Narrativa straniera Romanzi Storia di una balena bianca raccontata da lei stessa
 

Storia di una balena bianca raccontata da lei stessa Storia di una balena bianca raccontata da lei stessa

Storia di una balena bianca raccontata da lei stessa

Letteratura straniera

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Da una conchiglia che un bambino raccoglie su una spiaggia cilena, a sud, molto a sud del mondo, una voce si leva, carica di memorie e di saggezza. È la voce della balena bianca, l'animale mitico che per decenni ha presidiato le acque che separano la costa da un'isola sacra per la gente nativa di quel luogo, la Gente del Mare. Il capodoglio color della luna, la creatura più grande di tutto l'oceano, ha conosciuto l'immensa solitudine e l'immensa profondità degli abissi, e ha dedicato la sua vita a svolgere con fedeltà il compito che gli è stato affidato da un capodoglio più anziano: un compito misterioso e cruciale, frutto di un patto che lega da tempo immemore le balene e la Gente del Mare. Per onorarlo, la grande balena bianca ha dovuto proteggere quel tratto di mare da altri uomini, i forestieri che con le loro navi vengono a portare via ogni cosa anche senza averne bisogno, senza riconoscenza e senza rispetto. Sono stati loro, i balenieri, a raccontare finora la storia della temutissima balena bianca, ma è venuto il momento che sia lei a prendere la parola e a far giungere fino a noi la sua voce antica come l'idioma del mare.

Recensione della Redazione QLibri

 
Storia di una balena bianca raccontata da lei stessa 2018-11-25 09:47:24 BettiB
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BettiB Opinione inserita da BettiB    25 Novembre, 2018
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La balena del colore della luna

Più che una favola mi è sembrato di leggere una delicatissima poesia.
Questo racconto breve di Sepulveda parla della grande balena bianca, il capodoglio color della luna. Il capodoglio racconta la vita nel profondo del mare, racconta delle altre creature che vi abitano, della vita che scorre con un equilibrio esatto e pacifico. Racconta degli usi che le balene e le altre specie hanno per coesistere tutti insieme nella grande distesa blu. Racconta delle storie che i capodogli bianchi si sono tramandati nel tempo, fino a giungere a lui, che ora ha il compito di proteggere questo equilibrio. Un equilibrio raggiunto anche con i lafkenche, gli uomini del mare, che abitano l'isola Mocha e convivono con il mare, lo venerano e lo rispettano.
Ma poi una specie diversa inizia ad arrischiarsi in mare, prima su assi di legno, poi su vere e proprie navi. Avidi e carichi di odio, sono gli uomini: l'unica specie che si attacca a vicenda. Solcano il mare, sempre più a largo, a caccia delle balene e dell'oro grasso. Arpionano e torturano e squartano senza pietà.
Il grande capodoglio si avvicina piano per conoscerli, per capirli, per imparare da loro. Quando impara che tutto quell'odio non ha fondo, quando le grandi navi degli uomini solcano il mare sempre più numerose e sempre più agguerrite, il capodoglio capisce che deve agire.
Lui ha il compito di proteggere il viaggio delle 4 vecchie balene che trasportano i corpi dei lafkenche morti sull'Isola in cui riposeranno in eterno, e quando anche l'ultimo lafkenche sarà morto e la sua anima trasportata sull'isola, allora tutte le creature del mare potranno compiere l'ultima grande traversata, guidati dagli uomini del mare, fino all'isola dove l'equilibrio del mare è ancora intatto e la furia degli uomini non potrà mai raggiungerli.
Ma una sera di tempesta la Essex, una poderosa baleniera, attacca le 4 vecchie e le uccide. Mocha Dick, cieco dalla furia, distrugge la nave e specie sul fondo del mare tutti gli uomini a bordo, consacrando la sua leggenda. Ma il compito è fallito, non si può proteggere il mare dall'uomo.
La leggenda della Essex ha dato vita a Moby Dick.
L'inizio del racconto - una balena bianca riversa a riva, morta - allla Storia di una Balena bianca raccontata da lei stessa.

Parlo di poesia, perché lo stile è tanto delicato e "leggero" da sembrare appunto poesia. Il racconto scorre come il mare, lieve, senza opinioni di sorta o giudizi. E' una storia: una storia di pace interrotta dall'avidità di una specie che distrugge e uccide chi vive in questo mondo da molto prima di lui.
Non vi è morale, giudizio o recriminazione nelle parole di Sepulveda, solo i fatti, raccontati con un carico di malinconia dolcissima. Una storia che sembra venire da lontano, che riprende i fili delle antiche tradizioni e leggende degli uomini del mare, del rispetto per un passato indigeno e profondo che affonda le radici nell'acqua salata.

Un punto di vista diverso, che per la sua leggerezza ben si adatta anche alla lettura dei più piccoli, secondo me. Anche se è ai grandi che dovrebbe far scendere una lacrimuccia, se non di pena almeno di colpevolezza.

Bellissima favola, da tenere nel cuore ogni volta che si guarda il mare.

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Storia di una balena bianca raccontata da lei stessa 2019-01-30 17:35:33 Laura V.
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Laura V. Opinione inserita da Laura V.    30 Gennaio, 2019
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La voce del mare

Forse Sepúlveda non riuscirà a scrivere un'altra favola altrettanto bella dopo “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” che, a suo tempo, tanto avevo amato, ma questa, a mio parere, è una splendida prova che molto le si avvicina.
Si rimane incantati a seguire il racconto della grande balena del color della luna, protagonista del nuovo libro del famoso scrittore cileno, che trascina il lettore nelle sempre misteriose profondità marine. Un tuffo tra le onde dell'oceano e dei mari più freddi, in un mondo di solitudine e silenzio dove, tra le creature che lo popolano, il meno adatto a stare non è altri che l'uomo.

