Quichotte Quichotte

Quichotte

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Sam DuChamp, un mediocre scrittore di spy stories, ispirandosi al classico di Cervantes crea un personaggio di nome Quichotte: un gentile commesso viaggiatore ossessionato dalla televisione che si innamora in modo impossibile di una star della TV. Insieme al figlio (immaginario), Sancho, Quichotte si lancia in un picaresco viaggio attraverso tutta l’America per mostrarsi degno della mano della amata, e fronteggia coraggiosamente i tragicomici pericoli di un’epoca in cui “Tutto Può Succedere”. Nel frattempo il suo creatore, in preda a una inesorabile crisi di mezza età, si trova alle prese con sfide altrettanto pressanti per conto suo.



Recensione della Redazione QLibri

 
Quichotte 2020-06-06 14:47:01 kafka62
Voto medio 
 
4.8
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
5.0
kafka62 Opinione inserita da kafka62    06 Giugno, 2020
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VERO COME LA FINZIONE

“Ormai, Quichotte e io non siamo più due esseri diversi, uno creato e l’altro creatore. Ora io sono parte di lui, come lui è parte di me.”

“Don Chisciotte” è generalmente considerato il primo romanzo moderno della letteratura europea, un’opera quindi seminale come poche altre e che, nonostante la sua veneranda età, è periodicamente capace di uscire dai polverosi testi scolastici e di ritornare in auge, in una maniera che potrebbe essere considerata sorprendente, ma in realtà non lo è affatto, se solo si considera quanto il Seicento di Cervantes assomiglia per molti versi a quei periodi di crisi dei valori e di crollo degli ideali che hanno percorso con ricorrente frequenza l’Ottocento e il Novecento, per non parlare poi di quell’epoca di profondo turbamento morale e spirituale che è la nostra, dove molteplici espressioni di illusoria fuga dalla realtà tentano ogni giorno un grandissimo numero di persone le quali trovano probabilmente troppo gravoso portare sulle spalle l’angoscioso fardello del presente. Opera seminale, ed anche opera citata in innumerevoli occasioni, al punto che Pierre Menard, un personaggio del borgesiano “Finzioni”, si impegna addirittura, in un’operazione di infinita e vertiginosa difficoltà, a riscriverla (non semplicemente trascriverla e copiarla, si badi bene), componendo ex novo un “Chisciotte contemporaneo” fino a far coincidere mimeticamente il suo risultato, parola per parola, con il testo originario. Salman Rushdie, tre quarti di secolo dopo Borges, con intenti del tutto diversi ma con analogo spirito postmoderno, ha voluto riprendere in mano a modo suo la storia dell’hidalgo più celebre della storia, trasferendola dalla Mancia secentesca all’America contemporanea. Anziché i romanzi cavallereschi, a ottenebrare la mente del protagonista e a rendergli sempre più confuso il confine tra verità e menzogna c’è questa volta la televisione (“a volte si scopriva incapace di distinguere la realtà dal reality, e aveva cominciato a considerarsi cittadino naturalizzato di quel mondo immaginario al di là dello schermo a cui era così devoto […], come una Dorothy dei giorni nostri che mediti di trasferirsi in pianta stabile a Oz”), mentre la Dulcinea di cui egli si invaghisce e a cui dedica cavallerescamente la propria vita diventa una popolare conduttrice del piccolo schermo. A bordo di una comunissima Chevrolet, che sostituisce Ronzinante, e in compagnia di un Sancho prodigiosamente generato in una notte di stelle cadenti, con la sola forza del suo desiderio e con “la grazia del cosmo”, Quichotte parte alla conquista dell’amata, in una picaresca avventura “on the road” piena di incontri, sorprese e contrattempi, nel corso della quale gli Stati Uniti trumpiani, quelli a noi ahimè ben noti dell’”America first”, rivelano il loro volto più intollerante, facinoroso e razzista. Chi si aspetta una versione 2.0 del “Don Chisciotte” cervantesco rischia però di incorrere in una cocente delusione. Se l’organizzazione formale