Saggistica Arte e Spettacolo I serpenti della pioggia
 

I serpenti della pioggia I serpenti della pioggia

I serpenti della pioggia

Saggistica

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In un interno Biedermeier nella Copenhagen del 1856 si fronteggiano tre artisti del Parnaso danese: Hans Christian Andersen, lo scrittore di favole più conosciuto e amato al mondo, Johanne Luise Heiberg, celebre attrice delle scene scandinave, e suo marito Johan Ludvig Heiberg, prolifico autore di vaudeville.

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I serpenti della pioggia 2019-11-04 07:02:25 kafka62
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kafka62 Opinione inserita da kafka62    04 Novembre, 2019
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IL DOLOROSO MA NECESSARIO RECUPERO DEL PASSATO

“Forse bisogna fare in modo da essere vulnerabili. Altrimenti alla fine non rimane che la morte”

L’insolito titolo del dramma di Enquist è, allo stesso tempo, un’introduzione e una chiusa. Lo sentiamo pronunciare anzitutto nelle battute di apertura, nelle quali viene scandito e compitato con una sorta di titubante sacralità; acquisisce un senso compiuto, anche se ambiguamente celato in una non facile allegoria, nell’ultima scena, quando Hanne legge ad alta voce la pagina delle sue memorie in cui ricorda come, da bambina, si mettesse a lavare i lombrichi che uscivano dalla terra al cader della pioggia, pensando che cercassero di proposito l’acqua per il desiderio di essere puliti. Questa poetica immagine è qui il simbolo di un faticoso e sofferto recupero del passato, che, lontano dalle idealizzanti trasfigurazioni proustiane, deve, per essere autentico, passare anche attraverso l’accettazione dei suoi aspetti più impuri e peccaminosi (i viscidi lombrichi che sbucano dal fango).
Quello della memoria, intesa come grumo doloroso e vergognoso di ricordi, è il tema centrale del dramma. Hanne e Andersen sono infatti due “piante nate nella melma”, due umili paria che hanno raggiunto il successo solo dopo un rabbioso e travagliato distacco dalle origini. Pur accomunati da queste radici comuni, Hanne e Andersen sono diversissimi tra loro: caparbia, energica e “mascolina” Hanne, goffo, timido e “femminile” Andersen, il loro rifiuto del passato è avvenuto nel segno della totale rimozione per l’una (ma la donna calva legata alla sedia è il muto e raccapricciante simbolo dell’impossibilità di un tale tentativo) e della sublimazione per l’altro. Il risultato per entrambi è stato fallimentare. Hanne ha sposato un famoso drammaturgo che, come un moderno Pigmalione, l’ha portata al successo ma, plasmandola alla stregua di un’opera d’arte, le ha anche tolto l’amore per la vita, costringendola dentro un vuoto e freddo simulacro di perfezione, proprio come la figura di quel quadro che, appeso su una parete di casa Heiberg, la raffigura. Andersen invece, insoddisfatto di saper scrivere solo fiabe e non vera letteratura, è tremendamente solo e tormentato da una incapacità d’amare che, nonostante l’entusiastica e infantile fede nei suoi sogni sentimentali, è soprattutto paura dell’amore e delle sofferenze dell’amore.
Ne “I serpenti della pioggia” c’è un continuo rincorrersi di immagini di freddo, di ghiaccio, di morte, di immense distanze siderali. Se nella vecchia la pulsione di morte è fortissima, palpabile quasi, nei due coniugi Heiberg, a testimonianza del fatto che la forma non può surrogare la vita, essa si manifesta come annientamento morale, autodistruzione spirituale. Il rischio maggiore per i personaggi del dramma è il soffocamento delle passioni, il rifiuto dei “punti dolorosi” dell’esistenza, il cinismo: “Sapete cosa sono i punti dolorosi, signor Andersen? Sono quei punti straordinariamente vivi, che fanno male, male, male, e che ci fanno ricordare di essere in vita. Senza i punti dolorosi non siamo più nulla, siamo soltanto morti. E se vengono incapsulati incominciamo a morire”. Hanne ha incapsulato i suoi tragici ricordi di infanzia (il suicidio del benefattore Hermann, cui era legata da uno strano rapporto di amore-odio; il pogrom antisemita in cui sua madre era stata torturata davanti ai suoi occhi; le umiliazioni sopportate per farsi largo nel mondo dello spettacolo) e ha incominciato fatalmente a morire, ricoperta da una impenetrabile membrana di ghiaccio.
