L'alta fantasia L'alta fantasia

L'alta fantasia

Letteratura italiana

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Ravenna, 1321: esiliato e misconosciuto, Dante Alighieri esala l’ultimo respiro. Nel convento delle clarisse di Santo Stefano degli Ulivi, l’albero di mele selvatiche che le suore chiamano «l’albero del Paradiso» smette misteriosamente di dare frutti. Trent’anni dopo Giovanni Boccaccio, studioso appassionato dell’opera dantesca, riceve un incarico singolare: andare in quel convento, dove risiede la figlia di Dante, divenuta monaca con il nome di suor Beatrice, e consegnarle un risarcimento in denaro per l’esilio ingiustamente subito da suo padre. Sarà un viaggio di riparazione e di scoperta, ma anche di fatica e pericoli, non ultima l’accoglienza non sempre entusiastica ricevuta dai conventi dove l’opera del Sommo è ancora vietata, in odore di eresia. E per Boccaccio sarà l’occasione di riandare ai momenti più importanti della vita dell’Alighieri, le sensibilità di bambino e l’incontro con Beatrice, la politica e i tradimenti, l’amarezza della cacciata da Firenze, il tormento e l’estasi della scrittura. Trovando conferma, lui, scrittore, di quanto il dolore promuova l’essere umano a una più alta conoscenza. Pupi Avati ci consegna con il suo nuovo romanzo l’opera di tre vite: l’incontro inaspettato attraverso i secoli tra un regista e scrittore e due maestri della cultura italiana.



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L'alta fantasia 2023-01-09 18:51:34 Bruno Izzo
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Bruno Izzo Opinione inserita da Bruno Izzo    09 Gennaio, 2023
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VIAGGIO AL TERMINE DELLA NOTTE

