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Tutto chiede salvezza Tutto chiede salvezza

Tutto chiede salvezza

Letteratura italiana

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Ha vent'anni Daniele quando, in seguito a una violenta esplosione di rabbia, viene sottoposto a un TSO: trattamento sanitario obbligatorio. È il giugno del 1994, un'estate di Mondiali. Al suo fianco, i compagni di stanza del reparto psichiatria che passeranno con lui la settimana di internamento coatto: cinque uomini ai margini del mondo. Personaggi inquietanti e teneri, sconclusionati eppure saggi, travolti dalla vita esattamente come lui. Come lui incapaci di non soffrire, e di non amare a dismisura. Dagli occhi senza pace di Madonnina alla foto in bianco e nero della madre di Giorgio, dalla gioia feroce di Gianluca all'uccellino resuscitato di Mario. Sino al nulla spinto a forza dentro Alessandro. Accomunati dal ricovero e dal caldo asfissiante, interrogati da medici indifferenti, maneggiati da infermieri spaventati, Daniele e gli altri sentono nascere giorno dopo giorno un senso di fratellanza e un bisogno di sostegno reciproco mai provati. Nei precipizi della follia brilla un'umanità creaturale, a cui Mencarelli sa dare voce con una delicatezza e una potenza uniche.



Recensione della Redazione QLibri

 
Tutto chiede salvezza 2020-03-02 16:34:35 Molly Bloom
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Molly Bloom Opinione inserita da Molly Bloom    02 Marzo, 2020
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Per i vivi e per i morti, salvezza.

"Maria ho perso l'anima!
Aiutami Madonnina mia!"

E' questo il ritornello di questo libro, che è un canto che implora salvezza, dalla prima all'ultima pagina. Un canto in prosa, pervaso di poesia e di tanta umanità e pietà e che si propone di lanciare dei forti ma semplici messaggi soprattutto ai giovani. Daniele, il narratore di questa storia, rappresenta una grande fetta di adolescenti di oggi: a vent'anni è già depresso, con accessi di rabbia, che già da qualche anno fa uso di stupefacenti, incompreso dai genitori e in generale dalla società. A seguito di un episodio di una forte manifestazione della sua furia interiore, viene ricoverato in un istituto per un trattamento sanitario obbligatorio per una settimana. E' da lì che questo canto ci arriva e rappresenta la sostanza del libro: viviamo assieme a Daniele per sette giorni la sua esperienza, chiusi in una stanza assieme ad altri cinque pazienti che condividono un destino e fanno comunità, l'unica via della salvezza o quanto meno quella che li fa stare meglio e li aiuta ad aiutarsi, perché in fondo chi ha perso l'anima non sono i pazzi, ma i sani.

Innanzitutto ho visto una leggera critica dell'autore alla superficialità con la quale un adolescente viene subito catalogato come depresso, non appena lui si pone delle domande un po' più profonde come sul senso della vita o su Dio, ciò mette subito in allerta genitori e/o docenti e quindi di corsa dagli psicologi, aumentando in questo modo probabilmente il disagio del giovane. Oggi ci si aspetta che ogni adolescente sia felice per il semplice fatto che lui abbia vent'anni, ma ciò non basta. A vent'anni si è anche sensibili nonché abbastanza intelligenti per capire cose più profonde, soprattutto nella società di oggi in cui siamo avanti in tutto:

"(…) un ragazzo de vent'anni dovrebbe esse felice, tu invece vai avanti a tristezza, non sapemo più che fa' pe' lavattela de dosso.(…) Io vorrei vedette felice".(…)
"Ma io non so infelice, non se tratta de felicità, me sembra d'esse l'unico a rendese conto che semo tutti equilibristi, che da un momento a un altro uno smette de respira' e l'infilano dentro 'na bara, come niente fosse, che er tempo me sembra come n'insulto, a te, a papa', e me ce incazza. Ma io in certi momenti potrei accendere le lampadine co' tutta la felicità che c'ho dentro, veramente, nessuno sa che significa la felicità come lo so io." (pag.22)

