La noia La noia

La noia

Letteratura italiana

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La Noia è la storia di un pittore che cessa di dipingere nella prima riga del primo capitolo, e la storia di un rapporto amoroso spinto agli estremi della disperazione. Ma è soprattutto un ritratto dell'uomo d'oggi senza strutture e senza appoggi, un contemporaneo della pittura informale che sperimenta l'inaderenza alla realtà fino alla tragedia e fino alle soglie di una illuminazione morale. Ai primi che hanno potuto leggerlo, questo romanzo è sembrato il risultato più alto e felice della maturità dello scrittore.



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La noia 2019-09-15 09:55:27 siti
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siti Opinione inserita da siti    15 Settembre, 2019
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SENZA VIA D'USCITA

Nel 1960 Moravia pubblica “La noia” che, dopo la parentesi neorealista postbellica (“La romana”, “La Ciociara”), riporta il lettore al punto di partenza, “Gli indifferenti” del lontano 1929. È un ritorno alla rappresentazione della borghesia in un mutato scenario storico, sociale ed economico: sono gli anni del grande sviluppo industriale, quelli che porteranno all’avvio di un modello consumistico solo apparentemente democratico, all’abbandono della morale tradizionale veicolata dalla religione, alla percezione di una maggiore libertà individuale, all’allentamento dei rapporti e dei vincoli in seno alla famiglia , all’avvio di un modello consumistico senza ritorno. La borghesia è sempre una classe sociale privilegiata, chiusa e portatrice di un intimo malessere ma ora può incontrare e riconoscere lo stesso disagio anche fuori dal suo mondo. È il caso di Dino, pittore trentacinquenne, romano, ricco borghese, incastrato in una vita che non gli appartiene, schiacciato da una identità sociale che non corrisponde al suo sentire. Vive in via Margutta, ha abbandonato gli agi di una comoda e lussuosa villa nella via Appia, cerca la sua identità nell’attività artistica. Lo conosciamo mentre inizia a percepire un’avversione anche verso questa identità che lo aveva salvato da un malessere pervasivo che lui, narratore in prima persona, chiama “noia”, specificando con opportuna disamina dal tono asciutto, analitico e clinico in cosa consiste questo sentire, non certo riconducibile alla accezione più nota del termine. La noia è l’impossibilità di collocarsi nel fluire della vita, è la percezione di un distacco gelido dal proprio vissuto, un’urgenza che, paradossalmente, mentre dovrebbe tendere all’azione porta invece all’inazione, all’inerzia perché si risolve in una successione di corto circuiti rispetto alla percezione della oggettività del reale. Tutto ciò che si manifesta intorno a Dino è reale ma assurdo e in quanto tale impossibile da vivere. A Dino è concessa però un’ancora di salvezza, si tratta della giovane Cecilia , una ragazza che con il suo aspetto provocante, con il suo torbido passato, con la sua modesta provenienza sociale potrebbe rappresentare l’alternativa alla stasi. I due intrattengono una relazione sessuale che sfocia presto nell’ennesima trappola per Dino: quando tutto si fa chiaro e certo, ritorna la noia e lui decide di lasciare Cecilia. Il comportamento della ragazza che gli anticipa la mossa rendendosi improvvisamente ambigua, irraggiungibile e sfuggente ribalta la situazione e vincola Dino a quello stesso oggetto donna che ormai aveva perso qualsiasi attrattiva. I suoi sforzi di appropriarsi di lei, di fermarla, di vincolarla , di imborghesirla per favorire quella vitalità che altrimenti non percepirebbe trasformano la relazione in un inseguimento senza speranza. Cecilia è l’altra faccia della medaglia, Cecilia è la noia povera, non possiede niente, non si attende niente, vive alla giornata lieta e spensierata, senza vincoli morali, senza vincoli famigliari, incapace di darsi agli altri se non con il corpo. È la cartina al tornasole del disagio trasversale a tutte le classi sociali secondo una fenomenologia che varia per spazi, ambienti, vissuti. Non c’è denaro che possa modificare la condizione di prigionia sentita e vissuta da Gino e da Cecilia , il dio denaro non garantisce la felicità nel primo caso, il dio denaro non compra la felicità nel secondo. La soluzione al disagio del vivere è vincolata alla volontà e ognuno la esercita come meglio riesce. Lettura claustrofobica, secca, lineare, angosciante, all’insegna di un esistenzialismo soffocante. Senza via d’uscita.

