Narrativa italiana Romanzi storici L'Agnese va a morire
 

L'Agnese va a morire L'Agnese va a morire

L'Agnese va a morire

Letteratura italiana

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"L'Agnese va a morire è una delle opere letterarie più limpide e convincenti che siano uscite dall'esperienza storica e umana della Resistenza. Un documento prezioso per far capire che cosa è stata la Resistenza [...].Più esamino la struttura letteraria di questo romanzo e più la trovo straordinaria. Tutto è sorretto e animato da un'unica volontà, da un'unica presenza, da un unico personaggio [...]. Si ha la sensazione, leggendo, che le Valli di Comacchio, la Romagna, la guerra lontana degli eserciti a poco a poco si riempiano della presenza sempre più grande, titanica di questa donna. Come se tedeschi e alleati fossero presenze sfocate di un dramma fuori del tempo e tutto si compisse invece all'interno di Agnese, come se lei sola potesse sobbarcarsi il peso, anzi la fatica della guerra [...]." (Sebastiano Vassalli)

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L'Agnese va a morire 2018-11-08 17:12:09 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    08 Novembre, 2018
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I ribelli muoiono per gli imbecilli

«Nasceva invece in lei un odio adulto, composto ma spietato, verso i tedeschi che facevano da padroni, verso i fascisti servi, nemici essi stessi fra loro, e nemici uniti contro povere vite come la sua, di fatica, inermi, indifese.» p. 20

«La prima parte, la più semplice, la più lunga, la più comprensibile, era ormai di là da una barriera, finita conclusa. Là c’era stato Palita, e poi la casa, il lavoro, le cose di tutti i giorni, ripetute per quasi cinquant’anni: qui cominciava adesso, e certo era la parte più breve; di essa non sapeva che questo.» p. 68

Quando per la prima volta Renata Viganò vide l’Agnese, o almeno colei che nel suo libro porta questo nome, verteva in una brutta situazione. Si trovava in un paese della Bassa, sola con il figlio e con il marito catturato dalle SS a Belluno e di cui non sapeva alcunché. Nel villaggio in cui si era rifugiata la credevano una sfollata con la casa disastrata e ogni rapporto con i compagni era andato perduto con la cattura del coniuge. Quando quindi l’Agnese arrivò con quei suoi brutti piedi scalzi nelle ciabatte nel greto del fiume in cui la Viganò si trovava per far giocare il figlio, quasi non credette alle sue orecchie quando la visitatrice la appellò con il nome di “Contessa”, suo soprannome di battaglia. E dopo le prime smentite e il primo chi va là, un pezzo di carta che costituiva la prova. Perché se uno spariva, si stringevano le file, il vuoto veniva cancellato. Successivamente, un secondo incontro fatto per restare, un incontro dove parlarono di gatti perché l’Agnese aveva una gatta grigia che le era stata ammazzata da un tedesco, perché i tedeschi così scherzavano senza però fare i conti con quelle che erano come l’Agnese che non fece discorsi corti e a sua volta ammazzò il tedesco in questione, e la Contessa ne aveva a sua una volta in casa una nera con gli occhi verdi prima di dover abbandonare la città.
È da questi brevi assunti realmente accaduti che ha inizio questa indescrivibile testimonianza storica della resistenza. Un periodo che ormai i più giovani non conoscono, di cui appena hanno sentito parlare, che spesso snobbano o ritengono superato, quando in realtà è stato una delle tappe più importanti e significative del Secondo Conflitto Mondiale.
E così conosciamo l’Agnese, un’umile lavandaia che vive con il marito Palita, dalla salute cagionevole e che morirà nel treno merce durante il viaggio per i lager. Egli è un uomo che non ha una particolare istruzione ma che sa da che parte sta il bene e da quale il male, che ragiona d’istinto e che è mosso da un’idea politica ben precisa che è fatta di coscienza e di consapevolezza e che lo porta a collaborare con i partigiani. Alla sua dipartita, la moglie, massiccia e dal cuore affaticato, a sua volta non esiterà un attimo al sacrificio e alla causa. Aiuterà i compagni sino all’inevitabile epilogo (di cui al titolo) che nulla ha di eroico restando del suo corpo soltanto un mucchio di stracci nella neve. Ma se anche non si è immolata a chissà quale azione disperata, la sua dipartita è più significativa di una battaglia vinta perché la libertà ha vinto e ha prevalso su tutto, perfino e soprattutto sulla sopravvivenza stessa.
Un romanzo indimenticabile, che resta nel cuore, che si ama pagina dopo pagina, che si respira e percepisce, che ti entra dentro e che solletica le corde più profonde. Un romanzo che è testimonianza e memoria storica, che è concreto e veritiero e che tutti dovrebbero leggere, in particolare i più giovani che purtroppo non conoscono se non per sentito dire di questo periodo. Da leggere con calma, gustandolo pagina dopo pagina, un poco alla volta, senza fretta, senza fare le corse.

