MoranteMoravia MoranteMoravia

MoranteMoravia

Saggistica

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Erano una coppia leggendaria. Li chiamavano MoranteMoravia, tutto attaccato, come se la loro fosse un'unica vita, come fossero parte di un binomio inscindibile. Eppure non potevano essere più diversi. Ironico, entusiasta, con una grande passione per la discussione e il dialogo, Alberto Moravia era un uomo lontano dal monumento letterario che i suoi contemporanei gli eressero sin dai primi esordi. Giovane, timida e poverissima, Elsa Morante cercava di costruire l'immagine di una donna sicura, ma nascondeva una grande vulnerabilità affettiva, un bisogno estremo di continue conferme. Di Moravia, la Morante s'innamora al primo incontro, nell'antica birreria Dreher accanto a Palazzo Colonna. Lui è l'enfant prodige della narrativa italiana, l'autore celebrato e insieme discusso degli "Indifferenti", scritto a diciotto anni durante la convalescenza da una malattia terribile che gli aveva rubato l'infanzia. Lei, «un viso tondo con due grandi occhi dall'iride screziata, pieni di luce e ombre», vive dando ripetizioni agli studenti e compilando tesi di laurea, ma scrive anche racconti ai quali affida tutti i suoi sogni e le sue speranze. Sopra ogni cosa, vuole diventare scrittrice: la più grande di tutte. Sia Elsa che Alberto vivono la letteratura come una fede religiosa. Entrambi la hanno scelta come passione totalizzante, come l'unico destino in cui riconoscersi, pur avendo un approccio alla scrittura del tutto opposto: razionale, quello di Moravia, incantato quello di Elsa.

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MoranteMoravia 2019-08-11 07:52:19 Natalizia Dagostino
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Natalizia Dagostino Opinione inserita da Natalizia Dagostino    11 Agosto, 2019
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Conflitti d'arte

Qualche giorno fa, presentando la sua ultima pubblicazione MoranteMoravia edito da Neri Pozza, ho conosciuto Anna Folli, giornalista mite, scrupolosa e di affinata sensibilità.

Dalle prime pagine capisco che questo libro è costato studio, ricerca, interviste difficili, visite in luoghi diversi. Ogni capitolo esprime l’interesse onesto e riservato per Elsa Morante e Alberto Moravia. Non c’è voyerismo, non c’è l’urgenza di guardare dal buco della serratura le vite di due geni. Riconosco una scrittura di rispetto e di gentilezza che svela una storia d’amore attraverso venticinque anni di storia d’Italia: il fascismo, la guerra, la ricostruzione, la comunità degli intellettuali.

Durante la lettura sono concentrata e commossa e mi avvicino in silenzio ad ascoltare la coppia dei contrasti: Elsa e Alberto, legatissimi e liberi, nati in contesti familiari diversi, complici e nemici, dannatamente entusiasti e felici. Una relazione tormentata contro la noia che esprime la meraviglia del pensiero custodito prima e, dopo, condiviso.

Il percorso nei sotterranei dell’anima è sempre doloroso. Gli amanti della letteratura intuiscono che procedere significa andare indietro, in fondo, a recuperare le origini, a cercare nelle visceri le ragioni della vita e delle relazioni. Il sentire profondo sperimenta il paradiso e l’inferno, la benedizione e la maledizione, il dolore e la felicità. Coloro che decidono di vivere sprofondando nella coscienza non scelgono il masochismo, ma la libertà. L’assoluta passione per la letteratura non rappresenta solo un incastro nevrotico, ma diviene respiro unico di due anime oltre la quotidianità e la morte, angosciate e gioiose, a capire la profondità, l’abisso dell’esserci. Coloro che credono si condannano e condannano il prossimo agli inferi: così, i poeti e le poete, così per chi è scelto dall’arte.

Rivedo Elsa e il suo volto di gatto, come ricorda lo scrittore Raffaele La Capria. Elsa che ama i bambini, il mare, i gatti, in quest’ordine. E che per tutta la vita assume la parte della donna folle e geniale, a rivendicare le sue idee. Solo una donna timida, salutando Moravia la sera del loro primo incontro, può lasciare scivolare nelle sue mani le chiavi della propria casa. Rigore e fantasia, sogno popolare e sogno di principessa, autonoma e assoggettata, talvolta, Elsa sembra davvero richiedere relazioni simbiotiche:
“… io vorrei disperatamente essere te per essere te” (p.49)
“Alberto mi fa venire le rughe e io a lui faccio venire gli attacchi” (p.59)

Moravia è sistematico nella scrittura, Morante cerca l’incantamento e l’ispirazione. All’inizio della loro vita assieme, si scambiano l’unico tavolino per scrivere, lui di mattina, lei di pomeriggio. Moravia racconta: “era più facile pensare di ucciderla che separarsi” e l’accusa di non saper stare al mondo, le rimprovera di non essere mondana né diplomatica. Sempre, però, riconosce l’eccellenza di Morante in letteratura. Lui cerca donne autonome, intelligenti, giovani e, soprattutto, innamoratissime e si rivela un uomo simpaticissimo che adora mangiare in compagnia.

Fra Elsa e Alberto riscopro il linguaggio della notte, intimo e feroce che non può sopravvivere alla luce senza risultare inadeguato, eccessivo. E la profondità invecchia, fa sentire pesanti, aggravati da tutto il rumore e il dolore del mondo. Elsa parla della pesanteur come il suo difetto principale, “la pedanteria, il bisogno di dare giudizi definitivi, l’incapacità di dimenticare e di dimenticarsi” (p.220), il dubbio, l’insoddisfazione, la pretesa d’assoluto.

Nelle pagine scorrono i luoghi, i viaggi, le relazioni amorose, gli amici e le amiche, la natura e gli animali, la guerra e la fame, la malattia, i conflitti e le urla, la vita da bohème, il rapporto con la maternità e la paternità, una genitorialità diversamente espressa, la frequentazione di pittori e scrittori nell’ambiente culturale romano. Il dopoguerra è anche il tempo vivacissimo degli artisti e degli imprenditori che si incontrano creando un mondo di idee. Nel 1947 nasce il premio Strega e nel 1953 Adriano Olivetti finanzia la rivista Nuovi Argomenti che accoglierà presenze significative.

L’invito, dopo questo libro, è a rileggere gli scritti di Morante e di Moravia per capire di più, esercitando, magari, il diritto al bovarismo che racconta Daniel Pennac: il diritto a emozionarci, a lasciarci prendere dalla storia. Il diritto a piangere, a sorridere e ad analizzare, se è il caso, perché i libri ci salvano la vita riconsegnandocela ricca di prospettive diverse. Grazie ad Anna Folli, io spero nel contagio del bovarismo come una malattia benedetta.

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