Acciaio Acciaio

Acciaio

Letteratura italiana

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Nei casermoni di via Stalingrado a Piombino avere quattordici anni è difficile. E se tuo padre è un buono a nulla o si spezza la schiena nelle acciaierie che danno pane e disperazione a mezza città, il massimo che puoi desiderare è una serata al pattinodromo, o avere un fratello che comandi il branco, o trovare il tuo nome scritto su una panchina. Lo sanno bene Anna e Francesca, amiche inseparabili che tra quelle case popolari si sono trovate e scelte. Poi un giorno arriva l’amore, però arriva male, le poche certezze vanno in frantumi e anche l’amicizia invincibile tra Anna e Francesca si incrina, sanguina, comincia a far male.

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Acciaio 2019-03-22 18:10:07 leogaro
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leogaro Opinione inserita da leogaro    22 Marzo, 2019
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Un acciaio pieno di ruggine

Piombino, palazzoni polverosi e roventi d’estate, così come roventi sono i pomeriggi di lavoro nell’industria siderurgica Lucchini, in cui già lavorano i quindicenni. Nelle case, lugubri e caldissime, le ragazzine restano incinte adolescenti mentre alcuni loro padri, se non sono sbronzi, abbandonano la famiglia nelle difficoltà. Niente scuola: si lavora e basta, fino al sabato in discoteca e nei locali a luci rosse. Certo, non un bel posto in cui vivere. Le due protagoniste sono le bellone del quartiere che sognano una vita a colori, ben difficile trovare tra gli altoforni della Lucchini. La storia racconta i loro amori, le liti, le rivalità nei vari gruppi di adolescenti, i molti problemi in famiglia (psicologici, economici, relazionali…) e le violenze tra le mura domestiche: praticamente, una costante nelle famiglie di via Stalingrado. Ma in questo substrato, di certo, la Avallone poteva intrecciare un libro migliore. Le varie storie si sovrappongono e si intrecciano senza suscitare niente di che, ripercorrendo le storielle insipide in stile Moccia. La storia prosegue con vicende parallele: una casalinga picchiata, un losco giro di frodi, ragazzi sbandati sospesi tra vuoti amori adolescenziali. Già a metà libro mi sono annoiato e mi sono imposto di proseguire (concludo sempre i libri che leggo!) anche perché il libro è stato pluripremiato, sfiorando anche il Premio Strega. E ho pensato: ma solo io non ci trovo nulla di speciale? Il rapporto tra le due amiche si logora, poi si riallaccia, poi muta ancora: ma l’interesse del lettore, ormai, è lontano anni luce dalla trama.
Lo stile è semplice, anche troppo. La trama banalizza tutto: il tema degli infortuni sul lavoro, l’11 settembre, la violenza sulle donne… gli stessi personaggi sono tratteggiati psicologicamente in modo superficiale, alcuni ne escono delineati come una somma di stereotipi. Il linguaggio, talvolta, è improprio e quasi fastidioso. Il finale, banale, è un non-finale che sembra possa anticipare un sequel: in caso fosse, so che eviterò di leggerlo!
In 3 parole: deludente e sopravvalutato.

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Acciaio 2018-09-19 15:28:03 Andrea79
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Opinione inserita da Andrea79    19 Settembre, 2018

Interessante ma non perfetto

E' bello e interessante questo libro della Avallone.
E' una di quelle opere che ti attraggono come una calamita, che si fanno leggere tutte d’un fiato, senza sosta. Ed è vero perché si svolge in una città reale e perché i protagonisti sono pezzi di umanità facilmente riconoscibili nella vita di tutti i giorni.
A far da collante l'amcizia vera e profonda tra le due protagoniste. Un'amicizia al di sopra di tutto e di tutti, un’amicizia che mette da parte il mondo che gira intorno. E che sopravvive al mondo intorno. Una complicità simile a una storia d’amore vissuta con una intensità tipica dell’età adolescenziale, quando tutto cambia per sempre e noi ancora non lo capiamo ma cominciamo a intuirlo.
Le due protagoniste sono descritte magistralmente in ogni loro piccola sfaccettatura. Alla fine della lettura sembra di conoscere ogni centimetro del loro corpo e ogni loro più piccolo pensiero. Diventano come due di famiglia, in un certo senso.
Ci si affeziona a loro ma allo stesso tempo non si giustifica ogni loro scelta o ogni loro comportamento.
E un altro punto a favore del libro sono le descrizioni dei luoghi e delle azioni. Essenziali ma efficaci che non si perdono mai in troppi giri di parole ma vanno dritte al punto come é giusto che sia, come la storia che si racconta vuole che sia.