«Ma ci sono due chilometri fino all’argine. Come fi fa a portare tanto peso? – disse la Rina. – Si porta, - rispose l’Agnese. – Si porta finché si può.» p. 94

«I ricchi vogliono essere sempre più ricchi e fare i poveri sempre più poveri e ignoranti, e umiliati. I ricchi guadagnano nella guerra, e i poveri ci lasciano la pelle.» p. 166

«I ribelli muoiono per gli imbecilli» p. 237

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L'Agnese va a morire 2018-09-26 04:52:02 Renzo Montagnoli
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Renzo Montagnoli Opinione inserita da Renzo Montagnoli    26 Settembre, 2018
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Che cosa è stata la Resistenza

Nella sua introduzione Sebastiano Vassalli scrive fra l’altro: “L'Agnese va a morire è una delle opere letterarie più limpide e convincenti che siano uscite dall'esperienza storica e umana della Resistenza. Un documento prezioso per far capire che cosa è stata la Resistenza [...]”. Sono d’accordo, tanto più che in copertina, se pur a caratteri ridotti, c’è una frase che ritengo determinante per comprendere la portata di questo libro: “Per non dimenticare che cosa è stata la Resistenza”. Sì, perché al di là della purtroppo ricorrente retorica con cui ai giorni nostri viene commemorato questo vasto movimento di popolo i giovani non sanno che cosa sia stata la Resistenza e, francamente occorre ammetterlo, questa lacuna è spesso presente non solo nella precedente generazione, peraltro nata nell’immediato dopo guerra, ma anche chi per età anagrafica è stato testimone della stessa. E così libri come “La messa dell’uomo disarmato” di Luisito Bianchi e questo L’Agnese va a morire di Renata Viganò, rappresentano due scrigni preziosi il cui contenuto è da assaporare con lentezza, quasi centellinandolo, ma alla fine le idee saranno più chiare e sarà possibile comprendere veramente ciò che è stata e ciò che ha rappresentato la Resistenza. Agnese, un’umile lavandaia, che lavora anche per il marito Palita, impossibilitato a sostenere il lavoro dei campi in quanto di salute cagionevole, è un essere umano, anche poco istruito, ma che è in grado di comprendere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ciò che è bene e ciò che è male, per puro istinto. Indifferente alla guerra, all’occupazione tedesca, quando i nazisti le strapperanno il marito, comunista, per avviarlo al lager (morirà nel corso del viaggio) si trasforma e adesso che sa da che parte sta il bene e da che parte sta il male inizierà a sconvolgere la sua esistenza nella consapevolezza di essere nel giusto. Non è un’idea politica che la guida, è molto di più, è la ribellione della sua coscienza che le impone di dedicarsi anima e corpo alla lotta partigiana, che la porta a considerare quei ragazzi che così tanto rischiano come i figli che non ha mai avuto; il suo istinto, al riguardo, è come quello del contadino che sa quando è l’ora di procedere all’aratura o di seminare. Massiccia, con il cuore affaticato, Agnese è uno di quei personaggi che incontrati per strada paiono insignificanti, ma che conosciuti bene si rivelano straordinari, gente che non esita a sacrificarsi per qualcosa che sentono molto al di sopra di loro. La sua morte non ha nulla di eroico (di lei rimane solo un mucchio di stracci neri sulla neve), non si è immolata in un’azione disperata, non ci saranno medaglie alla memoria, eppure quella morte vale più di una battaglia vinta, perché in quella conclusione a cui eravamo preparati c’è tutto lo spirito di sacrificio di una donna che ha anteposto la libertà alla sua vita.
L’Agnese va a morire è semplicemente un romanzo stupendo che resta nel cuore.

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