Narrativa straniera Romanzi Il giovane Holden
 

Il giovane Holden Il giovane Holden

Il giovane Holden

Letteratura straniera

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Sono passati cinquant'anni da quando è stato scritto, ma continuiamo a vederlo, Holden Caufield, con quell'aria scocciata, insofferente alle ipocrisie e al conformismo, lui e la sua 'infanzia schifa' e le 'cose da matti che gli sono capitate sotto Natale', dal giorno in cui lasciò l'Istituto Pencey con una bocciatura in tasca e nessuna voglia di farlo sapere ai suoi. La trama è tutta qui, narrata da quella voce spiccia e senza fronzoli. Ma sono i suoi pensieri, il suo umore rabbioso, ad andare in scena. Perché è arrabbiato Holden? Poiché non lo si sa con precisione, ognuno ha potuto leggervi la propria rabbia e assumere il protagonista a "exemplum vitae".

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Il giovane Holden 2019-06-23 17:19:48 La Lettrice Raffinata
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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    23 Giugno, 2019
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Le anitre di Central Park sono tristi il sabato

“Il giovane Holden” è il solo romanzo pubblicato da Salinger, e spicca quindi nella sua produzione letteraria composta prevalentemente da racconti, come “Alzate l’architrave, carpentieri” e “Seymour. Introduzione”.
Questa opera è peculiare già dall'edizione. Oltre alla richiesta dell'autore di omettere sia la sinossi che la copertina (sebbene alcune edizioni estere presentino comunque della immagini sulla cover), la Einaudi ha dovuto faticare parecchio anche con il titolo che, risultando alla fin fine intraducibile -o meglio, traducibile a discapito del senso logico-, è stato completamente stravolto.
Il volume si presenta come romanzo di formazione, narrato in prima persona dal protagonista stesso che parla direttamente al lettore come in un monologo teatrale o in una sorta di stand-up comedy. Nulla di preparato e fasullo comunque, infatti il tono è colloquiale e non mancano degli errori già dall'incipit

«Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com'è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne.»

Holden va quindi a ripercorrere uno specifico momento della sua vita -un lungo week-end- arricchendo però il racconto con molti aneddoti sulla sua infanzia o sulle persone che ha incontrato; questa peculiare narrazione da vita a continui salti temporali, dei quali il protagonista si rende ben conto

«[Spencer] Sapeva che non sarei tornato a Pencey.
Questo mi ero dimenticato di dirvelo. Mi avevano sbattuto fuori.»

e mi ha ricordato l'anonimo protagonista de “Le notti bianche” di Fëdor M. Dostoevskij: entrambi sognatori pronti a creare lunghi racconti partendo da fatti per gli altri irrilevanti, e poi ad essere ritrascinati bruscamente nella realtà.
Durante questo fine settimana, Holden lascia il collegio Pencey di nascosto e si reca a New York, dove abitano i genitori e la sorella minore, con l'animo in bilico tra il desiderio di tornare a casa -ed affrontare le conseguenze dell'espulsione- o di scappare verso ovest sperando di potersi nascondere.
Come già detto nella prima recensione dei suoi lavori, ciò che maggiormente apprezzo nella scrittura di Salinger è la sua capacità unica di mutare del tutto lo stile per adattarlo al suo protagonista; questo dona al lettore la sensazione di trovarsi a leggere le parole dello stesso Holden, senza pensare che dietro ad esse ci sia la mano di uno scrittore. Buoni esempi di ciò sono le ripetizioni, sia nelle riflessioni del protagonista, sia nei dialoghi

«-Perché diavolo vi siete scazzottati, insomma?- disse Ackley, forse per la cinquantesima volta. In questo era senza dubbio un rompiscatole.»

o anche la scelta di inserire molto frequentemente delle espressioni colloquiale come “eccetera eccetera”, “e compagnia bella” o “e vattelapesca”.
Un altro tratto peculiare della narrazione è dato dal carattere stesso di Holden, che sa essere molto sarcastico

«Si gridava sempre, in quella casa. Era perché quei due [i signori Antolini] non stavano mai contemporaneamente nella stessa stanza. Una cosa un po' buffa.»

nonché un bugiardo dotato di grande inventiva. Purtroppo le sue relazioni con gli altri personaggi sono inficiate dalla sua incapacità di adattarsi alle convenzioni sociali e di relazionarsi con il prossimo come questo si aspetterebbe; lui riflette a lungo sui problemi dati dall'incomunicabilità

«[...] -non so spiegare quello che ho in mente. E anche se sapessi farlo, non sono sicuro che ne avrei voglia.»

che risultano molto evidenti quando pensa di fare o dire qualcosa per poi decidere subito dopo che è meglio rimandare il tutto.
Oltre all'incomunicabilità, l'altro grande tema affrontato da Holden nelle sue riflessioni è quello della morte, in particolare del venire a patti con il lutto per una persona cara. Il protagonista parla a più riprese della prematura scomparsa del fratello minore, con in quale aveva un rapporto molto stretto

«-Lo so che [Allie] è morto! Credi che non lo sappia? Ma mi può ancora piacere, no? Non è mica che uno non ti piace più solo perché è morto, Dio santo, specie se è mille volte meglio della gente viva che conosci e compagnia bella.»

e per la perdita del quale continua a soffrire, presentando al lettore un quadro familiare che per parecchi aspetti ricorda quello dei fratelli Glass, protagonisti della maggior parte dei racconti di Salinger.

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Il giovane Holden 2019-04-15 06:13:39 kafka62
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kafka62 Opinione inserita da kafka62    15 Aprile, 2019
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CHI E' HOLDEN CAULFIELD?

