Narrativa straniera Romanzi 2666. Cinque parti
 

2666. Cinque parti 2666. Cinque parti

2666. Cinque parti

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Delle molte leggende alla cui nascita Bolaño stesso ha contribuito, l’ultima riguarda la forma che 2666 avrebbe dovuto assumere. Si dice infatti che l’autore desiderasse vedere i cinque romanzi che lo compongono pubblicati separatamente, e se possibile letti nell’ordine preferito da ciascuno. La disposizione, ammesso che sia autentica, era in realtà un avviso per la navigazione in questo romanzo-mondo, che contiene di tutto: un’idea di letteratura per la quale molti sono disposti a vivere e a morire, l’opera al nero di uno scrittore fantasma che sembra celare il segreto del Male, e il Male stesso, nell’infinita catena di omicidi che trasforma la terra di nessuno fra gli Stati Uniti e il Messico nell’universo della nostra desolazione. Tutte queste schegge, e infinite altre, si possono in effetti raccogliere entrando in 2666 da un ingresso qualsiasi; ma fin dall’inizio il libro era fatto per diventare quello che oggi il lettore italiano, per la prima volta, ha modo di conoscere: un immenso corpo romanzesco oscuro e abbacinante, da percorrere seguendo una sola, ipnotica illusione – quella di trovare il punto nascosto in cui finiscono, e cominciano, tutte le storie.



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2666. Cinque parti 2020-09-18 09:48:15 Mario Inisi
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Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    18 Settembre, 2020
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Eredità misteriosa

A che serve il mercato editoriale? A nascondere il capolavoro perché non sia così facile trovarlo. E perché leggere un capolavoro deve essere come il premio di una occulta caccia al tesoro? Forse perché il libro non è scritto solo dall’autore, che magari in tutta onestà crede di essere stato lui a scrivere quel certo libro, ma è come se per una seduta d’ipnotismo l’autore scrivesse quello che una mente esterna a lui e più grande di lui pensa per un processo oscuro chiamato ispirazione. Dunque, l’opera d’arte contiene il messaggio di questa mente più grande e forse, dico forse, i trapassati ci parlano anche loro attraverso certe opere. E’ il caso della grande letteratura, quella dell’autore Bolano e dell’autore Benno Von Arcimboldi. Arcimboldi è uno pseudonimo naturalmente, dato che non ha nessun senso che il capolavoro indossi il nome di chi per puro caso l’ha scritto. Ma questo comporta la possibilità di perdere le tracce dell’uomo, autore materiale del capolavoro. Perciò nel primo volume della pentalogia troviamo i critici a caccia dell’autore Arcimboldi. Le sue tracce si perdono a santa Teresa, misteriosa città del Messico, forse pseudonimo di altra ben nota città del Messico che è Ciudad Juarez. Il giallo si sposta ben presto dalla ricerca dell’autore alla città di santa Teresa, ovvero alla ricerca dei colpevoli dei femminicidi seriali che si perpetuano a santa Teresa. Come la scrittura è un processo che esce dai limiti dell’esistenza razionalmente percepita, così anche altri fatti escono dalla logica