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L'analfabeta che sapeva contare
 
L'analfabeta che sapeva contare 2015-10-20 14:13:28 FrancoAntonio
Voto medio 
 
2.0
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
1.0
Piacevolezza 
 
2.0
FrancoAntonio Opinione inserita da FrancoAntonio    20 Ottobre, 2015
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L’analfabeta sa contare ma i numeri non tornano

Una precisa regola matematica ci insegna che invertendo l’ordine dei fattori il risultato non cambia. Nella fattispecie anche sostituendo un centenario svedese decisamente eccentrico con una ragazzina sudafricana di colore con un cervello matematico ed un acume adamantino il risultato resta immutato: cioè deludente.
La protagonista di questo secondo romanzo di Jonas Jonassonn è Nombeko Mayeki, una quattordicenne sudafricana nata nel quartiere ghetto di Sowetho degli anni sessanta, durante l’apartheid. Si troverà coinvolta, suo malgrado, in una serie di avventure al limite dell’incredibile (ma al limite esterno, credetemi) prima nella baraccopoli; poi, in un segretissimo centro di ricerca atomica, segregata lì per risarcire (lei!) all’ingegnere alcolista che l’ha travolta con l’auto, il grave danno strutturale (all’auto!); in seguito in Svezia, custode per vent’anni di una bomba atomica che non avrebbe neppure dovuto esistere, infine in un camion con il primo ministro, il re di Svezia, due gemelli omonimi, ma specularmente opposti anche come capacità raziocinante, e la suddetta bomba. Il tutto alla ricerca dell’ironia perduta.
Dopo la sorpresa dolce-amara provata nella lettura de "il Centenario che saltò dalla finestra e scomparve" mi ero ripromesso di non avvicinarmi più a Jonasson ed alla sua narrativa se non accompagnato da medici specialisti in neurodeliri: l’autore è troppo fuori di testa per appassionarmi. E dico questo nonostante il primo libro non mi fosse dispiaciuto totalmente, perché alcuni passaggi sono davvero esilaranti.
Tuttavia… tuttavia una amica, non so se per farmi un piacere o per una garbata provocazione, mi ha regalato, a Natale scorso, proprio questo secondo romanzo. L’ho schiaffato in libreria e non ho osato toccarlo per nove mesi.
Poi, però, in un momento in cui avevo penuria di alternative, non ho potuto ignorarlo ulteriormente. Del resto io rispetto i libri ed il generale principio in base al quale, se tu ce li hai, allora vanno letti, comunque e quantunque.
Così mi sono fatto coraggio e l’ho preso in mano. Debbo dire che sono rimasto effettivamente sorpreso, ma da una cosa sola: non credevo che si potessero superare i confini già raggiunti dalla prima opera. E invece…
Invece, leggendolo mi è venuta alla mente una lunghissima teoria di aggettivi per descriverlo: sconclusionato, strambo, scombinato, illogico, incoerente, irrazionale, irriverente, assurdo, inconsistente, a tratti pazzesco, sempre paradossale. Tuttavia questi aggettivi sarebbero poca cosa, infatti esistono molti libri di tal natura che sono assolutamente godibili e il tempo passato a leggerli è tempo ben speso. Ripeto queste caratteristiche potrebbero non essere un gran male se non fosse per l’ultima che descrive il peggior peccato mortale di un libro: noioso, noioso allo stadio terminale. Perché nonostante le trovate bislacche (ecco un altro aggettivo che ben lo descrive) di cui infarcisce ogni pagina della sua storia, Jonasson non cattura l’attenzione del lettore. Un po’ come accade per certi prestigiatori, magari bravissimi, ma di cui conosci già tutti i trucchi utilizzati. Così, come con loro, ormai anche con Jonasson ti aspetti l’uscita stravagante e magari la anticipi pure con l’immaginazione. Quindi, non riesci più a sorprenderti, e la sorpresa sarebbe l’unico atout del romanzo; ti irriti solo.
Di tutto il volume ho apprezzato (ma solo un pochino) il finale, ma è stato un fatto meramente contingente: consapevole che il libro stava per finire mi sono tranquillizzato al pensiero che il prestigiatore Jonasson non poteva tirar più fuori dal cappello a cilindro altri conigli blu a tre teste e, quindi, che il filo narrativo sarebbe proseguito in modo un po’ più logico verso l’epilogo, scontato, che si poteva già prevedere dalle prime pagine.
Del primo libro avevo detto che era stato come dipingere i baffi alla Gioconda. Proseguendo nella metafora ora di questo dovrei dire che, ormai, del quadro di Leonardo non è rimasto che il paesaggio sullo sfondo: ormai la povera Monna Lisa è totalmente sommersa da scarabocchi irriverenti.
Ed il paesaggio, ovvero lo sfondo storico in cui si agitano scompostamente i protagonisti, è l’unica cosa abbastanza coerente. Infatti di una sola cosa debbo dare atto all’autore: l’inquadramento è stato accurato e formalmente corretto, togliendo Nombeko, i due gemelli Holger e tutti gli altri personaggi di contorno, i fatti storici sono piuttosto precisi, ivi compresa la storia delle bombe di Johannesburg, ma questo non aggiunge nulla al contenuto. Il libro non può essere considerato un pamphlet né un resoconto storico degli anni dal 1960 al 2009. Gli agganci alla cronaca di quegli anni sono solo un orpello che nulla aggiunge al racconto se non il tentativo di fare uno sberleffo alla storia.
Ora mi resta solo un cruccio: chi lo va a dire alla mia amica che non intendo più accostarmi allo scrittore svedese?

Indicazioni utili

Lettura consigliata
no
Consigliato a chi ha letto...
Onestamente non mi sento di consigliarlo neppure a chi ha apprezzato incondizionatamente "Il Centenario che saltò dalla finestra e scomparve"
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Commenti

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Ciao, condivido il tuo pensiero. Il primo l'avevo trovato originale e divertente, questo proprio non l'ho digerito!
Bella recensione.
Federica
In risposta ad un precedente commento
FrancoAntonio
21 Ottobre, 2015
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Ti ringrazio. Forse sono partito un po' prevenuto, ma onestamente non ce l'ho fatta a trovargli qualche merito.
Il brutto è che in libreria c'è già il terzo! Spero che a nessuno venga in mente di regalarmelo!
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