"Ormai tutto è malattia, ma vi siete mai chiesti perché?(…) Perché un uomo che s'interroga sulla vita non è più un uomo produttivo, magari inizia a sospettare che l'ultimo paio di scarpe alla moda che tanto desidera non gli toglierà quel malessere, quell'insoddisfazione che lo scava da dentro. Un uomo che contempla i limii della propria esistenza non è malato, è semplicemente vivo." (pag.106)

Daniele ci porta per mano in un mondo fragile, ma non per questo meno umano, un mondo che è vittima non solo del proprio destino ma un po' anche dal sistema: corpo sanitario distaccato e freddo e a volte anche genitori colpevoli, come nel caso di Valentina o Gianluca. L'unica possibilità di sollievo in quel ambiente crudo è fare comunità, legare umanamente con gli altri pazienti, gli unici in grado di capirsi a vicenda e di poter discutere tra loro ciò che con i medici era impossibile.

So che questo libro è stato proposto per il premio Strega 2020, non so se vincerà ma l'ho trovato molto istruttivo oltre che ben scritto, pertanto spero che avrà una buona possibilità perché se lo merita .Deliziosa la parte dialettale con la quale vengono costruiti tutti i dialoghi e profonda e poetica la penna dell'autore che non a caso, prima ancora di essere uno scrittore è un poeta.
Un libro che consiglio soprattutto ai giovani ma anche agli adulti perché fa da ponte tra loro. Insegna di come sia importante nei nostri giorni social ma pieni di solitudine fare gruppo "fisico" e sostenersi a vicenda, parlandone. Insegna ad apprezzare la propria realtà che non è così atroce come si presenta e che probabilmente ci sono delle altre ancor più crudeli per cui ci si può ritenere fortunati. C'è un bellissimo episodio che insegna un'altra importantissima lezione: prestiamo attenzione a ogni nostro gesto e mai, dico mai fare del male per scherzo, anche innocentemente, perché le ripercussioni possono essere più gravi di quello che immaginiamo. Questo soprattutto per i giovani ma non solo. Un libro che a mio avviso rende più consapevoli sulla vita, scritto in modo impeccabile e con molti affondi di approfondimento sulle tematiche.

"Oggi so che non sono io a vedere grandi le cose, ma sono loro a esserlo, io mi limito a guardarle nella loro reale dimensione. Ogni singola giornata è costellata di azioni, visioni, degne di un'epopea straordinaria." (pag.167)

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Tutto chiede salvezza 2020-09-07 08:22:12 Davide Meloni
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Davide Meloni Opinione inserita da Davide Meloni    07 Settembre, 2020
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Anime salve

«Per i pazzi di tutti i tempi, ingoiati dai manicomi della storia». A loro e a tutti gli esclusi che abitano il nostro mondo, le nostre città, magari le nostre stesse famiglie il bravissimo Daniele Mencarelli dedica il romanzo “Tutto chiede salvezza”, vincitore del Premio Strega Giovani 2020.
La vicenda è quella di Daniele, ragazzo romano di vent’anni, incline a percepire la drammaticità della vita con un’intensità sconosciuta ai più: «Non so vivere in un altro modo, non riesco a fuggire a questa ferocia: se c’è una vetta la devo raggiungere, se c’è un abisso lo devo toccare». La sua febbre di vita lo porta a interiorizzare, oltre ogni ragionevole misura, i drammi e le gioie che costituiscono l’esistenza quotidiana non solo sua ma anche delle persone con cui, per un motivo o per un altro, entra in contatto.
Ciò lo conduce a porre alla vita un’implacabile domanda di salvezza, per tutti e per tutto: «Una parola per dire quello che voglio veramente, questa cosa che mi porto dalla nascita, prima della nascita, che mi segue come un’ombra. Salvezza. La mia malattia si chiama salvezza, ma come? A chi dirlo?». La domanda brucia sulla pelle di Daniele e sembra non trovare risposta in tutto il repertorio di soluzioni che la società mette a disposizione per andare avanti (scienza e religione comprese), né tantomeno nelle droghe con cui il protagonista tenta di anestetizzare il dolore che lo sovrasta.
In seguito a una forte e violenta esplosione di rabbia, Daniele subisce un Trattamento Sanitario Obbligatorio ed è costretto a trascorrere una settimana in un reparto psichiatrico, lontano dalla famiglia e dalle frequentazioni abituali. Una sorta di non-luogo per soggetti irrecuperabili, inutili e pericolosi agli occhi del mondo. Qui farà la conoscenza di diverse persone: medici più o meno cinici, personale ospedaliero che cerca, come può, di difendersi emotivamente dall’orrore che lo circonda, ma soprattutto alcuni ospiti del reparto: Mario, Gianluca, Giorgio, Alessandro e “Madonnina”, compagni di viaggio decisamente fuori dagli schemi, persone per le quali non c’è posto nel mondo dei vivi, ma che, insieme al loro carico di dolore, portano in sé la grazia, l’umanità, la pietà e persino la bellezza che tante volte non trovano spazio nei rapporti quotidiani tra le persone. Sono proprio loro che Daniele riconoscerà come «la cosa più simile all’amicizia che abbia mai incontrato, fratelli offerti dalla vita, trovati sulla stessa barca, in mezzo alla medesima tempesta, tra pazzia e qualche altra cosa che un giorno saprò nominare».
L’incontro con queste “anime salve”, per dirla con De André, cambierà pian piano lo sguardo di Daniele, facendogli capire che la vera follia è quella di chi non cerca con tutto se stesso il senso, la redenzione: «La vera pazzia è non cedere mai. Non inginocchiarsi mai».

