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Fu sera e fu mattina
 
Fu sera e fu mattina 2020-11-07 22:32:12 Bruno Izzo
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Bruno Izzo Opinione inserita da Bruno Izzo    08 Novembre, 2020
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Mille e non più di mille

Direi che è un ottimo romanzo, una lunga e piacevole lettura, collocata ancora una volta negli anni bui del primo Medioevo. Trattasi infatti del prequel temporale della nota e fortunata trilogia delle “costruzioni di cattedrali”, tra i maggiori successi a firma dello scrittore gallese.
Ambientata principalmente sullo sfondo dei tipici paesaggi piovosi e uggiosi, con pochi grandi centri e molti piccoli villaggi, immense foreste e grandi possedimenti terrieri, nell’Inghilterra rozza e grossolana dell’epoca; e in piccola parte con gli scenari più solari, con edifici, città, porti e cittadinanze più progredite nella Normandia, sul finire dell’anno mille.
Un periodo storico questo del primo Medioevo certamente poco illuminato, carente di documentazione, a differenza di quello dell’Impero Romano immediatamente prima, e quello Rinascimentale subito dopo.
Tuttavia, un’età storica molto suggestiva, diremmo anche culturalmente e spiritualmente in “sospeso”, molti erano infatti convinti che fosse prossima la fine del mondo, suggestionati dall’avviso mistico “mille e non più di mille”.
Anni bui, quindi, che poi tanto bui in realtà non furono del tutto.
Perché furono certamente anni oscuri, di paure, superstizioni, ignoranza e palpitazioni, ma appunto erano timori alimentati dalle difficili condizioni di vita della stragrande maggioranza della popolazione.
Imperavano infatti la trepidazione per la fine del mondo, ma anche le preoccupazioni più immediate, concrete e prosaiche della miseria, della fame, delle malattie, della lebbra.
Nonché il terrore delle invasioni e delle scorrerie dei bellicosi vicini stranieri, in particolare i vichinghi, che rappresentavano la criminalità organizzata dell’epoca, dediti com’erano a ruberie, saccheggi, violenze, stupri, ricatti e imposizione di vere e proprie tangenti ai governanti per evitare noie, identica ai moderni pagamenti ad un'organizzazione di stampo mafioso per ottenerne la protezione.
Il quotidiano di ciascuno, senza esclusione di nessuno, dal signore locale al taverniere, dal contadino all’artigiano era improntato nel segno di una esistenza difficile e tribolata, imprevedibile, rischiosa, chiunque da un giorno all’altro, per un semplice mutamento climatico poteva perdere i raccolti e finire in miseria, oppure essere ucciso a scopo di rapina durante i difficoltosi e pericolosi spostamenti, magari anche durante una rissa nelle taverne per futili motivi, o ancora tradotto come schiavo o per debiti o perché costrettovi a seguito di rapimento come bottino di guerra da parte dei nemici.
Le condizioni di vita erano quindi miserevoli per tutti e per gli ultimi assai di più, eppure, malgrado tutte queste traversie, quegli anni furono giorni non di sole ombre, ma di chiarore, e neanche a sprazzi, ma di luce piena.
Perché proprio l’effimero dell’ esistenza spesso breve e aleatoria creò i presupposti per la concezione unitaria della vita, riconosciuta come totalmente determinata dall'appartenenza alla Chiesa, e per essa a Dio. A torto o a ragione, nel bene e nel male, tra monaci virtuosi e vescovi scandalosi, laici di sani e santi principi morali accanto ed ecclesiastici dediti invece ai più lerci vizi e peccati capitali che sempre si accompagnano alla gestione del potere e dell’arricchimento personale, il primo millennio del Medioevo era improntato alla Cristianità.
Solo per questo, non fu periodo di sola Ombre, ma anche di Luce, fu Sera e fu Mattina, come sempre succede quando sussiste, a torto o a ragione, una profonda religiosità.
Religiosità vissuta come spiritualità e certo come credo e come conforto, ma anche come mezzo di sostentamento, cura, cultura: mezzo di sostentamento perché spesso erano vescovi gli amministratori di terre, beni e ricchezze; mezzo di cura e sostegno sanitario, perché furono le monache a impegnarsi con dedizione, rinuncia e sacrificio di sé come crocerossine nelle periodiche disastrose epidemie; infine a salvaguardia della cultura perché furono i monaci impegnati a recuperare, conservare e tramandare con cura certosina i testi scritti reperibili frutto dell’ingegno umano.