e Santa Teresa catalizza l’irrazionale, la pulsione omicida, la violenza che si riaggancia a riti ancestrali. L’autore cita le piramidi degli atzechi dove in un antico rituale le donne venivano sacrificate in un altare di pietra trasparente in modo che dal basso la folla che assisteva al rito potesse vedere ogni cosa. Così a santa Teresa la nuova piramide è realizzata grazie alla cinepresa che filma negli snuff movies le morti e le torture e le violenze subite da centinaia di donne che poi spariscono e ricompaiono cadaveri nel deserto. Vari soggetti vengono incriminati per i delitti e sembrano colpevoli, ma i delitti continuano con le stesse modalità, come se anche per i delitti si innescasse un meccanismo simile a quello dell’arte, per cui una mente esterna, il Male diciamo, potesse agire attraverso più persone per perseguire i suoi scopi. Il terzo romanzo, quello di Fate parla del salvataggio, fatto per ispirazioni improvvise e intuizioni e premonizioni, di una di queste donne, Rosa Amalfitano. Il romanzo a me è piaciuto e dà una boccata d’ossigeno catartica che prepara alla lettura del quarto romanzo. Catartica in quanto il Male, la grande mente, non è onnisciente né onnipotente, e può manovrare e agire ma si può anche in qualche modo contrastare. Il quarto romanzo non sembra nemmeno scritto da Bolano, in quanto è un lunghissimo reportage giornalistico che contiene la descrizione di una serie interminabile di omicidi di donne, spesso giovani o bambine, avvenuti a santa Teresa. Di questo romanzo colpisce il tono serio, la mancanza di morbosità nonostante il materiale scabroso trattato. E’ come se Bolano volesse dire che non sta inventando di sana pianta e che non prova piacere a scrivere quello che deve. Il problema degli omicidi in Messico a Ciudad Juarez come altrove esiste, è un dato di fatto. Il romanzo allude a collusioni tra classe politica, polizia ai più alti livelli, narcotrafficanti, sette di satanisti e cinematografia. Parla anche di connivenze create dalla mentalità comune maschilista e machista e dalla mancanza di fermezza nel condurre le indagini anche da parte di poliziotti onesti. Come le ossa delle donne riaffiorano nel deserto, anche i morti parlano e lo fanno attraverso le opere d’arte. Quella di Bolano, forse (chissà) quella di Arcimboldi e anche quella del pittore Hugo cugino della famosa baronessa Zumpe, di cui sappiamo che dipinge cadaveri di donne. Il titolo 2666 sembrerebbe alludere anch’esso al mistero del male.
Mi è piaciuto molto Bubis, l’editore di Arcimboldi, che crede in lui nonostante le esigue vendite e che ordina alla moglie, la leggera baronessa Zumpe, di proteggerlo e dargli sempre fiducia. E forse fa parte di una strana maliziosa visione del mercato editoriale di Bolano, il fatto che la baronessa, che non ha mai letto un libro, faccia prosperare la casa editrice dopo la morte del marito molto più del marito stesso.
p.s. nelle ultime pagine c'è una descrizione di un'opera di Arcimboldi, dove l'elemento umano sembra sparire e disgregarsi nella natura, che fa capire come mai lo scrittore si sia scelto quello pseudonimo, che cita il pittore italiano Giuseppe Arcimboldo, molto particolare.