"Un supplente di una scuola di Long Island fu licenziato per una lite con uno studente. Dopo una settimana, è tornato in quella classe. Ha sparato allo studente, senza ucciderlo. Ha preso la classe in ostaggio e alla fine si è sparato, uccidendosi. Una cosa mi ha incuriosito, una frase scritta dal Times. Un vicino ha descritto l’insegnante come una brava persona, che leggeva sempre Il giovane Holden. Quel povero Chapman, che uccise John Lennon, lo aveva fatto solo per attirare l’attenzione del mondo sul giovane Holden. E disse che quella lettura sarebbe stata la sua difesa. Il giovane Hinckley, quello che sparò a Reagan e al suo addetto stampa, disse: “Se volete la mia difesa, non dovete far altro che leggere Il giovane Holden…” Beh, lo chiesi in prestito a una mia amica per vedere che cosa avesse sottolineato e lo rilessi perché volevo cercare di capire perché questo romanzo bellissimo, toccante, intenso, pubblicato nel luglio del ‘51 si sia trasformato in un manifesto dell’odio. Ho cominciato a leggerlo. È esattamente come me lo ricordavo. Tutti quanti sono fasulli. Pagina 2: “Mio fratello vive a Hollywood, fa la prostituta.” Pagina 3: “Che razza di fasullo era suo padre.” Pagina 9: “La gente non si accorge mai di nulla.” Poi, a pagina 22, mi si sono drizzati i capelli. Beh, ve lo ricordate Holden Caulfield il classico ragazzo sensibile col suo berretto rosso da caccia al cervo? Da caccia al cervo? Un accidente. Ci ha chiuso un occhio come per prendere la mira. È un berretto per sparare alla gente. Ci spara alle persone con quel berretto. Eh, questo libro prepara la gente a momenti di grandezza mai immaginati prima. Poi a pagina 89: “Preferirei buttare qualcuno dalla finestra o staccargli la testa con un’accetta che dargli un pugno in faccia. Odio le scazzottate, quello che mi fa più paura è la faccia dell’altro.” Ho finito il libro, è una storia toccante. È comico perché lui vuole fare tante cose ma non riesce a fare niente, odia le falsità e sa solo mentire agli altri, vuol essere voluto da tutti ma è solo pieno d’odio e completamente egocentrico. In altre parole il ritratto piuttosto fedele di un adolescente maschio. […] Beh, l’alone che circonda questo libro che forse dovrebbe essere letto da tutti tranne che dai ragazzi è questo. Il libro deforma come in uno specchio e distorce come in un altoparlante rotto una delle grandi tragedie del nostro tempo, la morte dell’immaginazione. […]” (dal monologo di Paul, il protagonista del film “Sei gradi di separazione”, di Fred Schepisi).

Chi è Holden Caulfield? L’alfiere ante-litteram di una generazione ribelle, anti-capitalista e anti-borghese, che nel rifiuto dei miti dei padri ricorda un po’ quella del ’68; oppure il rappresentante border line di un disagio esistenziale e di un male di vivere talmente profondi da farsi patologia nichilista e autodistruttiva (anche qui preconizzando la generazione X delle droghe, dell’anedonia, delle derive neo-naziste)? A propendere per la prima ipotesi ci sono milioni di lettori, soprattutto adolescenti, che, forse catturati dalla sua sincerità, dalla sua fragilità, dal suo offrirsi senza pudori e senza difese, lo hanno in qualche modo visto come un loro simile, quasi un fratello maggiore, un modello a cui ispirarsi, se non proprio da imitare. I fautori della seconda tesi sono invece coloro che, come il protagonista di “Sei gradi di separazione” (il film di Fred Schepisi del 1993), lo giudicano il simbolo di un’America malata, immatura e pericolosamente incline all’odio, al razzismo e alla violenza. Chi è dunque Holden Caulfield? Personalmente propendo per la seconda linea di pensiero, forse perché i miei anni sono vicini alla sessantina e pur riconoscendo il fascino istintivo di un personaggio che sfrutta – non dimentichiamolo – una delle trappole più comuni della letteratura moderna, ossia l’istintiva e preconcetta identificazione del lettore con l’io narrante. Ad una analisi approfondita non possono comunque sfuggire alcuni tratti essenziali, direi quasi costitutivi, della personalità del protagonista. Holden ha sì innegabili slanci di generosità o di cavalleria, ma quanta autentica bontà, quanto altruismo c’è in questi comportamenti, e quanto invece disinteresse per le proprie cose o paura della solitudine? I suoi atteggiamenti apparentemente morali non danno mai veramente l’impressione di essere “normali”: la sua spontaneità è piuttosto avventatezza, la sua generosità è dissennatezza (pensiamo alla sproporzionata offerta fatta precipitosamente alle due suore – che peraltro neppure sollecitano un atto di carità – quando è chiaro che le sue disponibilità si stanno prosciugando, al punto che qualche pagina dopo è costretto a chiedere in prestito alla sorellina i suoi risparmi per i regali di Natale), i suoi attaccamenti e le sue infatuazioni (per la sorella in primis, ma anche per le sue amiche, che un momento vorrebbe sposare e il momento dopo lo annoiano al punto da desiderare di rimanere solo) hanno qualcosa di esagerato, di morboso. Holden alterna vitalismo e depressione, allegria e tristezza, cameratismo e misantropia. Odia i film, ma poi in una scena immagina di essere il protagonista di una scena melodrammatica in cui si trascina stoicamente per le strade con una ferita mortale al ventre. Odia lo snobismo e l’ostentazione degli status symbol della upper class cui in realtà appartiene, ma poi si trova altrettanto a disagio negli ambienti sordidi che si trova a frequentare nel corso del suo compulsivo vagabondare. In realtà Holden ce l’ha con tutto e con tutti, perché non c’è niente che in fondo lo interessi veramente (come gli fa giustamente notare la sorella Phoebe quando gli dice: «A te non ti piace niente di quello che ti succede») e nell’umanità che lo circonda vede solo bastardi o cafoni o barbosi o palloni gonfiati o finocchi e pervertiti. In quest’ottica, siamo poi sicuri che il professor Antolini che lo ospita e da cui nottetempo fugge spaventato sia un omosessuale e abbia voluto approfittare di lui, o sono solo le paranoie di chi vede intorno a se un mondo torbido e malsano? Holden è un disadattato, un asociale, forse un psicopatico in prospettiva, nel migliore dei casi un marziano, una brutta copia del Piccolo Principe (curioso questo accostamento, che ho scovato navigando in Internet, secondo cui “Il giovane Holden” sarebbe una sorta di trasposizione realistica del romanzo di Saint-Exupery, in cui Phoebe rappresenterebbe la rosa del principe e i personaggi incontrati da Holden gli strampalati abitanti dei pianeti visitati dallo stesso principe nel suo metaforico viaggio). Quando in certi momenti ha un comportamento eticamente encomiabile (come quando rinuncia al suo proposito di scappare perché Phoebe gli dice che verrà con lui, e non vuole che la sorella butti via la propria vita), in realtà lo fa – a parte la concreta irrealizzabilità dei suoi velleitari e infantili propositi – soltanto per motivi patologici (perché vuole un bene smisurato alla sorella). Holden è in fondo un perfetto soggetto di studio per uno psichiatra, e difatti è proprio da una clinica psichiatrica che egli alcuni mesi dopo racconta la sua bizzarra odissea. Se davvero dovessi sbilanciarmi a immaginare il futuro adulto di Holden, non credo che sarebbe quello di un padre di famiglia o di un libero professionista come il padre, e nemmeno quello di uno scrittore (nonostante che i componimenti siano l’unica cosa che gli riescano bene a scuola e nonostante i vaghi paralleli con la vita dell’autore, misantropo leggendario – ricordo che Holden sogna di ritirarsi a vivere in una campagna solitaria, ai margini di un bosco -, e inoltre cattivo studente in gioventù): al contrario, scommetterei sulle uniche due alternative a mio parere plausibili per una personalità così disfunzionale e squilibrata, ossia il manicomio o il suicidio. Oppure magari mi sbaglio, e Holden è solo un normalissimo adolescente che, dopo gli anni di ingenuo e confuso anticonformismo, entrerà in banca pure lui, come il “Compagno di scuola” di Antonello Venditti.

