Il fuoco Il fuoco

Il fuoco

Letteratura italiana

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Primo romanzo di una mai realizzata trilogia del Melagrano, "Il fuoco" fu pubblicato con grande successo nel 1900. Il mito del Superuomo vi trova finalmente la sua più compiuta espressione: Stelio Effrena, il Superuomo-artista, cosciente dei suoi diritti di individuo eccezionale, si vede riconosciuto come tale anche dagli uomini comuni, a lui subordinati per procurargli piacere e permettergli di creare un'opera d'arte superiore. A questo tema dell'ardore creativo e della potenza distruttiva si intrecciano poi i motivi voluttuosi e malinconici di Venezia e della Foscarina, personaggio che adombra la Duse, in un contrasto che accentua il fascino di un'opera che Henry James acutamente definì "splendida accumulazione di materiali".

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Il fuoco 2014-04-04 18:05:07 silvia t
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silvia t Opinione inserita da silvia t    04 Aprile, 2014
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Il fuoco

Senza dubbio è il romanzo più D'Annunziano che si possa leggere, il paradigma di ciò che è diventato lo stereotipo dell'autore; vi si trova tutto quello che rende il Vate sopra le righe, il culto del superuomo e della poesia, la ricerca continua della perfezione e il tentativo di avvolgersi in essa nella speranza di coglierne qualche infinitesima particella.
La trama è quasi un'autobiografia dove il protagonista Stelio è un poeta che vive della sua arte e di essa si nutre e soprattutto con essa accresce il proprio ego.
Fosca è la sua amante, un'attrice ancora affascinante, ma in là con gli anni, che riesce ancora ad ammaliare, ma che giorno dopo giorno via via che le fibre elastiche della sua pelle sono diventate più morbide ha perso la propria sicurezza e così, da un pensiero fugace, inizia la sua ossessione che porrà le basi per comprendere, in qualche modo, quello che è stato il rapporto tra D'Annunzio e la Duse.
Date le premesse ci si potrebbe aspettare una qualsiasi storia d'amore, ma nonostante gli ingredienti ci siano tutti ed essa sia presente, non ci si limita a questo, si va oltre, si riesce a percepire gli stati d'animo dei due protagonisti che vivono delle emozioni così intense e D'annunzio riesce a trasportarle in modo così reale, da far rendere conto al lettore di come molte di esse siano esperienze vere e non di finzione.
L'approfondimento psicologico fa si che ci si trovi di fronte a una Foscarina fragile, quasi di cristallo, così bella e preziosa che necessita di qualcosa che non esiste, quel vetro appena offuscato dagli anni non tollera la sfida col tempo, preferisce fuggire, preferisce lasciare un ricorso e non far assistere al proprio decadimento.
Il tema centrale non è, come fu per altri romanzi, la morte che si fa catarsi, ma la ricerca dell'impossibile, non raggiunto dall'attrice, ma incarnato in tutte le sue componenti dal poeta, che diventa davvero, questa volta, alter ego dell'autore; infatti non si riesce a cogliere una sbavatura, un momento di cedimento.
Il confronto tra i due è crudele, è impari, tutti i pensieri e le paure della Foscarina sono conosciute dal lettore e del tutto ignorati dal protagonista, che non si preoccupa della sofferenza della compagna, ma solo della sua arte.
Non si deve, però, immaginare che sia crudele, egli vive della propria arte e per essa, non si pone problemi ulteriori, la sua vera sciagura sarebbe la perdita d'ispirazione.
Quasi un manifesto del pensiero D'Annunziano riesce a far comprendere a fondo la sua mentalità e il suo sentire.
Lo stile è sempre sublime, ma molto più faticoso, con un lessico più ricercato e a volte desueto, il periodare crea delle matasse a tratti impenetrabili che rendono la lettura poco fluida, ma molto intensa.
Il romanzo più vero risulta, in conclusione, il più difficile per questo motivo, pur consigliandone la lettura, lo porrei a conclusione della bibliografia.

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