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2666. Cinque parti 2020-04-24 14:30:49 Molly Bloom
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Molly Bloom Opinione inserita da Molly Bloom    24 Aprile, 2020
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La grotta della disperazione

"Commetterò molti errori e imperfezioni. Evidentemente un libro voluminoso ha alcuni vantaggi. In un libro lungo uno scrittore deve dimostrare resistenza, una capacità di inventiva costante, deve avere un respiro largo e molta capacitò di affabulazione e, naturalmente, non è lo stesso concepire una casa o un grattacielo. molte volte è piu’ abitabile una casa, però per costruire un grattacielo devi essere molto bravo, visto che devi fare dei tracciati più complicati…" (Roberto Bolano in una intervista del 2000, relativa alla stesura di "2666")

"2666" è per l'appunto un grattacielo moderno, uno di quei libri-monumento, ai quali ci si approccia con impegno e dedizione ma anche con una certa dose di sacrificio perché seppur belli e intensi la strada del lettore non è sempre spianata e dovrà dare prova di una certa resistenza. E' una maratona e non un 300 metri e questo è bene averlo a mente prima di iniziarlo. Ma quale soddisfazione e ricchezza personale aver completato quei maledetti 40 km... Perché sono proprio maledette le pagine di Bolano, e lo si intuisce anche dal titolo, quelle ultime tre cifre "666" con un "2" davanti. Regna il mistero sul titolo, io però a lettura ultimata mi piace interpretarlo come un doppio inferno, proprio come il doppio orrore che descrive nella seconda parte di questo romanzo arcipelago. Un arcipelago costituito da cinque libri, apparentemente indipendenti ma che sono legati tra loro dagli eventi e da alcuni personaggi e che coprono una vasta area geografica. Dopo un inizio dall'impronta culturale e intellettuale in "Dalla parte di critici" man mano si va a inoltrarsi sempre di più nella selva oscura del romanzo che è costituita dal quarto e quinto libro, rispettivamente "La parte dei delitti" e "La parte di Arcimboldi", i due inferni di cui parlavo prima. Se negli altri libri si accenna a dei femminicidi a Santa Teresa, nel quarto libro invece si assisterà a una vera e propria rassegna di orrendi crimini nei confronti di donne giovani, dopo essere state brutalmente stuprate, l'orrore sta nel fatto che non si tratta di una finzione ma Bolano denuncia una tristissima realtà degli anni novanta: il femminicidio di Ciudad Juárez in Messico. Denuncia delle istituzioni corrotte dalle fasce, dove la polizia nella migliore delle ipotesi è indifferente e sbrigativa, nella peggiore è complice. Viene denunciata e resa colpevole in ogni omicidio narrato: sono poco meno di duecento, il che fa di questo quarto libro uno scoglio non indifferente da superare. Quasi duecento descrizioni di donne ammazzate e brutalmente abusate alle quali Bolano da un nome e una voce e l'attenzione che dalla polizia non hanno ricevuto ma che sono state invece "archiviate" con indagini inesistenti o approssimative o annoiate, annacquate da barzellette misogine e di cattivissimo gusto, da parte di poliziotti che sembrano non avere una madre o una sorella, un lavarsi continuo le mani, come Ponzio Pilato, e coscienze messe apposto per qualche sporadico assassino buttato in carcere, al quale si cerca di propinargli altri casi e liberare quindi le loro scrivanie. Ecco il primo 666.
Il quinto e ultimo libro del romanzo descrive la vita dello scrittore Benno von Arcimboldi, vita che i quattro critici letterari del primo libro cercano disperatamente di ricostruire e quindi in qualche modo si giunge a una sorta di "conclusione" del romanzo anche se si sa che i romanzi di così ampio respiro non hanno una conclusione e probabilmente non mirano nemmeno a quello. In questa parte ho ritrovato il secondo inferno: la seconda guerra mondiale e i crimini di guerra. Ci sono dei passaggi che personalmente ho faticato a leggere, come ad esempio la squadra dei bambini polacchi ubbriachi che i tedeschi ingaggiano per fucilare gli ebrei che loro non hanno più la forza di farlo.
Ma 2666 non è solo un libro sull'orrore, è anche un libro sulla letteratura, sulla formazione di uno scrittore e di un capolavoro letterario, è un libro in cui non c'è prevalentemente un personaggio o dei personaggi di spicco ma Bolano crea una miriade di personaggi e ognuno racconta la propria storia e ha un peso importante. Le storie raccontate sono davvero tante e questo rappresenta l'ossigeno per il lettore nell'andare avanti. Anche lo stile subisce le stesse trasformazioni e non è mai monocorde: ora corre veloce con frasi lunghissime e senza punteggiature, ora rallenta e diventa più descrittivo, altre volte è onirico, nel quarto libro invece spesso è sotto forma di cronaca nera -indagine poliziesca. La prosa si mantiene sempre limpida, forbita al punto giusto e nel momento giusto, con ampio utilizzo di riferimenti letterari tra scrittori, opere letterarie e persino personaggi (per esempio Tadzio) ma anche riferimenti come compositori classici oppure personaggi storici, filosofi e miti. Traspare una vastissima cultura in questo libro che ho trovato molto stimolante e appagante. Ho apprezzato inoltre l'abilità di Bolano a descrivere i vari ambienti geografici con relativi usi e costumi, una camaleonte che ora è messicano, ora americano, ora tedesco, ora rumeno, spagnolo, etc...davvero una penna abilissima che sa fermare e descrivere con l'inchiostro qualsiasi personaggio in qualsiasi luogo.

C'è un mondo racchiuso in questo libro e lo annovero sicuramente tra i grandi capolavori della letteratura che mi è capitato di leggere. Bolano dice in "2666" che la letteratura è una foresta in continua crescita, piena di alberi di ogni tipo, di erbacce, di ciuffi d'erba, ma anche di "grotte della disperazione", di fiori di rara bellezza e di maestosi alberi e nella quale le opere minori sono essenziali perché, "carne da cannone, valorosa fanteria", occultano i capolavori, li nascondono "dato che ripete, in vari modi, lo schema del capolavoro".

"Gesù è il capolavoro. I ladroni sono le opere minori. Perché sono lì? Non per mettere in risalto la crocifissione, come credono certe anime candide, ma per occultarla."

...e ne vale la pena di scendere, in questa "grotta della disperazione".