Questo non è un romanzo di uno scrittore, è un pezzo di bravura, una gran prova di cultura e di erudizione di un artista a tutto tondo, di rara e duplice sensibilità, un notissimo maestro della cinematografia italiana, e non solo. Quindi un regista, che è solito esprimersi in immagini animate, e invece qui si rivela altrettanto abile, operazione già fatta in passato, nel trasformare le immagini ed i suoni in parole scritte, suscitando ad arte con il testo su carta, nell’immaginario personale del lettore, le malie, gli scenari, la colonna sonora, le inflessioni vocali nei dialoghi ed i lineamenti dei personaggi, il tutto sapientemente provocato con la sola parola scritta, esattamente come saprebbe fare un bravo letterato.
Pupi Avati è, in sintesi, un poeta che sa esprimersi altrettanto bene tanto in video che sulla carta.
Direi di più, il regista bolognese è un sommo poeta; con le immagini o con le parole, sempre esprime il lirismo dell’esistenza, quella che permea comunemente i fatti della vita, e che solo gli artisti di rara sensibilità sanno cogliere per offrircela.
“L’alta fantasia” è un testo di estrema poesia, e lo stesso titolo, non è che un modo di indicare una liricità di estrema bellezza.
Chi è il cantore massimo dell’esistenza del suo tempo espressa in canti, in versi, in un carme di estrema suggestione ed emozione?
Ma Dante Alighieri, naturalmente, e chi altri?
Con la sua “Divina Commedia”.
Pupi Avati questo farebbe normalmente, parlerebbe di Dante in un film; ma ogni artista che si rispetti, tende ad esplorare, a mettersi in gioco, ad esprimere il suo immaginario in modi diversi ma con pari efficacia, ecco allora che nasce non una divina commedia per immagini, sarebbe scontato e ripetitivo, ma una bella storia scritta con Dante protagonista, un Dante magari diverso e poco noto, resa bene quanto le immagini, e però con le sole parole vergate su carta.
Magari utilizzando tecniche cinematografiche come il flash back, ma rigorosamente espresso in forma scritta. Avati è cineasta, ma anche scrittore: e questa duplicità la riversa anche nel suo racconto, non solo Dante compare nel romanzo, ma anche un altro grande della letteratura, Boccaccio.
Come dire, due al prezzo di uno, o due a due, giusto per pareggiare i conti artistici.
“L’alta fantasia “inizia con la morte dell’Alighieri.
Alla notizia, Firenze reagisce come si suole dire chiudendo la stalla quando il bestiame è già scappato, la città ed i suoi governanti trenta anni dopo la morte di Dante stanziano una bella somma di denaro a titolo di risarcimento per i familiari del poeta condannato a suo tempo all’esilio, e morto perciò lontano dalla terra natia e sepolto in quel di Ravenna.
Questo bonus pecuniario viene affidato a Giovanni Boccaccio, con l’incarico di consegnarlo alla figlia di Dante, che ha preso i voti monastici.
Tutto il romanzo è quindi un taccuino del viaggio, che non è solo fisico, ma in un certo senso un susseguirsi di emozioni, un giro a tappe ciascuna delle quali costituisce un evento miliare nella vita del Fiorentino. Un itinerario che è una sorta di ricostruzione di ciò che è stata l’origine, anzi l’insieme delle origini, della commedia divina: lo stesso iter che studiosi, docenti, discenti o semplici appassionati compiono da tanti secoli per leggere tra le righe i fatti, i significati, le accuse, le iniquità, gli amori, le metafore e le allegorie insite nei singoli canti dell’opera omnia del grande letterato.