L’arrivo in casa Heiberg di Andersen provoca un violento sconvolgimento nel mummificato mondo borghese di Hanne e di suo marito. La sua fanciullesca vitalità, rompendo i fragili equilibri esistenziali dei due coniugi, è la molla che fa scattare definitivamente il meccanismo di autoanalisi che Hanne aveva già, senza molta convinzione, avviato iniziando a mettere per iscritto le sue memorie. E’ curioso come questo doloroso scavo interiore avvenga inizialmente sotto forma di un crudele gioco al massacro, durante il quale Hanne e Andersen si rinfacciano reciprocamente viltà e ipocrisie, senza capire che in realtà stanno solo smascherando impietosamente se stessi. I complessi di colpa latenti (“E’ forse colpa mia? Sono io la responsabile?” ripete Hanne nel secondo atto, mettendo da parte il suo glaciale autocontrollo) esplodono con inaudita violenza, e i reali rapporti tra i personaggi, deformati da insospettate connotazioni psicanalitiche (Heiberg marito-padre, Andersen amante-fratello) vengono finalmente alla luce. Ma si tratta veramente della catarsi definitiva? La ricomposizione finale del gruppo familiare, che “emana calma e tranquillità”, non deve ingannare: è vero che Hanne è uscita dal suo ruolo di opera d’arte vivente (l’autore lo sottolinea quando il quadro che la rappresenta viene raddrizzato dalla parte sbagliata) e per lei forse è in serbo la salvezza, ma per Andersen e Heiberg, la genialità e lo stile, la condanna appare irrevocabile: la solitudine per il primo, l’incomunicabilità o la pazzia per il secondo. L’irrisolvibile conflitto tra bisogno d’amore e incapacità d’amare segna la tragica sconfitta esistenziale dell’individuo, chiuso ermeticamente in se stesso come un insignificante atomo sperduto tra milioni di altri atomi. In questo universo la felicità è preclusa all’uomo, oppure se in qualche modo si realizza, è malinconicamente senza scopo, non apprezzabile nel suo giusto valore da chi la prova, proprio come le favole di Hans Christian Andersen.
Per Olov Enquist ha scritto, con “I serpenti della pioggia”, una commedia bellissima e affascinante, che oso avvicinare ai grandi drammi strindberghiani e a taluni film “da camera” di Ingmar Bergman. Come i suoi famosi modelli, l’autore parte da una situazione di apparente equilibrio e serenità, per poi rivelare progressivamente, con squarci improvvisi e taglienti, l’altra faccia della medaglia, quella del crollo delle certezze e degli ideali, dello smascheramento impietoso della vera natura umana, fatta di miseria, dolore e sofferenza. Nuocciono forse al dramma alcuni insistiti contrappunti linguistici (ad esempio, il turpiloquio e le sciocche barzellette da caserma utilizzati per sottolineare l’aggressività repressa di Hanne e il suo rifiuto dell’educazione rigidamente formalistica impostale dal marito) e l’ambiguità di certi passaggi narrativi (quando racconta la morte di Hermann, Hanne appare reticente, come se volesse giustificare il suo passato), ma nonostante questo “I serpenti della pioggia” funziona egregiamente e si rivela estremamente attuale nell’affrontare temi che coinvolgono l’uomo di oggi non meno dei personaggi ottocenteschi del testo.

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