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2666. Cinque parti 2020-04-20 16:13:22 kafka62
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kafka62 Opinione inserita da kafka62    20 Aprile, 2020
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MISTERI SENZA SOLUZIONE

“2666” (titolo criptico quant’altri mai) è, al pari de “I detective selvaggi”, una falsa detective story, una vicenda di misteri e di investigazioni che non portano a nulla e che, al termine delle sue mille ostiche, estenuanti ma ugualmente avvincenti pagine, sembrano soltanto il pretesto utilizzato dall’autore per sfogare il suo bisogno di raccontare storie. La caratteristica del romanzo che salta subito agli occhi è infatti il suo essere un libro-mondo, un libro-labirinto in cui, una volta entrati, ci si può facilmente perdere mentre si seguono le innumerevoli traiettorie che borgesianamente si ramificano senza nessun apparente motivo (si pensi, per fare solo un esempio, alla storia dell’ebreo Ansky all’interno di quella di Reiter, e dello scrittore Ivanov all’interno di quella di Ansky). Il meccanismo è un po’ simile a quello a scatole cinesi del “Manoscritto trovato a Saragozza”, e l’effetto per il lettore può facilmente far scaturire una certa frustrazione quando egli si accorge che alla fine i misteri sono destinati a rimanere irrisolti. Ma se ci si abbandona alla miriade di stimoli e di suggestioni disseminate con incredibile dovizia, alle sotto-storie in cui ogni personaggio secondario porta in dote una nuova storia che non c’entra niente con la trama del romanzo (ma qual è in realtà la sua trama?), allora si è in grado di apprezzare appieno l’incredibile, omerica perizia narrativa di Bolaño. Ecco allora sfilare, apparentemente non necessari eppure a loro modo fondamentali nell’economia del titanico racconto, un organizzatore culturale svevo che aveva conosciuto il giovane Arcimboldi nel corso di una serata con una ricca vedova che aveva rimembrato una giovanile crociera a Buenos Aires; un barbone londinese che fabbricava tazze; un pittore che ha dipinto il suo autoritratto con la mano destra automutilata e imbalsamata; il proprietario di una galleria d’arte, nonché ex-spia, che sente di notte il fantasma della nonna; un tizio che naufraga di notte in un lago e viene salvato perché un aereo precipita vicino a lui; Epstein e la nascita degli snuff movies; e altre centinaia di personaggi che qui non citerò (il quinto libro – “La parte di Arcimboldi” – ne è particolarmente ricco, con quel suo andamento di cronaca picaresca che attraversa un secolo di storia tedesca). Il meglio dell’arte di Bolaño si trova proprio, a mio avviso, negli interstizi della storia principale, nelle digressioni che possono tranquillamente andare dal fantomatico libro “O’Higgins è araucano” fino ad arrivare a Sisifo (quest’ultimo è un gustosissimo exploit che lascia a bocca aperta: lo scrittore cileno paragona le espressioni e le opinioni che gli uomini si portano dietro tutta la vita al leggendario masso di Sisifo, e il mito viene raccontato addirittura per tre pagine – chapeau! - ma con un’unica lunghissima frase piena di spassose notazioni aneddotiche).
Romanzo contenitore di storie (e di sogni, un altro leit motiv dell’arte di Bolaño, che in altra sede sarebbe interessante approfondire), come forse solo Italo Calvino era in grado di scrivere, ma non solo questo. Infatti in “2666” ci si allontana tantissimo dal punto di partenza, ci si trova a viaggiare in epoche e paesi lontanissimi tra loro, eppure alla fine tutto torna. Come nei film sceneggiati da Guillermo Arriaga (anche lui latino-americano, non a caso) un filo conduttore esiste sempre, e Bolaño, dopo avercelo nascosto fin quasi a farci perdere la speranza, lo estrae nelle ultime pagine come il coniglio dal cilindro di un prestigiatore. Il cerchio che si era aperto con i tre critici che girano il Messico seguendo le tracce del loro idolo Arcimboldi, si chiude con il misterioso scrittore che parte per il Centro America, dove si trova incarcerato, accusato di una serie di omicidi, il nipote Klaus (che era comparso nel terzo e soprattutto nel quarto capitolo, quello dei delitti). Ma la rivelazione è solo apparente. I due principali misteri in “2666” non si svelano in realtà del tutto. O meglio, il primo mistero, quello sulla vita e l’identità di Benno von Arcimboldi, viene sviscerato in tutti i più minuti dettagli di una biografia, ma solo per giungere alla conclusione