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Letteratura italiana

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L'acqua ha sommerso ogni cosa: solo la punta del campanile emerge dal lago. Sul fondale giace il mistero di Curon. Siamo in Sudtirolo, terra di confini e di lacerazioni: un posto in cui nemmeno la lingua che hai imparato da bambino è qualcosa che ti appartiene fino in fondo. Quando Mussolini mette al bando il tedesco e perfino i nomi sulle lapidi vengono cambiati, allora non resta che scegliere le parole una a una per provare a raccontare. Trina è una giovane madre che alla ferita della collettività somma la propria: invoca di continuo il nome della figlia, scomparsa durante gli anni del fascismo. Da allora non ha mai smesso di aspettarla, di scriverle nella speranza che le parole gliela possano restituire. Finché la guerra viene a bussare alla porta di casa, e Trina segue il marito disertore sulle montagne, dove entrambi imparano a convivere con la morte. Poi il lungo dopoguerra, che non porta nessuna pace. E così, mentre il lettore segue la storia di questa famiglia e vorrebbe tendere la mano a Trina, all'improvviso si ritrova precipitato a osservare, un giorno dopo l'altro, la costruzione della diga che sommergerà le case e le strade, i dolori e le illusioni, la ribellione e la solitudine.

Recensione della Redazione QLibri

 
Resto qui 2018-02-24 22:24:44 annamariabalzano43
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annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    25 Febbraio, 2018
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Quando la Storia diviene grande narrativa.


“Resto qui” di Marco Balzano: un romanzo dalla prosa essenziale, che non fa uso di inutili metafore, ma che va diritto al cuore nel descrivere fatti, situazioni, sentimenti. Anche l’amore, come l’odio e il dolore sono sussurrati, non urlati, ma non per questo meno forti. Personaggi veri, pur nella loro fittizia creazione artistica, che restituiscono credibilità ai luoghi e alle vicende storiche: tali sono Trina e Erich, Michael e padre Alfred, Ma’ e Pa’. Lo sfondo è quella parte del nostro paese più vicina al confine con l’Austria e con la Svizzera, dove il bilinguismo è stato per un lungo periodo più un problema che un vantaggio. Siamo a Curon in Val Venosta, dove durante il ventennio fascista e negli anni della seconda guerra mondiale la popolazione si sentiva più affine e vicina alla Germania che all’Italia e insegnare il tedesco era reato. Paradossalmente il Reich veniva visto come garante di libertà e benessere. L’illusione tuttavia sarebbe svanita con lo scoppio della guerra. Questa la situazione lacerante per molte famiglie del luogo, come quella di Trina e Erich, che dopo aver visto impotenti sparire la giovane figlia che segue gli zii attratta dal mito nazista, assistono all’arruolamento del figlio Michael nell’esercito del Fuhrer. Essi stessi, costretti a nascondersi nei boschi, dopo la diserzione di Erich, ormai disgustato dalla guerra, faranno infine ritorno nel loro paese ormai segnato dalle vicende belliche, dopo avere sofferto povertà e fatica, fame e solitudine.
La vita a Curon è ormai minacciata dalla costruzione imminente della diga che cambierà l’aspetto di tutto il territorio e sottrarrà la terra all’agricoltura e alla pastorizia, spazzando via case e masi.
“Il silenzio fermo delle montagne era sepolto sotto il rumore incessante delle macchine che non si fermavano mai”.
Anche la fede viene messa a dura prova, non resta che trovare in se stessi le risorse e le energie per andare avanti: “ La domenica siamo andati a sederci sulle panche della chiesa per l’ultima messa . Sono venuti a tenerla decine di preti da tutto il Trentino […..] È stata una messa che non ho ascoltato. Troppo presa a conciliare l’inconciliabile: Dio con l’incuria, Dio con l’indifferenza, Dio con la miseria della gente di Curon […..] Nemmeno la croce di Cristo si conciliava coi miei pensieri, perché io continuo a credere che non valga la pena morire sulla croce, ma è meglio nascondersi, farsi tartarughe e ritirare la testa nel guscio per non guardare l’orrore che c’è fuori.”
Solo la torre del campanile, così come oggi la si può ammirare, emergerà infine dalla valle allagata, simbolo eterno della violenza dell’uomo sull’ambiente.
La vicenda dolorosa di personaggi tenaci e coraggiosi diviene dunque il pretesto per parlare dell’arroganza del potere e dell’ipocrisia della politica.
Un libro bellissimo, profondo e commovente.