N.B. Non mi sono soffermato in questo breve commento sul valore letterario del romanzo, perché ritengo che “Il giovane Holden” sia ormai entrato a pieno titolo (oltreché a pieno merito) nel novero dei classici, e sia perciò già stato abbondantemente e adeguatamente compulsato e sviscerato in tutti i suoi aspetti critico-estetici. Voglio solo far presente che il suo linguaggio, uno slang estremamente libero e disinvolto, se oggi, dopo aver letto tanti romanzi americani contemporanei, può sembrare abbastanza normale, al momento della sua uscita, il 1951, deve essere apparso davvero innovativo e in anticipo sui tempi, se è vero che è stato capace di provocare molteplici accuse di scandalo e aperte crisi di rigetto da parte di tanti benpensanti e critici. In ogni caso, il capolavoro di Salinger è ancora estremamente attuale e sembra avere molti anni in meno dei suoi sessantotto effettivi, al punto da attirare ancora moltitudini di lettori, attratti, oltre che dalla sfaccettata ed enigmatica personalità del protagonista, anche dal ritmo incalzante della vicenda (che dura in tutto meno di 72 ore) e dal godibilissimo umorismo che la sottende.

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"Vernon God Little" di DBC Pierre
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Il giovane Holden 2019-03-19 00:39:03 levante
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levante Opinione inserita da levante    19 Marzo, 2019
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tenero ed impetuoso Caulfield

Le vicende di Holden Caulfield narrate nel libro (pubblicato in Italia nel 1951) "Il giovane Holden" si svolgono in un arco spazio temporale di tre giorni a partire dalla sua espulsione dalla prestigiosa scuola Pencey Prep che lo avrebbe dovuto traghettare successivamente verso il College. E' la storia di una fuga clandestina prima del suo rientro in famiglia, ancora all'oscuro della sua bocciatura. Holden, in attesa di essere confrontato dai suoi genitori sul suo ennesimo fallimento scolastico, approfitta delle vacanze scolastiche natalizie e decide, all'insaputa dei suoi genitori, di tornare nella sua città, New York, per vivere esperienze in totale autonomia. Molto ci dice dei sui fratelli: di Allie scomparso molto presto per una malattia, di D.B. riuscito scrittore ma non apprezzato da lui, e soprattutto ci parla molto affettuosamente di Phoebe la sorellina il cui punto di vista rappresenta spesso una bussola per orientarsi a volte nelle scelte che compie e compirà.

Pochissimo o quasi nulla si sa dei genitori ( il mondo degli adulti e' poco interessante perché sa solo giudicare?) e dei suoi sentimenti per loro.Apparentemente indifferente alle sue sorti, in quelle 72 ore che lo separano dal suo rientro domestico, Holden Caulfield decide di muoversi e sperimentarsi in assoluta libertà, cercando di rientrare in contatto con quelle persone con cui crede di aver costruito un legame: a volte sono alcuni adolescenti a volte adulti significativi per lui. Ma quasi tutti i personaggi che ci fa incontrare si rivelano ai suoi occhi( e convincimenti morali) molto lontani dal suo modo di vedere il mondo. E' protagonista ma anche narratore della sua storia, della sua inquietudine ed impulsività e ci racconta tutto ciò con un linguaggio a volte fanciullesco intriso di intercalari buffi ed infantili, seminati lungo tutto il romanzo, come "vattelapesca" , "..e via discorrendo" , "vita schifa", a volte cinico e ruvido come quello di un adulto, ossessionato non poche volte da possibili approcci "omosessuali"(il romanzo è stato scritto prima degli anni 50).