E se il libro fosse tutto qua, sarebbe al limite della perfezione. Purtroppo non funziona altrettanto il comparto degli altri personaggi. Alcuni veramente appena abbozzati e lasciati lì, a galleggiare nella storia, senza mai farne veramente parte; come se fossero delle comparse e niente più. E anche il senso dei riferimenti ai fatti di cronaca appare un po’ difficile da capire fino in fondo (perché descrivere l’11 settembre 2001 in un contesto del genere?). Forse l’autrice ha voluto mettere un po’ troppa carne al fuoco e la cottura finale ne ha risentito un po’.
Ma resta un gran bel libro davvero che mi sento di consigliare a tutti quelli che amano questi romanzi di formazione.
Peccato davvero però perché poteva essere più di un bel libro.
Poteva essere memorabile.

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Acciaio 2017-01-03 16:58:39 Claudia Falcone
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Claudia Falcone Opinione inserita da Claudia Falcone    03 Gennaio, 2017
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Uno spaccato sulla periferia italiana

Ho letto "Acciaio" soltanto adesso, a distanza di sei o sette anni dalla sua pubblicazione, e trovo che per essere un esordio letterario sia un romanzo non perfetto, ma di sicuro potente.
La Avallone mette molta carne al fuoco: i personaggi che si intrecciano in questo libro, e quindi le loro storie, tracciano diversi temi tutt'altro che leggeri: le morti sul lavoro, la crisi economica, la violenza domestica. Temi tutt'altro che semplici, insomma, e nel tentativo di tenerli tutti assieme la Avallone un po' ci si perde...Ma volendo dare una definizione d'insieme di questo romanzo, credo si possa dire che, al netto di tante storie e di tante tematiche che cerca di affrontare, rappresenta un ritratto crudo e realistico della periferia italiana. In particolare la periferia raccontata qui è quella di Piombino, città che evidentemente la scrittrice deve conoscere molto bene: le descrizioni che ne fa sono tutt'altro che vaghe, ci si muove bene, ne descrive accuratamente ogni cosa, dai paesaggi alle strade, fino all'umanità che li abita. Trovo che in questo la Avallone abbia colto nel segno: nel raccontare uno spaccato della nostra realtà, in particolare quello del microcosmo che ruota attorno alla Lucchini, ma che in generale può essere esteso a qualunque periferia delle nostre città. I personaggi che popolano questo microcosmo in buona parte sono rassegnati a non avere alternative (al di fuori della fabbrica, al di fuori di un matrimonio infelice) oppure le trovano spesso nell'illegalità; la maggior parte di loro non crede nella scuola e nel potere dell'istruzione; si muovono fra spiagge, bar, discoteche e feste di paese; cercano emozioni nel sesso o nella coca; le vicende che provengono dal mondo di fuori, e che vagamente percepiscono attraverso tv o giornali, sono per molti di loro qualcosa di lontano, di superfluo. L'isola d'Elba, a un'ora di traghetto, è un sogno che sembra irraggiungibile. Eppure a ciascuno di questi personaggi la Avallone riesce a dare sfaccettature diverse; ciascuno di essi rivela nel corso della storia altri aspetti di se stesso, che riescono a far ricredere il lettore, in positivo o in negativo che sia. In questo senso il personaggio più complesso e affascinante è sicuramente quello di Alessio.
Ma oltre alla narrazione amara di questa vita di provincia, "Acciaio" è, anche e soprattutto, un meraviglioso racconto sull'adolescenza e sull'amicizia al femminile. Al centro della storia, infatti, c'è il legame tra Francesca e Anna, profondamente diverse fra loro eppure complementari, inizialmente inseparabili e poi portate a dividersi. Francesca vuol fare la showgirl, Anna vuole studiare architettura; Francesca è bionda, Anna ha una chioma di ricci bruni; Francesca ha un padre violento, Anna un padre che non si fa vedere in casa per mesi interi. Vivranno assieme scuola, amori, giornate estive in spiaggia o chiuse nel bagno di casa a truccarsi; sentiranno confusamente e con senso di colpa l'ambiguità e la profondità insite nel loro stesso rapporto, fino ad un certo punto a litigare e a separarsi. Passerà del tempo e poi, devastate entrambe da vicende familiari che hanno travolto le loro vite, riusciranno a ritrovare nella purezza del loro rapporto il punto di partenza per allontanarsi da quella vita (finalmente, infatti, nelle pagine finali si ritrovano e decidono di raggiungere l'Elba). La Avallone racconta con dolcezza ma anche con disperazione, e da un punto di vista esclusivamente femminile, la difficoltà dell'essere adolescenti in quella particolare realtà. Anche Francesca e Anna a tratti saranno cattive, insopportabili, stupide, a tratti sincere, umane, insinuando nel lettore il senso della compassione (non nell'accezione negativa del termine, ma intesa come condivisione del pathos).
In quanto allo stile, quello della Avallone è a tratti crudo, brutale, disturbante; a tratti semplicistico, quasi sgrammaticato (ma in questo, credo, è funzionale alla realtà che vuole raccontare); a tratti invece è profondo, lirico, tratteggia descrizioni bellissime. Ad ogni modo, ti prende poco a poco, e superato un certo punto la storia comincia a scorrere e si lascia leggere tutta d'un fiato. I protagonisti diventano personaggi reali, che potresti incontrare a pochi isolati da casa tua.
"Acciaio" non è certamente un romanzo perfetto; pecca soprattutto nel voler cercare di raccontare tanto, forse troppo, e nel farlo non riesce alla fine ad andare a fondo in tutto; ma offre un punto di vista vero sulla realtà, e lo fa con coraggio. Non è forse questo che ci si aspetta dalla letteratura?