Diciamo subito però che “L’alta fantasia” di fantasia vera e propria ne conta poco, non è un racconto fantastico, o almeno non solo, ma è una ricostruzione fedele a quella che potrebbe davvero essere stata la concretezza dei fatti del tempo, è storia vera e reale, è un libro molto ben documentato, con tanto di eventi storici precisi e ben riportati, Pupi Avati porta Boccaccio a ricordare e riconsiderare Dante, lo fa su un substrato di eventi realmente accaduti e che certamente hanno influenzato il Poeta ispirandogli i canti della sua opera, e però allo stesso tempo ci presenta a modo suo, filtrato dalla propria sensibilità di narratore, un Dante altrettanto reale sebbene meno conosciuto e citato dalla storiografia ufficiale. Un Dante più uomo e meno sommo poeta, una persona dotata tanto di talento letterario, faticosamente temprato nel tempo, che da una sensibilità fuori dal comune, il fiorentino è prima di tutto un uomo sapiente e intelligente, un professionista, e allo stesso tempo è persona fortemente empatica, un acuto osservatore dei suoi tempi e di tanti personaggi da lui conosciuti, antepone la sua sodalità alla sua poesia, ed è questa sua drittura morale che ne fa il Sommo Poeta.
Il viaggio per Boccaccio, e per suo tramite per Avati, è un pretesto, un modo per raccontare Dante bambino, Dante giovinetto, Dante turbato, travolto ed estasiato dall’amore sublimato per Beatrice, Dante politico, Dante soldato, Dante amico intimo di Guido Cavalcanti, Dante letterato.
Si narra tra le righe quanta fatica e quanto ingegno, quanti sacrifici e quanto dolore gli sono costate le sue opere, spesso osteggiate dai suoi nemici, prima tra tutti la Chiesa.
Come lo fu per Michelangelo, la poesia, la Divina Commedia in particolare, anche per Dante rappresentò il tormento e l’estasi, ben lo sanno Boccaccio e, secoli dopo Pupi Avati, perché l’arte, sapete, provoca spesso dolore, supplizio, sacrificio, prima di giungerti all’incanto ed all’elevazione intellettiva. Il tutto reso in maniera fluida, scorrevole, lineare, rapida e godibile, si tratta di un libro di non molte pagine, e però intenso. Di grande levatura accademica, senza mai apparire pesante, tutt’altro, un racconto per tutti. E poiché la poesia è anche Amore, tutto il libro rivela Amore con la maiuscola, certo principalmente quello di Dante per Beatrice, ma anche per la famiglia, gli affetti, manco a farlo apposta anche la stessa figliola monaca di Dante si chiama Beatrice, e in particolare risalta un altro amore, quello che lo stesso Boccaccio vela gelosamente in sé per il grande poeta.
“…Boccaccio affidò la borsa contenente le monete alla vecchia badessa: Vorrei le diceste che considero suo padre mio padre…padre di tutte le gioie della mia vita…”
Il che ammanta il suo tragitto di tristezza e malinconia, anche doloroso essendo l’autore del Decamerone affetto da scabbia, e tuttavia prosegue, non demorde, lo rende un cammino di rimpianti, un viaggio al termine della notte.
Amore…ma ogni amore pretende Musica. Esige una colonna sonora che sottolinei i momenti cruciali delle azioni. Chi meglio di un regista può saperlo?
Allora ogni capitolo è inframmezzato dai titoli delle musiche che Avati ritiene più opportune a quanto narrato, spaziando dalle arie della musica classica ai pezzi del repertorio jazz.
Il tutto, sia chiaro, non è una biografia, una storia di Dante uomo e poeta, o di Boccaccio, non è un’opera compiuta, nemmeno potrebbe esserlo, data l’esiguità del volume: più precisamente, è una serie di scene, di quadri ben scritti e ben presentati, ma non dei ciak, qui diciamo chiaro e tondo che non è una sceneggiatura, anche se potrebbe divenirlo, il romanzo non è stato scritto per il cinema ma per un altro motivo: per Amore.
Un duplice amore: per la scrittura, e per i due grandi letterati, Dante e Boccaccio, gli inventori della letteratura italiana, i campioni della nostra poesia e prosa.
Perciò Avati si avvicina a loro con amore, certo, ma anche timore reverenziale, e quindi con umiltà: il suo intento è rendere omaggio ai due grandi, non altro.
Come da settecentocinquanta anni tanti altri fanno, con immutata stima, devozione e ammirazione; perché, sapete, Dante Alighieri:
“…Sapeva il vero nome di tutte le stelle.”.

