I baffi I baffi

I baffi

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È quasi un capriccio, uno scherzo, quello di tagliarsi i baffi, da parte del protagonista di questo inquietante romanzo. Ma ci sono scherzi (Milan Kundera insegna) che possono avere conseguenze anche molto gravi. Il nostro non più baffuto eroe si troverà infatti proiettato di colpo – lui che voleva solo fare una sorpresa alla moglie – in un universo da incubo: perché tutti quelli che lo conoscono da anni, e la mo­glie per prima, affermano di non averli mai visti, quei baffi, e che dunque nella sua faccia niente è cambiato. Il mondo co­mincia allora ad apparirgli «fuor di squa­dra», e il confine tra la realtà e la sua im­maginazione sempre più sfumato. Del­le due l’una: o è pazzo, o è vittima di un mostruoso complotto, ordito dalla moglie con la complicità di amici e colleghi, per convincerlo che è pazzo. Non gli resta che fuggire, il più lontano possibile. Ma ser­virà? O non è altro, la fuga stessa, che il punto di non ritorno? Per nessun lettore sarà facile ripensare a questo libro – in cui ritroviamo le atmosfere visionarie e para­noiche di quel Philip K. Dick sul quale Emmanuel Carrère ha scritto con illumi­nante finezza – senza un brivido di turba­mento.


Recensione della Redazione QLibri

 
I baffi 2020-03-03 09:44:33 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    03 Marzo, 2020
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Cosa stava succedendo?

«Non rispose. Si sentiva affranto. Cosa le poteva dire? Di finirla con quella farsa? Per riprendere quel dialogo tra sordi? Cosa stava succedendo?»

Tutto ha inizio come un capriccio: come Agnès ha diritto di cambiare acconciatura con una cadenza tanto frequente da non consentirgli di abituarsi all’uno o all’altro taglio o colore, così lui può tagliarsi i baffi. Già si pregusta il viso della donna e degli amici, già si immagina la gioia che proverà di fronte a questo scherzo così ben riuscito che ha messo in atto. È un pomeriggio come tanti, siamo in una Parigi degli anni ’80 quando, dopo aver oziosamente chiesto alla moglie il suo parere in merito a questa iniziativa che collide con quella barba che non sopporta così come non sopporta la ricrescita azzurrina dei peli sul viso, procede al taglio. Sposati da cinque anni, ella non lo ha mai visto senza baffi. Minimizza, esce. Rientra, sembra non accorgersi di quella rasatura appena effettuata. Poco dopo segue una cena con gli amici di sempre; Serge e Véronique. Anche loro non si accorgono di nulla. O almeno, fanno finta di non accorgersene. Che scherzo è mai questo? Si chiede. Eppure, dopo tanti anni che porta i baffi tutti si sarebbero dovuti rendere conto di questa novità. Molta la rabbia, la beffa che si era prefigurato essere divertentissima non è poi stata così spassosa e piacevole. Al rientro dalla cena l’uomo non resiste più e rinfaccia alla compagna quanto accaduto. Tuttavia, questa, smentisce asserendo che lui non ha mai portato i baffi e che la congiura a lui avversa, il contro-scherzo che a suo dire sarebbe stato ideato a suo danno, non è altro che frutto della sua fervida fantasia. Cosa sta succedendo? Perché proprio a lui?
Classe 1986, “I baffi” (al tempo solo “Baffi”, riedito da Adelphi) è la storia di un uomo qualsiasi che a seguito di un evento banale, ordinario, che poteva capitare a tutti, si vede costretto ad affrontare un viaggio dentro se stesso e attorno al mondo. È un incubo ad occhi aperti che mixa in perfetta armonia realtà e finzione. Il risultato è tale che ad un certo punto il lettore è così confuso da non riuscire a distinguere quale sia la verità e quale sia, al contrario, il frutto dell’artifizio letterario.
Ha inizio una vera e propria ricerca da parte del protagonista di quei peli tagliati nella spazzatura, quasi come se fossero una prova, quasi come se fossero l’unico appiglio a cui egli possa affidarsi per confermare la veridicità delle proprie affermazioni. I baffi diventano così un simbolismo che da apologo sull’identità trasformano il volume in un noir psicologico all’interno del quale è impossibile non chiedersi se veramente sia in atto un complotto o se semplicemente non si tratti di uno scherzo di cattivo giusto. Il tutto per giungere alla verità, alla ragione. Anche se forse, una verità chiara e conoscibile non esiste. Anche se forse, una verità chiara e univoca non può esistere perché tutto ruota e dipende dal punto di vista, dalla prospettiva, dal punto di osservazione con il quale ci avviciniamo alla vicenda.
Un testo molto diverso dai Carrère che hanno consacrato il successo dell’autore. È un libro all’interno del quale a far da padrona è l’introspezione. Il francese focalizza la sua attenzione sui pezzi perduti, sui cumuli di quelle macerie che portano alla dissoluzione di se stesso come singolo ma anche in funzione del rapporto con l’altro; un rapporto che va in distruzione per un effetto causa-conseguenza. L’uomo resta dunque solo. Nel dubbio, nelle scelte. Nel vivere quotidiano.
È un elaborato che mi ha ricordato tanto le opere pirandelliane, che parte con rapidità ma che nondimeno subisce una battuta d’arresto attorno alla metà e che fatica a riprendersi, a giungere con vigore alla sua conclusione. Il contenuto c’è, il messaggio arriva, la riflessione non manca ma resta un sapore agrodolce di incompletezza, di insoddisfazione. Una lettura interessante ma non indimenticabile.

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