Holden si muove e pensa in solitario cercando in tutte le direzioni possibili, va ad esplorare e a congetturare continuamente, affamato di vita e di risposte ed il suo moto agente e pensante si esprime in un ininterrotto flusso di coscienza, proprio come spesso succede agli adolescenti. Come un adolescente lui va alla ricerca di un punto di riferimento, qualcuno a cui affidarsi: e' solo di fronte al mondo, non vuole conformarsi e soffre le regole in tutti i contesti dell' esperienza umana, si sente un po' depresso, a volte si chiede se sia un po' stupido o un po' pazzo, forse alla ricerca inconsapevole di un rito di passaggio tra l' adolescenza e l' adultità tutto da compiere. O forse vuole ritardare il suo ingresso nel mondo degli adulti, perché no?
Il suo lacerarsi, affermare per poi negare ogni suo pensiero, e il suo continuo speculare ipotetici traguardi anche estremi sono le condizioni indiscutibili del suo essere vitale nel mondo ma anche contro di esso, e a lui parla e a lui reclama visibilità e riconoscimento.
Molto toccante l'incontro con il Prof. Antolini ed il confronto con la sorellina che portano Holden su un piano di riflessione formalmente più sensato e meno impulsivo pur senza tuttavia snaturare le sue convinzioni: non può promettere a nessuno ciò che sarà e farà in futuro poiché lo saprà solo quando là si troverà.
Settanta anni fa qualcuno ha gettato un adolescente anticonformista (non molti lo erano intorno a lui) nella letteratura post-bellica e pre-beatgeneration e questo adolescente e' ancora qui con la sue richieste di essere accolto nella sua singolarità e di essere accettato per i suoi tempi di crescita senza essere marchiato o giudicato per non essere performante secondo tabelle di marcia ufficiali.
Dove vanno le anatre quando l'acqua dello stagno di Central Park ghiaccia? Moriranno o se la caveranno? Qualcuno si prenderà cura di loro? Salvate, come i bimbi presi al volo prima di essere inghiottiti nel dirupo scosceso e infido che precipita loro accanto? O troveranno da sole la strada per sottrarsi a pericoli ed insidie? E lui, il giovane Holden Caulfield, come le anatre di Central Park, ce la farà? Qualcuno ascolterà il suo grido di aiuto celato nei suoi insuccessi e nella vastità dei suoi angoscianti dubbi?

Lettura tenera e coinvolgente con un linguaggio che ben descrive i moti interiori di un ragazzo in corsa verso il mondo....chissa' da adolescente che impressione mi avrebbe fatto, ma in età matura l'ho molto apprezzato ed amato poichè mi ha ricordato i difficili, solitari ma anche elettrizzanti percorsi della adolescenza, con le sue tipiche aspirazioni e paure e i suoi tipici desideri.




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Il giovane Holden 2018-08-02 18:38:00 Le recensioni di Fabio
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Le recensioni di Fabio Opinione inserita da Le recensioni di Fabio    02 Agosto, 2018
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NON DITE MAI NIENTE A NESSUNO

Se c'è un personaggio della letteratura che è stato in grado di farsi amare quanto odiare quello è sicuramente Holden Caulfield.
Un ragazzo di sedici anni con in testa il solito cappello rosso da caccia e tutti i suoi "vattelappesca", il quale va in sollucchero per le cose più stupide, un ragazzo che in una rissa sarebbe disposto a picchiare l'avversario solo se avesse una benda a coprirgli gl'occhi così da non vedere l'espessione del suo rivale, uno di quei ragazzi che provano tristezza quando ricevono un regalo solo perchè pensano di non meritarselo o perchè si sentono in debito verso il loro mittente.
Holden però è però uno di quei ragazzi tanto buoni e gentili da regalare dieci dollari a delle suore o da spendere gl'ultimi risparmi per comprare il disco preferito della sorella per poi regalarglielo.

All'interno del romanzo Salinger riesce a far acquisire a dei personaggi secondari la stessa importanza del protagonista ; la sorellina Phoebe infatti non è semplicemente l'unico motivo per cui Holden non riesce a scappar via in un'altra città, ma è anche l'unica persona per cui Holden decide di essere una persona razionale prima che una impulsiva, è l'unica persona per cui Holden decide di tornare a casa prima di scappare ed è di sicuro la persona che il ragazzo ama di più al mondo.

La cosa che va sicuramente apprezzata è la scrittura di Salinger, lo scrittore riesce infatti a far immedesimare il lettore nel protagonista facendogli sentire e provare le sue stesse emozioni, i suoi pensieri, le sue idee e le sue insicurezze.
Dunque il giovane Holden sul piano letterario rimane sicuramente un vero e proprio capolavoro a prescindere dal fatto che sia piaciuto oppure no.
Consiglio di leggerlo non tanto perchè ritroviamo spesso questo titolo alle prime posizioni nelle classifiche dei romanzi da leggere almeno una volta nella vita, quanto più per farsi una propria idea sul protagonista che potrebbe essere positiva o negativa.

