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Il matrimonio di piacere
 
Il matrimonio di piacere 2020-07-01 04:39:18 enricocaramuscio
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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    01 Luglio, 2020
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Storia d'amore e di razzismo

"Nessuno di loro due, in realtà, sovrapponeva parole a quell’amore. Anche lui si sentiva per la prima volta sommerso da un sentimento che andava al di là di un matrimonio di piacere. Questa volta le cose avevano preso un verso che non aveva previsto né avvertito in anticipo. Un uomo della sua generazione e della sua classe sociale – la borghesia di Fès – non si era mai confessato innamorato. Aveva letto storie d’amore e pensava che succedessero solo nei libri, non nella vita reale – o almeno non nella sua. Si sentiva come un eroe preso dalla sua bella e si sorprendeva a comporre versi per Nabou. Tremava scrivendo, sentiva il suo corpo più leggero, come trasportato da una musica che proveniva da lontano – cosa che lo incantava e lo rendeva ancora più folle d’amore per Nabou." Devoto alla famiglia e alla religione, Amir non commetterebbe mai azioni che possano offendere sua moglie Lalla o il Signore Onnipotente. È per questo che, ogni volta che è costretto per lungo tempo a lasciare il Marocco e recarsi in Senegal per lavoro, invece di cercare sfogo alle sue pulsioni nell'adulterio o nella prostituzione, preferisce contrarre un cosiddetto "matrimonio di piacere". Si tratta di un matrimonio temporaneo, parallelo a quello ufficiale e altrettanto valido, consentito dal Corano a chi è costretto a stare lontano da casa per molto tempo. È così che Amir conosce Nabou, bella, alta, statuaria, sensuale, disinibita, nera. Il matrimonio di piacere diventa ben presto amore, quello che non è mai sbocciato dopo tanti anni di matrimonio e quattro figli con Lalla. Il rapporto con la prima moglie è fondato sul rispetto, sulla tradizione, sull'idea di famiglia, ma manca di passione, di voluttà, di trasporto emotivo. Mentre con Nabou è tutt'altra storia. Allora, visto che la legge lo consente, perché non promuovere questo legame a matrimonio vero e proprio? Amir chiede a Nabou di sposarlo, lei accetta, sinceramente innomarata del suo uomo ad interim. Una storia d'amore travolgente, coinvolgente, commovente, che sembra non poter far altro che culminare con un lieto fine. Ma per Amir e Nabou non sarà semplicemente il giusto coronamento di un sentimento forte e sincero, ma l'inizio di un incubo pieno di invidie, pregiudizi e intolleranza. Se l'amore è il protagonista positivo di questo toccante romanzo di Tahar Ben Jelloun, il razzismo è l'antagonista cattivo, il pericolo in agguato dietro ogni pagina, la macchia indelebile che da sempre infanga la società umana. Così come, purtroppo troppo spesso, si registrano episodi di intolleranza, xenofobia, di arrogante supremazia di quella parte di mondo detta "Occidentale" nei confronti di chi proviene da altre zone meno fortunate, allo stesso modo, all'interno della stessa Africa, troviamo i medesimi atteggiamenti da parte di chi si trova in condizioni economiche in qualche modo più agiate, ha la pelle più chiara, un livello più alto di discutibile modernità. A dimostrazione del fatto che l'uomo non imparerà mai dagli errori ma persevererà in eterno nelle sue brutture, coloro che subiscono episodi di razzismo, di vecchie e nuove forme di violenza e schiavitù, di becero apartheid, invece di fare in modo che ciò non accada mai più nè a se stesso nè agli altri, è subito pronto a riservare lo stesso trattamento a chiunque si trovi in una situazione di difficoltà, di sudditanza, di bisogno maggiore. Così il marocchino, osteggiato in Europa, visto come un ladro, un invasore, discriminato per il colore della pelle, la cultura diversa, la condizione economica, si sente in dovere di osteggiare a sua volta il senegalese, più scuro di carnagione, più povero, secondo lui più arretrato. È ciò che accade a Nabou quando lascia il suo Paese per andare a vivere a Fes con il suo amato. È quello che deve subire suo figlio Hassan, nero come la madre a differenza del gemello Houcine, chiaro come il padre. È ciò che porterà alla tragedia Salim, figlio di Hassan, vittima della cieca intolleranza, del volgare abuso, del meschino giustizialismo. "Non avevo alcuna voglia di andare a pregare, né di reclamare giustizia a Dio per le mie sventure. Era ormai da tempo che avevo capito che quando i poveri, i marginali, i desolati coraggiosi chiedono compassione e misericordia a Dio non ottengono niente. Peggio, solo i disonesti, i ladri, gli sfruttatori, i criminali, gli impostori sbocciano, si arricchiscono e se ne vanno in seguito a lavare i propri peccati a La Mecca. È la vittoria dell’ipocrisia sulla giustizia. Io ne ero incapace..... Nera, assolutamente nera, la mia pelle era nera fino ai piedi, come se li avessi colorati con inchiostro di Cina. Anche i palmi delle mie mani. Non c’era più nessuna ambiguità ora. Ero totalmente nero. A che pro ricordare la pelle bianca di mio nonno? Nessuno mi credeva, nessuno prendeva sul serio la mia storia quando la raccontavo. La mia pelle nera era la mia identità, doppia, tripla, meticcia, torbida, pallida, bruciante e perfino infernale. Rivelava il negro in me, ricordava i miei antenati deportati dall’isola di Gorée verso le Americhe. La mia pelle, privata dei fori per respirare, e la mia anima, dipinta di nero indelebile, facevano di me un uomo libero e pronto a difendere quella libertà con tutti i mezzi."

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Grazie, Enrico: bellissima recensione! Cercherò questo libro!!! :)
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