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Il mestiere dello scrittore Il mestiere dello scrittore

Il mestiere dello scrittore

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Non si tratta né di imparare l'ispirazione, né di insegnare l'arte e neppure di scegliere fra i corsi di scrittura e corsi di lettura. In uno stile diretto, volutamente disadorno e sottotono, Gardner affronta i problemi del mestiere e non quelli del talento, le nevrosi quotidiane e non quelle del genio. Con esempi, citazioni e suggerimenti mai da critico, ma da maestro nel senso più autentico della parola, Gardner parla dei problemi minimi della scrittura, della resa degli effetti, della necessità di riscritture e revisioni, delle letture, della punteggiatura, dello "sguardo" dello scrittore, fino ad arrivare all'esame del rapporto con l'ambiente esterno, al metodo di riconoscimento dei buoni e dei cattivi corsi di scrittura, alla decisione della pubblicazione (quando e dove), all'interazione necessaria con la figura dell'editor. Certo, Gardner si assume il rischio di incoraggiare i giovani scrittori, ma con una riserva, che dà ironica misura della sua coscienza del problema e che consiste nel non dare a per scontato, neppure che lo scrittore non debba "imparare l'ortografia".



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Il mestiere dello scrittore 2020-06-12 10:01:42 Valerio91
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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    12 Giugno, 2020
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Una figura con cui confrontarsi

Ho sentito citare questo titolo in diversi altri saggi sulla scrittura, ma mentre è prevedibile che un autore citi il suo maestro, come nel caso di Raymond Carver, meno usuale è che a citarlo sia un grande scrittore contemporaneo come Stephen King. Si trovano in questo libro, infatti, consigli che King ha fatto suoi al punto da citarli nel suo "On writing"; come quello di lasciar "raffreddare" per un po’ il romanzo che avete appena finito di scrivere, per poi riprenderlo a mente sgombra e con più giudizio.
Come in tutti i saggi sulla scrittura creativa, ci sono cose con cui il lettore/scrittore può essere d'accordo o meno, e starà a lui far suo il meglio, e scartare quel che non trova affine con la propria visione del mestiere; cercando ovviamente di non confondere il meglio con il quel che già sente suo e il peggio con quel che gli sarebbe scomodo affinare.
Quest'opera di John Gardner va comunque letta nel contesto sociale (statunitense) e temporale (1983) in cui è stato scritto. Gardner, pur non risultando arrogante, tende spesso a esporre quella che è la sua idea con eccessiva lapidarietà; oltretutto, concetti che potevano essere (forse) validi ai suoi tempi - come il fatto che la scrittura televisiva produca solo spazzatura - lasciano oggi il tempo che trovano. Il lettore deve essere bravo ad approcciarsi a questo libro in maniera critica, svolgendo quasi un'analisi più che una semplice lettura.
Oltre a questo, comunque, Gardner fornisce anche degli utili consigli e delle interessanti analisi sul processo creativo, sulle pressioni sociali ed emotive a cui uno scrittore può essere sottoposto. In certe riflessioni mi ci sono anche ritrovato, devo dire, perché in effetti quello del romanziere è un mestiere ingrato e colui che lo persegue può essere facilmente soggetto a scoramenti, crisi, interrogativi riguardo al proprio lavoro e al proprio talento. Lo scrittore si interroga spesso sul se valga la pena di fare quel che fa, e proprio in considerazione di questo è importante che si circondi di persone in grado di stimolarlo, di supportarlo nei momenti bui, ma anche di persone con le quali possa confrontarsi.
È stata quindi una lettura interessante, anche se devo ammettere che qualche affermazione mi ha fatto storcere il naso. Oltre alla già citata critica alla televisione - che oggi vanta produzioni di valore assoluto - c'è la critica alla fantascienza, che viene definita perlopiù spazzatura, se si escludono autori come Bradbury, Vonnegut, Stanislaw Lem e diversi altri. Questa esposizione dei fatti mi è parsa piuttosto insensata: se esenti dal giudizio i suoi migliori autori, ogni genere può definirsi spazzatura; eppure questo tipo di approccio pregiudizioso pare essere riservato solo e soltanto alla fantascienza. Ma si può sapere, benedetto iddio, perché? Certo, Gardner scriveva questo libro intorno ai quarant’anni fa, ma questo tipo di pensieri dilagano anche oggi, in un mondo in cui certa fantascienza si è ormai fusa con la nostra realtà. Sì, perché la fantascienza non comprende soltanto alieni invasori o civiltà galattiche lontane, ma anche società in cui la tecnologia ha preso il sopravvento. E la nostra non sarebbe tale? Ma anche se ci sarebbe molto da dire, in merito, meglio che mi fermi qui.
Tornando a Gardner e concludendo, la sua si rivela una personalità piuttosto particolare con la quale ogni scrittore dovrebbe confrontarsi, così come dovrebbe farlo con ogni figura simile. È solo così, confrontandosi col pensiero di colleghi di ogni epoca e “filosofia”, che uno scrittore con un minimo di ambizione può raggiungere la versione migliore di sè stesso.

“Tutte le opere scritte richiedono, perlomeno in una certa misura, uno stato simile a quello della trance: lo scrittore deve evocare dalla non-esistenza un personaggio, una scena, e deve mettere a fuoco nella sua mente quella scena immaginaria finché non la vede con la stessa nitidezza con cui, in condizioni normali, vedrebbe la macchina per scrivere e il tavolo ingombro che ha davanti, o il calendario dello scorso anno appeso al muro. Ma a volte - per la maggior parte di noi fin troppo spesso - accade qualcosa, un demone prende il sopravvento, o un incubo si insinua, e il fantastico diventa realtà.”

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