Rayuela Rayuela

Rayuela

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In una Parigi popolata da affittacamere xenofobe, intellettuali male in arnese, pianiste patetiche, scrittori distratti, facili vittime di incidenti stradali, l'eterno studente argentino Horacio Oliveira si muove attraverso la città e l'esistenza come attraverso le caselle del «gioco del mondo ». Un percorso dalla terra al cielo, da Parigi a una Buenos Aires grottesca alla ricerca del Centro, della vera vita e soprattutto di Lucía, «la Maga», inconsapevole depositaria di ogni mistero e pienezza, l'unica che non dimentica che, in fondo, «per arrivare al Cielo servono solo un sassolino e la punta di una scarpa».


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Rayuela 2020-01-07 07:00:23 kafka62
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kafka62 Opinione inserita da kafka62    07 Gennaio, 2020
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QUESTO GIOCO E' UN LABIRINTO

Ci sono delle pagine di orrore puro e assoluto ne “Il gioco del mondo”, e per la precisione sono quelle in cui Oliveira prima, e gli altri amici del Club del Serpente dopo, si accorgono che il figlio della Maga, da giorni in preda a una fortissima febbre, è morto, ma nessuno trova il coraggio di fare alcunché (“Adeguarsi allo stereotipo… Urlare, accendere la luce, fare il finimondo di rito. Perché?… Fare secondo lo stampo quel che si deve in questi casi. Ah, no, basta. A che scopo accendere la luce se so che non serve a niente?”), e tutti aspettano che sia la madre a scoprire da sola la disgrazia, continuando a parlare come se niente fosse di arte e filosofia, con il cadavere del neonato a pochi metri. In queste illuminatissime pagine si sintetizza quello che è uno dei leitmotiv del romanzo: l’incapacità dell’intellettuale di agire, la distanza incolmabile e inesorabile tra intelletto e azione, tra mente e corpo, tra arte e vita, tra cultura e natura, istanze inconciliabili di cui sono rappresentanti Oliveira e la Maga. Se il primo è un loico che ama far precedere la riflessione all’azione, la Maga è puro istinto: ad esempio, per Oliveira il disordine stesso in cui egli vive nella soffitta di rue de la Huchette è il risultato di un metodo, di uno stile di vita intenzionalmente adottato, mentre nella Maga non c’è questa consapevolezza o progettualità, ma un abbandono cieco al fluire della vita. Ma non si tratta solo di questo. Oliveira, “sempre timoroso di perfezioni”, non è solamente uno dei tanti intellettuali inetti a vivere cui ci ha abituati la letteratura dell’ultimo secolo; egli è anche un cercatore, un indagatore, quasi un mistico se non fosse che l’oggetto della sua ricerca non ha nulla a che vedere con il divino e con un aldilà trascendente. Egli cerca nientemeno di reinventare la realtà, di fare tabula rasa di tutte le sovrastrutture sociali, culturali e psicologiche che da millenni ce la fanno apparire come un qualcosa di dato e di immutabile, per farla infine risorgere vergine e incontaminata. In questo senso “Il gioco del mondo” sembra anticipare nientemeno che il ’68 e la sua ansia di rinnovamento della società, ed è forse per questo che il romanzo ha avuto un enorme successo tra i giovani di tutto il mondo. La ricerca di Oliveira porta però con sé due conseguenze negative: la perdita e la nostalgia. Per reinventare la realtà e trovare il mitico Centro, il “kibbutz del desiderio” in cui tutto si fonde e addiviene ad armonia ed unità, Oliveira è costretto a distruggere