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Il giovane Holden 2017-05-19 10:38:59 Antonella76
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Antonella76 Opinione inserita da Antonella76    19 Mag, 2017
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...e via discorrendo



"È BUFFO. NON RACCONTATE MAI NIENTE A NESSUNO.
SE LO FATE, FINISCE CHE SENTITE LA MANCANZA DI TUTTI"

Prendete un tipo come Holden Caulfield, con la sua infanzia schifa, il suo berretto rosso da cacciatore con la visiera girata, tutti i suoi "vattelappesca" e compagnia bella.
Prendete la sua dannata voglia di fuggire da tutto e tutti, il suo mettere in discussione chiunque, le sue contraddizioni, il suo rimanere secco di fronte ai libri che gli piacciono e alle donne, sì perché le donne lo fanno proprio ammattire.
Prendete la sua smania di sapere dove diavolo vanno le dannate anatre di Central Park quando arriva l'inverno...
Prendete questo ragazzino di 16 anni che alla domanda "Che cosa vuoi fare? Che cosa vuoi fare veramente?"...lui risponde che vuole fare "l'acchiappatore nella segale".
Vuole essere un verso sbagliato di una poesia!
Vuole salvare i bambini prima che cadano in un burrone mentre giocano...vuole salvare i bambini dal mondo adulto con tutto il suo dannato conformismo, con la sua maledetta ipocrisia e via discorrendo.
Prendete il suo bisogno di parlare col fratellino che non c'è più quando si sente giù di morale, l'amore per la "vecchia Phoebe" (la sorellina di 10 anni)...il suo essere un po' sbruffone, un po' vigliacco, un po' ateo, un po' vergine.

Prendete Holden e tutte queste cose...e ditemi se non vi viene una gran voglia di abbracciarlo...perché dietro tutti i suoi discorsi apparentemente strampalati, il suo linguaggio adolescenziale, le sue continue fughe, si cela una grande, enorme solitudine, e una protesta.
Un grido disperato contro tutto ciò che lui non vuole diventare.

E accidenti se m'è piaciuto questo dannato libro, m'è piaciuto tanto da lasciarmi senza fiato.
E se c'è una cosa che mi lascia senza fiato sono proprio i libri così, con questa scrittura colloquiale che mi manda "in sollucchero", che sembra andare sempre "fuori tema" ed invece è più in tema che mai.

Avrei voluto scrivere questo commento molto meglio, fare riflessioni profonde, usare un linguaggio alto, ma "queste sono cose che per farle bene bisogna essere in vena".
E non lo so mica se a quarant'anni suonati io abbia davvero trovato "la taglia giusta della mia mente", o sono ancora qui a provare idee che non mi si addicono, che non sono adatte a me, o che so io.
Però sono certa che Holden, in qualche modo, la sua dannata taglia l'abbia trovata, eccome!


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Il giovane Holden 2017-05-15 15:00:01 FrankMoles
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FrankMoles Opinione inserita da FrankMoles    15 Mag, 2017
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Cinismo e disperazione

Il giovane Holden è un romanzo di formazione pubblicato nel 1951 che ha avuto grande successo e larga eco in virtù del suo sincero quadro sulla disillusione di una generazione assorbita dalla società di massa e dall’individualità anestetizzata.

“Un sacco di gente, soprattutto questo psicanalista che c'è qui, continuano a chiedermi se quando tornerò a scuola a settembre mi metterò a studiare. È una domanda così stupida, secondo me. Voglio dire, come fate a sapere quello che farete, finché non lo fate? La risposta è che non lo sapete. Credo di sì, ma come faccio a saperlo?”

L’azione si svolge nell’arco di tre giorni, da un sabato al lunedì seguente: il sedicenne Holden Caulfield, di famiglia benestante, è stato appena espulso dalla sua scuola per profitto insufficiente. Disilluso e insofferente, il giovane perde la stima anche per l’unico professore che apprezzava in seguito ad una ramanzina e litiga violentemente col compagno Stradlater a causa di una ragazza. Carico di rabbia e odio, decide dunque di far le valigie e andar via dalla scuola tre giorni prima; non potendo tuttavia tornare a casa per timore della reazione dei genitori ed essendo squattrinato, decide di andare in un hotel scadente. La prima notte fuori, dunque, trascorre all’insegna del degrado, tra alcool e una prostituta immediatamente mandata via. Il giorno dopo, Holden si incontra con i vecchi amici Sally e poi Carl, ma in entrambi i casi constata l’insanabile divario che lo separa da loro. In seguito ad una nuova serata di alcool, torna a casa e, con la complicità della sorella minore, che non manca di sgridarlo, riesce a nascondersi dalla madre. Si reca quindi dal vecchio professore di letteratura inglese Antolini, che sembra riuscire a confortarlo e gli offre ospitalità; tuttavia, dopo essersi addormentato, al suo risveglio sente che il professore lo accarezza e, temendo un approccio sessuale, scappa via spaventato e decide di scappare via da New York. La sorellina, tuttavia, riuscirà a trattenerlo e il romanzo si chiude sull’immagine del giovane che la guarda sulle giostre; nel frattempo, si accenna anche alla terapia psicanalitica che Holden seguirà e alla tubercolosi che lo colpirà.

“A chi precipita non è permesso di accorgersi né di sentirsi quando tocca il fondo. Continua soltanto a precipitare giù. Questa bella combinazione è destinata agli uomini che, in un momento o nell'altro della loro vita, hanno cercato qualcosa che il loro ambiente non poteva dargli. O che loro pensavano che il loro ambiente non potesse dargli. Sicché hanno smesso di cercare. Hanno smesso prima ancora di avere veramente cominciato.”

