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Mille scarpe da lucidare Mille scarpe da lucidare

Mille scarpe da lucidare

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Il mio nome è Deborah, con l'”acca”, una lettera a cui tengo molto perché rende il mio nome speciale. Forse l’unica cosa bella che mia madre biologica ha fatto per me. Ho due talenti, ne sono consapevole senza fare la finta modesta, ma non vorrei passare neanche per chi non sa cosa sia la modestia. Da bambina ho bazzicato i teatri di tutta Napoli. Vedevo recitare i miei genitori biologici nelle così dette “sceneggiate napoletane”. Mi chiamavano “la commediante napoletana”, appellativo di cui ero ingenuamente orgogliosa, perché mi ricordava che non avevo vissuto un sogno: davvero provenivo da Napoli. Ecco, questo è un Talento: so recitare! Recito su di un palcoscenico, dove ho la possibilità di diventare un’altra me: “uno nessuno centomila”, tuttavia non so recitare nella vita. L’altro talento nasce in Molise, terra di mia nonna Carmela, che inconsapevolmente, ha piantato dentro me il benedetto seme dell’amore per la lettura. Mia nonna, cieca ad un occhio, mi insegnò a leggere sulle insegne dei negozi di Campobasso, facendomi così appassionare alla lettura di ogni genere. Queste assidue letture credo mi abbiano donato l’altro talento: saper scrivere, regalando a chi legge la possibilità di percepire e toccare con mano quel che sento, quel che ho vivo. Spero di esser capace di condurre il lettore nei luoghi in cui sono stata e faccio in modo che lui senta persino gli odori che ho sentito, le paure che ho avvertito, le angosce che ho provato.



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Mille scarpe da lucidare 2021-11-09 17:24:01 Bruno Izzo
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Bruno Izzo Opinione inserita da Bruno Izzo    09 Novembre, 2021
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La maestosità del decoro

