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L'acqua ha sommerso ogni cosa: solo la punta del campanile emerge dal lago. Sul fondale giace il mistero di Curon. Siamo in Sudtirolo, terra di confini e di lacerazioni: un posto in cui nemmeno la lingua che hai imparato da bambino è qualcosa che ti appartiene fino in fondo. Quando Mussolini mette al bando il tedesco e perfino i nomi sulle lapidi vengono cambiati, allora non resta che scegliere le parole una a una per provare a raccontare. Trina è una giovane madre che alla ferita della collettività somma la propria: invoca di continuo il nome della figlia, scomparsa durante gli anni del fascismo. Da allora non ha mai smesso di aspettarla, di scriverle nella speranza che le parole gliela possano restituire. Finché la guerra viene a bussare alla porta di casa, e Trina segue il marito disertore sulle montagne, dove entrambi imparano a convivere con la morte. Poi il lungo dopoguerra, che non porta nessuna pace. E così, mentre il lettore segue la storia di questa famiglia e vorrebbe tendere la mano a Trina, all'improvviso si ritrova precipitato a osservare, un giorno dopo l'altro, la costruzione della diga che sommergerà le case e le strade, i dolori e le illusioni, la ribellione e la solitudine.

Recensione della Redazione QLibri

 
Resto qui 2018-02-24 22:24:44 annamariabalzano43
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annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    25 Febbraio, 2018
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Quando la Storia diviene grande narrativa.


“Resto qui” di Marco Balzano: un romanzo dalla prosa essenziale, che non fa uso di inutili metafore, ma che va diritto al cuore nel descrivere fatti, situazioni, sentimenti. Anche l’amore, come l’odio e il dolore sono sussurrati, non urlati, ma non per questo meno forti. Personaggi veri, pur nella loro fittizia creazione artistica, che restituiscono credibilità ai luoghi e alle vicende storiche: tali sono Trina e Erich, Michael e padre Alfred, Ma’ e Pa’. Lo sfondo è quella parte del nostro paese più vicina al confine con l’Austria e con la Svizzera, dove il bilinguismo è stato per un lungo periodo più un problema che un vantaggio. Siamo a Curon in Val Venosta, dove durante il ventennio fascista e negli anni della seconda guerra mondiale la popolazione si sentiva più affine e vicina alla Germania che all’Italia e insegnare il tedesco era reato. Paradossalmente il Reich veniva visto come garante di libertà e benessere. L’illusione tuttavia sarebbe svanita con lo scoppio della guerra. Questa la situazione lacerante per molte famiglie del luogo, come quella di Trina e Erich, che dopo aver visto impotenti sparire la giovane figlia che segue gli zii attratta dal mito nazista, assistono all’arruolamento del figlio Michael nell’esercito del Fuhrer. Essi stessi, costretti a nascondersi nei boschi, dopo la diserzione di Erich, ormai disgustato dalla guerra, faranno infine ritorno nel loro paese ormai segnato dalle vicende belliche, dopo avere sofferto povertà e fatica, fame e solitudine.
La vita a Curon è ormai minacciata dalla costruzione imminente della diga che cambierà l’aspetto di tutto il territorio e sottrarrà la terra all’agricoltura e alla pastorizia, spazzando via case e masi.
“Il silenzio fermo delle montagne era sepolto sotto il rumore incessante delle macchine che non si fermavano mai”.
Anche la fede viene messa a dura prova, non resta che trovare in se stessi le risorse e le energie per andare avanti: “ La domenica siamo andati a sederci sulle panche della chiesa per l’ultima messa . Sono venuti a tenerla decine di preti da tutto il Trentino […..] È stata una messa che non ho ascoltato. Troppo presa a conciliare l’inconciliabile: Dio con l’incuria, Dio con l’indifferenza, Dio con la miseria della gente di Curon […..] Nemmeno la croce di Cristo si conciliava coi miei pensieri, perché io continuo a credere che non valga la pena morire sulla croce, ma è meglio nascondersi, farsi tartarughe e ritirare la testa nel guscio per non guardare l’orrore che c’è fuori.”
Solo la torre del campanile, così come oggi la si può ammirare, emergerà infine dalla valle allagata, simbolo eterno della violenza dell’uomo sull’ambiente.
La vicenda dolorosa di personaggi tenaci e coraggiosi diviene dunque il pretesto per parlare dell’arroganza del potere e dell’ipocrisia della politica.
Un libro bellissimo, profondo e commovente.