L’esemplarità e la grandezza del personaggio di Holden, che hanno indotto il pubblico a leggervi il ritratto di una generazione, risiedono nella sua ambiguità: egli stesso, del resto, si definisce “il più fenomenale bugiardo”. Disperato e disilluso, intollerante verso le convenzioni e le finzioni sociali, Holden è costantemente alla ricerca di un’evasione, da cercare nell’alcool, nel sesso, in ricordi sbiaditi, in idee impraticabili e infine nella decisione di fuggire. Tutto ciò è mascherato da un cinismo esasperato, così realista da suonare quasi crudo e inaccettabile alle orecchie di una società stereotipata che non vuol sentire voci fuori dal coro, che non lascia spazio a voci disturbate e disturbanti, che lascia indietro chi non riesce ad adeguarsi al canone di massa. Fino all’ultimo ogni lettore spererà di trovare finalmente il modo di dimostrare a Holden che si è sbagliato sul mondo, che non è giusto fuggire, che non fa tutto schifo come il protagonista continua a ripetere; ma questa non si rivelerà che una vana pretesa esterna, aliena alla del tutto comprensibile rassegnazione disillusa del giovane disadattato. Il ritratto è crudo ed impietoso, a tratti shockante per un realismo che nella vita quotidiana si fa fatica ad accettare, preferendo celarlo con rassicuranti speranze e spesso artefatto ottimismo. Se dovessimo esser sinceri, dovremmo dar ragione al professor Antolini quando dice ad Holden: “… scoprirai di non essere il primo che il comportamento degli uomini abbia sconcertato, impaurito e perfino nauseato. Non sei affatto solo a questo traguardo, e saperlo ti servirà d'incitamento e di stimolante. Molti, moltissimi uomini si sono sentiti moralmente e spiritualmente turbati come te adesso. Per fortuna, alcuni hanno messo nero su bianco quei loro turbamenti. Imparerai da loro… se vuoi. Proprio come un giorno, se tu avrai qualcosa da dare, altri impareranno da te. È una bella intesa di reciprocità. E non è istruzione. È storia. È poesia.”

Anche Holden, dunque, ora che ci ha scritto la sua esperienza, fa parte di questa storia, di questa poesia.

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Il giovane Holden 2016-12-08 10:23:38 CortaZur
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CortaZur Opinione inserita da CortaZur    08 Dicembre, 2016
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Da lasciarti secco come questa vita schifa!!!

Sarò breve in questo mio commento dato che nel merito sono stati scritti libri, sono stati girati film e sono cresciute varie generazioni e quindi poco potrei aggiungere di non detto.

Il libro mi è piaciuto ma non tantissimo, l'ho letto con passione, la storia a lungo mi ha coinvolto e mi è piaciuta ma credo che la componente età abbia giocato la sua parte: sono troppo vecchio anche se ho solo 30 anni.
Lo lessi da 20enne e non mi piacque assolutamente, forse consideravo Holden troppo bambino o tropo antipatico, forse troppo snob; lo leggo ora e piu o meno penso lo stesso del protagonista ma in compenso ho apprezzato di più il grido di attenzione che proprio Holden lanciava, forse è solo un ragazzo che cerca il suo posto nel mondo, che ragiona da adulto ma che non è uno di loro. Ripeto tanto si può dire, e mi piacerbbe discuterne davanti ad una birra come forse si faceva qualche anno fa quando questo genere di opere creavano davvero discussione e dibattito. Bei tempi quelli, immagino.

Il giovane Holden va letto, perché fa parte della narrativa di formazione da leggere da giovani e che può cambiare davvero qualche maniera di pensare. Letto da adulti ha un effetto diverso. Sarei felice di incontrarlo adesso Holden e vedere che fine ha fatto e come se la passa, se questa vita schifa alla fine gli è piaciuta o se è ancora li a lamentarsi di tutto tranne che di Phoebe.

Che personaggio immortale ragazzi, da lasciarti secco!!!

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Il giovane Holden 2015-08-30 08:51:30 Martin
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Martin Opinione inserita da Martin    30 Agosto, 2015
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Una giovinezza da scrivere su foglie d'oro

"Non ebbi, forse, una volta una giovinezza amabile, eroica, favolosa, da scrivere su foglie d'oro?" si domandava Arthur Rimbaud, il poeta veggente. E passata la fase dell'adolescenza e della "post-adolescenza" credo siano in molti a domandarselo e a contemplare il passato con occhi diversi, con dolente nostalgia, con amara malinconia. Ma chissà cosa direbbe Holden Caulfield, protagonista de Il Giovane Holden (The Catcher in the Rye, 1951) di J. D. Salinger, all'età di quarant’anni, cinquanta o perché no sessant’anni, a proposito della sua giovinezza e delle sue esperienze. L'adolescenza che trasuda dal suo racconto, che peraltro attinge a piene mani dalla biografia dello stesso autore, non pare brillare per bellezza: il personaggio che viene tratteggiato è, infatti, un ragazzo problematico, solitario, scapestrato (è stato appena espulso per l’ennesima volta), bugiardo, snob, superbo, particolarmente incline a scovare negli atteggiamenti di chi lo circonda il segno evidente della “ipocrisia”, la parola che forse più si ripete all’interno del romanzo.
Ammetto di aver provato un’antipatia non indifferente nei suoi riguardi, soprattutto leggendo i primi capitoli, ma non posso nascondere il fascino che la sua figura ha esercitato su di me.
La sua storia è la storia di un vagabondare senza senso nei locali notturni e nelle vie della città di New York, un moderno Inferno dantesco; la storia errabonda di un ragazzo che non ha punti di riferimento, che soggiace a un nichilismo esasperato che distrugge ideali e valori e che riduce il mondo a un nauseante coro di personaggi evanescenti, noiosi, ipocriti, meschini.
Ragazzi subdoli e sporchi, bulli presuntuosi, professori saccenti, madri che non conoscono i propri figli, oche giulive, tassisti nervosi, filosofi improvvisati, prostitute, papponi, erotomani annoiati, ragazze scontate e false, insegnanti pederasti. Una bella fauna, insomma.
“Mi saprebbe dire per caso dove vanno le anitre quando il lago gela?” è la “domanda esistenziale” che affligge Holden, dietro la cui semplicità si annida in realtà il senso di disorientamento del ragazzo: il lago gelato rappresenta, almeno secondo mio modesto parere, la situazione stagnante del presente in cui Holden versa, che gli impedisce di provare esperienze spontanee e autentiche e che lo porta, invece, a degradarsi (consumando soprattutto alcolici), mentre il luogo sconosciuto dove sono dirette le anatre è metafora del futuro annebbiato e incerto che si profila ai suoi occhi.
Ed è proprio il nichilismo giovanile, “l’ospite inquietante” per citare Galimberti che rielabora Nietzsche, il nucleo concettuale attorno al quale s’impernia la storia di Holden e l’elemento che ha fatto del capolavoro di Salinger non solo un classico della letteratura americana ma anche un libro generazionale, in cui i giovani di tutto il mondo possono specchiarsi lucidamente. Me compreso.
Ma lo spaccato apparentemente oscuro proposto da Salinger, fatto di un ribollente mare di angoscia e vanità, che riesce a fagocitare la stessa volontà di vivere (Holden, seppur giovanissimo, sfiora anche l’idea del suicidio), sembra evidenziare un’unica ancora di salvezza: la famiglia.
Ad incarnare quest’ultimo grande ideale, quest’ultima chimera del decaduto umanismo, è la sorellina di Holden, Phoebe, intelligente e sensibile.
“Io mi immagino sempre tutti questi bambini che giocano a qualcosa in un grande campo di segale e via dicendo. Migliaia di bambini e in giro non c’è nessun altro - nessuno di grande, intendo - tranne me che me ne sto fermo sull’orlo di un precipizio pazzesco. Il mio compito è acchiapparli al volo se si avvicinano troppo, nel senso che se loro si mettono a correre senza guardare dove vanno, io a un certo punto devo saltar fuori e acchiapparli”.
È questa la risposta di Holden al “cosa vuoi fare da grande?” della sorellina. E dietro l’immagine dello “acchiappabambini nel campo di segale” non può che nascondersi il bisogno di Holden di maturare, di trovare una via maestra e di consentire agli inesperti di affrontare e superare la foresta oscura dell’adolescenza e le turbe annichilanti che covano al suo interno.
Holden, tutto sommato, è un bravo ragazzo. Holden trae la famiglia a proprio ideale.
Rimane, tuttavia, l’interrogativo posto all’inizio della recensione: Holden ha vissuto una “giovinezza da scrivere sulle foglie d’oro?” Io ritengo di si. E la bellezza della sua vita risiede negli alti e nei bassi, nelle tensioni, nei conflitti interiori che fanno pensare e crescere, nelle conquiste sudate.
(P.s. il mio due per quanto concerne lo stile dell’opera è inficiato dal fatto che sono abituato a leggere romanzi ottocenteschi e che sono un’appassionato di descrizioni, parole auliche e momenti poetici).