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Acciaio 2016-08-01 05:13:27 Bice
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Bice Opinione inserita da Bice    01 Agosto, 2016
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Non vi dimenticherete più di Piombino

Anna e Francesca hanno 14 anni, sono intelligenti, vitali e con un futuro tutto da immaginare e progettare.
Ma quando vivi nei casermoni popolari di Piombino, corrosi dal sole cocente e dal degrado, in una realtà povera e ignorante, il futuro ha poco da offrirti.
La fabbrica dell’acciaio da lavoro e da vivere alle famiglie, gli uomini si consumano tra i vapori e le donne sfioriscono a casa, crescendo i figli e perdendo ogni beltà.
Le famiglie delle protagoniste, tra ignoranza e omertà, non sono diverse.
Li separa una rampa di scale, ma non si sono mai parlati. Troppo presi a consumarsi tra debiti, litigi e malattie. Solo loro due, Francesca e Anna, non possono vivere l’una senza l’altra.
Sono belle anzi, bellissime. Le più belle di tutti. Suscitano l’invidia nelle ragazze e desiderio nei ragazzi, ma a loro quasi non importa perché sono ancora troppo piccole per pensare a queste cose. Vogliono solo andare al mare, ballare nel bagno provandosi i trucchi e i vestiti “da grandi” e immaginarsi un domani a fare qualche lavoro importante, per non finire come le loro mamme, a lustrare il pavimento ogni santo giorno, e a preparare la cena per i loro uomini consumati.
Ma la realtà irrompe prepotente e tutto viene messo in discussione, anche l’amicizia.
Acciaio è uno spaccato della società odierna.
A farla da padrone è l’ignoranza con tutto ciò che ne consegue. La chiusura mentale, l’indifferenza, la falsità e cattiveria.
Un libro vero, potente, che ci spiega che possiamo essere a Piombino come a Milano o Siracusa, ma dove regna l’ignoranza non può esserci un futuro. L’ottusità farà marcire ogni ambizione e imputridirà desideri e aspettative.
Lode a questa bravissima autrice italiana che è riuscita a regalarci un’opera sincera, appassionante e quanto mai attuale.