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Tutto chiede salvezza 2020-08-17 15:26:33 ornella donna
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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    17 Agosto, 2020
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il mistero della psiche

Candidato e poi vincitore al Premio Strega Giovani, Tutto chiede salvezza di Daniele Mencarelli trasporta in un mondo altro, il mondo dei malati psichici, differente dal normale, con indubbia sapienza narrativa. Il lettore è trasportato alto nel cielo, librandosi in alto, con lievità e saggezza.
Con uno stile colto e sapiente l’autore racconta la storia di Daniele, costretto ad un ricovero coatto in psichiatria, per aver aggredito furiosamente il padre in un momento di cieca rabbia incontrollata. Da tempo malato, Daniele comprende di cadere ogni giorno di più nel buco nero della malattia. Qual è la salvezza, se esiste?
“O forse questa cosa che chiamo salvezza non è altro che uno dei tanti nomi della malattia, forse non esiste e il mio desiderio è solo un sintomo da curare. A terrorizzarmi non è l’idea di essere malato, a quello mi sto abituando, ma il dubbio che tutto sia nient’altro che una coincidenza del cosmo, l’essere umano come un rigurgito di vita, per sbaglio.”
In ospedale verrà a contatto con altri cinque uomini al margine, che diventeranno però i suoi unici, veri amici. Fino alla conclusione finale, tutta da interpretare.
Scritto con una prosa filosofica e colta, colpisce e trascina il lettore in un vortice di emozioni e di sensazioni nuove, diverse, profonde. Un salto nella malattia sulla scia di Mario Tobino che avvince ed affascina. Una riflessione capace sull’incomunicabile, sullo sconosciuto, su un mistero mai del tutto risolto che rende l’essere umano, nella sua unicità, bellissimo ed imperscrutabile.

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Tutto chiede salvezza 2020-07-13 15:16:46 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    13 Luglio, 2020
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Lascia il tuo sguardo libero, raccontati il mondo.

«Dalla morte. Dal dolore.
Salvezza per tutti i miei amori.
Salvezza per il mondo.»

Daniele ha appena vent’anni per le tante domande che lo attanagliano. Perché alla fine, Daniele, non cerca altro che risposte. Risposte a quel vivere così doloroso, a quelle perdite che spezzano altrettante esistenze e legami, a quelle ingiustizie che fanno sopravvivere i genitori ai figli, che portano al sacrificio mai ricompensato. E allora, perché vivere? Che senso ha vivere? Perché un senso deve pur averlo, un significato ci deve pure essere. Come la spieghi altrimenti la morte, come fai ad andare avanti quando il legame viene spezzato, quando perdi tutto?

«Che cura può esistere per come è fatta la vita, voglio di', è tutto senza senso, e se ti metti a parla' di senso ti guardano male, ma è sbagliato cerca' un significato? Perché devo avere bisogno di un significato? Sennò come spieghi tutto, come spieghi la morte? Come se fa ad affrontare la morte di chi ami? Se è tutto senza senso non lo accetto, allora vojo mori'.»

