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La noia
 
La noia 2013-05-04 14:32:36 pupa
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4.0
Piacevolezza 
 
5.0
pupa Opinione inserita da pupa    04 Mag, 2013
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La solitudine dell'uomo moderno

«Per molti la noia è il contrario del divertimento; e divertimento è distrazione, dimenticanza. Per me, invece, la noia non è il contrario del divertimento; potrei dire, anzi, addirittura, che per certi aspetti essa rassomiglia al divertimento in quanto, appunto, provoca distrazione e dimenticanza, sia pure di un genere molto particolare. La noia, per me, è propriamente una specie di insufficienza o inadeguatezza o scarsità della realtà».
Queste sono le parole usate da Dino, protagonista de La noia, per dare sfogo ad una visione esistenziale propria, sottomessa alle sfaccettature della particolarità di un carattere strano, il suo. Si viene, così, facilmente catapultati nel mondo fatto prosa, in un'opera assai incisiva all’interno del mare magnum della produzione moraviana. Pubblicato nel 1960, La noia ottenne lo stesso successo de Gli indifferenti e de La romana, vincendo, nel 1961, il meritato Premio Viareggio.
Non è difficile decifrare la personalità di Dino, il quale, narrando di sé nelle pagine del prologo, conduce senza deviazioni ai personaggi di Svevo, alienati dalla società e incapaci di vivere serenamente. I termini scelti per ritrarre con parole lineamenti e fattezze proprie, nel protagonista rivelano una certa, inequivocabile frustrazione: «Io non sono bello essendo precocemente calvo, con un volto per lo più fosco e grigio». E grigia e fosca, evidentemente, appare dall’inizio anche la sua vita.
Dino, così come egli stesso racconta, inizia a patire la noia già da bambino, risultando, per questo motivo, insulso e lento anche negli studi. Per la stessa, insostenibile causa, complesso è per lui anche divertirsi, leggere un libro. Ormai adulto, divenuto pittore, dichiara di sentirsi soffocare ancor più che in passato. Respira a fatica, vinto da un'oppressione infinitamente rotante: «Avevo sperato, come ho già detto, che la pittura avesse debellato la noia; ma mi accorsi quasi subito che non era così. Ripresi, dunque, a soffrire di noia nonostante la pittura; anzi, poiché la noia interrompeva automaticamente la pittura, mi resi conto della intensità e frequenza del mio vecchio male con maggiore precisione di quando non dipingevo».
Dino è invaso da un’originaria ossessione che gli mostra la noia come logica conseguenza dell' essere ricco. Ed è proprio della ricchezza che egli prova a liberarsi con spasimante fremito, quasi in un atteggiamento di convulsa nevrosi. Si rende poi conto dell' impotenza ad attuare il mutamento: «non si poteva rinunciare alla propria ricchezza; essere ricchi era come avere gli occhi azzurri o il naso aquilino». Ogni pretesto e molte occasioni per Dino sono utili mezzi lungo la scia della premeditata fuga da una sgradita inclinatura sociale. Riesce a concepire un'idea che gli appare risolutiva: allontanarsi dalla madre che nell’ostentazione del benessere sguazza senza rimorsi. E la figura materna, trasportata anche qui, è ricorrente presenza nell'opera di Moravia. L'autore disegna il personaggio usando forti impressioni della mano e ricalcando. Quando scorgiamo Dino, affettivamente legato alla genitrice, ma ideologicamente assai lontano da essa, sembra di incontrare ancora una volta Desideria, la protagonista de La vita interiore, la giovane che, in uno stralcio del romanzo, regala alcune monete, ricevute in dono dalla madre adottiva, ad una domestica che le rifiuterà. Per disfarsi materialmente di un oggetto sgradito, nel simbolismo atattile di una condizione invivibile: questo il più sensato commento all' atteggiamento dei due.