tutto, l’amore, l’amicizia, la rispettabilità, e a lasciare dietro di sé soltanto macerie. Soprattutto Oliveira è costretto a soffocare i sentimenti più umani, come la compassione, e ciò lo trasforma in un eroe tragico, nel momento in cui si rende conto dell’importanza di ciò che ha perso, e cerca inutilmente di recuperarlo, riconoscendone troppo tardi la purezza e il valore inestimabile (è il caso dell’amore per la Maga, abbandonata senza mezzi di sussistenza e con un figlio malato per non dover soccombere ai valori borghesi del dovere e della pietà). L’esito dell’utopistico progetto di Oliveira è uno solo: il fallimento (non è un caso che il romanzo dedica molte pagine ad altri velleitari progetti palingenetici, come l’intransigente riforma anti-tradizionalista della letteratura di Morelli e la bislacca Società delle Nazioni di Ceferino Piriz). Oliveira subisce a Parigi le umiliazioni più degradanti, viene ignominiosamente espulso e, tornato in patria, regredisce inesorabilmente, come un personaggio di Pirandello, nella pazzia. Nelle pagine ambientate a Buenos Aires il senso di perdita ed il rimpianto sono accresciuti dalla frequentazione di Traveler e di Talita, i quali sono dei veri e propri “doppi” di Oliveira e della Maga e col loro dimesso ma ugualmente felice tran-tran di coppia fanno intravedere quello che Oliveira avrebbe potuto diventare se non si fosse intestardito nel perdersi nella sua solipsistica e autodistruttiva condizione di prometeica solitudine. Il tentativo di creare rapporti, di allacciare contatti (il simbolo del ponte che ricorre in tutto il romanzo, dai ponts parigini alla precaria passerella che i due amici costruiscono per far sì che Talita possa portare il mate da una finestra all’altra dirimpetto) naufraga quindi nell’aridità e nell’inconsistenza delle sue teorie superomistiche.
Si è parlato tanto della struttura formale de “Il gioco del mondo”, delle sue due modalità di lettura (quella normale e progressiva, e quella, suggerita dall’autore, che costringe il lettore a saltare da un capitolo all’altro – dal numero 113 al numero 30, dal 57 al 70, e così via – seguendo un ordine solo in parte comprensibile), che distruggono la totemica unitarietà del libro come la si è sempre intesa. In realtà, la seconda modalità di lettura non cambia quasi nulla il senso del romanzo, ma ne accentua la sua costitutiva frammentarietà, permettendo ad aneddoti, elzeviri e riflessioni varie di insinuarsi ed ampliarne le prospettive in una direzione prevalentemente meta-letteraria. Quello che invece appare davvero rivoluzionario è lo stile di Cortazar, uno stile capace di reinventare letteralmente il linguaggio (basti pensare alla spassosa invenzione del gliglico, una lingua immaginaria che si pone come beffa del linguaggio razionale utilizzando parole senza significato, oppure a quel capitolo vagamente joyciano in cui si alternano, riga dopo riga, le prime frasi di un romanzo di Perez Galdos e i pensieri a ruota libera del protagonista), attraverso una assoluta padronanza dei mezzi espressivi, una sintassi originale e ironica, una creazione di dialoghi spericolatamente profondi e mai banali e, in fondo a tutto, la sensazione costante che ciò che si sta leggendo non sia rigidamente predeterminato dall’autore in tutte le sue sfaccettature, ma lasci al lettore un’ampia libertà di interpretazione. Insomma, Cortazar è stato un vero scrittore di avanguardia, a cui la successiva generazione di narratori latino-americani (basti pensare a Roberto Bolaño) deve moltissimo.