E a volte quel bisogno di risposte è tale da portare a gesti inconsueti, eccessivi, distruttivi. Autodistruttivi. Perché arrivi a millantare di farla finita, di smetterla con questo mondo così duro e ingiusto, perché arrivi a dire semplicemente basta. Ma qualcosa va storto e a pagarne le conseguenze sono i tuoi genitori, ma prima ancora tu. Tu che perdi il controllo, tu che sei sopraffatto dalla rabbia e dall’amarezza, tu che ti sei lasciato andare all’alcol e alle droghe che hai assunto per non sentire il dolore, per non sentire quel malessere che covi nel cuore e che resta lì. Che schiaccia i battiti, che è onnipresente nella mente, che rende quel vivere la fatica più grande.
Tuttavia, per ogni azione vi è una reazione e quella che consegue alla tua perdita di controllo è un trattamento sanitario obbligatorio, un TSO. Ti risvegli in quel letto, con la mente appesantita, con il ricordo che è vergogna, con le telefonate che trafiggono, con quegli occhi che vengono a trovarti e che non hai il coraggio di incrociare e con loro, quei compagni di stanza che all’inizio giudichi pazzi e guardi con sguardo malevolo per poi renderti conto che sbagli a emettere sentenze, che sbagli a considerarli dei matti. Perché loro sono di quanto più vicino a te e in quella settimana scoprirai che sono l’amicizia più vera, che sono fratelli più autentici di quelli che hai ad aspettarti a casa. Ciascuno con il proprio essere. Madonnina con il suo chiedere aiuto alla santa perché ha perso l’anima, Mario con il suo passerotto alla finestra, Giorgio e Gianluca con quelle madri che li hanno marchiati nel passato con un addio mancato e che li marchiano nel presente con quella presenza così schiacciante, Alessandro con il suo sguardo fisso a mezza testa. Anime alle quali si sommano Pino, Alberto e Rossana, gli infermieri con quei turni fissi e Cimaroli e Mancino, i due medici del reparto, così diversi nella loro apparenza che mostrerà successivamente una nuova verità.

«Forse, questi uomini con cui sto condividendo la stanza e una settimana della mia vita, nella loro apparenza dimessa, le povere cose di cui dispongono, forse loro, malgrado tutte le differenze visibili e invisibili, sono la cosa più somigliante alla mia vera natura che mi sia mai capitato d’incontrare.»

Una settimana che scandirà un percorso interiore di crescita, interrogazione e consapevolezza ma che sarà anche di più perché porterà il lettore ad auto-interrogarsi e al contempo ad avere una panoramica di quella che è la degenza psichiatrica, la cura per quelle persone a cui viene negata la cosa più semplice: l’ascolto. Quasi come se non esser “sani” fosse una condizione marchiante al punto da relegare questa facoltà esclusivamente a chi non affetto da patologia.

«Perché i matti, i malati vanno curati, mentre le parole, il dialogo, è merce riservata ai sani.»

Al tutto si somma uno stile limpido, fluido, diretto, emotivo che suscita empatia. Un titolo che si divora in appena un paio di giorni ma che lascia il segno.

«Ma non sono proprio io a desiderare un significato per tutto? Se fosse proprio questa la radice?
Piantata talmente a fondo da sentirla senza poterla vedere. Perché non posso negarlo a me stesso. Io quella nostalgia la sento. La vivo. Come vivo l’incapacità di accettare il tempo che passa, di sentirlo posticcio rispetto a tutto quello che nel mio cuore vuole vivere per sempre. Mi ritrovo nuotatore sospeso nel mezzo di una fossa oceanica: io, puntino di vita senza approdo alcuno, sotto di me chilometri di acqua nera, gelida, pronti ad abbracciarmi per sempre.»

