un deludente romanzo di fantascienza da quattro soldi da cui un bravo regista è riuscito a estrapolare un ottimo film, letto affrettatamente… ma basta soffermarsi un attimo a ragionare, ad andare oltre la soglia dell’apparenza e si scoprirà che Ma gli Androidi…, è una gemma nascosta e solo recentemente riscoperta del panorama culturale mondiale, è un libro simbolo di un genere che trascende la letteratura e si spinge all’estremo limite dell’immaginazione umana, è un’opera patrimonio ed eredità di una generazione che ha vissuto all’insaputa di uno dei suoi più grandi capolavori per quasi cinquant’anni, di una generazione che ha vissuto all’insaputa dei suoi limiti per quasi duecentomila anni, la generazione dell’uomo.
Un tempo de Andrè cantava “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”, letto Ma gli Androidi sognano pecore elettriche, si capisce cosa intendeva, si capisce che Disneyland splende come il più puro dei diamanti e la mente di un genio puzza come il più puro dei letami.

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Agli amanti del sci-fi, a chiunque abbia visto il film e ovviamente ai Dickiani convinti.
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Ma gli androidi sognano pecore elettriche? 2013-01-19 08:55:09 Mario Inisi
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Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    19 Gennaio, 2013
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Blade runner

Ho letto questo libro dopo aver visto il film che è uno dei miei preferiti per certe immagini e scene evocative e bellissime.
All'inizio sono rimasto sconcertato. La storia è diversa. Assomiglia vagamente a quella del film ma con diversi risvolti e sottolineature e, insomma, tutta un'altra cosa. Anche il libro però ha la sua magia che non sta nelle stesse cose del film. La cosa migliore è la contrapposizione tra realtà e illusione o tra realtà reale e realtà artificiale. Il modo di scrivere lo trovo un po' confusionario e frettoloso, secondo me riflette senza mediazione alcuna una persona confusionaria e frettolosa con qualcosa di malato da esprimere e per questa sua sincerità trovo questa scrittura affascinante nella sua imperfezione. Preferisco trovare in fondo a un libro qualcosa di vero che un esercizio di stile. Meglio poco stile e più umanità.

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Dick
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Ma gli androidi sognano pecore elettriche? 2012-05-02 10:22:19 dmcgianluca
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dmcgianluca Opinione inserita da dmcgianluca    02 Mag, 2012
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Caso raro

Inevitabile il confronto con il film che si ispira a questo libro.
Nel film si coglie l'atmosfera cupa, tenebrosa, malinconica del libro, pur epurandolo da quelle sensazioni di noia che a volte la malinconia induce. Quello che esce è un'opera che, come succede rarissimamente, supera il libro in quanto a capacità di catturare.
Non a caso, come è successo alla maggior parte dei lettori, io ho saputo dell'esistenza di questo libro solo dopo aver visto il film.

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Ma gli androidi sognano pecore elettriche? 2012-04-20 14:30:20 Re Pigro
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Re Pigro Opinione inserita da Re Pigro    20 Aprile, 2012
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Una cupa fantascienza

La terra è diventata invivibile. Un denso pulviscolo radioattivo pervade l'atmosfera. I pochi umani rimasti, troppo scettici o troppo pigri per lasciare il pianeta, si illudono di poter svolgere una vita normale, all'ombra del timore di diventare "speciali", contaminati a tal punto dalle radiazioni da non essere mentalmente sani. Possedere un animale è diventato uno status symbol, un modo per manifestare sentimenti di empatia e preservare ancora quei pochi esemplari viventi. Lì dove diventa impossibile recuperare degli esseri organici, l'unica soluzione è possedere una copia robotica perfettamente somigliante per salvare le apparenze. Il protagonista di questa storia è Rick Deckard, agente incaricato di "ritirare" i replicanti umani che violano la legge. Ma in un mondo dove i replicanti simulano perfettamente non solo le sembianze, ma anche i sentimenti umani, come si può individuarli? Può un uomo arrogarsi il diritto di terminare una vita, anche se non biologica, ma che manifesta profondità di sentimenti e pensieri? Un libro che lascia ampio spazio alla riflessione e agli interrogativi aperti. Problematiche che profeticamente sono state poste in un'opera che va oltre il puro intrattenimento, che ci fa capire la portata della responsabilità umana nello stabilire il limite fra vita senziente e vita simulata.

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