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Il giovane Holden 2015-07-09 14:52:25 Anna_Reads
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Anna_Reads Opinione inserita da Anna_Reads    09 Luglio, 2015
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Se capite cosa voglio dire... e compagnia bella!

The Catcher in the Rye (Il Giovane Holden) – Jerome David Salinger, 1951

«Non pareva proprio che stesse per arrivare Natale. Pareva che non stesse per arrivare niente.»

Titolo.
Il “catcher” (ricevitore) è “il giocatore che nel suo turno difensivo occupa la sua posizione direttamente dietro casa base, dove riceve i lanci del lanciatore.”
(https://it.wikipedia.org/wiki/Ricevitore_%28baseball%29).
Rye è la segale.
“Il ricevitore nella segale” (che io, umilmente, facendo un parallelo fra baseball e calcio, tradurrei con “Il portiere nella segale”), è il verso – sbagliato – di una poesia di Robert Burns.
Ed è quello che il nostro protagonista, Holden Caulfield, vuole essere da grande.

Holden Caulfield, sedici anni, è stato espulso da scuola, per i suoi pessimi voti (sufficiente solo in inglese). Stanno per cominciare le vacanze di natale, ma lui decide di tornare a casa, a New York, prima.
E non ha nessuna voglia di affrontare i suoi genitori.
Ha qualche soldo in tasca (la sua famiglia è molto benestante) e vagabonda per la città; gli succedono una piccola serie di cose pazzesche. Decide confusamente di andarsene lontano, ma prima di farlo, vuole salutare la “vecchia Phoebe”, la sua saggia sorellina di dieci anni. Quindi, nottetempo, si intrufola in casa sua e va a svegliare la sorella.
Lei lo rampogna a dovere (“papà ti ammazza”) e poi spara una stoccata niente male:
«“Dimmi che cosa ti piacerebbe essere. Come uno scienziato. O un avvocato o qualche cosa.”»
Holden cincischia… scienziato no, avvocato no…

«“Stavo pensando a un’altra cosa - una cosa pazzesca. - Sai cosa mi piacerebbe fare? - dissi. - Sai cosa mi piacerebbe fare? Se potessi fare quell’accidente che mi gira, voglio dire.
- Cosa? Smettila di bestemmiare.
- Sai quella canzone che fa “Se scendi tra i campi di segale, e ti prende al volo qualcuno”? Io vorrei...
- Dice “Se scendi tra i campi di segale, e ti viene incontro qualcuno”, - disse la vecchia Phoebe. - È una poesia. Di Robert Burns.
- Lo so che è una poesia di Robert Burns.
Però aveva ragione lei. Dice proprio “ Se scendi tra i campi di segale, e ti viene incontro qualcuno”. Ma allora non lo sapevo.
- Credevo che dicesse “E ti prende al volo qualcuno”,- dissi. - Ad ogni modo, mi immagino sempre tutti questi ragazzini che fanno una partita in quell’immenso campo di segale eccetera eccetera. Migliaia di ragazzini, e intorno non c’è nessun altro, nessun grande, voglio dire, soltanto io. E io sto in piedi sull’orlo di un dirupo pazzesco. E non devo fare altro che prendere al volo tutti quelli che stanno per cadere dal dirupo, voglio dire, se corrono senza guardare dove vanno, io devo saltar fuori da qualche posto e acchiapparli. Non dovrei fare altro tutto il giorno. Sarei soltanto l’acchiappatore nella segale e via dicendo. So che è una pazzia, ma è l’unica cosa che mi piacerebbe veramente fare. Lo so che è una pazzia.
La vecchia Phoebe non disse niente per molto tempo. Poi, quando finalmente si decise a dire qualcosa, tutto quello che disse fu:
- Papà ti ammazza.” »

Cosa vuoi fare da grande?
Il portiere nella segale.
Il verso sbagliato di una poesia.