I personaggi de La noia vivono in una Roma di cui lo scrittore parla dando per scontati nomi e caratteristiche di strade e vie. Dopo aver vissuto nella casa d’origine sulla via Appia, Dino si trasferisce in un piccolo studio in via Margutta, teatro di gran parte della vicenda amorosa con Cecilia, altro personaggio cardine della vicenda. Imponente presenza è anche quella di Balestrieri, anziano pittore amante delle donne, del quale Dino ricalcherà la sorte, identificandosi fatalmente con esso e in modo imprescindibile dal suo libero arbitrio: «Era stato una specie di pazzo Balestrieri; ma un pazzo la cui pazzia consisteva nell’illusione di avere un rapporto con la realtà, ossia di essere savio, come testimoniavano le sue tele; mentre io, non potei fare a meno di dirmi, ero forse un savio la cui saggezza, però, consisteva nella profonda convinzione che un simile rapporto fosse impossibile, ossia un savio che si credeva pazzo».
Lasciando che il lettore entri a contatto con l’immagine del protagonista lentamente, così come "al rallentatore" pare essere la stessa vita di Dino, Moravia giunge a mostrare sensibilmente Cecilia, modella ed ex amante di Balestrieri, la quale somiglia vagamente, nella perversione dei sensi, alla Lolita di Nabokov: «Ho concluso che Cecilia non aveva sentimento e, forse, neppure vera sensualità, ma soltanto un’appetito del sesso di cui lei stessa non era del tutto consapevole pur subendone passivamente l’urgenza», dice Dino.
Egli la descrive più volte, non tralascia nulla del fisico di lei. La scruta, la studia, la definisce con maniacale precisione di tratti: «adolescente dalla vita in su, donna dalla vita in giù, Cecilia suggeriva un po’ l’idea di quei mostri decorativi che sono dipinti negli affreschi antichi: specie di sfingi o arpie, dal busto impubere innestato, con effetto grottesco, in un ventre e due gambe possenti».
Il carattere ambiguo di Cecilia è ciò su cui Dino s’impunta testardamente, forse non spiegandone mai fino in fondo la natura: «Anche quando le avveniva di dare una risposta esatta, mi lasciava egualmente nel dubbio con il suo linguaggio freddo, generico e scolorito che sembrava essere il frutto di una disattenzione invincibile».
Tutto tra i due amanti sembra ridursi al solo sesso, all'intreccio di corpi dissimili: affiora il simboleggiare dell'eros come sfacciato contatto con la realtà, congiunzione che il senso di noia pare strappare incessantemente; la regolarità abitudinaria e prevedibile delle visite e delle telefonate di Cecilia fa sì che Dino si accovacci su un sentimento che pare morto, una sensazione di nulla e non certo di amore, di passione scaduta. Nell'uomo campeggia un costante pensiero: liberarsi dell'inutilità del rapporto con la giovane donna e di lei stessa. Questo fin quando Cecilia, trovato un altro uomo cui mostrarsi, gradualmente lascia a Dino un'assenza, disertando i soliti, scabrosi appuntamenti. La storia prende, di colpo, una piega inaspettata: Dino, pazzo di gelosia, si risolve a spiare Cecilia e il suo nuovo uomo usando l'arte tecnicamente voyeuristica di un detective e la disperazione matta di un innamorato. La scena attraverso cui lo osserviamo, seduto in un bar a studiare meschinamente movimenti e mosse dei due amanti, incarna il sentimento della gelosia meglio di qualunque definizione da vocabolario. Pregnante è anche il momento in cui il protagonista, raggiunto dalla follia, stringe le mani intorno al collo della ragazza: vorrebbe soffocarla e ucciderla, vorrebbe che la morte la rendesse definitivamente ed esclusivamente sua.
È il denaro a contaminare di noia l’infanzia, la giovinezza e l’intera esperienza esistenziale di Dino, come già si è detto; ed è col denaro che Dino, in un istante del suo agire isterico, ricopre interamente il corpo di Cecilia, compiendo un atto di certa allegoria.
Ne La noia Moravia scrive anche della figura paterna, ma il suo è solo un breve cenno: con il pretesto della «dromomania», che la madre di Dino propone per giustificare l’abbandono da parte del marito, lo scrittore si sbarazza in fretta del personaggio; anche il padre di Cecilia compare, ma è reso impotente e muto: «Il padre di Cecilia si alzò a fatica dalla poltrona in cui stava seduto ad ascoltare la radio e mi tese la mano senza parlare, indicando nello stesso tempo la propria gola , come per avvertirmi che , a causa della malattia, era afono», spiega Dino.
