Narrativa italiana Romanzi storici Per chi è la notte
 

Per chi è la notte Per chi è la notte

Per chi è la notte

Letteratura italiana

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Mentre la seconda guerra mondiale si avvia verso la fase più cruenta, tra i monti della Garfagnana c’è un paese che sembra rimasto escluso dalla Storia e in cui la vita è scandita da antiche leggende. Per gli abitanti di Bosconero è più forte il divieto di entrare nel bosco del timore della guerra e delle terribili notizie che arrivano dal fronte. In paese si racconta che tra gli alberi si nascondano inquietanti creature: gli streghi, spiriti che, dopo il tramonto, si aggirano con un cero in mano, il loro indice che arde e non si consuma, in un’infinita processione. Chi sono? Qual è la risposta alla loro oscura domanda: «Per chi è la notte?». Francesco, di undici anni, vive con la madre, malinconica e distaccata, e con la nonna che nutre le sue fantasie con i racconti popolari. Il ragazzino non ha amici e vive isolato perché, secondo le dicerie paesane, è figlio di un disertore. Ma quel marchio infame non è la sua unica vergogna. Ancora più inconfessabile è il richiamo del bosco, nonostante la paura di ciò che in esso si annida. All’arrivo dei nazisti, e dopo l’apparizione di strane luci nel fitto degli alberi, sarà Tommaso, un ragazzino dagli occhi verdi e dai capelli rossi, giunto misteriosamente da solo in fuga dalla città, a convincere Francesco a violare quell’estremo confine, oltre il quale bisogna scegliere da che parte stare.

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Per chi è la notte 2019-10-08 12:10:22 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    08 Ottobre, 2019
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Francesco e Tommaso

«A quel tempo morire non era la cosa peggiore. Non era nemmeno l’ultima. Questo a Bosconero lo sapevamo tutti. La guerra succedeva, e a volte te la dimenticavi, perché la sentivi normale, come la morte»

Siamo nel 1943, l’Italia è spezzata in due, la guerra sta ancora mietendo le sue vittime. Siamo in Garfagnana, tra la povertà, la fame, la paura e la voglia di ricostruire, quando le vicende hanno inizio. E poi c’è un divieto, un divieto di quelli invalicabili: non entrare nel bosco perché nel bosco ci sono gli “streghi” che sono anime cattive, morti, forse. È qui che incontriamo Francesco/Pacifico, un bambino di appena undici anni che cresce con la madre e con la nonna ma che si sente molto solo perché in paese è stato additato come il figlio del disertore.

«Avrei voluto farle mille domande: dove vanno gli streghi di notte? Perché, se li incontri, diventi uno di loro? Che significa essere strego?»

L’adolescente assorbe le storie che gli vengono raccontate, è attratto da quel luogo così magnetico eppure proibito, ma al contempo cerca una risposta, una risposta a quell’unica vera e importante domanda: per chi è la notte?
I giorni passano e, ad aumentare la precarietà di una situazione già al limite, arrivano i tedeschi. L’atmosfera si fa carica di sospetti, di paure, di illazioni. Don Dante viene subito preso di mira per l’ospitalità a dei bambini all’interno della sua Chiesa forse non così casti e puri ma probabilmente ebrei o figli di partigiani e rifugiati politici. È tra questi che spicca Tommaso, un ragazzino di dodici anni, dai capelli rossi e gli occhi verdi, del cui passato non si conosce alcunché. È intelligente, vispo, acuto e non manca di far notare al suo nuovo amico Pacifico quanto la storia degli streghi sia soltanto una bugia messa su dagli adulti per tenere lontano i più piccoli dai pericoli della selva, un luogo al cui interno sono rifugiati i partigiani. È grazie a Tommaso che Francesco inizia a vincere le sue paure e a scoprire davvero cosa significhi la parola amicizia.

“Non è mica possibile”
“Cosa?”
“Smettere di avere paura”
“Sì, invece. Si sceglie anche quello.
“Si sceglie tutto per te?”
[…] Per questo Tommaso aveva capito che in ogni paura c’è sempre un po’ di speranza e che per vincere l’una devi per forza sacrificare l’altra.
“Che speranza c’è nella tua paura?”, mi disse.

Il rosso gli insegna a distinguere il vero dal reale, ciò di cui aver timore e ciò di cui non averne ma soprattutto gli insegna la forza e l’importanza di una decisione. Perché soltanto lui può scegliere e soltanto lui può decidere in cosa credere e in cosa no.

«Forse c’è per tutti un fossato da saltare, ma di sicuro servono molti passi per arrivarci. Sono quei passi – così frequenti, così ripetuti – a indicarci la strada. È quello che siamo, in fondo, la nostra scelta.»

Ma cosa nasconde davvero la vegetazione? I tedeschi sono sempre più incuriositi da questa foresta e a seguito del manifestarsi di più incendi iniziano a sospettare che al suo interno qualcuno possa aver trovato rifugio. Non vi è pietà per chi ha aiutato a nascondere i fuggitivi, non vi è pietà per chi uccide un tedesco, non vi è pietà per chi si oppone al regime.
“Per chi è la notte” è un romanzo davvero profondo, di quelli che leggi con calma e che centellini, di quelli che non vuoi che finiscano, di cui rallenti la lettura per non dovertene separare, di quelli che semplicemente sono. E così è stato per me. Ne ho volontariamente rallentato lo scorrere, ho volontariamente aspettato qualche settimana prima di scriverne. Perché volevo maturarlo, perché volevo tenerlo ancora con me, perché non volevo dividermene.
L’opera prima di Simeone non teme di trattare tematiche sinceramente difficili, non teme di riaprire il sipario su una delle pagine più buie della nostra storia, non teme di invitarci alla riflessione. Ma Simeone non vuol dirci soltanto questo. Con le sue parole egli ci racconta una storia di coraggio, di amicizia e di solidarietà, una storia fatta di paure che vengono affrontate, di perdita, di crescita, di rimpianti, di valori, di onestà, di rimorsi, di sentimenti. È un romanzo stratificato, un romanzo immediato e non immediato in quanto a caldo lascia una sensazione, successivamente, a freddo, ne lascia un’altra ancora più profonda.
Uno di quei libri che non si possono che consigliare.

«La lunga esperienza della vita me lo avrebbe infine insegnato, ma allora non potevo capirlo: non esiste perdita che non lasci una traccia; anche l’assenza è qualcosa, una cavità dentro cui il tempo si adagia creando l’impronta di un fossile, un calco come i gessi di Pompei. Tommaso mi lasciò più solo perché dentro di me aveva scavato uno spazio. Con lui ero entrato nel bosco. Avevo spostato il confine. Ora, il paese mi sembrava più angusto. Il mondo aveva iniziato a invecchiare, a sfumare.»

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