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La ladra di frutta La ladra di frutta

La ladra di frutta

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Ad aprire il nuovo libro di Peter Handke, definito dall’autore stesso «Ultimo Epos», è una puntura d’ape, la prima dell’anno, che in una giornata di mezza estate rappresenta per lui un segnale. È il momento di lasciare la «baia di nessuno», la casa nei pressi di Parigi, per mettersi in cammino verso la regione quasi disabitata della Piccardia, ripercorrendo l’itinerario compiuto, in un passato non meglio definito, dalla ladra di frutta. La ragazza – un personaggio sfuggente, dai tratti leggendari – «afflitta dalla smania di vagare» e incline a scartare dalla strada maestra per «sgraffignare » e assaporare i frutti di orti e frutteti, è partita invece con un intento preciso: ritrovare la madre, scomparsa da circa un anno dopo aver lasciato senza preavviso il suo posto di dirigente in una banca. Il viaggio della ladra di frutta e quello del narratore finiscono per sovrapporsi, per confondersi, per specchiarsi l’uno nell’altro: una serie di peripezie, incontri, folgorazioni ispirate dal contatto con la natura, che culminano in una grande festa. E questa sarà un approdo e un ricongiungimento, ma anche l’occasione per celebrare il vagare, l’erranza fine a se stessa, tutte quelle deviazioni dal tracciato che regalano visuali e doni inaspettati, come i frutti presi di soppiatto dai frutteti altrui. Il «semplice viaggio nell’entroterra» è ricco di rivelazioni e scoperte, e diventa, o forse è sempre stato, anche un percorso interiore.

Recensione della Redazione QLibri

 
La ladra di frutta 2019-12-04 18:46:11 archeomari
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archeomari Opinione inserita da archeomari    04 Dicembre, 2019
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Ritorno alla letteratura del viaggio

A partire dalla fine dell’Ottocento ad oggi la letteratura ha smesso di essere “letteratura del viaggio” per diventare invece “letteratura della fine del viaggio”. Con i mezzi di trasporto e, ancora di più, la rivoluzione digitale, la grande metafora del viaggio che ha alimentato le più grandi opere dell’umanità -poemi epici, la Divina Commedia, il Milione (per citarne solo pochi e rimanere in Europa...) ha perso col tempo il suo “valore di esperienza essenziale che aveva nelle società tradizionali” , come conoscenza, come crescita, a anche fuga ed evasione (rimando all’interessante fascicolo I rivista letteraria “L’asino d’oro”, maggio 1990, “Fine dei viaggi: spazio e tempo nella narrativa moderna”).
Peter Handke in questo nuovo libro, da lui definito “ultimo epos” come si legge nella seconda di copertina, riprende, sotto certi aspetti, il significato del viaggio, dello spostamento fisico, a piedi, alternato a brevi “strappi” di percorso su rotaie, in cui il cammino diventa scoperta o ri-scoperta, diventa un percorso interiore ed intimo.
Con uno stile inconfondibile, falsamente agile e diretto, poiché apparentemente scorrevole, ma che risulta poi denso di immagini, di simboli e di rimandi, costringe il lettore a concentrarsi sulle pagine, a rileggere molti passi sia perché superbamente poetici, visionari e paesaggistici, sia perché dalle righe irraggiano significati che richiedono ulteriori riflessioni.
Un ritorno alla letteratura come scoperta, ma con originalità.
L’ambientazione e la collocazione temporale sono contemporanee, ci sono riferimenti ad episodi della storia mondiale recente, strizzatine d’occhio alla cinematografia e alla musica moderne, ma le vicissitudini della “ladra di frutta” sono come marginali a tutto ciò. La narrazione è in prima persona: l’io narrante, un uomo in là con gli anni, decide di mettersi in viaggio, di lasciare la sua “baia di nessuno” e tornare ai luoghi del suo passato. Contemporaneamente anche una giovane donna, chiamata “la ladra di frutta”si mette in viaggio per ritrovare la madre, una bancaria in carriera che aveva deciso di abbandonare il suo lavoro. Due cammini che si sovrappongono generando coincidenze, esperienze uniche, epifanie, barlumi di vita autentica, veri e propri rapimenti dell’anima.
Già dalle prime pagine si respira un Handke meno cupo e funerario rispetto a ‘Infelicità senza desideri”, la sua penna crea magiche sinestesie che attivano i sensi del lettore: primi piani naturalistici, brevi però, si alternano ai pensieri e si inseriscono nel tessuto della storia. Indimenticabile l’immagine estiva con cui inizia il romanzo: tutto comincia con una puntura di ape, ai primi giorni di agosto

“Era - anche questo come sempre - un giorno di sole, almeno nella tarda mattinata, di inizio agosto, ma non ancora un giorno torrido, con un azzurro invariabile, alto e sempre più alto nel cielo. Neanche l’ombra di una nuvola -e se pure ce ne fosse stata una: ecco che si era già dissolta. Soffiava un vento leggero, tale da mettere le ali ai piedi, come spesso in estate veniva da ovest e ci si immaginava che dall’Atlantico si diramasse nella baia di nessuno. Non c’era rugiada da asciugare. Come accadeva già da una settimana buona, gironzolando la mattina presto per il giardino non si avvertiva nemmeno un sentore di umidità sulla pianta dei piedi, per non dire poi tra le dita”.