del romanzo di Rushdie omaggia sotto molti aspetti quella dell’opera originaria (ad esempio, le didascalie presenti all’inizio di ogni capitolo che riassumono in poche parole quello che il lettore andrà a leggere, la moltiplicazione dei narratori, in una struttura a matrioska, a scatole cinesi, comune peraltro a tanti altri romanzi del passato, come il “Manoscritto trovato a Saragozza” di Jan Potocki o il “Frankenstein” di Mary Shelley), man mano che esso procede la vicenda del “cavalier cortese” viene letteralmente soverchiata (e ciò non dovrebbe sorprendere affatto chi conosca un poco il genio fantastico e debordante dello scrittore di Bombay) da un’infinità di altre storie, suggestioni e citazioni. La stessa centralità di Quichotte viene messa in discussione già nel secondo capitolo, quando scopriamo che egli è un’invenzione di Sam Du Champ, alias Fratello, un mediocre scrittore di libri di spionaggio, che decide dopo tanti anni di letteratura commerciale, di scrivere un romanzo in cui riversare le proprie ossessioni e le proprie paranoie. Le storie si duplicano, si ramificano, si confondono come in un vertiginoso ed helzapoppiano gioco di specchi, e gradualmente accanto alla figura di Quichotte, che testardamente, maniacalmente persegue la sua irrealizzabile missione, incurante di ogni avversità, foss’anche l’imminente fine del mondo, fino al punto di sembrare al termine, paradossalmente, il più equilibrato e normale tra tutti, accanto alla sua figura – dicevo – altri personaggi, altri deuteragonisti, dalle molteplici e imprevedibili sfaccettature esistenziali, sgomitano nella testa del loro autore per prendere il sopravvento e catturare irresistibilmente (come in una moderna versione dei “Sei personaggi in cerca di autore” di Pirandello) l’attenzione del lettore. Personalmente sono rimasto affascinato dal personaggio di Sancho: nato come per partenogenesi dalla mente di Quichotte, tal quale Pinocchio dalle mani di Geppetto, tormentato dalla sua condizione di paria (inizialmente è addirittura un essere in bianco e nero, poco più di un ologramma), inevitabilmente incatenato al suo padre-creatore, sua ombra e suo clone (persino “i miei ricordi sono i suoi”), egli è terrorizzato dalla costante, paranoica percezione che ci sia qualcosa di pericolosamente sballato nel mondo (come un qualche errore nello spazio-tempo che fa sì che non si possa neppure essere sicuri di risvegliarsi nello stesso posto in cui ci si è coricati); la sua ostinata ricerca di autonomia e di indipendenza è quasi commovente nel suo adolescenziale candore, e ciò lo rende, pur essendo la più improbabile delle creature, il personaggio più umano e autentico dell’intero romanzo, se non addirittura la sua coscienza critica. Mentre si sforza caparbiamente di “umanizzarsi” (conquistando gradualmente il colore come i personaggi di un vecchio film della fine del secolo scorso, “Pleasantville”), laddove invece Quichotte vuole solo “angelicarsi”, Sancho riflette spesso su chi ci sia dietro il suo creatore, intuendo che dietro ogni autore c’è sempre un altro autore, dietro ogni dio c’è sempre un altro demiurgo; e così, senza darlo apparentemente troppo a vedere, Rushdie passa da Collodi a Borges (la nascita di Sancho e la scoperta della natura fittizia di Quichotte mi ha inevitabilmente richiamato alla mente il suo memorabile racconto “Le rovine circolari”) e di qui alla metafisica e alla teologia, sia pure in forma sarcastica (“Forse lui e io, Dio e io, potremmo capirci, potremmo discutere amabilmente, perché sì, insomma, siamo entrambi immaginari”).