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La noia 2018-02-17 18:41:52 topodibiblioteca
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topodibiblioteca Opinione inserita da topodibiblioteca    17 Febbraio, 2018
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Esistenzialismo all'italiana

Molto è già stato scritto su questo arcinoto romanzo di Moravia, a proposito di quella noia esistenziale così ben caratterizzata e descritta fin dal prologo (“Per molti la noia è il contrario del divertimento….per me, invece…..è propriamente una specie di insufficienza o inadeguatezza o scarsità della realtà…il sentimento della noia nasce in me da quello dell’assurdità di una realtà…incapace di persuadermi della propria effettiva esistenza).
Preferirei quindi soffermarmi un attimo a fare qualche riflessione sullo stile dell’autore in quanto poche volte (almeno tra gli italiani) ho incontrato scrittori capaci di scrivere in maniera così chiara di concetti non semplici, in quanto strettamente legati a momenti di vita personali, che hanno a che fare con argomenti spesso considerati tabù come il sesso. Leggere un romanzo di Moravia è un po' come trovarsi al tavolino di un caffè con un amico che ti racconta, in maniera del tutto confidenziale ma diretta, le sue esperienze. L'impressione che ne deriva è quella di riuscire ad immaginare facilmente quello che viene raccontato proprio grazie ad un linguaggio “parlato” e scorrevole che viene in qualche modo "impresso sulla pagina". Come disse lo stesso autore in un’intervista al momento dell’uscita del libro nel 1960, “La noia” è un romanzo d’amore in cui il sentimento amoroso diventa un filtro attraverso il quale parlare del senso di alienazione di un individuo, di una sua incomunicabilità rispetto al mondo reale. Questi aspetti emergono chiaramente dalla confessione del protagonista, il pittore mancato Dino, che sembra volersi confessare con il lettore raccontando del proprio disagio esistenziale, la cui causa primaria è riconducibile a quei concetti tipicamente "borghesi" rappresentati dal denaro e dalla ricchezza dai quali cerca di fuggire. Se il denaro infatti permette di comprare tutto quello che si desidera allora la realtà perde di interesse, diventa un qualcosa di stancante perché ogni cosa è posseduta, conosciuta ed inevitabilmente si manifesta la noia esistenziale, l’impossibilità ad interagire con il mondo. Le uniche cose che interessano veramente e che si desidera sono pertanto quelle inafferrabili, quelle che non si riescono ad acquistare nemmeno col denaro, come ad esempio l’amore di una donna che si concede solo fisicamente ma che in realtà appare distaccata e lontana. Ecco che allora un individuo può manifestare una terribile ossessione quando capisce di non riuscire a possedere quello che invece vorrebbe avere, perché solamente in questo modo smetterebbe di soffrire e subentrerebbe quella noia, in grado di condurlo alla pace dei sensi. Moravia riesce magnificamente a condensare questi concetti in quasi 300 pagine, delineandosi come un ideale prosecutore nostrano di quella tematica dell’”esistenzialismo” in qualche modo già così ben tratteggiata da Sartre.