La puntura d’ape è il segnale: è ora di partire, è tempo di rimettersi in cammino e così l’io narrante decide di mettersi in viaggio e a raccontarci della “ladra di frutta”, anche lei in viaggio. Questa fantomatica creatura, ricostruzione di una fanciulla fuori dall’ordinario, che da bambina rubava frutta che trovava a portata della sua mano, da ogni ramo in cui capitava di imbattersi, è calata nel suo tempo (ama il rap, usa uno smartphone), ma allo stesso tempo è un’outsider, vive ai margini, è “invisibile”. Ed Handke gioca molto sulla visibilità/invisibilità di questa giovane, ora notata dalle persone, ora dimenticata, ora viva e reale ora personaggio immaginario. Ed anche il tempo, nonostante gli agganci ed i riferimenti con la contemporaneità sembra sospeso, anzi sembra completamente assente. Ci sono momenti in cui il tempo non conta...sembra di vivere in un sogno e Handke è il maestro dello straniamento.

“Già: per l’ennesima volta nella mia vita avevo visto proprio quelli che mi erano più vicini, e, mi si presentavano davanti in carne ed ossa, come dei fantasmi, totalmente diversi, particolarmente pallidi, estranei, anzi, proprio per il loro particolare vivo pallore, come persone particolarmente diverse. Anche coi miei figli mi è capitato (...)”


In questo libro il viaggio della “ladra di frutta” assurge a metafora dell’esistenza: il lutto, un’amica di infanzia ritrovata, l’amore, l’essere figlia. Un romanzo in cui il simbolico gesto di rubare un frutto e di non essere visti assume significati più profondi del piccolo furto in sé.

Nel romanzo tornano i paesaggi (e termini) cari all’autore: la Piccardia, la Gare Saint Lazare, Courdimanche, la “baia di nessuno” , e, seppur soltanto nominata , la Sierra de Gredos, cui l’autore dedica un’opera interessante “Le immagini perdute ovvero attraverso la Sierra de Gredos” (al momento fuori catalogo, in attesa di ripubblicazione Guanda).

Un libro che ha tanto da raccontare.

“La ladra di frutta” è un romanzo complesso, che merita, come le grandi opere del passato, una rilettura anche a distanza di tempo, un libro universale che, sono sicura, non smetterà di parlare alle future generazioni.

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La ladra di frutta 2020-02-19 20:28:11 topodibiblioteca
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topodibiblioteca Opinione inserita da topodibiblioteca    19 Febbraio, 2020
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Un libro in movimento

“Un libro in movimento”, così si potrebbe sintetizzare quest’opera di Peter Handke, premio Nobel per la letteratura 2019, in quanto a lettura ultimata non solo il narratore e la ladra di frutta avranno compiuto il loro viaggio, ma anche il lettore assieme a loro. Perché l’esigenza del viaggio nasce dalla necessità di conoscere e scoprire il mondo ma anche e soprattutto noi stessi, così ad un certo punto scatta qualcosa e si avverte questo bisogno di partire. Per il narratore questa “illuminazione” avviene a seguito della puntura di un’ape in una calda giornata estiva di agosto (“La puntura mi dava il segnale….di partenza. E’ tempo che tu ti metta in cammino. Strappati via dal giardino e da questa contrada”). Destinazione La Piccardia, regione a nord della Francia, non lontana da Parigi, ricca di boschi, di campi coltivati, di piccoli villaggi, attraversata dall’altopiano del Vexin, il luogo ideale per cercare conforto e pace interiore. Questa scelta non è casuale perché l’io narrante desidera ripercorrere il medesimo itinerario di questa ragazza fantomatica, “la ladra di frutta”, una figura sospesa tra realtà e finzione che ben presto diventerà la protagonista di questa peregrinazione. Già l’epiteto, ladra di frutta, dice molto: perennemente in movimento, con un passato girovago in Russia, poi nella regione siberiana, caratterizzata da un istinto vitale al furto di frutta, in cui l’azione del rubare risulta sintomatica di una propensione alla scoperta, alla ricerca in quanto per lei “…era un fatto naturale, giusto, buono e bello, qualcosa di necessario e ristoratore”.

Le pagine più belle del romanzo sono quelle in cui la protagonista viaggia, osserva, riflette, incontrando un’umanità varia: un ragazzo che consegna pizze a domicilio, un oste, un gestore di una vecchia locanda, una vecchia amica, un anziano che raccoglie nocciole. Tutti personaggi che compaiono, e poi trascorsi i loro cinque minuti di celebrità escono di scena, come se si trattasse di uno spettacolo con un solo interprete e tante spalle. Ma oltre all’attrice principale la vera co-protagonista è la natura, la flora e la fauna, presenze immanenti e descritte con la grazia di un pittore paesaggistico: “L’ammutolire serale dei trilli delle allodole. L’estinguersi su nell’aria dei fischi del nibbio….Il vento delle giornate estive che si muta nel vento del crepuscolo e poi nel vento della sera…Nella sabbia sulla strada…solitarie chiazze di goccia di pioggia, come cicatrici del vaiolo, grosse, disseccate…”. Questo viaggio, come in fin dei conti ogni viaggio, ha comunque una meta, un fine che in questo caso per Alessia (il suo vero nome?), per la ladra di frutta è l’incontro con la madre sparita improvvisamente, data per dispersa ma segnalata proprio in Piccardia, nell’altopiano del Vexin ora attraversato.

Un libro tutt’altro che facile ed immediato, splendido nello stile ma ermetico nel contenuto, surreale ed onirico che lascia il lettore attonito e pieno di interrogativi, ma che vale sicuramente una sfida con l’autore e con sé stessi, perché lascia intuire un significato profondo sebbene non a portata di mano. Tanti sono i dubbi e le domande senza risposta a lettura ultimata ed anche i giudizi inevitabilmente ne risentono.

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