Tutto quanto espresso significava in sintesi piena appartenenza alla Chiesa, prima ancora che al Re e ai principi locali, quindi tutte le manifestazioni culturali, sociali e politiche ne furono partecipi, e gli archetipi della cultura medievale erano certamente il Re, che amministrava il regno tramite i cavalieri, i feudatari, gli aldremanni, che dir si voglia, ma ancora di più la Chiesa, il Papa, ed i Vescovi per suo conto, e poi via a seguire fino all’ultimo diacono.
Ne consegue, che più che villaggi, castelli, fortezze, i centri di prestigio furono le cattedrali, nei secoli bui del primo millennio la luce fu assicurata dalle costruzioni delle grandi cattedrali, centri di potere, di ricchezza, di sfarzo. Non fu solo sera, fu anche mattina, saranno stati anni oscuri di sottosviluppo,
ma fu allora che iniziò la costruzione delle grandi cattedrali, con la fama che ne conseguì, e la luce riflessa di conseguenza per i mastri costruttori impegnati nelle sfide dell’edificazione di tali magnificenze.
Tutto questo non è sfuggito a Follett, che si è cimentato nello scrivere di cattedrali, di quanti li edificarono e di tutto il contorno umano attorno a queste vicende edificatorie, e poi è stato il suo talento a decretarne la fortuna.
Perciò non a caso l’autore ha intrecciato anche questa storia attorno alle figure guida dell’epoca: Wilwulf, un aldremanno, sarebbe a dire un nobile gestore di un potere locale, in teoria per conto del Sovrano, che si rivela essere un uomo di potere tipico dell’epoca, falso, bugiardo, brutale, e però attraente e sensuale, un guerriero molto rozzo e crudele e assai poco cavaliere; Wynstan, un Vescovo malvagio, corrotto e dissoluto; Aldred, un umile frate dedito allo studio, all’erudizione, alla preghiera e alla povertà, che non comprende però la povertà intellettuale; ed infine Ragna, figlia del conte normanno di Cherbourg, una giovane nobildonna che rappresenta la dolcezza, la delicatezza, la moralità e la rettitudine dell’esistenza, prerogative inscalfibili dell’animo femminile, che risaltano nei momenti più drammatici dell’esistenza di una persona.
Ragna è la figura che si impone maggiormente in questa storia, è detta Debora o la Saggia per la sua intelligenza, pacatezza, onestà e lo spiccato senso della giustizia e dell’equità, è l’emblema della donna innamorata e leale nei suoi sentimenti, e disgraziatamente per lei proprio per questo vittima predestinata delle nefandezze umane. Allo stesso tempo, Ragna rappresenta anche il futuro dei tempi a venire: verrà dalla sua terra, infatti, quel conquistatore deputato a cambiare i destini dell’isola oltremanica. Al centro di queste quattro figure memorabili ciascuno a suo modo, la quinta stella è il maestro artigiano, Edgar, l’emblema dell’uomo d’ingegno, industrioso, laborioso, pronto, intraprendente ed instancabile, geniale nella sua concretezza.
È l’uomo nuovo dei tempi nuovi a venire, colui che non si ferma alla sera, ma va verso il mattino, con coraggio, dedizione, intelligenza. Dapprima costruttore di barche scampato casualmente all’eccidio del suo villaggio da parte dei vichinghi, perché impegnato in una fuga d’amore, che poi da falegname si evolverà in traghettatore, pescatore, cavatore di pietre, costruttore di case, di ponti, di canali, ed infine maestro muratore per la edificazione di una cattedrale, contemporaneamente alla felice conclusione della sua storia d’amore.
Ken Follett con questa sua ultima pubblicazione si conferma unanimemente, per l’ennesima volta dopo quaranta anni dai suoi esordi, quello che in effetti è: un grande narratore.
Non un romanziere, e nemmeno uno scrittore che tout court scrive racconti le cui vicende si evolvono in ben delineato contesto storico, descritto con il rigore dello storico e l’ accuratezza del letterato.
Follett è anche questo, certamente, ma soprattutto è ben altro: appunto un narratore, una voce narrante. Non è un affabulatore, non favoleggia mai o nemmeno slitta nella pura invenzione di fantasia, allo scopo di adornare trama e creature per ingraziarsi il pubblico dei lettori, è invece un descrittore preciso di fatti e vicende reali, dotati della stessa concretezza della realtà temporale in cui si svolgono.