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Tutto chiede salvezza 2020-07-10 15:19:56 Mario Inisi
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Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    10 Luglio, 2020
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Il maestro e Margherita

Questo romanzo mi ha ricordato altri romanzi per i suoi riferimenti non so se voluti o casuali: Il maestro e Margherita, con il poeta chiuso anche lì nell'ospedale psichiatrico e Qualcuno volò sul nido del cuculo. Ci sono interessanti richiami al paradiso perduto, alla bellezza perduta di cui il poeta conserva memoria, e quindi una incurabile (soprattutto con un TSO) nostalgia. Mencarelli nel suo romanzo ci racconta la sua settimana di TSO, attingendo a una sua giovanile esperienza. Come tutte le storie vere che vanno a toccare la sofferenza umana, il libro non risulta letterario e costruito, e ha un valore aggiunto evidente. Certo, i ricoverati non sembrano davvero malati se non di un mal di vivere, guaribile con ascolto e relazioni più vere, e magari con l'aiuto di qualche farmaco e della psicoterapia.Sono persone ipersensibile e ferite dalla vita, con cui si ragiona, a parte un paio di casi. Viene da chiedersi dove sono invece i veri malati di mente, quelli cosiddetti cattivi. Probabilmente in famiglia, non curati, dato che per poterli curare la legge che ha decretato la chiusura dei manicomi prevede la necessità del loro consenso..

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Tutto chiede salvezza 2020-07-02 09:51:03 ant
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ant Opinione inserita da ant    02 Luglio, 2020
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analisi bellissima

Tutto chiede salvezza
Daniele Mencarelli
Molto bello, un ragazzo internato x un tso a causa di un attacco d'ira, scopre un'umanità incredibile e soprattutto mette a fuoco tanti lati della sua anima. Molto ben delineati non sol il protagonista, ma anche gli altri ricoverati. c'è Mario il maestro, Gianluca molto sensibile, Giorgio chiuso e introverso e poi Madonnina e Alessandro che sono personaggi strazianti e commoventi, ben caratterizzati anche medici e infermieri e personale delle pulizie. Concludo estrapolando un passaggio che mi ha colpito

Forse, questi uomini con cui sto condividendo la stanza e una settimana della mia vita, nella loro apparenza dimessa, le povere cose di cui dispongono, forse loro malgrado tutte le differenze visibili e invisibili, sono la cosa più somigliante alla mia vera natura che mi sia mai capitato di incontrare.

Spero stasera vinca lo Strega, ma ci sono Veronesi e Carofiglio favoriti

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Tutto chiede salvezza 2020-06-28 07:01:21 lalibreriadiciffa
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lalibreriadiciffa Opinione inserita da lalibreriadiciffa    28 Giugno, 2020
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Capirsi e capire il mondo

Intanto, dopo aver letto “Il Colibrì” di Sandro Veronesi il mese scorso, mi cimento in questo romanzo drammatico di cui ho sentito parlare benissimo nelle varie recensioni sui social. Sia il libro di Veronesi (trovate la recensione qui) sia questo, sono nella Cinquina (ops! sestina. Scusate, ora vi spiego. Quest’ anno è stata applicata la regola per la quale nella cinquina finale deve essere presente almeno un libro di una Casa Editrice indipendente e/o piccola, e siccome i cinque libri più votati erano tutti di CE “mainstream”, è stato aggiunto “Febbre” di Jonathan Bazzi della Fandango) di finalisti del Premio Strega 2020 che verrà decretato il 2 luglio prossimo.
Il romanzo di Daniele Mencarelli ha già vinto il Premio Strega Giovani 2020.

Il romanzo racconta di 7 giorni della vita dell’autore. 7 giorni passati in ospedale per un TSO dopo che una sera, in preda ad un delirio di rabbia la famiglia ha deciso di chiamare i soccorsi sia per lui, sia per il padre vittima di un malore.
Daniele ha appena 20 anni e ha una vita sempre in bilico tra follia e depressione acuita anche dall’uso smodato di droghe di tutti i tipi. Dentro a quel reparto psichiatrico conoscerà altri personaggi che lo aiuteranno a capire meglio il suo disagio ed arrivare, dopo un dolore non più privato, a cercare di uscirne e vivere finalmente una vita degna di essere vissuta.

