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Leielui
 
Leielui 2014-11-22 17:32:38 Vincenzo1972
Voto medio 
 
1.3
Stile 
 
2.0
Contenuto 
 
1.0
Piacevolezza 
 
1.0
Vincenzo1972 Opinione inserita da Vincenzo1972    22 Novembre, 2014
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Lei, lui .. e la noia.

Sapete cosa scrive Andrea De Carlo sulla prima di copertina?
"LeieLui è una storia d'amore", e già qui ci vorrebbe una sonora pernacchia.... poi bla, bla, bla, presentazione della trama e conclusione:
"Credo che per una lettrice o lettore sia quasi inevitabile identificarsi in uno dei due personaggi, e che questo possa suscitare in certi casi una strana alternanza di partecipazione e rabbia. A me è successo, con lei e con lui."
Invece a me sapete cos'è successo? Che l'alternanza c'è stata, ma di sbadigli incessanti con nervosismo incalzante. Perchè questo libro quando non annoia per la sua estrema lentezza, per la stupidità dei dialoghi, per l'assurdità di certe situazioni allora snerva, ti provoca un crescente senso di agitazione, quasi malessere direi, un desiderio irrefrenabile di vendetta, di tortura da perpetrare nei confronti dell'autore ripreso in bella posa sul retro della copertina.

Ma sapete cosa m'ha infastidito maggiormente in questo libro? la supponenza, la presunzione di saper definire l'amore, come se l'amore fosse qualcosa di realmente definibile, teorizzabile.
Perchè se De Carlo si fosse limitato a raccontare una storia d'amore, poco male.. l'hanno fatto in tanti, chi meglio chi peggio, al più sarebbe stata una storia come tante altre.
Lui però no, lui riempie pagine e pagine con presunte spiegazioni e deduzioni di natura filosofica ed antropologica sulle ragioni che spingono gli uomini e le donne a cercarsi per poi inevitabilmente odiarsi e respingersi, più o meno celatamente, col passare dei giorni.

E la pochezza di contenuti si riflette anche sui protagonisti, del tutto insignificanti, privi di spessore, di anima, vuoti, completamente vuoti, che si dilettano in dialoghi e battibecchi ridicoli ai limiti della stupidità, oltre che monotoni, logorroici, ogni pensiero anche il più banale viene ripetuto all'inverosimile cambiando la disposizione dei termini ma lasciando del tutto inalterato il senso; per non parlare dell'odiosa e stancante pratica dell'autore di accompagnare ogni aggettivo con un elenco lunghissimo di sinonimi.

A tutto questo aggiungiamo una "storia" d'amore del tutto scontata e prevedibile, con un lui uomo di mondo, figo, cupo, depresso ed in crisi d'ispirazione letteraria (guarda caso fa lo scrittore...) ed una lei fidanzata con un avvocato fighetto milanese, figlio di mammà, che decide di convivere con la nostra lei mandandola così in crisi esistenziale, la solita crisi trita e ritrita che potrebbe essere sintetizzata in un solo periodo ma che, ahimè, viene ripetuta in varie salse per oltre 500 pagine:

"Pensa che sarebbe un delitto rischiare di mandare in malora un percorso con un uomo affidabile conseguente di cui conosce bene qualità e difetti, per inseguire le sensazioni confuse che le ha suscitato uno di cui non sa quasi niente ma che comunque la inquieta, finire con lo schiantarsi contro un muro di delusione quasi certa...
E' convinta che la soluzione di gran lunga più giusta sia lasciar passare la turbolenza di stati d'animo che Daniel Deserti le ha smosso, aspettare che svanisca per conto suo. Le sembra semplice, anche se triste: un processo di archiviazione abbastanza naturale. Per forse venti secondi di seguito si sente quasi serena, quasi saggia, quasi in pace con la sua coscienza.
Subito dopo pensa che il vero delitto sarebbe lasciar passare l'occasione di un possibile incontro di anime, rinunciare all'intensità che ha sempre inseguito in ogni romanzo che ha letto ed in ogni canzone che ha ascoltato per rassegnarsi alla ragionevolezza della prevedibilità e della ripetizione, dell'assenza di rischi. E' ancora più inquieta di prima, attraversata da impulsi ancora più contraddittori; le sue convinzione vanno e vengono, si rende conto di non poterci fare il minimo affidamento."

Condiamo il tutto con qualche idiozia sparsa qua e là nella storia: vi pare mai possibile che una donna dopo aver mandato a monte la sua vita, dopo aver scoperto che l'uomo di cui si era follemente innamorata è in realtà un adulatore sciupafemmine, decide di mollare tutto e tutti, fugge via e all'aeroporto cosa fa? Trova un libro che le pare interessante e si mette a fare le divisioni:

"C'è anche il saggio di una psicologa dell'università di Harvard secondo cui ci vogliono almeno diecimila ore per riuscire a capire davvero qualsiasi questione o argomento. Vale per tutto, apparentemente, da un mestiere ad una lingua a qualunque altro campo dell'interesse umano. Lei si sforza di calcolare a quanti giorni corrispondono diecimila ore, ma continua a confondersi. Prova a scrivere la divisione sul quadernetto nero che ha nello zaino: sono quattrocentosedici giorni virgola qualcosa."

Detto ciò, signori e signore, vi auguro di cuore di non identificarvi mai in questo lui o in questa lei.

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Commenti

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Argomentatissima stroncatura, Vincenzo.
Premetto che non ho letto il libro (me ne guarderò bene dal leggerlo), ma la supponenza unita alla pochezza formano un binomio urtante, riscontrabile in ambiti anche non letterari.
C'è il rischio che il successo commerciale illuda di essere grandi scrittori, per cui dissertazioni... , come se si fosse Proust o Manzoni.
De Carlo è convinto di essere un grande scrittore, forse il più grande scrittore italiano contemporaneo, non c'è niente da fare! Noi che lo abbiamo adorato ai tempi di "Due di due", non ci rassegniamo e contempliamo attoniti gli esiti del suo percorso autocelebrativo.
Ho letto il libro che è di una banalità imbarazzante e non posso che essere d'accordo con te.
Ritengo, comunque, che il fondo lo abbia toccato con "Pura vita"...delirante!
Io gli consiglierei di smettere di scrivere per un po', visto che sono almeno dieci anni che non pubblica qualcosa di potabile! Ciao!
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