Narrativa italiana Romanzi storici Gente in Aspromonte
 

Gente in Aspromonte Gente in Aspromonte

Gente in Aspromonte

Letteratura italiana

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Pubblicato nel 1930, "Gente in Aspromonte" è una delle più celebri raccolte di racconti della nostra letteratura. Narrando le vicende del microcosmo paesano, Alvaro ripercorre in realtà il tempo arcaico della società e della Storia, dominato da una primitività di passioni, ambienti e personaggi che nettamente contrasta con il sistema ordinato e composto della società civile. Violenza, sottomissione e vendetta sono il motore e il fulcro di quest'universo ancestrale che, immobile da millenni, è destinato all'estinzione.



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Gente in Aspromonte 2022-09-19 18:25:48 Calderoni
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Calderoni Opinione inserita da Calderoni    19 Settembre, 2022
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Cosa non si fa per la Giustizia

Corrado Alvaro in Gente in Aspromonte traccia un limpido quadro della realtà meridionale dei primi decenni del Novecento. Questa raccolta di racconti, il cui nome deriva dal racconto più lungo e più famoso, appunto Gente in Aspromonte, si compone di tredici testi che in modalità differente permettono al lettore di avere un quadro complessivo molto ricco e strutturato sul mezzogiorno d’Italia. Come detto, il racconto lungo Gente in Aspromonte è il più importante del volume ed è un testo imprescindibile della letteratura novecentesca italiana. In primo luogo anticipa quelle che sono le istanze del realismo, insieme a Gli indifferenti di Alberto Moravia. Apparso nel 1930, richiama senz’ombra di dubbio Giovanni Verga e Luigi Pirandello che a modo loro avevano già affrontato le medesime tematiche.
La lingua scelta da Alvaro per parlare dell’Aspromonte e della sua gente è l’italiano medio. Non compaiono espressioni dialettali, nemmeno nel dialogato; non si cerca perciò di riprodurre su carta l’andamento che verosimilmente avrebbe avuto un dialogo tra i personaggi prescelti dall’autore. Il contesto di riferimento è quello pastorizio, il protagonista si chiama Argirò ed è affiancato nelle vicende dal primogenito Antonello. Il meridione si caratterizza per il proprio sistema latifondista: grandi, enormi ricchezze concentrate nelle mani di una sola famiglia e intere comunità costrette a gravitare intorno ai capricci, alle pretese e ai dispetti delle stesse. In questo caso la famiglia padrona è quella dei Mezzatesta (già il cognome lascia presagire i difetti che hanno i componenti della casata).
Un giorno i buoi del pastore Argirò cadono in un burrone e la sua vita appare rovinata. Torna al villaggio, prova a chiedere perdono e a negoziare un nuovo accordo con la famiglia Mezzatesta ma viene liquidato malamente. Le disavventure di Argirò si susseguono, sebbene trovi un aiuto economico in Ignazio Lisca, trafficante di denari del paese. Il Lisca tra gioco d’azzardo e prestiti appare la moderna rappresentazione del boss mafioso che attraverso le sue finanze elargisce per ricavarne nuovi benefici. In tal senso la scena in cui il Lisca gioca a carte a casa sua con alcuni conoscenti, tra cui il forestiero Giovanni Milone, un ladro che profana le offerte della chiesa in modo talmente esplicito che tutti ne erano a conoscenza, è indicativa dei rapporti di forza che si sono venuti a cementificare nel corso dei decenni nei piccoli villaggi meridionali, dando poi vita alle manifestazioni più o meno evidenti dei corpi mafiosi.
Dopo diverse vicissitudini Argirò, soprannominato lo «Zuccone» dai Mezzatesta, riesce a risollevarsi e a trovare un’attività remunerativa. Attraverso l’acquisto di una mula diventa una sorta di “corriere” che fa da spola tutti i giorni tra il mare e le zone interne della Calabria. Intanto la sua famiglia cresce. Si affianca ad Antonello una coppia di gemelli, i mutoli perché incapaci di parlare; e poi arriva anche Benedetto che viene indirizzato agli studi da sacerdote. Inserire un componente della famiglia nel mondo ecclesiastico è la massima aspirazione di quel tempo in una realtà come quella dell’Aspromonte e proprio per questo Argirò impegnerà tutte le proprie forze a favore di Benedetto e dei suoi studi, richiedendo anche al primogenito Antonello di trasferirsi in città, di lavorare in fabbrica e di contribuire così alle spese del fratello. Per Argirò l’investimento su Benedetto diventa motivo di rivalsa contro coloro i quali l’hanno sfruttato da pastore e l’hanno lasciato in mezzo a una strada nel momento del bisogno; Benedetto è il personale riscatto di Argirò e diventa anche un motivo di vanto. Un vanto talmente accentuato che acuisce le invidie nel piccolo villaggio tanto che i giovani figli (legittimi e non legittimi) di Camillo Mezzatesta eliminano la mula di Argirò e lo rovinano una seconda volta. Queste dinamiche, se ricalibrate nella contemporaneità, raccontano ancora oggi bene meccanismi malsani che troppo spesso governano le nostre famiglie, le nostre associazioni e le nostre comunità (e più sono piccole, più balzano all’occhio).
Si erge protagonista del finale della narrazione Antonello. Ha osservato il mondo d’ingiustizia che lo circonda. È stato un attento osservatore di tutte quelle pratiche di disuguaglianza che hanno contraddistinto la sua infanzia e la sua adolescenza. Si è sacrificato per il bene della famiglia, abbandonando la sua terra per la città. Alla fine non ha retto ed è tornato indietro perché quella sull’Aspromonte, da pastore, «è una vita alla quale occorre essere iniziati per capirla, esserci nati per amarla, tanto è piena, come la contrada, di pietre e di spine»; lui l’ha assaporata fin dai primi passi ed è impossibilitato ad abbandonarla. Annota quello che non funziona e soprattutto annota tutti quelli che sono i punti più incivilmente sorprendenti di ingiustizia sociale. Si inscrive anche lui alle faide di paese e fa scacco matto: incendia i grandi possedimenti della famiglia Mezzatesta, conducendola a una gravosa rovina. Dopo aver innescato il putiferio attende paziente l’arrivo dei carabinieri sui suoi monti e al loro sopraggiungere conclude con una frase che da sola riassume il senso di quanto descritto da Alvaro in un’ottantina di pagine: «Finalmente potrò parlare con la Giustizia. Chè ci è voluto per poterla incontrare e dirle il fatto mio!». Insomma c’è voluto il concretizzarsi del detto “occhio per occhio, dente per dente” per avere, per la prima volta nella sua vita, alla sua porta coloro i quali sono i garanti della giustizia e l’attento annotatore Antonello ha un sacco pieno di cose da denunciare relative a un mondo governato dall’ingiustizia sociale.
Tra gli altri racconti della raccolta che meritano una menzione ci sono: l’intimo e commovente Innocenza, il crudo e duro Coronata e il quasi primitivo Temporale d’autunno. In quasi tutti è preponderante la figura femminile (i titoli lo ricordano: La pigiatrice d’uva, La zingara, Teresita, Romantica, La Signora Flavia, Cata dorme e i già menzionati Innocenza e Coronata). Alcune tematiche si richiamano: amori impossibili, prostituzione, furti e fughe. Il contesto è bigotto, superstizioso, eccessivamente serrato su se stesso.

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