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Resto qui 2018-02-28 09:00:48 ornella donna
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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    28 Febbraio, 2018
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Un'identità cancellata

Marco Balzano, dopo L’ultimo arrivato, pubblica Resto qui, un piccolo capolavoro della letteratura, in cui si esprime alla massima potenza il legame di identità con la propria terra e le proprie radici. L’autore si conferma, ancora una volta, dedito alla vocazione pure di narratore immacolato. Si torna indietro nel tempo, in una saga ambientata a cavallo della metà del ‘900, a Curon, piccolo paese dell’Alto Adige, dove la vita viene sconvolta dall’avvento del fascismo che ne minaccia la loro identità. Infatti fascismo impone il monolinguismo, e fa specie che questa regola vada a cancellare il tedesco, che è la lingua del futuro alleato del duce. Per il piccolo gruppo di abitanti, per la maggior parte contadini ed agricoltori, questa imposizione mina fortemente la loro identità e la loro esistenza. Inoltre altra minaccia incombente è rappresentata da una diga, che se realizzata, metterebbe a rischio la sopravvivenza del paese stesso. Tra ruspe, operai che scavano, lavori iniziati e poi interrotti, e poi ripresi, il tempo passa, e la Storia incombe: il benessere e la tranquillità sono devastati dall’incombenza della guerra. Nasce una resistenza sotterranea, che vede agire soprattutto la protagonista del libro: Trina. Trina è una giovane maestra, affiancata e sempre sostenuta dal marito Erich, un uomo di poche parole e di molta sostanza, che agisce sempre senza grandi proclami, ma con testardaggine e caparbietà. Parte del villaggio, però, si schiera con Hitler, visto come un possibile futuro liberatore. I due sposi sono i soli a lottare, e hanno contro di loro gli stessi figli: la figlia Marica vuole trasferirsi nella Germania nazista, scappa nottetempo e di lei non si avranno più notizie, con grande costernazione materna, che finge per tutto il romanzo di dialogare solo con lei; mentre il figlio Michael si arruola nellaa Wehrmacht.
A Erich e Trina non rimane che fuggire in montagna come disertori, dove si salvano. E terminato il conflitto mondiale la loro resistenza non termina, ma si sposta contro la diga; anche qui in una lotta improba, fino a quando l’acqua non sommerge del tutto il paese. Lasciando emerge solo il campanile.
Un libro bellissimo, di grande impatto emotivo e narrativo, scritto con uno stile asciutto e preciso, che non concede eccessi di nessun tipo. C’è tantissima poesia, infatti:
“Fatti, storie, fantasie, ciò che contava era averne fame e tenersele strette per quando la vita si complicava o si faceva spoglia. Credevo che mi potessero salvare, le parole.”
Una lingua che comunica emotività e sentimenti, che dà il via ai ricordi. Ma non solo: anche attaccamento alla terra natia, alla famiglia, alla vita. Un romanzo che parla ai muri, alle strade, ai borghi, dove solo è il campanile, come vedetta, rimane lì ad attendere che qualcuno ne narra la storia. Come afferma lo stesso autore:
“una storia intima e personale attraverso cui filtrare la storia con la S maiuscola”.
Un vero e proprio capolavoro, da leggere assolutamente.

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Consigliato a chi ha letto Marco Balzano, L'ultimo arrivato.
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Resto qui 2018-02-26 22:29:08 Alberto30
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Alberto30 Opinione inserita da Alberto30    27 Febbraio, 2018
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IL DRAMMA NELLA VITA

Il libro di Balzano spicca per freschezza e rapidità di scrittura. Una storia narrata da una protagonista donna, prima bambina e ben presto adulta, nel Sudtirolo che non vuole essere italiano. Dagli albori del fascismo fino al dopoguerra passando ovviamente per il conflitto bellico, molto più che semplice sfondo, ad una storia personale impregnata di emozioni e sentimenti forti e spesso taciuti. La parola come strumento inutile contro prepotenza ed ingiustizia. La parola come viatico e strumento per la protesta e contro i soprusi. La parola che perde di valore col passare delle pagine.
Ambientato prevalentemente a Curon, il libro narra anche delle drammatiche vicende che hanno portato alla costruzione della diga sul lago di Resia. Dramma dunque nel dramma. Eventi giganti, “guerra e diga”, affrontati marginalmente dall’ autore, che anche se a essi e da essi ha voluto trarne solo un “mero” sfondo avrebbe dovuto a mio avviso affrontarli diversamente e più approfonditamente perché in realtà, non li utilizza solamente come palcoscenico ed affresco per le vicende. Sono bensì veri e propri catalizzatori delle azioni dei protagonisti. Nulla sarebbe accaduto in mancanza di essi.
Nonostante questo punto, a mio avviso lacunoso, unitamente ad una narrazione e descrizione di rapporti interpersonali a volte poco credibili tra i personaggi, credo sia un ottimo libro. A fronte di tali critiche sembrerebbe incredibile ma le emozioni che é riuscito a trasmettere sono forti e significative, a tratti dolorose. Rapporti spezzati, a volte rinsaldati, altre indissolubilmente evaporati. Perdite e privazioni affrontati con nervosa e rapida tenacia dallo scrittore che ha saputo trarre dai suoi personaggi ( seppur lacunosi, ripeto, ed a tratti scarni) un’ umanità forte. Una storia di vinti che possono rinfrancarsi dalla vita solo immaginando, ricordando ed accettando quel poco di buono che possono cogliere. La rassegnazione come morale ultima dei sopravvissuti.

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