“Così sono passate le ere, il tempo circolare segnato dal freddo e dal caldo portati dai venti e dalle correnti. Gli uomini impegnati a seguire il loro incerto destino e le balene a solcare la loro dimora salmastra dall'inizio alla fine della vita.”

Proprio il rapporto uomo-grandi cetacei è al centro di questa narrazione in cui il genere umano, tanto per cambiare, non fa certo una gran bella figura con la sua insaziabile avidità che arriva a depredare e distruggere persino i luoghi più remoti e meno accessibili del pianeta.
Con una prosa coinvolgente e affascinante, Sepúlveda dà voce alla grande balena la cui storia finora era stata raccontata soltanto da coloro che le avevano dato la caccia creando lo spaventoso mito del mostro marino Mocha Dick (dal nome di una piccola isola nell'Oceano Pacifico) che nel lontano 1820, nelle acque australi del Cile, distrusse con una forza spaventosa la robusta baleniera Essex del cui equipaggio sopravvissero ben pochi uomini; fu grazie alla testimonianza di quei superstiti che Herman Melville poté scrivere il suo celebre romanzo “Moby Dick”. Al tempo stesso, un modo per dar voce anche al mare, questa nostra preziosissima risorsa che, oggi come ieri, meriterebbe più rispetto.

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Storia di una balena bianca raccontata da lei stessa 2018-11-22 11:00:05 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    22 Novembre, 2018
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Mocha Dick

Il suo nome è Mocha Dick, è un capodoglio nato nelle acque fredde che circondano un’isola detta dagli uomini Mocha, il suo corpo splende dei colori della luna e si erge con tutta la sua forza maestosa nei ventisei metri che lo compongono. Egli è l’erede della forza e della resistenza di tutti i maschi del gruppo, è un capodoglio il cui mondo è fatto di silenzio perché "nessuna creatura si lamenta, grida, grugnisce o strilla sotto la superficie e solo noi giganti rompiamo a volte la quiete”. Abita nel mare delimitato dalla terra dove spunta il chiarore del giorno e dall’orizzonte in cui il sole si immerge per far posto alle stelle. Qui l’acqua è fredda, è attraversata dalle correnti gelide che arrivano da lontani confini dove tutto è bianco e dove il mare si trasforma in roccia color sale che cresce quando le notti sono molto lunghe e cala quando i giorni sembrano non avere fine; qui la sua missione ha luogo perché nell’implacabilità che è dell’uomo Mocha Dick ha conosciuto la popolazione dei lafkenche, della Gente del Mare, una popolazione che prende dalla riva soltanto il necessario per vivere e che ringrazia la generosità del mare celebrandolo con un rito antichissimo, una popolazione che prende dai boschi soltanto dopo aver ricevuto il permesso, una popolazione che con un rito particolarissimo celebra i defunti. Perché quando un lafkenche muore il suo corpo viene portato, alla sera, sulla riva del mare onde poter essere accompagnato da una delle quattro balene vecchie, una trempulkawe, sull’isola mgill chenmaywe, il luogo dove ci si riunisce prima del grande viaggio. Quaggiù il defunto si spoglia del suo corpo mortale fatto di carne e ossa per diventare leggero come l’aria per restare in attesa, insieme agli altri della sua stirpe che lo hanno preceduto nella morte, di questo. E in questa traversata Mocha dovrà dare prova di tutto il suo coraggio e di tutta la sua forza. Il suo compito, la sua missione è quella di proteggere dalla furia, dall’avidità e dalla cattiveria umana le quattro balene anziane anche se questo significherà non avere scrupoli, significherà essere considerato la maledizione dei balenieri, significherà essere l’implacabile giustizia del mare, significherà essere la forza di chi non ha più niente da perdere.

«Gli uomini vengono da molto lontano e nulla frena la loro cupidigia, nemmeno la morte. Vengono da regioni che non abbiamo mai visto né mai vedremo, perché attraversano un oceano grande come questo per raggiungere lo stretto chiamato da loro Capo Horn, che ha le rive piene di relitti, di silenziosi resti di naufragi, a testimonianza dell’audacia degli uomini, che non desistono mai»

Correva il 20 novembre 1820 quando nelle acque dell’Oceano Pacifico, lungo la costa del Cile, davanti all’isola di Mocha, un grande capodoglio bianco attaccò e affondò la baleniera Essex salpata dal porto di Nantucket, nell’Atlantico settentrionale, quindici mesi prima. Pare che l’attacco abbia trovato ragione nell’uccisione di una femmina di balena e il suo piccolo da parte dei ramponieri. E si narra ancora che molte navi furono necessarie per catturare il grande capodoglio del colore della luna soprannominato Mocha Dick con i suoi ventisei metri e oltre cento arpioni conficcati nel corpo. E si racconta ancora che nelle notti di luna piena dagli abissi, dalla costa occidentale della disabitata isola di Mocha, si veda emergere un grande capodoglio bianco il cui colore brilla nella notte più profonda.
È da questa leggenda che trae origine “Storia di una balena raccontata da lei stessa” di Luis Sepulveda, un racconto breve di appena novanta pagine che per contenuto e riflessione si rende adatto tanto alla lettura di un pubblico più adulto quanto più giovane. Con una penna fluente e leggera a cui si affiancano piacevolissime immagini a cura di Simona Mulazzani l’autore conduce in una intima analisi sulla natura in tutto il suo splendore e sul genere umano con tutte le sue contraddizioni.
Il risultato è un componimento di piacevolissima e facile lettura che si esaurisce in poche ore ma che non lascia insoddisfatto l’avventuriero conoscitore.

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