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Altri romanzi di Moravia, Sartre, Camus.
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La noia 2017-07-02 08:34:35 liaall
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liaall Opinione inserita da liaall    02 Luglio, 2017
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Quando l'azione non è più una soluzione

"La noia, per me, è propriamente una specie di insufficienza o inadeguatezza o scarsità della realtà. Per adoperare una metafora, la realtà, quando mi annoio, mi ha sempre fatto l’effetto sconcertante che fa una coperta troppo corta, ad un dormiente, in una notte d’inverno: la tira sui piedi e ha freddo al petto, la tira sul petto e ha freddo ai piedi; e così non riesce mai a prender sonno veramente. Oppure, altro paragone, la mia noia rassomiglia all’interruzione frequente e misteriosa della corrente elettrica in una casa: un momento tutto è chiaro ed evidente […]; un momento dopo non c’è più che buio e vuoto. Oppure, terzo paragone, la mia noia potrebbe essere definita una malattia degli oggetti, consistente in un avvizzimento o perdita di vitalità quasi repentina; come a vedere in pochi secondi, per trasformazioni successive e rapidissime, un fiore passare dal boccio all’appassimento e alla polvere."

Secondo Alberto Moravia la noia è la mancanza di rapporto tra l’uomo e le cose, l’incomunicabilità con la realtà circostante e Dino, il protagonista del suo romanzo, ne soffre da quando era bambino.

"Soprattutto quando ero bambino, la noia assumeva forme del tutto oscure a me stesso e agli altri, che io ero incapace di spiegare e che gli altri, nel caso mia madre, attribuivano a disturbi della salute o altre simili cause; […] sopraffatto dal malessere che mi ispirava quello che ho chiamato l’avvizzimento degli oggetti, ossia dall’oscura consapevolezza che tra me e le cose non ci fosse alcun rapporto."

Dino è nato in una famiglia romana ricchissima e nella sua vita ci sono essenzialmente tre cose: sua madre, la pittura e i soldi di famiglia. Ma come tutti i protagonisti delle opere di Alberto Moravia, sta stretto nei suoi panni di ricco borghese romano e allora si traveste, rifiuta il denaro e la villa di sua madre, va a vivere in un appartamento in via Margutta, la via romana dei poeti e degli artisti, indossa vestiti da squattrinato e si rifugia nell’arte della pittura. Presto si rende conto che quel travestimento non significa altro che continuare a tradirsi: Dino deve uscire a tutti i costi dalla sua condizione che pesa come un macigno sulle sue spalle borghesi di nascita. Smette di dipingere, negli ultimi tempi lo aveva fatto per noia, frequenta una ragazza del popolo, una modella di un vecchio pittore defunto, Cecilia, pensando che lei rappresenti in qualche modo la purezza e l’ingenuità del popolo e del proletariato, che badi agli istinti naturali e non alle costrizioni borghesi, che non guardi al denaro o al sesso ma amaramente scopre che anche il popolo ha le stesse “malattie” dei ricchi borghesi. Cecilia ama a modo suo Dino, Cecilia appare e scompare, gli sfugge così come la realtà, le piace l’odore dei soldi che Dino le regala ogni volta dopo il sesso, dove lei si rivela una dominatrice e non una dominata, e in questo Dino, sotto consiglio di Freud, che è onnipresente nell’opera di Moravia, ci leggerà che quella giovane ragazza del popolo è affamata più di quanto potesse pensare, tanto è che si stanca presto di Dino, povero per finta, che cercherà di comprarla fino alla fine riscoprendo il valore dei suoi soldi, della bella villa, della madre assillante. Ormai Cecilia è innamorata di un attraente attore romano che la corteggia animatamente, che le promette belle cose. Magistrale per modernità e integrazione tra le arti, in questo caso tra pittura, cinema e letteratura, è la scena simbolica in cui Cecilia, nuda sul letto, viene ricoperta interamente di soldi da Dino, una sua idea da pittore «scaturita dalla somiglianza del suo atteggiamento con quello di Danae».
È bene tener conto anche della stranezza del sentimento amoroso di Dino nei confronti di Cecilia: continuamente si intuisce una contraddittorietà di fondo in quello che forse è l’amore che prova, ma che non si sa se è amore.

"Capivo infatti che, fino a quando avessi sofferto, non avrei potuto separarmi da Cecilia come tuttora desideravo. E capivo pure che con Cecilia non potevo che annoiarmi e soffrire: finora mi ero annoiato e avevo desiderato, di conseguenza, di lasciarla; adesso soffrivo e sentivo che non avrei potuto lasciarla finché non mi fossi di nuovo annoiato."

