I colpevoli I colpevoli

I colpevoli

Letteratura italiana

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Cosa resta del legame tra un padre e un figlio dopo un rabbioso distacco durato trentasette anni? Tredicimila giorni senza vedersi, da quando il padre ha abbandonato la famiglia per amore di un'altra donna. Un'intera vita di lontananza. Per poi ritrovarsi all'improvviso: ed è proprio la storia del loro riavvicinamento, dei passi veri e falsi di ognuno, dei pensieri e delle derive, il fuoco vivo di queste pagine. «Ho appreso la lingua dei colpevoli e ho attraversato la terra dei traditori. Così ora le nostre parti sono condannate a rovesciarsi incessantemente. Siamo due corpi in lotta, avvinti nell'abisso perpetuo del vuoto gravitazionale». «Non voglio più vederti», dice un bambino a suo padre, che se ne è andato di casa. Lo dice, ma poi soprattutto lo fa. Si rifiuterà d'incontrarlo per trentasette anni. Il bambino che ha pronunciato quella frase, il bambino che ha abbandonato il padre rovesciando la prassi secondo la quale, semmai, accade il contrario, è l'autore di questo libro. È lui, ormai adulto, a raccontare la ricostruzione del rapporto – impossibile eppure concretissimo – con il padre, a mettersi in gioco senza infingimenti, a ferirsi, a denudarsi una riga dopo l'altra. Usando l'io come una clava, per rompere tutti i vetri e tutti i muri. In cerca di un senso, di una direzione. Cosa significa, concretamente e simbolicamente, tradire e abbandonare? C'è una giovane donna seduta nel luogo in cui avvenne il tradimento più famoso della storia: l'assassinio di Giulio Cesare. È in attesa che lui – il bambino diventato adulto – pronunci una delle due frasi che, in un modo o nell'altro, le cambieranno la vita: «Lascerò lei per te», oppure «Non posso farlo». E lui pronuncerà la sua frase, e con quella frase forse rifonderà la sua esistenza, proprio come ha fatto il padre trentasette anni prima.


Recensione della Redazione QLibri

 
I colpevoli 2020-05-13 10:06:51 Molly Bloom
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4.5
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5.0
Molly Bloom Opinione inserita da Molly Bloom    13 Mag, 2020
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Ricostruire il palazzo di Cnosso

Profondo, introspettivo e ben scritto. Riassumerei il libro in queste tre parole: profondo perché ha come tema centrale il complesso rapporto genitore-figlio, introspettivo perché rappresenta un percorso interiore a ritroso nel tempo attraverso stralci di memoria sui fatti e soprattutto sulle emozioni provate e su come il passare del tempo le ha cambiate, ben scritto perché oltre a una prosa arricchita di belle metafore e profonda essa è pregna anche di un bagaglio culturale non indifferente. 
Dostoevskij, in "I fratelli Karamazov" sostiene che ognuno di noi è colpevole nel confronto degli altri, la colpa è la nostra ombra: non ce ne possiamo liberare mai. "I colpevoli" - meraviglioso titolo più che mai rappresentativo di questa opera - ha come personaggi due colpevoli: un padre e un figlio che dopo un periodo di silenzio durato trentasette anni, iniziano a costruire un rapporto padre-figlio che non hanno mai avuto. O meglio, il rapporto c'è sempre stato perché se le relazioni sono basate sulla presenza, nel bene o nel male, l'assenza associata al rancore rappresenta un rapporto ancor più forte. L'odio e l'amore hanno la stessa forza d'attrazione. 
Si inizia quindi un percorso introspettivo del figlio che va a setacciare il passato scoprendo e analizzando colpe reciproche ma anche diritti di libertà, un percorso introspettivo sorretto anche dalla letteratura, infatti sono frequenti i riferimenti letterari come per esempio a Kafka e "Lettera al padre" oppure a Leopardi che invia una dura lettera a suo padre, persino la Bibbia viene chiamata in causa, in un bellissimo passo che personalmente ho molto apprezzato:

"A ogni modo la storia e la letteratura ci dicono che non c'è peccato peggiore del tradimento di un figlio nei confronti del padre. Eppure a me sembra peggiore il tradimento del padre nei confronti del figlio, mi sembra più interessante il silenzio di Dio nei confronti di Gesù che muore sulla croce. E se la storia e la letteratura non sostengono che il peccato peggiore è il tradimento di un padre nei confronti del figlio è solo perché la dottrina cattolica non ammette che Dio sia additato come il sommo traditore. Tutto ciò che siamo culturalmente deriva da questa incapacità di porre Dio sul banco degli imputati."

I riferimenti letterali e culturali sono numerosi come dicevo prima: ho avuto l'immenso piacere di imbattermi anche in Thomas Bernhard, autore tra l'altro rinnegato dal padre e sempre accusatorio verso i genitori nelle sue opere, viene citato Dante, Tolstoj e Kant, la "Pala di Brera" di Piero della Francesca ma anche alcuni musicisti che denota probabilmente la passione per la musica dell'autore, riferimenti sempre ben citati e correlati alla narrazione in modo armonioso. 
Andrea Pomella si mette a nudo in questo libro dalle forti tinte autobiografiche, ma leggendolo si scopre che a nudo non è tanto il suo personale rapporto con il genitore quanto il rapporto universale tra genitore e figlio in questa delicata situazione in cui la famiglia si disfa e che per un figlio rappresenta un dramma, un peso da portare nel tempo e a volte anche una colpa ingiusta, soprattutto quando il padre diventa una perenne assenza. L'autore parte quindi da un fatto personale e lo allarga mano a mano nel libro dandogli il carattere di universalità, offrendo quindi al lettore la lente d'ingrandimento che permette di vedere ciò che magari sente ma non sa dargli voce.

"L'origine stessa della discordia deriva da questa insopportabile lontananza che corre tra mia madre e te. Non potevate essere un famiglia, generare figli capaci di tollerare il mondo in perfetto equilibrio fra le vostre due posizioni. Oggi me ne rendo conto più che mai. Il conflitto eterno entro cui mi dibatto deriva da questo. Tu ti sei preso un poco di vita, mia madre e io la vita l'abbiamo lasciata lì. E io, scrivendo, cerco di comprendere, o meglio di allontanarmi dalle scintille del vostro conflitto. Scrivendo, cerco di salvarmi, come un delfino imprigionato tra le chiglie di due navi in perpetua collisione."

E' anche un libro sul perdono in senso lato, moto ben illustrato e caratterizzato: il vero perdono è laddove si perdona l'imperdonabile, tutto il resto sono atti di pietà dettati dalla compassione. Un libro davvero prezioso per quanto mi riguarda e che aiuta ad allargare gli orizzonti, a vedere oltre, a comprendere, un libro attraverso il quale l'autore da voce a ciò che rimarrà muto nel nuovo rapporto padre-figlio, affinché "la vecchia vita non intacchi la nuova".

"Abbiamo attraversato molte età, abbiamo affrontato gioie e dolori,  ciò che ora siamo è il risultato di questa distanza: tu e io siamo un cumulo di circostanze che non riusciremo mai a riepilogare, neppure se un dio benevolo ci concedesse altri trentasette anni da trascorrere insieme."

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