L’appartamento in cui la giovane vive con i genitori è raffigurato nei minimi particolari ed entrarvi è sconcertante, tanto per Dino, quanto per il lettore: «la decadenza della casa si rivelava non tanto nell’aspetto logoro dell’arredamento, quanto in alcuni particolari quasi incredibili che parevano indicare una trascurataggine antica e ingiustificata». La stanza di Cecilia è vuota e fredda: un letto di ferro, un armadio di legno grezzo e due sedie ne sono il solo ornamento. Un bravissimo Moravia, fotografo senza scatti, se non quelli della sua stessa mano sulla macchina da scrivere.
Al culmine della vicenda e verso le pagine finali del romanzo, Dino tenta il suicidio, ma il suo proposito di morire è tanto finto quanto il proposito di Michele di uccidere Leo ne Gli indifferenti. Dino, ancora vivo, si sveglia in una stanza d’ospedale. Osserva un cedro del Libano piantato oltre l'opaco vetro della sua finestra e capisce, in quell'istante, di avere — forse — imparato ad amare Cecilia.
Si riporta, infine, come chicca, ciò che Pier Paolo Pasolini rispose il 18 marzo 1961 ad un suo lettore:
"Il testo esprime la solitudine dell'uomo moderno o, più precisamente la antiumana condizione dell'uomo nell'odierna società. ... È, quindi, libro attuale scritta dall'autore indirettamente: Dino, il protagonista, è l' stesso che racconta: eppure, malgrato questa soggettività narrativa, l'opera è estremamente oggettiva, cosciente. Il personaggio non è che un'espediente, usato per esprimere uno stato d'angoscia ben chiaro, storicizzato, razionale nell'autore, e ridonato alla sua vaghezza, che è poi concretezza poetica, nel personaggio. ... L'opera esprime l'angoscia del borghese moderno ... Moravia lo sa benissimo: e lo sa anche il suo personaggio, Dino, il quale vive ed opera a un livello culturale inferiore solo di un gradino a quello di Moravia. Per tutto il romanzo, dunque, non si fa altro che discutere, analizzare, definire l'angoscia (nel romanzo chiamata ). Essa deriva da un complesso nato nel ragazzo borghese ricco: il quale complesso comporta una deprimente impossibilità di rapporti normali col mondo: la nevrosi, l'angoscia. L'unico modo per sfuggire è abbandonarsi all'eros: ma anche l'eros si rileva niente altro che meccanismo e ossessione. Questo è quello che sa il personaggio. Moravia ....sa che la psicologia non è solo psicologia: ma anche sociologia. Sa che quel di cui si diceva, se è un fatto strettamente personale, è anche un fatto sociale, derivante da un errato rapporto, cioè, tra ricco e povero, tra intellettuale e operaio, tra raffinato e incolto, tra moralista e semplice. In altre parole, Moravia conosce Marx, il suo protagonista no. Ecco perché il tanto discettare che fa il suo protagonista sul suo male, gira un po' a vuotoed ha un valore puramente mimetico e lirico. Manca alla soluzione quella parola che Moravia conosce e il suo protagonista no. La noia è un romanzo splendido, la cui ultima pagina doveva essere una tragedia, e non una sospensione, Moravia doveva aver la forza di non dare alcuna specie di speranza al suo protagonista: perché quello del protagonista è un male incurabile. Non ci sono terze forze, né ideali di sincretismo umanistico capaci di liberarlo. ... (n. 11 a. XVI, 18 marzo 1961)

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Posso solo ammirarti nell'aver letto questo libro e nell'aver scritto questa recensione, io non sarei riuscita né nell'uno e né nell'altro caso. I miei complimenti!
Da questa approfondita recensione emergono temi ricorrenti nell'opera di Moravia, immagini quasi ossessive, come la figura della donna.
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