Il pirotecnico virtuosismo stilistico di Rushdie alterna e intreccia ineludibilmente i piani del racconto, fino al punto di arrivare a sospettare che “a volte la storia raccontata la sapeva più lunga di chi la raccontava”. In un paradossale rovesciamento delle parti (alla “Rosa purpurea del Cairo”, per intenderci), il personaggio immaginario acquisisce uno status di realismo addirittura superiore a quello del suo creatore (“Lo stesso Quichotte, se avesse saputo dell’esistenza di Fratello, avrebbe potuto affermare che in realtà era la storia dello scrittore a essere una versione alterata della sua, invece che il contrario, e avrebbe potuto sostenere che la sua vita immaginaria era di certo la narrazione più autentica tra le due”). Nell’Era rushdiana del Tutto-può-succedere, dove un figlio può essere procreato per puro sforzo di volontà e un vecchio idealista un po’ tocco coltivare il sogno di far innamorare di sé l’inavvicinabile regina dei talk show, la fascinosa erede di Oprah Winfrey, i confini tra arte e vita, tra verità e finzione, vengono clamorosamente meno, e si può legittimamente essere posseduti “dalla stolta convinzione secondo cui le fantasie delle persone creative potevano traboccare dai confini delle opere stesse e avevano il potere di entrare nel mondo reale e trasformarlo”. Come nei romanzi di Murakami (ma va detto che Rushdie, nella mia personalissima opinione, sta a Murakami come Umberto Eco sta grosso modo a Dan Brown), al lettore è richiesta una notevole sospensione dell’incredulità. Il realismo “irreale” di Rushdie, con improbabili portali che permettono di accedere a universi paralleli, città “mammuttizzate”, statue e pistole che parlano, non è facilmente digeribile da un lettore che al massimo si aspetterebbe qualche strampalata battaglia di un vecchio pazzo contro l’equivalente moderno di un mulino a vento. No, qui è l’intero mondo a essere deragliato nella follia, il tempo stesso a essere shakespearianamente “uscito dai cardini”. Rushdie si comporta come uno spericolato giocatore d’azzardo, e quando non si accontenta di creare un parallelismo tra Sancho e Pinocchio, ma addirittura fa comparire inopinatamente in scena un grillo parlante italiano e una fata turchina grassa e malvestita, rischia di cadere nel ridicolo più grossolano. Confesso di essermi più volte aspettato da un momento all’altro il crollo rovinoso della pericolante costruzione da lui messa in piedi. Eppure, miracolosamente, alla fine tutto torna, il fantasy più sfrenato trova una sua plausibile quadratura, e le due storie che a lungo procedono parallele riescono alla fine, con un colpo di scena ispirato a un racconto poco noto di Katherine MacLean, a fondersi con inaspettata credibilità.
“Quichotte” è pieno di citazioni, dalla prima all’ultima pagina. L’ossessione del protagonista per Salma R. è paragonata a quella melvilliana di Achab per Moby Dick, l’apocalisse che avanza mentre la conclusione del libro si avvicina è ripresa dal racconto di Arthur C. Clarke “I nove miliardi di nomi di Dio”, il surreale soggiorno nella fantomatica cittadina di Berenger è ispirato a “Il rinoceronte” di Eugene Ionesco (tra l’altro il nome della città è uguale a quello del protagonista della pièce di Ionesco). Rushdie non è un autore spocchioso, che se la tira con il suo sapere enciclopedico. Le sue citazioni coinvolgono tanto la cultura alta quanto quella bassa e popolare, le grandi opere dell’antichità così come i format televisivi, i videogiochi, i film di animazione, e Giasone alla ricerca del Vello d’Oro può benissimo stare a fianco del principe Rama in cerca della sua sposa Sita, e Dante Alighieri accanto a Mario l’Idraulico. Inoltre i suoi innumerevoli riferimenti, che a volte sono dei veri e propri prestiti letterari, non vengono mai occultati cripticamente, ma sono spesso e volentieri svelati, magari in qualche capitolo successivo, a uso e consumo anche del lettore intellettualmente meno smaliziato (un po’ come nella Settimana Enigmistica la soluzione dei rebus e delle sciarade è riportata qualche pagina dopo, a beneficio di coloro che non sono in grado di risolverli con le proprie forze). Rushdie ironizza spesso sulla spazzatura culturale che frastorna i cervelli americani, facendone addirittura il suo bersaglio preferito, ma, proprio come il suo protagonista, che nel suo ascetico cammino di purificazione per rendersi degno dell’amata non disdegna di ispirarsi alle serie televisive più kitsch e corrive, così egli fa largo uso dell’immaginario di Google e di Wikipedia, riconoscendone la pervasiva ineluttabilità nel momento stesso in cui lo rende oggetto di critica.