Come dire.
-Cosa vuoi fare da grande?
-La vecchia che agli irti colli piovigginando sale.
-Guarda che veramente era la nebbia!
-Ops.

E questo era solo il titolo.
(Poi ci sarebbe la questione che “rye” può essere tradotto anche come “whiskey” "e compagnia bella", ma vabbe’).

Holden Caulfield è stata un’altra scoperta alla soglia dei quarant’anni (finalmente fra poco potrò dire “a quarant’anni suonati”) ed è finito direttamente nel ristrettissimo novero dei miei “libri-salvavita”, quelli di cui si va a leggere qualche pagina di tanto in tanto. Non sono “i libri più belli”, assolutamente no, ma sono quelli che – per qualche motivo – ti rimettono “in bolla”.
Libri-bussola.
O libri-bolla, appunto (bello che qualche volta ci siano new entry)
Visto che è ormai passato un mese dalla lettura, ho avuto modo di interrogarmi sul “perché” di questa new entry. La storia, come accennavo è piuttosto semplice.
Le disavventure di questo sedicenne. Non particolarmente epiche, né curiose.
Così come i personaggi. Holden è un sedicenne tenero, goffo e sbruffoncello che si fa volere un sacco di bene e a cui ogni tanto si allungherebbe volentieri una scapaccione, ma niente di più.
Ma per prima cosa c’è la scrittura di Salinger.
Così piena di ridondanze e di modi colloquiali. Colloquiali non nel senso di “sciatti”, ma proprio nel senso di “da colloquio”. Quella con Holden sembra una lunga chiacchierata che lui fa proprio con te. Non c’è nessuna apostrofe al lettore, solo qualche piccola “strizzata d’occhi”:
«Dio, peccato che non c’eravate anche voi.»
(Dici, Holden?).

Ma non solo.
Nella narrazione di Holden io leggo una disperata e (non solo) adolescenziale volontà di “mettere dei punti”, tracciare linee stabili, trovare riferimenti e verità. È palese che il nostro ne sia poco provvisto e li cerchi. Li declami, li strilli pure, qualche volta.
Forte per non far sentire che, insomma, non è che sia proprio così sicuro.

Salinger aveva trentadue anni quando il libro fu pubblicato. Non ha dipinto, secondo me, un giovane disadattato (come ho letto in qualche esegesi), ha raccontato qualcuno in un momento di indecisione, pena, cupezza.
Frustrazione, noia, ansia.
Un non-momento e una non-appartenenza.
Che è tipico dell’adolescenza.
Anche.
Per questo il libro (mi) rimette in bolla.

«Lo so che è morto! Credi che non lo sappia? Ma mi può ancora piacere, no? Non è mica che uno non ti piace più solo perché è morto, Dio santo, specie se è mille volte meglio della gente viva che conosci e compagnia bella.»

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Il giovane Holden 2015-06-10 18:34:18 Valerio91
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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    10 Giugno, 2015
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Il giovane… e basta.

“Il giovane Holden” è un libro anomalo a partire dalla sua copertina. Bianca. Nessuna immagine in fronte, nessuna trama sul retro. Eppure l’ho comprato lo stesso e, come direbbe Holden, non saprei dirvi perché e sinceramente nemmeno mi va. Salinger mi ha stupito; il suo stile è molto semplice, ma è scorrevole, coinvolgente ed estremamente efficace. Qualcuno potrà dire che non è certo uno stile eccelso, ma io lo definirei perfetto per il libro in questione, tenendo in conto che il narratore è lo stesso Holden e a lui di certo non si addiceva uno stile molto diverso.

Holden è un ragazzo ancora minorenne. Viene cacciato dall’ennesima scuola e il perché, come al solito, non saprebbe nemmeno dirvelo. Forse perché professori e compagni sono tutti ipocriti e lui l’ipocrisia davvero non la sopporta. Non è che sopporti molte cose della vita, in verità queste si contano sulle dita di una mano e non ve le saprebbe nemmeno descrivere in maniera specifica. Forse perché a dirla tutta sono cose un po’ folli, come fare “l’acchiappatore di bambini in un campo di segale” (da un canzone citata nel testo, che da’ il titolo originale al libro: “The Catcher in the Rye”, come è spiegato in una breve nota a fine libro che vi consiglio di leggere).
Holden vive reagendo impulsivamente a tutto quello che lo travolge dall’interno e dall’esterno. Se devo esservi sincero, mi sembra alquanto suonato, se non addirittura pazzo. E questo è inquietante, perché in quel giovane Holden fuori di testa mi ci sono rivisto più di una volta.
Alla fine però, l’ho capito perché è così. Holden non è altro che il ritratto della gioventù e dei suoi problemi, soltanto che in lui questi ultimi sono presenti in maniera cronica. Holden è giovane al limite e forse anche oltre. Intorno a sé vede soltanto ipocrisia e la sua anima è pervasa da una incredibile voglia di solitudine e di fuggire via da tutto. Eppure c’è sempre qualcosa che lo trattiene; qualcosa di spaventosamente semplice che lo rende felice per qualche minuto e gli lascia dimenticare temporaneamente tutto quello che detesta; qualcosa che gli fa pensare che, probabilmente, ci si può anche provare a crescere in questo mondo, anche se gran parte della gente e delle cose che lo popolano non ti piace nemmeno un po’.

"Certe cose dovrebbero rimanere come sono. Dovresti poterle mettere in una di quelle grandi teche, e poi lasciarle in pace. Lo so che è impossibile, ma comunque è un peccato."

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Arancia Meccanica.
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