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Resto qui 2019-09-18 17:44:35 MICOL SABA
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Opinione inserita da MICOL SABA    18 Settembre, 2019

Resistere, resistere, resistere

Comincia con un sussurro, una voce antica e intima a colloquio con una figlia lontana e forse persa per sempre ti tira dentro la storia. Dal silenzio del mattino coperto di neve emerge un mondo antico fatto di ricordi di una vita intera: “Lottare a prescindere. Questo mi ha insegnato tuo padre”. Dice Trina a una figlia lontana. Ecco i temi del romanzo: la fatica quotidiana di vivere e sopravvivere, lottando, come solo i contadini di montagna sanno fare, contro la fatica, il freddo, le salite, in un contesto storico in cui nulla di quello che sei ha dignità d’esistenza. Essere Atesini nel primo dopoguerra fascista significa non veder riconosciuto neppure il proprio nome di battesimo, le nenie, i canti, le preghiere, la lingua dei padri e delle madri, nulla deve esistere più. Senza lingua non c’è identità. Qui, in queste valli, prima che altrove è cominciata la Resistenza quotidiana al fascismo. Se tre ragazze, tre amiche Trina, Maja e Barbara, finite le magistrali non possono insegnare perché tedesche mentre le valli si riempiono di emigrati dalla Calabria, di semianalfabeti siciliani o veneti inviati occupare i posti pubblici e ‘italianizzare’ quelle terre di confine. Non restano che le scuole clandestine e Trina comincia ad insegnare. Trina non sa neppure perché s’innamora di Erich, un contadino, uno di quelli che sanno solo ‘di stalla e sudore’, gli uomini sono ‘individui troppo goffi o troppo pelosi, o troppo rozzi’ per c’entrare qualcosa con l’amore.
Ma Erich…. Lo sposa e si alza al mattino all’alba per aiutarlo in stalla e nei campi. E poi nasce Michael e, in una notte di neve, la piccola Marica a cui è rivolto il racconto di Trina. Due figli e un lavoro duro, senza alternative, al Duce non interessa dei Tirolesi. Ma andarsene, no! Erich qui è nato e qui vuole restare. Nel 1936 torna a Curon la sorella di Erich, sposata ad un tedesco, benestante dà una mano a crescere i figli del fratello. Intanto girano le voci e i tecnici, si dice che costruiranno una diga e Curon sarà sommersa. Gli Italiani non hanno fama di non essere affidabili, difficile che sappiano portare a termine un simile progetto. Le preoccupazioni sono solo di Erich, nel paese prevale l’indifferenza. Sono i giorni anche della ‘grande opzione’, la scelta se seguire le sirene di Hitler o rimanere figli di un dio minore a casa propria e oggetto di rancore e odio da parte degli ‘optanti’. I ‘restanti’ sono traditori, è meglio non vadano neppure a scuola. Marica, la bimba ne soffre. Una sera dorme a casa della zia, al mattino non c’è più nessuno. Sono partiti, portandosi via Marica. E’ un dolore incolmabile, una lacerazione infinita, una ferita mortale inferta in famiglia e poi la lettera, Marica ‘sono stata io a voler partire con gli zii’. ‘Da quel giorno il dolore cambia’. Ora la guerra incombe e anche Erich deve partire per il fronte. Ancora paura, dolore, fame, freddo, la fatica di badare agli animali da sola, con Michael che morde il freno, vuole passare coi tedeschi. Erich torna ferito con un solo proposito in mente: non tornare nell’esercito, meglio disertare. I lavori della diga, lentamente, ma continuano. Dopo l’8 settembre i tedeschi occupano il Tirolo, e Michael si arruola nella Wehrmacht. A Erich e Trina non resta che salire sui monti, dormire nelle caverne sottratte agli animali, scoprire di essere traditi, uccidere i tedeschi che li stanno arrestando, scappare e resistere. Resistere anche al pensiero insistente di Marica. Resistere nella neve, al freddo assassino, tenendo viva la speranza di trovare un maso con altri disertori che possano accoglierli: una donna grassa, il suo vecchio marito, il figlio prete e un’altra famiglia con una ragazza diventata muta. In gruppo è più facile sostenere il peso dell’inverno, della fame, della paura. Poi finalmente la primavera e la fine della guerra. Il ritorno alla pace è anche l’incontro con una realtà, la dura vita dei contadini, ma si è a casa. Il figlio torna deluso e sconfitto, ma riapre la bottega del nonno falegname e in tanti hanno bisogno delle sue sedie. Ma le gru hanno ripreso a scavare, la Montecatini (con i soldi degli svizzeri, che non vogliono allagare le loro valli, ma vogliono avere diritti sull’elettricità prodotta in Tirolo) ha costruito baracche per gli operai calabresi, e un ‘uomo col cappello’ dirige le attività e sa che la tenacia di Erich non basterà a fermare la diga, perché è solo, gli altri confidano in Dio e sono solo assetati di tranquillità. Non bastano lettere al Papa, articoli scritti da Trina, non basta la visita del senatore Segni, la morte degli operai, la diga, quasi un’entità mostruosa e indifferente cresce. Gli abitanti si trovano l’acqua in casa e in stalla, le galline morte nei pollai senza che siano stati avvisati. E poi delle croci di vernice rossa segnano le case che avrebbero fatto saltare col tritolo. A nessuno fu mai chiesto cosa volessero dal loro futuro, perché avrebbero risposto ‘Solo restare’. Tutto fu distrutto tranne il campanile della chiesa che oggi richiama tanti turisti, le loro canoe, … e nessuno ha tempo di fermarsi e dolersi di quello che è stato.