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Acciaio 2015-12-13 14:27:13 Jo_March
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Jo_March Opinione inserita da Jo_March    13 Dicembre, 2015
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Stereotipi d'acciaio

La verità (non quella assoluta, ma la mia, relativa) è che la Avallone aveva un gran potenziale tra le mani, ma che non ha saputo ben gestire. Il romanzo è composto da diverse storie e personaggi: vari fili che, al termine, la Avallone non riesce a gestire e che perde strada facendo. Non ci dice cosa succede, ad esempio, ad una serie di sventurati che popolano questa storia; li lascia così: appesi in una bolla che potrebbe essere tutto o niente.
Ho visto invece - non so perché - un po' della scrittura cannibale di Ammaniti, soprattutto nelle ultime pagine, anche se a questo modello l'Avallone ha aggiunto particolari truci che poteva anche evitare (ho finito di leggere il libro a notte inoltrata e mi sono un po' suggestionata, ad esser sincera). Non mi è piaciuto questo finale perché - da romantica quale sono - mi aspettavo qualcos'altro: magari il lieto fine o una redenzione, ma tant'è che lei ci ha riservato tutt'altro.
Per quanto riguarda le due amiche inseparabili, alla fine la scrittrice ci lascia intendere, supporre. Anche qui, però, aveva tra le mani due personaggi che avrebbe potuto gestire meglio; dando loro maggior spessore, invece si riducono ad essere delle macchiette, degli stereotipi. In realtà, è la sorte che tocca un po' a tutti i personaggi del romanzo.
Non so, penso che il tutto poteva esser gestito in maniera differente, magari con una conclusione con salto temporale e che ci mostrasse la vita a Piombino una decina, o meglio ancora, una ventina d'anni dopo.
Mi aspettavo molto da questo romanzo - vincitore del premio Campiello per l'Opera Prima - ma le aspettative sono state, quasi completamente, deluse. Inizialmente si faceva leggere di corsa, poi, mano a mano, il tutto diventava una corsa in un labirinto: stancante ed inutile.

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Consigliato a chi ha letto...
Come dicevo nella mia recensione, lo consiglio a chi ama Ammaniti. Però questo libro mi ha ricordato altri romanzi sul disagio giovanile, passando dal celebre "Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino" al più recente "Il rumore dei tuoi passi".
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Acciaio 2014-10-04 12:10:11 ferrucciodemagistris
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ferrucciodemagistris Opinione inserita da ferrucciodemagistris    04 Ottobre, 2014
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Crudo

Toscana; Piombino con lo sfondo delle acciaierie Lucchini, un tempo funzionanti alla massima potenza di lavorazione, attualmente ridotte a un unico altoforno; siamo nel 2001 e la vita delle persone che gravitano intorno alla “famigerata” industria dell’acciaio, è scandita da una routine che martella l’anima. Le case delle famiglie degli operai sono, per la maggior parte, ubicate nella via Stalingrado, nome che ha retaggi in un passato di immediata e facile comprensione.

In questa non certo idilliaca cornice hanno luogo le vicissitudini e gli accadimenti due adolescenti appena quattordicenni, Anna e Francesca, che cercano di sopravvivere ed evadere, a volte solo guardando il braccio di mare che le separa dall’Isola d’Elba e fantasticando su un altro tipo di mondo, dal degrado ambientale e sociale e dalla promiscuità che permea i casermoni-abitazioni di via Stalingrado.
In una vita fatta di stenti, nascono e crescono sogni irrealizzabili; castelli di sabbia che ben presto vengono disintegrati dalla metaforica marea scura insita nell’altoforno che, oltre all’acciaio e ai suoi fumi venefici, miete vittime, miserie umane, e disperazione.

Linguaggio crudo infarcito di frasi di gergo e lessico grezzo, descrivono l'altra faccia di un contesto reale spesso dimenticato da turisti distratti. Un romanzo che trasuda amarezza e lascia molti interrogativi.

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Acciaio 2014-06-22 20:19:54 lakylucy
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lakylucy Opinione inserita da lakylucy    22 Giugno, 2014
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divorato!