Qui e ora, la lettura di questo piccolo libro, poco più di cento pagine, è sufficiente a commuoverci, deliziarci, finanche a turbarci, rimanda l’immagine di una situazione oggi impresentabile che ci lascia almeno lievemente a disagio, soprattutto questa è una storia di un decoro e di un candore disarmante, che certamente scuote l’anima anche dei più rudi e smaliziati lettori d’oggi.
Deborah Rossi non ci offre niente di calcolato o orchestrato per uno scopo melenso, tutt’altro, nessuna operazione strappalacrime studiata a tavolino per accaparrarsi un certo trend di lettori, niente zucchero e miele in queste pagine, semmai il sale, quello delle lacrime, della fame e delle privazioni.
Con chiarezza, sincerità ed estrema dignità l’autrice riporta semplicemente una storia che poi, putacaso, è autobiografica, il racconto della sua esperienza di vita. Non altro, e con tono pacato.
Una storia triste, quella di una bimba senza genitori, cresciuta tra gli stenti prima da una nonna e poi in un istituto di religiose, in anni nemmeno tanto distanti nel tempo, in cui il moderno welfare era ancora da lì a venire, sostituito dalla cristiana solidarietà.
Non esistendo ancora, specie in certe aree meno progredite e floride del nostro paese, le moderne case famiglie o i genitori affidatari, l’assistenza nel bisogno gravava sui parenti, o se insufficiente, sugli ordini religiosi appositamente preposti allo scopo, armati di buona volontà, e del rigore e della disciplina insita nell’organizzazione evangelica.
La nonna non riesce che a procurare un misero alloggio per sé e per la nipotina di pochi anni, al pranzo provvede la mensa pubblica degli indigenti, per cena gli scarsi avanzi del pasto di mezzogiorno o, più spesso, nemmeno quelli. Il tutto accettato con compostezza, e con gli abiti buoni.
Vesti consunti, panni smessi da altri, ma puliti ed in ordine, si va alla mensa dei poveri agghindati come ospiti in casa altrui, puliti, educati, lindi, con il sorriso e i modi gentili e cortesi.
Una vita di miseria, di abbandono e di indigenza, vissuti con la maestosità del decoro che nobilita i protagonisti, fa però comunque male da leggere e da vedere allorché ne è protagonista un bambino, candido, fiducioso, incolpevole. Maestoso nella sua genuinità.
La bambina, poi ragazza, fino alla maggiore età soffrirà allora sempre e soprattutto la fame, l’appetenza quella vera, quella che ti strazia la pancia per i crampi, che ti fa svenire solo a sentire certi odori, la fame implacabile che vuole pane, qualunque pane, pan secco, pane raffermo, crosta di pane, e non si sazia mai: graffia, morde, lacera, e pretende senza sosta.
La fame che vuol dire insonnia, pallore, debolezza, che significa angoscia, paura, terrore di non trovare l’indomani nemmeno quel miserabile tozzo di quel pane, la fame che ti fa piangere di nascosto, disperare in silenzio, ti segna nel profondo e ti parrà sempre un miracolo, immeritevole ed immeritato, gustarti un tocco di pane fresco, semmai l’esistenza ti concederà quello che ti parrà sempre solo e soltanto un grande onore. La fame quella vera: certamente non il languorino di oggi dei nostri ragazzi, che il pane magari lo disdegnano, e si lambiccano sul menù vegano, o il tofu o i germi di grano, e piluccano svogliatamente sushi, sashimi e ramen. Loro soffrono la mancanza di un altro pane, semmai, quello tecnologico, privarli del cellulare o del social non li affama, li fa impazzire.
La fame quella vera invece ti lascia lucido e perciò sofferente, lineare e cosciente, nemmeno puoi rifugiarti nella follia.
La fame, e poi il freddo, le privazioni, la mancanza di giocattoli, di stabilità logistica ed affettiva, il minimo per la crescita sana ed equilibrata per qualsiasi bambino.
Ecco: la maestosità del narrato inizia da qui.
La protagonista, la stessa autrice, non recrimina, nemmeno si lamenta o peggio ancora si compiange: semplicemente, racconta. Tutto il testo esalta un valore assoluto: l’estrema dignità.
La bambina racconta con grazia, gioia, letizia: quello che dice è tremendo, ma neanche per un momento pronuncia un verdetto, un giudizio malevolo, una considerazione cattiva.
La Rossi non è una santa, è una donna comune che si guarda indietro, e ricorda se stessa bambina: ha solo questo di splendido ed incantevole, che focalizza il suo pensiero esclusivamente sui lati positivi, sulle pochissime gioie, sui rari ricordi lieti e solo su quelli, è grata a chiunque le abbia elargito un sorriso, un buffetto, una carezza, magari appena accennata, non fa che una menzione di striscio dei tanti torti, gli innumerevoli disagi, le inaudite sofferenze che il lettore può solo intuire o immaginare, e sforzandosi tanto.
“…anche nella povertà è possibile imparare a vivere”.
La scrittrice lo impara, e poi la scrive compita, con precisione, vocaboli scelti con cura, sistemati in frasi ordinate, con diligenza, ci si immagina subito pagine nitide, righe con margini, penna e calamaio come una volta, e poi una bella grafia tonda a vergare brevi capitoletti che sono tanti flash, tante nitide diapositive in bianco e nero, ognuna descrittiva di un fatto insolito, una situazione ricorrente, una persona cara.
Per quanto sia una scrittura niente affatto melliflua o leziosa, sa emozionarti con semplicità, è un testo che gronda di onestà e rettitudine, è il racconto di un amore di bambina, come dire l’elegia dell’innocenza per definizione, cui le difficili traversie familiari non sono riuscite ad amareggiarla l’anima, per quanto le abbiano pesantemente condizionata l’esistenza.
Leggere questo romanzo non ti fa piangere, però ti intenerisce l’anima, suscitandoti un sorriso appena accennato, non mi ricordo una cosa simile, e sì che ne ho letto di storie patetiche, sensazioni come queste si sollevano sempre più di rado: questo non è un racconto, per quanto lungo, è un libro completo, una storia delicata e struggente che ti rapisce il cuore e l’anima, come solo “Cuore” di De Amicis dei bei tempi andati riusciva a fare, in altra epoca e presso altre generazioni.
Non è la storia di una piccola fiammiferaia, è il racconto di mille giorni neri di sofferenza che si susseguono con una costanza ed una diligenza ordinaria: ogni tanto una piccola cosa, un sorriso, una carezza, un gioco nuovo, rischiarano l’orizzonte. La bambina lo sottolinea, li evidenzia, e solo quelli.
Allora i giorni difficili sono come le piccole scarpe nere che la piccola è costretta a lucidare nell’istituto religioso, e sono tante, cento, duecento, mille, tante quante le piccole ospiti, e però ecco, tra tante scarpe nere da tutti i giorni, ogni tanto ci sono un paio di scarpe bianche, quelle della domenica. Come a dire, il sole brilla anche se è solo, queste sono piccole anime fulgide, impossibile non intenerirsi per loro, non amarle.
Un libro breve, una storia semplice, magari ingenua, ma comprende contegno, modestia, dignità.
Bellezza, gentilezza, probità.
Rispettabilità, fierezza, rettitudine.
In sintesi, Deborah Rossi è stata in grado di esplicare la maestosità dell’esistenza vissuta pur avendo fame di pane, e riuscire a restare e divenire sempre più tanto sazia e ricca di un'altra specie di pane, l’amore, in quantità stratosferica, tanto da riuscire ad effonderne d’intorno.
Perché, sapete, si soffre anche per un altro tipo di fame:
“……non c’è cosa peggiore al mondo del non essere amati. E io, così piccina elemosinavo anche l’amore.”
L’amore, quello vero, riempie le carenze che solo chi ha provato la fame può capire.
“…mi ha insegnato a ringraziare per ogni cosa ricevuta, a essere accogliente con tutti, ad accettare con naturalezza le diversità di ogni persona al mondo, ad aspettare ed ad essere gentile…”
Chiunque può allestire un proprio forno, impastare i buoni sentimenti, e distribuirlo ai bisognosi.
Come ha fatto Deborah Rossi, con maestosa dignità.

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Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
A chi ricorda con nostalgia "Cuore" di Edmondo De Amicis
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