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L'alta fantasia 2022-02-18 18:02:54 FrancoAntonio
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FrancoAntonio Opinione inserita da FrancoAntonio    18 Febbraio, 2022
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Il pellegrinaggio dantesco di Boccaccio

Nel 1350 Giovanni Boccaccio ebbe l’incarico dalla Signoria fiorentina e dalla Compagnia di Orsanmichele, tardivamente rammaricati per il trattamento riservato al loro più illustre concittadino, di recare una borsa di fiorini quale risarcimento per Beatrice, figlia terzogenita di Dante Alighieri, monaca in quel di Ravenna. Al seguito del grande novelliere ripercorriamo il suo pellegrinaggio sulle orme di quelle dell’esiliato Dante, del quale, con frequenti flash back, scopriamo molti episodi della vita, anche quelli più intimi e, forse, meno noti.

Nel settecentesimo anniversario della morte di Dante, Pupi Avati propone questo omaggio al poeta, utilizzando come base di partenza il “Trattatello in laude di Dante” che il novelliere toscano, appassionato “didattico” dell’opera dantesca, ebbe a scrivere, proprio per onorare il suo conterraneo di cui era sconfinato ammiratore.
Questo lavoro di Avati è un librettino piuttosto breve (solo 165 pagine a caratteri piuttosto alti) fatto di tanti rapidi episodi, quasi dei flash sulla vita di Dante e sul faticoso viaggio che il Boccaccio, piagato dalla scabbia, fu costretto a fare per portare a termine il suo incarico. Possiamo così scoprire o riscoprire eventi noti e meno noti della vita di questi due grandissimi letterati che (uno soprattutto nella poesia e l’altro soprattutto nella prosa) hanno posto i fondamenti della lingua italiana.
Sotto questa prospettiva l’opera di Avati è sicuramente meritoria e degna di apprezzamento, anche per la delicata poesia con cui sono trattati gli argomenti..
Il libro, però, è di difficile classificazione, al punto che risulta più agevole dire cosa non sia. Non è una biografia, perché, seppure racconti molte vicende dantesche, non lo si può considerare una trattazione organica né dal punto di vista umano né da quello letterario. La storia dell’Alighieri (e, ancor meno della sua produzione) non ci viene mostrata nella sua interezza, ma, come cennato, solo per immagini, per “perle” staccate di una collana non infilata. E pure ogni singola “perla” si limita a cennare ai fatti, a darne una succinta esposizione, senza aver il coraggio di avventurarsi in una narrazione più approfondita o in una valutazione degli stessi.
Non è neppure un romanzo storico. Infatti, per quanto l’A., come egli stesso riconosce, abbia dovuto aggiungere del suo per dare concretezza alle varie vicende e abbia cercato di contestualizzarle e fornirne un’ambientazione che ci trasporti nel Medioevo dei due grandi uomini, non è stato fatto nessun tentativo vero per dare unitarietà e per drammatizzare le scene. Il fluire degli eventi manca di compattezza, i vari episodi, per quanto possano essere intriganti, ci lasciano insoddisfatti, vuoi per la loro brevità, vuoi per la superficiale sommarietà con cui le situazioni sono descritte.
Non è neppure una sceneggiatura in vista di un film su Dante (peraltro già annunciato e che dovrebbe uscire nel 2022). È pur vero che, a tutta evidenza, ogni capitolo, anzi ogni paragrafo, cristallizza una scena, un’inquadratura particolare, un… "ciak si gira". Addirittura ogni paragrafo è preceduto dalle indicazioni musicali della colonna sonora che, in sottofondo, dovrebbe accompagnare lo svolgersi dell’azione (o della lettura?). Ma complessivamente è solo un canovaccio incompleto che non riesce a farci visualizzare nell’interezza la possibile rappresentazione cinematografica.
Anche lo stile usato è abbastanza ambiguo e un po’ pesante. L’A. non si azzarda a narrare la sua storia col linguaggio agile e fluente dei nostri giorni; infatti spesso si attarda in classicismi, in forme auliche, forse intimorito dal confronto con i due grandi autori. Inframmezza lo scritto con frequenti citazioni dantesche di Boccaccio e di Cavalcanti. Tutto ciò rende la lettura disomogenea e non sempre scorrevole.
In conclusione, quale sia la colpa principale di Avati si comprende da quanto egli stesso confessa nelle note d’apertura (“Circoscrivere Dante nella forma del romanzo mi è parsa impresa impossibile”) e nei ringraziamenti (“Privo di alcuna legittimazione accademica, non avrei mai osato azzardare a mia volta una tale impresa se non avessi potuto contare da subito…”).
Insomma è evidente che Avati, pur autore fantasioso è immaginifico, davanti all’impresa sia stato bloccato da un timor panico, da una soggezione reverenziale. La paura di compiere un gesto in qualche modo sacrilego nei confronti dell’Alighieri sol “inventando”, aggiungendo qualcosa di troppo al mito, lo ha bloccato. Non è riuscito a fare un’opera che, invece, poteva essere di grande respiro e sicuramente di miglior impatto sul lettore, perché nelle righe di questo libro si percepisce l’amore sconfinato che Avati nutre per Dante e la poesia che la sua figura stessa gli infonde. Ma quando ci si fa guidare da amore e poesia, difficilmente si sbaglia, quindi avrebbe potuto osare di più. Ci voleva solo maggior coraggio. Peccato! Davvero peccato!

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Comunque consigliato, perché l'opera merita una lettura per riavvicinarsi alle vite di questi due grandi fiorentini.
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