Cos’è quindi “Quichotte”, alla fine dei conti? E’ sicuramente un’opera che denuncia la crescente disumanizzazione della società contemporanea (stiamo “perdendo la bussola morale per diventare creature uscite da un passato barbarico, preumano, violento e, al contempo, mostri capaci di tormentare il presente umano”), ma è anche un melodramma familiare, una storia d’amore, un romanzo di viaggio, un racconto di formazione, una satira di costume. E’ un romanzo che, mettendo il realismo molto, molto sullo sfondo, adotta i meccanismi narrativi della favola, del fantasy, della sci-fi e persino della spy story, in un pastiche assolutamente originale e sorprendente. In questa proliferazione di storie, “la vera storia è che non c’è più alcuna storia vera”. Allora, forse, il realismo “irreale” e fantasmagorico di Rushdie può diventare l’unico modo rimasto, ai nostri giorni, per riuscire a decifrare questa nostra realtà “disintegrata”, consapevoli che “il surreale e persino l’assurdo possono oggi come oggi offrire gli elementi più adatti a descrivere la vita reale”. Ho parlato di pastiche poc’anzi, e difatti “Quichotte” è un’opera annoverabile a pieno titolo nel postmodernismo. Come altri autori postmoderni prima di lui (penso soprattutto al Pynchon di “V”, con le sue didascalie all’inizio di ogni capitolo, e a quello di “Mason & Dixon”, con il suo uso dei sostantivi con la maiuscola, come nelle edizioni originali di Jonathan Swift), Rushdie adotta alcuni degli stilemi dei romanzi del ‘700 e dell’800, ma poi li rovescia con una visione fortemente meta-narrativa. “Quichotte” è infatti, nel suo già citato saltare da un piano all’altro della narrazione, una profonda riflessione sul lavoro dello scrittore e sul rapporto dell’autore con le sue creazioni. Per Fratello l’invenzione romanzesca è, sotto la sua superficie, un inconscio processo di espiazione delle colpe del passato, di elaborazione dei rimpianti e di sublimazione dei desideri inappagati, un modo per realizzare attraverso la fantasia i sogni impossibili e pacificare la propria coscienza. Non deve sorprendere pertanto che “il mondo che Fratello aveva inventato si era trasformato in realtà”, perché lui è Quichotte, lo era già prima di immaginarlo, e mentre con il procedere del romanzo si delinea pian piano il destino del personaggio e dell’universo che lo circonda, in modo speculare l’autore impara a decifrare se stesso (“Forse questa storia bizzarra era una versione trasfigurata della sua”). Rushdie fa coincidere la fine del mondo con la fine del suo libro (“Il mondo non ha altro scopo che la conclusione del tuo libro. Quando l’avrai finito, le stelle cominceranno a spegnersi”) e, narcisisticamente, si pone nella posizione di quei monaci che credono che l’universo avrà raggiunto il suo obiettivo e smetterà di esistere quando il supercomputer installato nel loro monastero avrà contato tutti i nove miliardi di nomi di Dio. La morte di Don Chisciotte di Cervantes (che è anche, e soprattutto, la morte delle illusioni e della capacità di nutrire nobili ideali) si trasforma così nella morte dell’autore moderno (e del sogno impossibile di Quichotte e di Salma). Potrebbe essere, per Salman Rushdie, un’opera-testamento perfetta con cui uscire di scena, anche se, egoisticamente, non ce lo auguriamo davvero. Trentotto anni dopo la dissoluzione di Saleem Sinai in una miriade di pezzi simboleggianti la nazione indiana, Rushdie chiude infatti alla perfezione il cerchio raccontando, con la sua solita vena sarcastica e grottesca, ma anche con un pessimismo inedito, la inarrestabile e sconvolgente disintegrazione del mondo, come se tutto ormai sia già stato detto o, il che è in fondo lo stesso, sia impossibile dirlo altrimenti, con parole nuove.

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