Questo romanzo, seguendo tutte le recensioni entusiaste in cui mi sono imbattuta in questi mesi, avrebbe dovuto essere fantastico. Ed è fantastico. Un memoire fortissimo e a tratti cattivo che ci svela un momento della vita dell’autore che non conoscevamo – almeno parecchi di noi non conoscevamo – e che ci ha raccontato con un piglio da grande scrittore. Durante la lettura mi sono soffermata più e più volte su molte frasi e su molti pensieri messi nero su bianco e che mi hanno fatto riflettere su quello che credo, in misura molto minore e senza ad arrivare ad un problema psichiatrico, mi affligga: sentire tutto il dolore del mondo.
Daniele sente il dolore di chiunque, umano o animale che sia e se ne cruccia perché non può farci niente. Questo lo porta ad iniziare a provare una rabbia cieca che mitiga solo in parte con le droghe e che lo fa cadere parecchie volte. La sua mente reagisce al dolore altrui facendolo proprio e tutto questo male deve uscire da lui in altro modo: con attacchi di rabbia come quello che lo prende il giorno in cui distrugge casa sua e viene ricoverato.

Vorrei avere una corazza, un’armatura del miglior ferro, capace di tenermi distante dalle cose, vorrei non disperarmi per la disperazione degli altri,

La scrittura è colloquiale, stiamo leggendo le pagine di un diario personale e infatti l’elemento “flusso di coscienza” è molto presente in queste pagine anche se non reiterato. Mencarelli predilige il racconto quasi in presa diretta per i fatti che accadono in quei 7 giorni richiuso nel reparto psichiatrico e per quanto riguarda i sentimenti e i pensieri da loro nati si nota il lavoro di interiorizzazione fatto a posteriori, anche di decenni secondo me.

Un romanzo crudo e che dice la verità, senza filtri, senza paura, senza inutili piagnistei. Un romanzo che merita sicuramente il premio che ha vinto, votato dalla giuria di adolescenti per il Premio Strega Giovani perché con gli occhi di un adulto di, ormai, più di quarant’anni è riuscito a guardarsi dentro fin nel centro dell’anima e della memoria, a tratti disperatamente, per farci conoscere un pezzo importante di lui e facendo questo ha fatto conoscere a noi, un pezzo del puzzle della nostra mente che, fino ad ora superati anche io i quaranta, non avevo mai capito fino in fondo.
Vi consiglio la lettura di questo romanzo perché, forse, provando a fare un pronostico così, en passant, vincerà il Premio Strega 2020 e voi potrete disquisire con i vostri amici letterati forti del fatto che “io l’ho già letto e posso dire che…”.
Volete mettere la soddisfazione?

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Tutto chiede salvezza 2020-06-19 19:37:41 Lady Brett Ashley
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Lady Brett Ashley Opinione inserita da Lady Brett Ashley    19 Giugno, 2020
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"Si può essere troppo vivi per vivere?"