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"I detective selvaggi" di Roberto Bolano
"La vita, istruzioni per l'uso" di Georges Perec
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Rayuela 2016-04-19 09:02:55 Mario Inisi
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Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    19 Aprile, 2016
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Tira quel sassolino, Horacio, ce la puoi fare!

Rayuela è un romanzo bellissimo e sconcertante. Si procede nella lettura senza scivolare nella storia ma saltellandoci dentro con una gamba sola. In un certo senso è una Divina Commedia moderna e laica, un romanzo escatologico che parla dell’al di là eliminando però ogni idea di pena, di colpa, di punizione, di giudizio. Resta la scelta. Per il gioco del mondo occorre un sassolino e la punta di una scarpa, e lo scopo è arrivare dalla terra al cielo. Ma da bambini in genere non si dosa bene il calcio e si spinge il sassolino fuori dalla casella, e da grandi ci si scorda lo scopo del gioco, perciò capita che si crei un altro cielo, più accessibile del cielo vero, che assomiglia a un paradiso dei desideri, un kibbutz del desiderio dove si vive in libertà parlando di arte e di filosofia e in cui vige il libero amore, nel senso che il desiderio non ha una precisa orientazione affettiva. In questo luogo metafisico, chiamato dall’autore Dall’altra parte, Horacio Oliveira, un personaggio bellissimo, cinico, intelligente, amorale, affascinante tira a campare con gli amici del club del Serpente tra discussioni e riflessioni, caffè e mate. Divide il suo tempo tra due compagne, Lucia la Maga e Pola. La Maga, innamorata di Horacio, ha un bambino Rocamandour, che Horacio digerisce con difficoltà e anche lei ha un innamorato non ricambiato, Ossip. La storia evolve verso una scelta di Horacio (tra amore e desiderio, scelta metafisica) per cui lui lascia la Maga per poi rimpiangere la decisione presa. La Maga rappresenta l’amore e la sua presenza è incompatibile con le idee di Horacio, con il club del Serpente, con lo spirito del Kibbutz. Ci sono diversi riferimenti alla natura del luogo: il nome del club, l’Oscuro…. Per cui si può pensare in una delle chiavi di lettura che il paradiso dei filosofi sia l’inferno cristiano o qualcosa di simile. Le fiamme dell’inferno sono sostituite dalle fiamme del desiderio separato dall’amore, e dalle fiamme della nostalgia che non lascia mai Horacio: nostalgia della patria, l’Argentina (tic toc), nostalgia della Maga, nostalgia forse persino di Rocamandur, nostalgia del vero cielo anche se Horacio non pensa di meritare il vero cielo. Si intuisce che la nostalgia attuale di Horacio è niente, un assaggio della nostalgia vera perché il gioco non è finito, le porte della prigione non si sono chiuse, e lui può ancora rovesciare le cose, tirare il sassolino e ritrovarsi da un’altra parte. E infatti dopo un enigmatico colloquio con Ossip, l’amico-rivale, dopo la sparizione della Maga, troviamo Horacio da questa parte (cioè in argentina), dove va a vivere con Geprektel. Una donna Talita, molto simile alla maga ma non la Maga, e il suo vecchio amico Trevaller, lo accolgono con poco entusiasmo. Trevaller, bisogna dire che ricorda un pochino Ossip. Si ripropone tra Travaller e Horacio la rivalità che ricorda quella che c’era con Ossip, e bellissima è la scena del ponte di tavole di legno traballanti tra i due appartamenti di Trevaller e di Horacio in cui Talita si arrampica fermandosi a metà a suo rischio, rischio di cui tutti, lei compresa, se ne fregano. Un ponte simbolico tra i due amici in cui sembrerebbe che Talita debba scegliere tra i due. In realtà non si tratta di scelta e di amore, come sembrerebbe ma di altro (potere? Qualcosa di metafisico, forse). In realtà il vero ponte è simbolico e ci deve salire Horacio e è un ponte puntellato da Talita che porta da un’altra parte e che forse, lo riporterà dalla Maga. Horacio nei suoi momenti di lucidità intuisce che il kibbutz del desiderio è una gabbia, solo più grande rispetto alla famiglia. Il finale, bellissimo è aperto con Horacio che forse giocherà (io penso di sì), forse cadrà dalla finestra, con Talita che forse cadrà nel fiume, la Maga che forse è annegata. Tutto dipende dalla tenuta del ponte, dalla decisione di Horacio che deve salire sul ponte e decidersi a giocare. Tutti i personaggi, dalla Maga a Talita a Ossip a Trevaller sono specchi per Horacio, riflettono la sua immagine ma mettendoci un po’ di calore, la riflettono com’è per cui Horacio si può fidare di quello che vede dato che non può guardarsi direttamente. Trevaller a un certo punto sembra l’alter ego di Horacio. In realtà è una persona diversa, buona, che ha fatto scelte metafisiche diverse e serve proprio per la sua somiglianza a Horacio a reggere il ponte e a mostrare una possibilità. Il romanzo rimanda a una terza parte non scritta, al cielo più in alto.
Il nome Horacio contiene la radice del verbo orao vedere e infatti sembra preveggente ma non chiaroveggente. Infatti sa le cose prima ma non è sapiente, non vede dentro le cose capendole interamente, ha bisogno di una guida con una torcia (Lucia, Talita). All'opposto Lucia con le sue candele verdi è chiaroveggente ma non preveggente e nemmeno sapiente, solo saggia perchè ha il suo centro nel cuore.
La terza parte scritta è invece una raccolta di brani secondo me scartati dall’autore per le prime due parti, ma sempre interessanti, che chiariscono alcune situazioni e personaggi. Però non è una terza parte vera. In fondo al libro Einaudi mette anche un’intervista a Julio che colpisce perché Julio sembra saperne del suo romanzo molto meno dell’intervistatore.
Una chiave di lettura del romanzo potrebbe essere filosofica e rimandare a Kierkegaard di cui io ricordo ben poco. Il kibbutz potrebbe essere lo stato estetico, la vita in Argentina, nella casa con una donna lo stato etico. Lo stato etico sembra opprimente a Horacio(come del resto anche a Kierkegaard) e non solo perché vive con la sua Penelope invece che con la Maga. Si capisce che anche la vita con la Maga sarebbe per lui costrittiva. La casa è una prigione piccola, il kibbutz una prigione grande. L’unico posto accettabile sarebbe quello del capitolo mancante, il cielo, un kibbutz dell’amore (diverso da quello del desiderio) dove ritroverebbe Rocamandur e la Maga.
Bello il fatto che Horacio con tutta la sua scienza e conoscenza non arriva da nessuna parte perché gli manca il centro mentre la Maga, confusionaria e disorientata nella materia, si orienta benissimo nello spirito e ritrova sempre la direzione. La Maga come Talita sono delle guide per Horacio, gli sorreggono il ponte e gli indicano la strada incerta e traballante con le loro candele verdi. Il finale con il moto di simpatia di Horacio, insolito e promettente, fa pensare bene per lui. La simpatia viene dal cuore, non dalla testa.