Dino sull’orlo del precipizio decide di farla finita, non dovrà più guardare a quello spettacolo amoroso e soprattutto non dovrà più vestire panni che non sono i suoi. Qualcosa però non funziona e quello che doveva essere un suicidio liberatorio, si rivela uno stupido incidente che lo costringerà a pensare ancora e ancora, fino a quando concepisce l’unica via d’uscita dal suo dramma: la contemplazione passiva della vita che scorre poiché l’azione non è una soluzione vincente.
È questa la scappatoia per un uomo che nasce nella borghesia e non ci vuole rimanere, non ha via di scampo, non si può scappare da quella classe.
Dino scopre che il rapporto tra lui e le cose è offuscato dai valori sociali che complicano i comportamenti umani, amplificandone la falsità e l’ambiguità, che la cultura, portatrice di quei valori, è solo un ostacolo alla vera conoscenza delle cose e della realtà, diventa d’intralcio e di conseguenza anche l’intellettuale borghese, che la diffonde e la rappresenta, non gioca più nessun ruolo.
Dino è riuscito paradossalmente laddove non ce l’aveva fatta Michele Ardengo de Gli Indifferenti e forse dove non riuscirà nel 1978 neanche Desideria nonostante La vita interiore sia l’enciclopedia di tutti i casi umani immaginati da Alberto Moravia.

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La noia 2016-09-07 15:08:40 joannes88
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joannes88 Opinione inserita da joannes88    07 Settembre, 2016
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L'inafferrabilità delle cose

Dino è un uomo giovane che pur avendo a disposizione denaro e ricchezze rifiuta gli agi e i lussi della bella vita che gli sarebbero garantiti dalla facoltosa madre per dedicarsi alla pittura in un modesto appartamento di Roma. E ciò non per spirito francescano o per una spiccata inclinazione artistica, bensì per sfuggire alla noia delle sue giornate, per illudersi cioè di avere un rapporto autentico con la realtà. Ma per quanto egli si sforzi di dipingere, non gli riescono che quadri mediocri: il mondo infatti continua ad apparirgli in ogni sua manifestazione un oggetto estraneo, impenetrabile e privo di significato, così che raffigurarlo su delle tele gli è semplicemente impossibile. Ecco cos’è la noia di cui soffre: non assenza di divertimento, come si potrebbe pensare, ma incomunicabilità, incapacità di instaurare un legame vero con tutto ciò che lo circonda, dalle cose alle persone. Si tratta perciò di un malessere esistenziale, che condiziona interamente la sua vita.
Nemmeno Cecilia – una giovanissima e procace popolana con la quale intreccia un’intensa relazione sessuale – sembra spezzare le catene della noia che lo imprigionano. Ma un evento inaspettato è destinato a mutare i sentimenti del protagonista per la misteriosa ed inafferrabile ragazza, che diventa il paradigma di una realtà che sfugge proprio nel momento in cui si cerca disperatamente di possederla. Fallito come artista, Dino fallirà anche come amante e in definitiva come uomo?

Per buona parte delle sue pagine il romanzo è un’autentica apnea da cui è difficile risalire: l’indolenza del protagonista e la sua incomprensibile incapacità di attribuire la minima rilevanza a qualunque oggetto o figura gli si presenti innanzi demoralizzano ed irritano il lettore, ma se si ha la pazienza di perseverare nella lettura si schiuderanno delle pagine di profonda e toccante verità.

