Narrativa italiana Classici Dei delitti e delle pene
 

Dei delitti e delle pene Dei delitti e delle pene

Dei delitti e delle pene

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Pubblicato in forma anonima nel 1764, "Dei delitti e delle pene" di Cesare Beccaria rappresenta una tappa essenziale nell'evoluzione del diritto sostanziale e processuale penale, tanto da far considerare il suo autore uno dei fondatori della scienza della legislazione. Seguita in questa edizione dal famoso Commento di Voltaire, l'opera viene presentata da Roberto Rampioni, noto avvocato penalista italiano. Il merito di Beccaria consiste nell'aver condensato in modo organico e completo in questo piccolo rivoluzionario opuscolo tutte le critiche maturate nell'alveo del pensiero illuminista contro gli eccessi e gli orrori del pensiero inquisitorio del tempo, in particolare la tortura e la pena di morte. Le cronache giudiziarie dei nostri giorni ci rendono consapevoli della straordinaria attualità dell'insegnamento autenticamente "liberale" di Beccaria.

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Dei delitti e delle pene 2016-09-13 08:58:18 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    13 Settembre, 2016
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Fondamenta del diritto penale.

Classe 1764, “Dei delitti e delle Pene” è l’opera indiscussa in materia di concezione delle stesse. L’assunto di partenza da cui muove l’autore è quello di concepire lo strumento sanzionatorio non come una violenza di uno contro molti, non come un mezzo di coercizione da utilizzare senza freni, bensì quale un deterrente alla commissione del reato; la sua funzione è cioè quella di prevenzione. Il reo deve poter, mediante il precetto penale, identificare quando la sua condotta corrisponde ad un illecito, quando cioè il suo agire lede un bene giuridico tutelato dallo Stato e per il quale quest’ultimo ha disposto la punibilità. La misura sanzionatoria deve poi essere proporzionata ed adeguata alla fattispecie di reato violata, e non deve mai eccedere quello che è il dettato legislativo. Solo mediante la certezza della pena si potrà esercitare un ruolo preventivo dei reati; ruolo preventivo a cui consegue una immediata “risposta” da parte dell’ordinamento alla violazione posta in essere. La prontezza è il requisito che consente al delinquente di identificare il rapporto causa effetto, ovvero è il carattere che gli permette di concepire la pena quale conseguenza logica e naturale alla condotta illecita. Non solo, nell’immaginario collettivo, l’immediatezza della condanna ha la finalità di rinforzare il senso del giusto castigo; effetto che con un ritardo della stessa verrebbe a mancare.
Di conseguenza inutili sono le pene di grande intensità ma di breve durata, per avere un vero effetto deterrente la sanzione oltre che ad essere proporzionata deve assumere il carattere della protrazione; della limitazione.
Circa la proporzione della pena, essenziale è che questa sia rapportata al delitto; non si può punire con la medesima previsione sanzionatoria chi ha causato la morte di un uomo e chi ha commesso un crimine minore perché se così fosse si perderebbe la coscienza del reato, si esorterebbe il delinquente a macchiarsi indiscriminatamente dell’uno o dell’altro poiché medesimo sarebbe il castigo previsto dall’ordinamento. Principio questo che si estende anche al fenomeno della prescrizione dei reati nonché alla brevità dei processi poiché entrambi devono essere rapportati alla gravità dei processi.
Beccaria interviene altresì sulla presunzione di colpevolezza dell’indagato, invertendo l’onere della prova e consentendo all’utilizzo di molteplici mezzi di ricerca della stessa. Seppur per un breve periodo e per condizioni di particolare necessità ed urgenza ammetta la custodia preventiva in carcere, l’illuminista, sostiene che questi sia da considerarsi innocente fino a prova contraria. Inaccettabili risultano dunque essere la pena di morte e la tortura. Con la pena capitale si assisterebbe ad un controsenso andando lo Stato a sanzionare un delitto compiendone egli per primo un altro, mentre con la tortura si abbraccerebbe l’utilizzo di uno strumento disumano che oltretutto verrebbe utilizzato prima ancora di aver accertato la colpevolezza dell’indagato, di poi imputato, e che quindi risulterebbe essere inutile nel processo ai fini della determinazione della responsabilità o meno. Mediante tale strumento, pur di fuggire al dolore, alla sofferenza, il torturato sarebbe arrivato a dichiarare anche il falso; tutto pur di porre termine al castigo.
Per l’effettività della pena è dunque necessario che questa abbia una funzione rieducativa, soltanto così essa potrà fungere da deterrente e garantire la tutela del bene giuridico protetto dall’ordinamento. Ergo, è impensabile che la pena capitale svolga un’adeguata azione intimidatoria poiché lo stesso criminale teme meno la morte di un ergastolo trattandosi del parallelo tra una sofferenza definitiva contro una perpetrata, reiterata nel tempo.
Ultime, ma non meno importanti tematiche, analizzate dallo studioso, sono quelle relative al contratto sociale, valutato in relazione al binomio morale domestica-morale pubblica, e ai possibili metodi di prevenzione del delitto fondando nelle scienze, nell’educazione piuttosto che ne comando, nelle ricompense per la buona condotta tenuta, una inibizione all’attività criminosa.
Un saggio breve, ma intenso, uno scritto ricco di contenuti, ancora attuale e di grande valore.