Quanti drammi vivono le persone a Piombino, in toscana, in Italia....tutto il mondo è paese.
D'accordo, come premesso dall'autrice i personaggi sono di fantasia, comunque sono realtà di drammi che in un modo o nell'altro colpiscono tante persone. E non parlo solo della tragedia. Mi riferisco alle famiglie o alle persone chiuse in se stesse con la paura di vivere. Genitori che non seguono i figli, figli che non parlano coi genitori, l'omosessualità vissuta male, la droga facile, la noia, il tradimento, la volgarità....quante brutte cose esistono!
E ci circondano!
Capisco il perché ci abbiano fatto anche un film, ritengo che questo romanzo in qualche modo, sappia far vivere la realtà al lettore.
E' una di quelle storie che si leggono tutte d'un fiato, 5 minuti liberi? Bisogna leggere!

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Consigliato a chi ha letto...
...Quei romanzi in cui bisogna assolutamente sapere come prosegue la storia.
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Acciaio 2014-04-01 20:15:05 Antony
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Antony Opinione inserita da Antony    01 Aprile, 2014
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Molti ingredienti, qualcuno di troppo

Dopo tanto tempo mi sono deciso a leggere questo romanzo. Sinceramente mi ha lasciato perplesso il "clamore" che ha suscitato. La sensazione è che la Avallone abbia preso un po' di ingredienti - qualcuno di troppo, ma tutti buoni per scrivere un'intrigante quarta di copertina - e li abbia miscelati velocemente, senza amalgamarli perfettamente.
La capacità narrativa c'è. La Avallone scrive bene, ma senza grossa fantasia e certamente limitandosi a una rappresentazione troppe volte raffazzonata del mondo che descrive. Nessuno mette in dubbio che esista, ma quando si calca troppo la mano sui cliché, come in questo romanzo, il risultato è la rottura di quel patto tra autore e lettore che porta quest'ultimo a una sospensione delle credulità che è la base per poter godere nella lettura di un libro. Se il patto non si rompe, Acciaio scorre veloce sino alla fine e si accettano le numerose "furberie". Se, come è accaduto a me, troppe volte si incaglia, ci si ritrova ad annoiarsi o talvolta a irritarsi.

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Acciaio 2014-03-23 10:21:39 Dregya
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Dregya Opinione inserita da Dregya    23 Marzo, 2014
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Quando l'arrosto si brucia.

Dopo la scoperta di autori come Carrisi, mi ero quasi illusa di un miglioramento della letteratura italiana, ma sfortunatamente non è stato così.
E' stata una mia amica a consigliarmi questo libro e, in seguito, a prestarmelo, ma sono rimasta con l'amaro in bocca e una profonda delusione nelle ossa.
Lo stile è scorrevole, certo, ma quasi troppo semplice, lasciando una sensazione di inespresso ad ogni gir di pagina.
Chi non conosce la trama? Due ragazze, Anna e Francesca, che vivono tra le braccia della Lucchini, un'azienda infame, forte, che uccide e soffoca.
Entrambe bellissime, meravigliose, senza alcun difetto: modelle, in poche parole.
E, questo, è solo il primo cliché della storia in generale.
Perché, a quanto pare, non c'è storia struggente senza protagoniste talmente fighe da essere irreali.
Entrambe con una famiglia disastrata: Anna, con un fratello operaio - Alessio, e un padre invisibile che preferisce tutto tranne che a loro. Francesca, con un padre violento, cattivo, e una madre che non si decide a denunciare.
Due realtà che si respirano sempre, qui in Italia, ma che sono state articolare nel modo sbagliato, in modo quasi superficiale, senza dare alito alla psicologia di queste figure che ci appaiono solo un aggiunta in più, un modo per avvicinarci alle protagoniste.
Poi c'è Donata, una povera ragazza sulla sedia a rotelle, Lisa - la sorella, che viene additata come la "cozza di turno", quando forse avrebbe rispecchiato di più le adolescenti di quanto hanno fatto Anna e Francesca.
Una cacofonia di avvenimenti incongruenti; troppa carne a cuocere, che però si è bruciata prima di essere servita in tavola.
L'amore, il sesso, l'omosessualità, la difficoltà economica, fisica, la violenza, la prostituzione.
Francesca e Anna, di nuovo, che ballano di fronte la finestra perché amano l'idea che gli uomini si masturbino su di loro. Anna, che perde la verginità a quattordici anni, e Francesca che si prostituisce ma a cui non viene dato quasi spazio, perché le "scopate" di Anna erano più importanti.
Personaggi che muoiono e spariscono all'improvviso e un vaso (l'amicizia tra le due) che d'improvviso ritorna integro quasi non fosse mai successo NIENTE (ed è inverosimile; le ferite restano sempre.)
Insomma, per concludere, è un libro stereotipato al massimo, sai già cosa succederà, e che ha illuso troppi lettori.