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La noia 2016-06-30 13:56:03 Vladislav
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Opinione inserita da Vladislav    30 Giugno, 2016

Il contrario di nulla

La noia. Cos'è davvero la noia? Una risposta semplice, di una persona semplice, dalla vita semplice e dal pensiero semplice sarebbe: il contrario del divertimento. Ma Moravia dice no, la noia è qualcosa di indescrivibile e indecifrabile, radicata in ogni cosa persino nel divertimento, essa dà un piacere effimero quanto infimo e ci rende schiavi al suo gioco. La stessa schiavitù patita per la noia è quella di Dino, protagonista del libro, infatuato dalla sensuale Cecilia, la quale diviene nel racconto una vera e propria allegoria della noia che sembra averla presa in ostaggio rendendo ogni suo aspetto ideale vuoto e privo di un perchè che si esaurisce in frasi fatte e in espressioni nel puro stile dei luoghi comuni. Moravia rapporta questa situazione alla societá dei suoi anni ma sicuramente si puó leggere questo scritto anche oggi trovando molte similitudini. Anzi vorrei ribadire la cosa dicendo che questo libro sembra esser stato scritto ai giorni nostri da uno dei pochi indignati della noia collettiva che ci sta sopraffando sempre di più e che ci sta rendendo vuoti e privi di valori morali come Cecilia.
Il libro è scritto nel puro stile di Moravia, in protesta alla societá, in un sublime mix di pensieri e considerazioni scritte nel modo con cui lo scrittore ci ha sempre abituati lasciandoci spunti per riflettere sulle cose a fronte di ogni situazione. Ne consiglio vivamente la lettura e dopo di essa spero anche un una attenta e minuziosa riflessione anche sul mondo odierno.

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Pasolini e scrittori affini.
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La noia 2013-05-04 14:32:36 pupa
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pupa Opinione inserita da pupa    04 Mag, 2013
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La solitudine dell'uomo moderno