Non so se sia possibile instaurare una relazione empatica con i libri tuttavia,credo che a me con tale romanzo sia accaduto qualcosa di affine.La prima volta che mi sono imbattuta in esso,in tutta franchezza,ho cercato di eluderlo a motivo della trama,a mio avviso troppo impegnativa sotto il profilo emotivo;pur non di meno,ai miei occhi pavidi eppure affascinati,non ne è sfuggito il titolo:”Tutto chiede salvezza”.( salvezza che in tal caso recupera il duplice significato di "Salvezza" ma anche di Salute", in
ottemperanza al vocabolo latino "salus")Pensai che tali parole non ammettessero replica,alcuna ma,al contrario si stagliassero perentorie,icastiche conturbanti,forti di un’autorevolezza propria soltanto alle parole che sanno di Vero, sicché mi balenò il fatidico pensiero che per tutto quel tempo avevo rigettato nella sfera dell’inconscio:Chi non chiede salvezza?Possibile che,in un angolo del mio essere,così recondito da sembrare inesistente,possa anch’io chiedere salvezza?Il romanzo prende avvio con una tormentosa giaculatoria, un mantra salvifico con valore quasi apotropaico configuratasi per lo più come un lento stillicidio,una querula ed inascoltata preghiera collettiva,quasi un rivolgersi dell’ uomo alla sua stessa natura in cerca di pace:O Maria ho perso l’anima,aiutami Madonna mia!Tali parole scandendo il ritmo del romanzo,sopraggiungono con l’ineluttabilità di una condanna incombente.Il protagonista ed io narrante è Daniele Mencarelli,un ventenne ultrasensibile e sin troppo empatico con il mondo circostante e con le sofferenze altrui,nelle quali si compenetra tanto da viverle come proprie.Egli è uno spirito inquieto, costantemente in preda a ciò che Antonia Pozzi definirebbe saggiamente "febbre del sentire",ansimante fra un’irresistibile vocazione alla vita e,l’immanente incapacità di tollerare il peso della stessa, come scrive Lee Masters:E’una barca che anela al mare eppure lo teme.Ma si può essere troppo vivi per vivere? Si può amarla ed odiarla nel contempo? V' è una frustrazione maggiore del vedere la propria naturale inclinazione alla Grandezza, alla Meraviglia alla Bellezza appiattirsi dinanzi a convenzioni, autoinganni e mediocrità?Leggendo tali righe,viene da domandarsi se, un giovane uomo,riluttante ai canoni di produttività dell’utilitaristica società moderna,possa ritenersi colpevole di una precocee disillusa consapevolezza,ci si domanda se sia vero quanto scritto da Proust:Larga parte dei problemi delle persone intelligenti derivano proprio dalla loro intelligenza?Può definirsi colpa obbedire al richiamo del proprio müssen? Riaffiorano alla mente le parole
del Dottor Faust Goethiano "“Non v’è nulla di più triste a vedersi della tensione spontanea all’ incondizionato in un mondo che è tutto contingente”.Daniele avverte un senso di incompiutezza,rintracciabile forse,nel ricordo di quel Prima,del Paradiso,di Dio,una nostalgia(termine significante proprio dolore per il ritorno)affine al concetto di anamnesi platonica e cagionata dalla consapevolezza di una dicotomia,quasi romantica,fra tensione all'assoluto e meschinità della vita concreta. Ritengo che il disagio esistenziale vissuto dal protagonista sia non solo legittimo ma anche necessario, ineluttabile, un uomo bramoso di vita come può non indignarsi dinanzi alla caducità talora crudele dell' esistere?Come si può rassegnare alla tirannia del tempo incessantemente esercitata a dispetto di ciò che per lui dovrebbe durare per sempre? Comprendo il diffusissimo ricorso al quieto vivere, talvolta inevitabile ma penso che sia possibile, audace e bellissimo che qualcuno non ce la faccia , vi si opponga strenuamente; giacché, come scrive ancora il caro Lee Masters "Cercare un senso alla vita può condurre alla follia, ma una vita senza senso questa è la vera tortura"Tale contraddizione è resa mediante la saggia alternanza di vernacolo romano con intermezzi riflessivi,quasi lirici,i che ne fanno un innovativo prosimetro nel quale le parole ermetiche valicano i confini del non detto,anche grazie alla provvida presenza di spazi bianchi.D’altronde che risposta c’è al dolore?Tutto ciò dà vita ad un romanzo che non dà tregua, ma che al contrario,si configura come un’aporia,nella quale l’unica possibilità è accettare la natura ambivalente di una vita dominata dal caso,le contraddizioni insite nella polarità della giustizia,in un dipanarsi di eventi ove,mai come in tal caso la fortuna è una vox media.Spero tanto che vinca il Premio Strega, sarebbe una piccola grande rioluzione, un peana alla Bellezza della Verità, alla potenza delll' esperienza concreta, carnale, all' audacia di chi narra l'indicibile trasfigurandolo in poesia.Sebbene abbia deciso di recensire questo libro, tengo a precisare come questa scelta sia dettata essenzialmente dalla necessità di estrinsecare e condividere, molto volentieri anche in chiave problematica le riflessioni suscitatemi; detto ciò le parole sono del tutto insufficienti a decodificare il fluido informe della vita, tanto più se essa si rileva in una veste lirica.Io "Io temo tanto la parola degli uomini.
Dicono sempre tutto così chiaro:
questo si chiama cane e quello casa,
e qui è l’inizio e là è la fine!
E mi spaura il modo, lo schernire per gioco,
che sappian tutto ciò che fu e che sarà;
non c’è montagna che li meravigli;
le loro terre e giardini confinano con Dio!
Vorrei ammonirli, fermarli; state lontani!
A Me piace sentire le cose cantare!
Voi le toccate diventano rigide e mute!
Voi mi uccidete le cose!
R.M. Rilke

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"L'uomo che scambiò sua moglie per un cappello"
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