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Acciaio 2013-10-15 20:19:25 Cathy
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Cathy Opinione inserita da Cathy    15 Ottobre, 2013
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Disarmonico e inconcludente

Attenzione. La recensione contiene spoiler.

Via Stalingrado, a Piombino, è un mondo a parte. Un mondo governato da regole talvolta misteriose, violente, sbagliate. Un mondo in cui le ragazze restano incinte a quindici anni e lasciano gli studi per lavorare come cassiere in un supermercato. Un mondo in cui ragazzi adolescenti già lavorano alla Lucchini, la fabbrica di acciaio che dà un impiego all'intera via Stalingrado, invece di frequentare la scuola, e vivono tutta la settimana con il pensiero del sabato sera, quando si ammasseranno nelle discoteche e nei locali a luci rosse con le menti annebbiate dall'alcool e dalla droga. Un mondo in cui gli operai rubano in fabbrica per arrotondare lo stipendio e quando gli va male si danno alla macchia abbandonando mogli e figli. Un mondo in cui un padre può picchiare la propria figlia perchè non si decide ad ubbidirgli senza che nessuno trovi il coraggio di opporsi e dire basta. Un mondo dominato dagli altoforni e dalle ciminiere che producono l'acciaio e che come giganti silenziosi sorvegliano ogni cosa dall'alto, impassibili.
E' il mondo di Anna e Francesca, le belle di via Stalingrado. La mora e la bionda. Stanno per compiere quattordici anni, nell'estate del 2001, e il mondo è ai loro piedi. Hanno già imparato ad usare come un'arma la loro bellezza appena sbocciata, l'unica cosa che possiedono. Trascorrono le giornate in spiaggia, correndo tra gli ombrelloni, chiamandosi l'un l'altra e giocando con i ragazzi che le toccano ovunque sotto i succinti costumi da bagno, consapevoli di essere seguite da mille sguardi affamati, sognando il momento in cui potranno uscire di sera da sole, guidare il motorino, andare alle feste, come fanno le ragazze grandi, perchè si sa che "la vita comincia a quattordici anni". E sono amiche del cuore. Sono convinte che affronteranno insieme la vita vivace e colorata che sta per iniziare. Ma è proprio quella vita che aspettavano a separarle.
Acciaio ha vinto il Premio Campiello e si è classificato secondo nella competizione per il Premio Strega nel 2010. Se ne parla come di un vero e proprio caso editoriale. Ho iniziato la lettura con grandi aspettative, ma il romanzo, nel complesso, è stato deludente. Mi aspettavo una storia incentrata sulle acciaierie, sulle persone che vi lavorano, sulle problematiche legate a quella vita, dal momento che "acciaio" è anche il titolo del romanzo. Invece la fabbrica resta sullo sfondo, uno sfondo persistente che forse vorrebbe simboleggiare qualcosa, ma il cui significato rimane oscuro.
La narrazione si dipana lungo più fili che però faticano ad intrecciarsi in un unico, armonico ricamo. Anna, Francesca e la loro vicenda sono circondate da altre storie e personaggi che appaiono scollegati tra loro, come i frammenti di un puzzle che il lettore non riesce a mettere in ordine. Per questo motivo, sfugge il senso complessivo dell'opera. Cosa vuole raccontare questo romanzo? La storia di un'amicizia? Un amore "impossibile"? I problemi economici, psicologici, coniugali di un gruppo di famiglie operaie? Forse l'intenzione era raccontare un po' di tutto questo, ma il risultato è disarmonico.
E' vero che un romanzo non deve necessariamente trasmettere chissà quale messaggio, perchè è un genere di intrattenimento, ma da un'opera che ha quasi vinto il Premio Strega mi aspettavo qualcosa di più. E' vero che un libro non deve solo dare risposte, bensì anche suscitare domande, dubbi, riflessioni, ma quale domande pone Acciaio? Non me ne viene in mente nessuna.
I personaggi risultano un po' piatti e stereotipati: le ragazzine belle e sfacciate e quelle bruttine e insicure, giovani che sballano in discoteca il sabato sera, l'operaio che ruba al lavoro, il padre violento, la donna emancipata e la donna "del Sud" ignorante, sottomessa e timorosa. Qualche sfumatura psicologica in più non avrebbe guastato.