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Libro bellissimo ma difficile consigliato a chi ha un pochino il gusto della discussione filosofica.
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Rayuela 2014-11-08 17:35:02 Melissa
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Opinione inserita da Melissa    08 Novembre, 2014

Molto più di un romanzo

Un libro molto particolare da gustarsi sia nelle versione lineare, dal capitolo 1 al 56, sia nella versione interattiva che mescola i capitoli letti a nuove aggiunte in un nuovo ordine in modo tale da creare un’altra storia, tutta un’altra storia.

A una prima parte parigina e tutta filosofica ne segue una più romanzesca ambientata a Buenos Aires, se pur il filosofeggiare sulla condizione umana non smette mai di impregnare le pagine di questo capolavoro. La particolarità non sta solo nelle due possibilità di lettura date ma anche nello sforzo compiuto dal autore per tratteggiare un protagonista tra i più antipatici che si possa incontrare. Mai, per tutto il libro, starete volentieri dalla sue parte. Mai vorrete entrare nella storia per unirvi a lui come compagni, piuttosto desidererete zittirlo e forse anche prenderlo a pugni per il suo cinismo e il bieco sfruttamento che fa di amici e amanti. Horacio Oliveira è un aberrante letterato convinto di SAPERE, la sua occupazione? Speculare sulla condizione umana e da essa trarre ogni vantaggio filosofico possibile.
Lo odierete per la durezza con cui si rivolge alla Maga e soprattutto per l’indifferenza con cui uscirà dalla sua vita, ma ancora di più vi indispettirete per la cieca ammirazione che lei nutre nei suoi confronti. Per non parlare poi dell’arrivo a Buenos Aires e del suo approfittarsi di chi gli apre cuore e casa come fosse un fratello. E questa è solo una parte della storia!

Rayuela non è un romanzo, molto di più. È una storia di vita umana nuda e cruda, senza romanticismo e speranza gratuita. Cercate l’Happy Ending? Qui nemmeno c’è un Ending! È un’aspirale infinita a cui ognuno può dare il suo significato, positivo o negativo che sia. Una storia composta da parole più che da fatti, dove l’immobilità è una presenza quasi tangibile anzi forse è la sola vera presenza tangibile mentre tutti gli altri personaggi stanno fluttuanti qui e là grazie al loro continuo parlare.
Una lettura unica nel suo genere che consiglio a chiunque cerchi un libro capace di generare punti interrogativi su se stessi e non solo.

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