che tra il mito e la persona, tra la figura pubblica e quella privata, tra la proiezione idealizzata ed il suo prosaico prototipo, c’è uno scarto che non è mai possibile riempire, perché l’uomo e la leggenda sono troppo lontani tra loro, addirittura inconciliabili. A questa conclusione Bolaño era già giunto ne “I detective selvaggi”, con il viaggio di Arturo Belano e Ulises Lima alla ricerca della fantomatica poetessa Cesarea Tinajero, che al termine i due trovavano (ben diversa da come avrebbero potuto immaginarsela) solo per vederla morire tra le loro braccia. Non diversamente i quattro critici inseguono un simulacro, un’apparenza che la realtà distruggerebbe se fosse costretta ad uscire allo scoperto e ad annunciarsi al mondo. C’è in questo una sorta di morale meta-letteraria: la verità sulla vita di un artista può essere forse conosciuta (o meglio intuita) da un altro artista (lo scrittore Bolaño, in questo caso), ma mai dai critici (il cui snobismo viene irriso nell’episodio in cui Pelletier ed Espinoza picchiano a sangue un tassista pachistano, rivelando la miseria etica e la brutalità che si nascondono dietro la loro maschera di intellettuali raffinati) o dal pubblico (Belano e Lima nel romanzo precedente).
Del secondo mistero, quello delle brutali uccisioni di donne nella città di Santa Teresa, vicino alla frontiera con gli Stati Uniti, neppure la letteratura può invece darci la chiave. Bolaño elenca col puntiglioso e un po’ pedante stile da redattore di inventari centinaia di omicidi, senza far seguire alla sua entomologica precisione alcuna soluzione, alcun disvelamento. Poliziotti, magistrati, detective, giornalisti, politici e persino medium si aggirano per Santa Teresa e lo stato del Sonora alla ricerca dei colpevoli, ma dei colpevoli non c’è traccia, e solo un innocente capro espiatorio rischierà di pagare per tutti. In realtà, se il plot poliziesco lascia insoddisfatti (mi è tornato alla mente un film coevo come “Zodiac”, di David Fincher, il quale aveva un andamento analogamente frustrante), non di solo fumo si tratta, ma di un ben sostanzioso arrosto. Infatti, leggendo in controluce i capitoli “messicani” (e confrontandoli con gli episodi inquietanti, e in questo caso purtroppo reali, verificatisi qualche anno prima a Ciudad Juarez), si intravede un chiaro atto di accusa nei confronti della illegalità diffusa, della corruzione, della connivenza tra politica, forze dell’ordine e criminalità organizzata, che allignano in Messico. Non c’è quindi un colpevole (o alcuni colpevoli), ma ad essere colpevole (o connivente) è un marcescente sistema di potere che erige un vero e proprio muro di gomma di fronte ad ogni serio ed onesto tentativo di modernizzare e moralizzare il Paese, e che rende la fuga e l’esilio (come quello della figlia di Amalfitano) l’unica alternativa realmente percorribile. Tutto questo è lungi dal trasformare “2666” in una sorta di pamphlet ideologico, perché le ambizioni di Bolaño vanno molto al di là della semplice denuncia, e mirano ad esempio a riflettere (ovviamente col suo sguardo frammentario e destrutturato di cui si è detto, quindi anti-sistemico e anti-filosofico) sulla ineluttabilità e sulla banalità del male. Ciò che avviene a Santa Teresa non è poi così dissimile da quello che si è avuto modo di riscontare nel corso della Seconda Guerra Mondiale: e cioè che la violenza è profondamente insita nella storia dell’uomo, e che gli efferati assassini del Sonora e i nazisti che sterminavano gli ebrei nei lager differiscono solo per il numero dei loro crimini da tutti coloro che, all’apparenza brave persone come il montanaro Leube o l’ex funzionario Sammer, hanno pure essi ucciso continuando a vivere come se niente fosse. In questo senso “2666” è un’opera profondamente pessimista (anche se di un pessimismo che non esclude la leggerezza e l’ironia), probabilmente influenzata dall’approssimarsi di Bolaño alla propria fine, e neppure l’arte o la scienza paiono in grado di ergersi a panacea di tutti i mali, perché i tanti personaggi del libro che bazzicano per esempio l’ambiente della letteratura sono ben lungi dal rappresentare una soluzione ai problemi del mondo e possono al massimo (come nel caso del libro di Ansky trovato in un nascondiglio da Reiter-Arcimboldi) offrire un aiuto meramente individuale.

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"I detective selvaggi" di Roberto Bolaño
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