Narrativa italiana Classici Mirandomi in appannato specchio
 

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Mirandomi in appannato specchio

Letteratura italiana

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«Mi stimo poco durante il giorno, ma la sera, appena ho la penna in mano, credo di valere pure qualcosa». I due giornali, del 1774-75 e del 1777, sono le uniche pagine diaristiche che Vittorio Alfieri abbia lasciato. Testimoniano del periodo più intenso della sua vita, quello giovanile che immediatamente precede e subito segue la sua prima tragedia (che è del 1775). Raccontano dunque della sua maturazione di uomo e di scrittore, mentre le burrasche della vita esterna e del suo mondo interno lo agitano, nel senso vero, tra i due scogli del terrore di essere un mediocre e della consapevolezza eroica di dover dire con la sua arte qualcosa di importante. Alfieri non li scrisse per la pubblicazione, sebbene precorrano il genere del romanzo in forma di diario.

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Mirandomi in appannato specchio 2015-02-21 06:24:49 Emilio Berra TO
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Emilio Berra  TO Opinione inserita da Emilio Berra TO    21 Febbraio, 2015
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L'ETA' DELLA CONSAPEVOLEZZA

" Parmi d'osservare, che i soli giorni in cui non m'abbia gran fatto di doler di me stesso, sian quelli, in cui (...) non ho per così dire altro di vivo in me che il sapere che non sono morto ".

Questo agile libretto, che mi è giunto fra le mani, è di grandissimo interesse, non solo per chi conosce l'autore, Vittorio Alfieri, ma pure come semplice e sincera confessione di un giovane che ha il coraggio di guardarsi dentro e non piacersi affatto.
Chi ha letto la sua bellissima autobiografia, la " Vita ", troverà già presenti, in queste pagine della giovinezza, vari elementi capaci di evolversi in ben più solida maturità.
Questo 'diario' , interrotto e poi ripreso, ci offre un'immagine dello scrittore venticinquenne (o poco più), che ha ripreso, questa volta con maggior rigore, lo studio dei classici e già tenta la stesura di qualche opera.

IL non far nulla rappresenta l'attitudine e la maledizione per l'autore, che vagabonda "avendo l'ozio scolpito in fronte, e cercando d'ingannare il tempo, e me stesso". "Per mia fortuna la noia, che tosto succede all'ozio, me lo caccia d'addosso; altrimenti per istinto non farei mai nulla".
L'inettitudine qui non è affatto disgiunta da un forte egocentrismo: "non amo che me stesso; e gli altri per quanto possono contribuire a questo amor proprio". Inoltre, "sapendo esser io pallidissimo per non star bene (...), aveva ribrezzo di farmi vedere in modo sì sconvenevole alla pretesa mia bellezza".
Il confronto con qualcun altro diventa una trappola sempre in agguato: "lodandolo, e sentendolo lodare, sentii movimenti di gelosia per non dire d'invidia". Confessa: "non ebbi altro pensiero che di piacere". Lui, che si presumeva così autonomo, se non 'superiore', come dimostrava invece di essere dipendente dal giudizio degli altri !
In questo individuo (ancora) pusillanime non è assente neppure un fondo d'ipocrisia. Prenderne coscienza non poteva non aumentarne l'amarezza: "...vidi con mio sommo dolore, che gridando tutto il dì contro le corti, e i suoi insetti, io ne sarei, se vi stessi, un de' più sublimi in viltà".

Questo 'diario di formazione' ci fa capire il faticoso percorso di emancipazione e di crescita, di colui che diventerà uno dei maggiori scrittori italiani, nella tappa fondamentale della consapevolezza di sé e degli ostacoli da superare, che talvolta o spesso risiedono soprattutto in noi stessi. Viene ad essere così un libro di vaste risonanze, in cui molti ragazzi e non solo possono rispecchiarsi.
Quale fatica diventare se stessi 'al livello più alto' !

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