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Il senso del dolore. L’inverno del commissario Ricciardi
 
Il senso del dolore. L’inverno del commissario Ricciardi 2017-05-30 20:51:12 lapis
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4.0
lapis Opinione inserita da lapis    30 Mag, 2017
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Dolore

Due occhi verdissimi, quasi trasparenti, malinconici e impenetrabili. Due occhi speciali, capaci di vedere qualcosa impossibile da captare attraverso retina e cristallino, qualcosa di percepibile solo nell’anima. La morte, feroce e violenta, non cancella tutto ma lascia una scia persistente di emozioni che si aggrappano con le unghie agli ultimi lembi di esistenza. Sofferenza, rabbia, sorpresa, odio. Persino amore.

Il Commissario Ricciardi ha la capacità di vedere gli ultimi istanti di vita delle vittime, di coglierne i sentimenti, di ascoltarne le ultime parole. È il suo dono, ciò che gli consente di indagare seguendo piste non convenzionali, fiutando la traccia delle passioni umane. Ma è anche la sua condanna, una cicatrice sull’anima. Perché non è facile vivere quando il dolore ti logora il presente e ti ruba la speranza, ogni giorno. Tutto ciò che ti rimane è una solitaria, silenziosa, ostinata ricerca dei colpevoli e delle loro ragioni. E un amore solo sognato, di dolci sguardi malinconici e palpebre timidamente abbassate, dietro il vetro di una finestra.

“Il dolore viene dopo le piaghe e i lamenti e ammorba l’aria che respiri. Lascia un tanfo dolciastro che ti rimane nel naso. La putrefazione dell'anima”.

È una sera d’inverno quella in cui Ricciardi entra per la prima volta al Teatro San Carlo, nel camerino del grande tenore Arnaldo Vezzi. Lì c’è il corpo esanime dell’artista. Il volto truccato da pagliaccio, pronto per la rappresentazione, e la gola squarciata da un frammento di specchio. Ma per Ricciardi c’è anche il tenore ancora in piedi, con la mano protesa in una posa di scena e la voce melodiosa a cantare un’ultima aria “Io sangue voglio, all’ira mi abbandono, in odio tutto l’amor mio finì...”. Sta al commissario ora indagare per scoprire il significato racchiuso in queste ultime gocce di vita.

Con una penna fluente e vivace, Maurizio De Giovanni ci regala un romanzo davvero intenso e coinvolgente, la cui bellezza, come spesso accade, non sta tanto nella trama investigativa quanto nelle atmosfere e nei personaggi descritti. Nelle affascinanti fotografie color seppia di una Napoli degli Anni Trenta, illuminata da una luce soffusa e sferzata da un gelido vento. Nelle passioni e nei segreti di un’umanità complessa, tra le cui pieghe ricercare instancabilmente un senso al dolore. Negli occhi, profondi e intelligenti, di un uomo solitario e misterioso, eroe e vittima della propria sensibilità.

Una nota. Il punto in meno alla piacevolezza è dovuto al finale, per gusto personale.

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