È un costruttore, un cesellatore, un orafo, egli stesso come Edgar un mastro falegname o muratore, un valente artigiano alla pari con quelli che ritroviamo spesso in molti dei suoi libri.
Lo scrittore gallese presenta ai suoi lettori, in uno scenario storico ben delineato, protagonisti che nascono, vivono, pensano, parlano, muoiono, amano, sognano, esattamente come farebbero le persone reali di quell’epoca in cui li ha situati.
Certamente crea intrighi, sviluppi, colpi di scena, intrecci, e però fa agire, pensare, dialogare i suoi personaggi fedelmente come avrebbero reagito le persone di quell’epoca, in quello scenario, con quella cultura e quelle credenze.
Nulla è rivisto con il senno di poi; non si ricostruiscono qui solo i modi di vivere, di costruire dimore, di coltivare campi e di interagire socialmente, Follett letteralmente conduce il lettore dentro la storia e dentro la Historia, compenetra completamente la personalità dell’umanità in quel frangente, la espone tramite il comune dialogare dei protagonisti, le loro credenze, il loro modo di essere e di porsi davanti ai fatti dell’esistenza, in quei luoghi e in quelle date.
Ken Follett è un narratore, è la voce narrante, ma con un timbro di voce personalissimo, unico, la sua maestria sta in questo: non lui, ma è quanto espone che narra e gli presta la voce, è quello che scrive che parla con mille sonorità tutte riconducibili ad una sola voce, la sua, una voce che dice, che indica, che spiega, che avvince, che fa tribolare ed emozionare il lettore, quasi che il lettore in persona fosse vestito con i panni richiesti dalla scena, ed ascolta, ed osserva, e si lega, si unisce e si confonde tra i comprimari, si immedesima e si immerge in quella realtà, e poi una volta tornato al suo presente rievoca l’esperienza vissuta, si ritrova più ricco di nozioni e di particolari, riconsidera la storia appena letta e i fatti storici salienti di quell’epoca, ed è grato all’autore per la piacevole prosperità pervenutagli.
Ne consegue che i fatti perché storici e storicamente attendibili vanno nella direzione in cui volgono, non in quella che si desidererebbe; perciò, abbondano le ingiustizie, le violenze a carico degli innocenti, le meschinerie, trionfa spesso l’arroganza e la protervia dei potenti a discapito dei puri e dei retti: esattamente come più spesso accade nella vita reale, ora come allora.
La giustizia spesso latita o è terribilmente in ritardo, è quasi prassi comune, corsi e ricorsi storici.
Da notare che le cose della vita, l’esistenza delle persone, anche le caratteristiche dei personaggi di una storia, non sono mai semplici e lineari, più spesso gli intrecci sono lunghi, articolati, complicati.
Inoltre, i fatti e i principali protagonisti e comprimari sono molto ben descritti e minuziosamente dettagliati, oserei dire che sono offerti in dimensione tridimensionale: ne consegue che tutto il libro non può assolutamente esaurirsi in un numero contenuto di pagine. È lo stile di Follett, tutta la trilogia delle cattedrali comprende volumi corposi, e per qualcuno le storie possono apparire ripetitive, ridondanti: affatto, è solo una impressione, fatti, eventi, imprevisti e persone sono diversi e differenti, quello che non varia è semplicemente il buon scrivere dell’autore.
La ripetizione che potrebbe avvertirsi, altro non è che il ritrovare la bella consuetudine di una buona lettura. Colui che è considerato lo scrittore d’elezione dei romanzi storici, questa volta sembra indulgere di meno nei particolari storici: anche questa, a mio parere, è una falsa impressione, è la narrazione stessa che fa Storia, sono i fatti, i dialoghi, la struttura dei fatti a delineare il contesto temporale, quello giusto, l’unico.
Per un buon libro, si richiede spesso un lieto fine; ma questa è una narrazione nella storia umana, e in questa, se un lieto fine c’è, giunge, se giunge, proprio alla fine, molto alla fine, ed a caro prezzo. Però giunge, esattamente come al termine della notte deve per forza spuntare il mattino, in certe cose come l’amore oggi come allora, l’amore come la speranza persiste ad essere, ad esistere tutto malgrado, sempre, di sera e di mattina.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
Ken Follett, in particolare la trilogia delle Cattedrali: I Pilastri della Terra - La colonna di fuoco - Mondo senza fine.
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