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Dei delitti e delle pene 2016-04-19 06:35:57 Belmi
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Belmi Opinione inserita da Belmi    19 Aprile, 2016
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Una legge più umana

L’illuminista Beccaria nel 1764 pubblicò, in forma anonima, la sua opera più importante, considerata una delle prime che dettero avvio al diritto moderno. Tradotta due anni dopo in francese raggiunse la fama Europea e non solo.

Beccaria con “Dei delitti e delle pene” analizza il sistema giudiziario vigente andando ad analizzarne in maniera sintetica i vari difetti, proponendo dei fini e dei mezzi più validi per raggiungere lo scopo.

Analizza la giustizia in maniera dettagliata andando a indagare e dimostrare quanti innocenti possono essere vittime di una parola. Pone l’accento sulla tortura che è commessa su chi non è ancora reo, visto che la sentenza non è stata ancora emessa e tocca poi uno dei motivi che hanno reso quest’opera così famosa, ovvero la pena di morte, con queste parole:

“Parmi un assurdo che le leggi, che sono l’espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l’omicidio, ne commettono uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall’assassinio, ordinino un pubblico assassinio”.

Beccaria è diretto, chiaro e deciso. “Volete prevenire i delitti? Fate che le leggi sian chiare, semplici, e che tutta la forza della nazione sia condensata a difenderle, e nessuna parte di essa sia impegnata a distruggerle”. Evidenzia il rapporto fra il delitto e la pena, una pena che deve essere certa, chiara e commisurata al giusto delitto. “Il fine dunque non è altro che d’impedire il reo dal far nuovi danni ai suoi cittadini e di rimuovere gli altri dal farne uguali”.

Quello che ho trovato in quest’opera è l’umanità, la chiarezza e l’intenzione di trovare soluzioni valide e applicabili. Importane è il lavoro che ha fatto sulle interpretazioni delle leggi, l’importanza dell’educazione e la tutela degli innocenti.

Molti autori hanno tratto ispirazione da quest’opera per realizzarne delle loro. Il linguaggio e la scrittura utilizzati sono quelli del tempo. Alla fine dell’opera si trova il “Commento di Voltaire” che non aggiunge niente a quello che è stato già detto, ma che ne da una sua interpretazione più “pratica” andando ad analizzare sentenze realmente accadute.

Una curiosità che non sapevo è che Beccaria è il nonno materno di Alessandro Manzoni.

Un’opera che fanno ancora giustamente studiare all’università e che consiglio a tutti. Beccaria provò a gettare le basi per il futuro giuridico e qualcuno i suoi consigli li ha seguiti.

Buona lettura!

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