«Per molti la noia è il contrario del divertimento; e divertimento è distrazione, dimenticanza. Per me, invece, la noia non è il contrario del divertimento; potrei dire, anzi, addirittura, che per certi aspetti essa rassomiglia al divertimento in quanto, appunto, provoca distrazione e dimenticanza, sia pure di un genere molto particolare. La noia, per me, è propriamente una specie di insufficienza o inadeguatezza o scarsità della realtà».
Queste sono le parole usate da Dino, protagonista de La noia, per dare sfogo ad una visione esistenziale propria, sottomessa alle sfaccettature della particolarità di un carattere strano, il suo. Si viene, così, facilmente catapultati nel mondo fatto prosa, in un'opera assai incisiva all’interno del mare magnum della produzione moraviana. Pubblicato nel 1960, La noia ottenne lo stesso successo de Gli indifferenti e de La romana, vincendo, nel 1961, il meritato Premio Viareggio.
Non è difficile decifrare la personalità di Dino, il quale, narrando di sé nelle pagine del prologo, conduce senza deviazioni ai personaggi di Svevo, alienati dalla società e incapaci di vivere serenamente. I termini scelti per ritrarre con parole lineamenti e fattezze proprie, nel protagonista rivelano una certa, inequivocabile frustrazione: «Io non sono bello essendo precocemente calvo, con un volto per lo più fosco e grigio». E grigia e fosca, evidentemente, appare dall’inizio anche la sua vita.
Dino, così come egli stesso racconta, inizia a patire la noia già da bambino, risultando, per questo motivo, insulso e lento anche negli studi. Per la stessa, insostenibile causa, complesso è per lui anche divertirsi, leggere un libro. Ormai adulto, divenuto pittore, dichiara di sentirsi soffocare ancor più che in passato. Respira a fatica, vinto da un'oppressione infinitamente rotante: «Avevo sperato, come ho già detto, che la pittura avesse debellato la noia; ma mi accorsi quasi subito che non era così. Ripresi, dunque, a soffrire di noia nonostante la pittura; anzi, poiché la noia interrompeva automaticamente la pittura, mi resi conto della intensità e frequenza del mio vecchio male con maggiore precisione di quando non dipingevo».
Dino è invaso da un’originaria ossessione che gli mostra la noia come logica conseguenza dell' essere ricco. Ed è proprio della ricchezza che egli prova a liberarsi con spasimante fremito, quasi in un atteggiamento di convulsa nevrosi. Si rende poi conto dell' impotenza ad attuare il mutamento: «non si poteva rinunciare alla propria ricchezza; essere ricchi era come avere gli occhi azzurri o il naso aquilino». Ogni pretesto e molte occasioni per Dino sono utili mezzi lungo la scia della premeditata fuga da una sgradita inclinatura sociale. Riesce a concepire un'idea che gli appare risolutiva: allontanarsi dalla madre che nell’ostentazione del benessere sguazza senza rimorsi. E la figura materna, trasportata anche qui, è ricorrente presenza nell'opera di Moravia. L'autore disegna il personaggio usando forti impressioni della mano e ricalcando. Quando scorgiamo Dino, affettivamente legato alla genitrice, ma ideologicamente assai lontano da essa, sembra di incontrare ancora una volta Desideria, la protagonista de La vita interiore, la giovane che, in uno stralcio del romanzo, regala alcune monete, ricevute in dono dalla madre adottiva, ad una domestica che le rifiuterà. Per disfarsi materialmente di un oggetto sgradito, nel simbolismo atattile di una condizione invivibile: questo il più sensato commento all' atteggiamento dei due.
I personaggi de La noia vivono in una Roma di cui lo scrittore parla dando per scontati nomi e caratteristiche di strade e vie. Dopo aver vissuto nella casa d’origine sulla via Appia, Dino si trasferisce in un piccolo studio in via Margutta, teatro di gran parte della vicenda amorosa con Cecilia, altro personaggio cardine della vicenda. Imponente presenza è anche quella di Balestrieri, anziano pittore amante delle donne, del quale Dino ricalcherà la sorte, identificandosi fatalmente con esso e in modo imprescindibile dal suo libero arbitrio: «Era stato una specie di pazzo Balestrieri; ma un pazzo la cui pazzia consisteva nell’illusione di avere un rapporto con la realtà, ossia di essere savio, come testimoniavano le sue tele; mentre io, non potei fare a meno di dirmi, ero forse un savio la cui saggezza, però, consisteva nella profonda convinzione che un simile rapporto fosse impossibile, ossia un savio che si credeva pazzo».
Lasciando che il lettore entri a contatto con l’immagine del protagonista lentamente, così come "al rallentatore" pare essere la stessa vita di Dino, Moravia giunge a mostrare sensibilmente Cecilia, modella ed ex amante di Balestrieri, la quale somiglia vagamente, nella perversione dei sensi, alla Lolita di Nabokov: «Ho concluso che Cecilia non aveva sentimento e, forse, neppure vera sensualità, ma soltanto un’appetito del sesso di cui lei stessa non era del tutto consapevole pur subendone passivamente l’urgenza», dice Dino.
Egli la descrive più volte, non tralascia nulla del fisico di lei. La scruta, la studia, la definisce con maniacale precisione di tratti: «adolescente dalla vita in su, donna dalla vita in giù, Cecilia suggeriva un po’ l’idea di quei mostri decorativi che sono dipinti negli affreschi antichi: specie di sfingi o arpie, dal busto impubere innestato, con effetto grottesco, in un ventre e due gambe possenti».
Il carattere ambiguo di Cecilia è ciò su cui Dino s’impunta testardamente, forse non spiegandone mai fino in fondo la natura: «Anche quando le avveniva di dare una risposta esatta, mi lasciava egualmente nel dubbio con il suo linguaggio freddo, generico e scolorito che sembrava essere il frutto di una disattenzione invincibile».
