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Un'acutissima commedia del disinganno che strappa lacrime di riso e lacrime di commozione, e colloca Joe Dunthorne con tutti gli onori nella tradizione di Evelyn Waugh e Kingsley Amis. Una gita di puro, geniale, sorprendente piacere. Ray è più vicino ai 35 che ai 30, troppo vecchio per definirsi millennial , non abbastanza per non comportarsi come tale. Ha una moglie e un figlio in arrivo, e un lavoro da fame come giornalista hi-tech, eppure le responsabilità dell'età adulta gli appaiono remote e nebulose quanto il possesso di una casa di proprietà a Londra città: niente che una bella battuta e una gran dose di arguzia non sappiano ridimensionare. Sempre che un giorno di follia urbana nell'agosto del 2011 non lo metta di fronte al suo maggior talento: cacciarsi in guai ben più adulti di lui. Oh, quanto la sa lunga il nostro Ray… D'altra parte è giovane, arguto, fulminante nella battuta e brillante in società: non sono forse questi i passepartout del nostro tempo? Ray spiantato e creativo, si prepara all'imminente nascita del suo primo figlio fingendo che delle responsabilità basti farsi gioco. Da giornalista tecnologico freelance, scrive per Techtracker.co.uk articoli che gli fruttano dieci pence a parola, una miseria di cui si vendica infilando in ogni pezzo una frase composta solo di parole brevissime, di cui poi si compiace così: «Quell'inciso vale quasi quattro pence a lettera, gonzi». Eh no, a Ray non la si fa! Certo, difficile potersi permettere una casa di proprietà con quegli introiti, non nella Londra del Ventunesimo secolo, non se si viene continuamente scalzati da fantomatici acquirenti per pronta cassa. Ma a quella vecchia volpe di Ray quell'uva interessa tanto poco da definirla «l'orribile villetta a schiera» (salvo poi spingersi fino all'effrazione pur di garantirsi una chance di raggiungerla). Se l'amata moglie Garthene, infermiera con i piedi per terra e un pancione di otto mesi, ha un turno di notte in ospedale, vorrà dire che Ray ci andrà da solo alla festa. Fingerà di annoiarsi e flirterà con la comune amica Marie, ma senza levarsi le scarpe, «il che, moralmente parlando, faceva una certa differenza». E che importa se quella è Londra, è l'agosto del 2011 e fuori infuriano i peggiori disordini che il Paese ricordi? Si può comunque uscire per strada, accettare un paio di birre di dubbia provenienza e lasciarsi immortalare, sorridente e compiaciuto, in uno scatto fatale. Ray la sa tanto lunga da surfare sulla vita come nel web che è la sua seconda casa (e forse la sola, giacché un'altra non l'avrà mai…). Ma possibile che nessuno gli abbia mai detto che se una cosa può andar male, lo farà?

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Gli adulteranti 2019-07-11 13:49:50 68
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68 Opinione inserita da 68    11 Luglio, 2019
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Confusione estrema

Il romanzo di Dunthorne riflette, nel titolo e nei contenuti, attraverso una prosa fluida e scanzonata e dialoghi fitti ed irriverenti che riportano a Nick Hornby, il presente in tutta la propria estetica banalizzante, riproducendo una levita’ che stritola il protagonista, colpevole ed ignaro, tanto ironico quanto sarcastico, impegnato a non sprofondare nella felicità insana che lo circonda, idealizzando una promiscuità poco gratificante, vivendo alla giornata, con quel poco che la sua professione dì giornalista tecnologico con una faccia qualunque e pagato 10 pence a parola ha da offrirgli.
Così va il mondo, tra gente molto social e poco impegnata a vivere un vita vera, indebitandosi per riuscire a comprare una orribile villetta a schiera, all’ orizzonte la paternità e nuove spese, alle spalle una famiglia lontana noiosamente assorta nei propri privilegi, ma anche una pena da scontare per violazione aggravata di domicilio e ricettazione, perseguitato da una rete che conserverà la memoria della sua ignominia, sullo sfondo l’ incubo di un tradimento.
Intanto Londra brucia durante i disordini dell’ estate 2011 e, mentre la folla inferocita imperversa, il proprio matrimonio va dissolvendosi, gli amici o presunti tali continuano a vivere reiterati ed orgasmici flussi adolescenziali ed il tempo scorre, per ritrovarsi dopo i trent’ anni con niente addosso e l’ impossibilità di costruire rapporti veri.
Questo quanto accade, piuttosto poco, a rappresentare la complessità del presente, in una visione che superi la superficie apparente e che tenti di andare oltre il perseguimento di semplici matematici indicatori di successo ricercando un po’ di sicurezza in un mondo ostile.
Per il protagonista la festa è finita, come il suo inguaribile vittimismo, non gli resta che vivere all’ ombra dei resti del proprio matrimonio, brindando alle disgrazie, serenamente distrutto, pervaso da una ossimorica presenza, per contro non restano che disastrose relazioni tra adulti.
Alla fine una domanda identitaria incombe, siamo o rappresentiamo, quale vita ed indirizzo, da osservatori passivi o ascoltatori attivi, e saremo in grado di invertire questa parabola di cupa dissolvenza?
Quanto siamo parte attiva nel mondo, o semplicemente ci lasciamo andare ad una tempesta di accadimenti, cercando di sopravvivere e di metterci al riparo?
La risposta parrebbe evidente e sotto gli occhi di tutti, questa commedia degli errori e degli orrori a testimoniarlo.
In una ludoteca perseverante, autoreferenziale e fintamente onnicomprensiva, indirizzata verso un nulla di fatto, uno spirito vivo e pensante soccomberebbe miseramente o si lascerebbe andare all’ amarezza di un sorriso sarcastico.
Ecco allora che...

...” il migliore sesso del nostro matrimonio si consuma nel corso della peggiore disobbedienza civile dell’ ultimo quarto di secolo “... ed è assurdo ...” essere condannato agli arresti domiciliari per uno che non poteva permettersi un domicilio proprio”...

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