Lo stile tende ad essere molto semplice, salvo alcuni punti in cui diventa quasi enigmatico, ma non in senso positivo, perchè l'autrice scrive frasi dal misterioso significato che non si riesce a cogliere neanche riflettendoci su. Una scrittura di questo tipo non trasmette nulla. A volte ricorda molto lo stile di Federico Moccia, soprattutto nella descrizione di questi amori giovanili. Un elemento che mi ha lasciata perplessa è l'utilizzo molto frequente della parola "muso" per indicare il viso di Anna o di Francesca; non capisco il motivo di usare un termine così poco elegante.
Qua e là ci sono varie incongruenze, a cominciare dal fatto che Francesca è coperta di lividi e poi passa molto tempo in spiaggia con il bikini indosso senza che nessuno si accorga di niente. Il comportamento di Elena, una manager in carriera che insegue il fidanzatino del liceo sebbene lui le lanci insulti di ogni tipo; il fatto che mentre parla al cellulare con Alessio e lui viene investito dal caterpillar, lei si spaventi subito a morte e si precipiti sul posto come se già avesse la certezza che è accaduto qualcosa di gravissimo, senza nemmeno essere sfiorata dall'idea che potrebbe semplicemente essere caduta la linea, che il cellulare potrebbe essersi scaricato, o qualcosa di altrettanto banale.
Il finale sembra inconcludente, a cominciare dalla morte di Alessio, che è un evento messo lì senza nessun motivo, senza trasmettere un'idea, un messaggio, senza che abbia semplicemente un significato. L'incidente avviene sul posto di lavoro, ma non c'è alcuna connessione con gli episodi di cronaca che oggi suscitano importanti dibattiti: Alessio muore schiacciato da un caterpillar perchè era fatto di cocaina e si distrae parlando al cellulare con Elena nel bel mezzo dei macchinari in azione, mentre Mattia, che era alla guida, pensava ad Anna e ascoltava musica con le cuffiette, quindi, sinceramente, l'unico pensiero suscitato da questo episodio è: "Ve la siete cercata". Ed è comunque un episodio che non suscita nessuna riflessione, se non che è più saggio non presentarsi drogati a lavorare in fabbrica; ma questo dovrebbe essere scontato, credo. Nell'epilogo, poi, non si fa il minimo cenno alla vicenda. Analogamente, si inserisce quasi a forza, nella storia, la tragedia dell'11 settembre 2001 senza che essa abbia alcun significato o risvolto all'interno della trama.
E sul rapporto tra Anna e Francesca, alla fine, campeggia un'enorme punto interrogativo. Di solito, i personaggi di un romanzo subiscono un'evoluzione, compiono un percorso che li conduce da un punto A ad un punto B. Nell'explicit non si ripresenta la stessa situazione dell'incipit. Qui, invece, si parte dal punto A e non si arriva da nessuna parte, perchè le due protagoniste si ritrovano quasi per caso, all'improvviso decidono di parlarsi di nuovo, come se nulla fosse accaduto, come se l'anno intercorso dal loro litigo fosse svanito, come se Mattia, la morte di Alessio, non avessero alcun significato, e vanno a fare un bagno all'Elba, punto. Ma cosa ne sarà di loro e del loro rapporto resta un mistero e questo lascia un po' di amaro in bocca. E' un finale talmente aperto che al termine della lettura ho avuto la sensazione che dovesse esserci un seguito.
Le storie di molti personaggi vengono abbandonate, interrotte di punto in bianco, senza mai essere state approfondite davvero, come quella di Lisa, Donata, Mattia, Rosa... Su di loro neanche una parola nel finale, che si incentra esclusivamente sulle due protagoniste, senza però dare nemmeno alla vicenda di Anna e Francesca un senso compiuto.
Se Acciaio fosse stato semplicemente la prima opera di una giovane scrittrice esordiente, forse il mio giudizio sarebbe stato più positivo. Ma per essere un romanzo che aspirava al Premio Strega, mi ha deluso. Decisamente, mi aspettavo di più.

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