Tutto tra i due amanti sembra ridursi al solo sesso, all'intreccio di corpi dissimili: affiora il simboleggiare dell'eros come sfacciato contatto con la realtà, congiunzione che il senso di noia pare strappare incessantemente; la regolarità abitudinaria e prevedibile delle visite e delle telefonate di Cecilia fa sì che Dino si accovacci su un sentimento che pare morto, una sensazione di nulla e non certo di amore, di passione scaduta. Nell'uomo campeggia un costante pensiero: liberarsi dell'inutilità del rapporto con la giovane donna e di lei stessa. Questo fin quando Cecilia, trovato un altro uomo cui mostrarsi, gradualmente lascia a Dino un'assenza, disertando i soliti, scabrosi appuntamenti. La storia prende, di colpo, una piega inaspettata: Dino, pazzo di gelosia, si risolve a spiare Cecilia e il suo nuovo uomo usando l'arte tecnicamente voyeuristica di un detective e la disperazione matta di un innamorato. La scena attraverso cui lo osserviamo, seduto in un bar a studiare meschinamente movimenti e mosse dei due amanti, incarna il sentimento della gelosia meglio di qualunque definizione da vocabolario. Pregnante è anche il momento in cui il protagonista, raggiunto dalla follia, stringe le mani intorno al collo della ragazza: vorrebbe soffocarla e ucciderla, vorrebbe che la morte la rendesse definitivamente ed esclusivamente sua.
È il denaro a contaminare di noia l’infanzia, la giovinezza e l’intera esperienza esistenziale di Dino, come già si è detto; ed è col denaro che Dino, in un istante del suo agire isterico, ricopre interamente il corpo di Cecilia, compiendo un atto di certa allegoria.
Ne La noia Moravia scrive anche della figura paterna, ma il suo è solo un breve cenno: con il pretesto della «dromomania», che la madre di Dino propone per giustificare l’abbandono da parte del marito, lo scrittore si sbarazza in fretta del personaggio; anche il padre di Cecilia compare, ma è reso impotente e muto: «Il padre di Cecilia si alzò a fatica dalla poltrona in cui stava seduto ad ascoltare la radio e mi tese la mano senza parlare, indicando nello stesso tempo la propria gola , come per avvertirmi che , a causa della malattia, era afono», spiega Dino.
L’appartamento in cui la giovane vive con i genitori è raffigurato nei minimi particolari ed entrarvi è sconcertante, tanto per Dino, quanto per il lettore: «la decadenza della casa si rivelava non tanto nell’aspetto logoro dell’arredamento, quanto in alcuni particolari quasi incredibili che parevano indicare una trascurataggine antica e ingiustificata». La stanza di Cecilia è vuota e fredda: un letto di ferro, un armadio di legno grezzo e due sedie ne sono il solo ornamento. Un bravissimo Moravia, fotografo senza scatti, se non quelli della sua stessa mano sulla macchina da scrivere.
Al culmine della vicenda e verso le pagine finali del romanzo, Dino tenta il suicidio, ma il suo proposito di morire è tanto finto quanto il proposito di Michele di uccidere Leo ne Gli indifferenti. Dino, ancora vivo, si sveglia in una stanza d’ospedale. Osserva un cedro del Libano piantato oltre l'opaco vetro della sua finestra e capisce, in quell'istante, di avere — forse — imparato ad amare Cecilia.
Si riporta, infine, come chicca, ciò che Pier Paolo Pasolini rispose il 18 marzo 1961 ad un suo lettore:
"Il testo esprime la solitudine dell'uomo moderno o, più precisamente la antiumana condizione dell'uomo nell'odierna società. ... È, quindi, libro attuale scritta dall'autore indirettamente: Dino, il protagonista, è l' stesso che racconta: eppure, malgrato questa soggettività narrativa, l'opera è estremamente oggettiva, cosciente. Il personaggio non è che un'espediente, usato per esprimere uno stato d'angoscia ben chiaro, storicizzato, razionale nell'autore, e ridonato alla sua vaghezza, che è poi concretezza poetica, nel personaggio. ... L'opera esprime l'angoscia del borghese moderno ... Moravia lo sa benissimo: e lo sa anche il suo personaggio, Dino, il quale vive ed opera a un livello culturale inferiore solo di un gradino a quello di Moravia. Per tutto il romanzo, dunque, non si fa altro che discutere, analizzare, definire l'angoscia (nel romanzo chiamata ). Essa deriva da un complesso nato nel ragazzo borghese ricco: il quale complesso comporta una deprimente impossibilità di rapporti normali col mondo: la nevrosi, l'angoscia. L'unico modo per sfuggire è abbandonarsi all'eros: ma anche l'eros si rileva niente altro che meccanismo e ossessione. Questo è quello che sa il personaggio. Moravia ....sa che la psicologia non è solo psicologia: ma anche sociologia. Sa che quel di cui si diceva, se è un fatto strettamente personale, è anche un fatto sociale, derivante da un errato rapporto, cioè, tra ricco e povero, tra intellettuale e operaio, tra raffinato e incolto, tra moralista e semplice. In altre parole, Moravia conosce Marx, il suo protagonista no. Ecco perché il tanto discettare che fa il suo protagonista sul suo male, gira un po' a vuotoed ha un valore puramente mimetico e lirico. Manca alla soluzione quella parola che Moravia conosce e il suo protagonista no. La noia è un romanzo splendido, la cui ultima pagina doveva essere una tragedia, e non una sospensione, Moravia doveva aver la forza di non dare alcuna specie di speranza al suo protagonista: perché quello del protagonista è un male incurabile. Non ci sono terze forze, né ideali di sincretismo umanistico capaci di liberarlo. ... (n. 11 a. XVI, 18 marzo 1961)

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La noia 2012-02-03 11:22:03 erlebnis
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erlebnis Opinione inserita da erlebnis    03 Febbraio, 2012
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Narrazione di una "noia" attualissima

Pochi autori possono fregiarsi dell'appellativo di "narratore" come Moravia. La sua capacità di raccontare è cristallina, limpida, avvolgente. Si possono preferire altri scrittori, che magari orientano la loro ricerca stilistica su più o meno riuscite sperimentazioni, ma, per i lettori che pretendono una STORIA che li catturi, Moravia è sicuramente uno degli autori ideali.
La trama non è infatti basata su un intreccio chissà quanto originale, eppure, in virtù delle capacità "affabulatrici" dell'autore, FUNZIONA: Dino, un pittore "annoiato" dai clichés borghesi, e la giovane, sfuggente, Cecilia allacciano una relazione, che alimenta l'ossessione di lui quanto più scopre le bugie e e tradimenti della ragazza, spesso da lei stessa candidamente confessati. La frustrazione di Dino sarà esacerbata dalla refrattarietà inaspettata di Cecilia ad un legame "convenzionale", al quale lui cerca (invano) di piegarla, ricorrendo a quei valori borghesi basati sul possesso materiale anche delle persone, che lui aveva sempre disprezzato nella propria famiglia. Per sconfiggere la noia che lo attanaglia, Dino dovrà sfiorare la tragedia, che gli rivelerà un alternativo contatto con la realtà.
Pubblicato nel 1960, "La noia" è un romanzo che ha ancora molto da dire, basato com'è su problematiche quanto mai attuali in un'epoca di crisi economica e sociale come la nostra, che impone una rivalutazione dei valori su cui si fondano i rapporti interpersonali, al di là del binomio sesso-denaro presentato da Moravia come cardine su cui ruota la società contemporanea.

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La noia 2011-09-21 19:28:56 Rosaliaa
Voto medio 
 
4.3
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Contenuto 
 
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4.0
Rosaliaa Opinione inserita da Rosaliaa    21 Settembre, 2011
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Gli intellettuali

Non è certo il capolavoro di Moravia che, finora, attribuisco stabilmente a “La Romana”. Il romanzo è lento e monotono, la noia affiora ma non come sentimento volontario che l'autore non riesce a controllare – perché non è malessere, ma solo incapacità di cogliere il punto preciso dei fatti e scoraggiamento sulla possibilità di raggiungerlo. È comunque una gran bella opera ai livelli più alti dell'autore; ma se i lettori intellettuali non l'avessero infarcito di tutte le fantasticherie di capolavoro, non mi sarebbe venuta tanta delusione d'aspettativa. L'avrei forse anche messo un pelino sotto “La Romana”, indubbiamente, la perfezione.

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