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Consigliato a chi ha letto...
non conosce la Storia e non ha mai riflettuto sulla sua inesorabile prepotenza.
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Resto qui 2019-04-22 08:47:58 mauriziocasamassima
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mauriziocasamassima Opinione inserita da mauriziocasamassima    22 Aprile, 2019
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Il coraggio di Restare

Talora scegliere di restare è più difficile che andare altrove, andare via. La vicenda di Erich e Trina è il racconto di chi resta, nonostante tutto. Di chi restando, sa trasformarsi, in un divenire che deve fare i conti con la storia. La forza di restare, trasformandosi, elaborando il dolore, l'abuso, la diversità, la guerra è nel ritrovarsi insieme. Erich e Trina, restano, insieme, tenendosi la mano. Erich e Trina, restano, insieme con tanti personaggi, uomini e donne con cui hanno condiviso un pezzo di strada: le amiche maestre clandestine, un gruppo di disertori, i contadini dei masi, il comitato contro la costruzione della diga, i sacerdoti coraggiosi...sempre insieme, attorno al dolore, attorno alla scelta di restare aggrappati alla propria terra. E la morte, che spesso irrompe nella storia di chi resta, non può nulla. Perchè anche nella mancanza, anche nella trasformazione, anche in una lapide senza testo, l'amore donato e ricevuto, le parole donate e ricevute, aprono in chi "va avanti" un percorso di eternità.

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Resto qui 2019-02-24 18:47:20 luvina
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luvina Opinione inserita da luvina    24 Febbraio, 2019
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RESILIENZA

Era molto tempo che volevo leggere questo romanzo di Marco Balzano, attirata dalla foto di copertina prima che dalla sinossi, e devo dire che mi è piaciuto molto. Apparentemente è un romanzo semplice che offre invece molteplici spunti di riflessione, con uno stile volutamente discorsivo per sottolineare l’importanza data alla lingua nella storia di quelle montagne. Ambientato in Sud Tirolo, precisamente in Val Venosta, dove ancora oggi esiste un bilinguismo italiano-tedesco con una propensione per quest’ultimo, “Resto qui” racconta la storia di Trina, della sua famiglia e degli abitanti di Curon e Resia, paesi che verranno sommersi dall’acqua di una diga nel 1950. Pur avendo soltanto 180 pagine, questo libro ci trasporta in un mondo che non c’è più raccontandoci quarant’anni di vita dal 1920 circa agli anni ’60 per mano di Trina, per mezzo della lettera che lei scrive a Marica la figlia scomparsa tanti anni prima. Così attraverseremo il fascismo, la guerra, il nazismo, il primo dopoguerra, sempre con l’incubo della costruzione della Diga, che dal 1939 si farà reale solo 11 anni dopo distruggendo per sempre quella comunità montana. Nelle modalità di costruzione della diga che furono usate ho rilevato un’attinenza con i recenti avvenimenti sulla Tav: non si impara mai dagli errori, non si ascoltano mai le voci di coloro che vivono e conoscono quel territorio né si chiedono pareri su come poter fare meglio un’opera rispettando i luoghi senza stravolgerli.
“Resto qui” a mio avviso è principalmente un romanzo sulla mancanza: di Marica, la figlia che sceglie di abbandonare i suoi genitori per non essere come loro (e che io mi sono immaginata morta), di cultura, di rispetto per quelle valli e quella vita, delle proprie radici ma soprattutto mancanza di parole, quelle per esprimere i propri sentimenti; sono importanti le parole, la lingua in “Resto qui”. Quelle popolazioni verranno violentate dal regime fascista che impose l’italiano a forza nelle scuole, che discriminò e inviò al confino chi insegnava in tedesco, che tentò una impossibile commistione fra quei montanari burberi e di poche parole con disperati che venivano dal sud Italia col miraggio della terra. Le parole, la lingua sono il cemento di un’identità etnica comune e per Trina, la protagonista, saranno anche una salvezza: lei scriverà, suo marito Erich, non sapendolo fare disegnerà (che tenerezza emozionante ho provato quando Trina scopre il suo quaderno dei disegni!) ma tutti e due si porteranno dietro in maniera diversa la mancanza.
Mentre nella prima parte del libro è Trina la vera protagonista, poco a poco il racconto lascia spazio a suo marito Erich Hauser, al suo amore per quella terra, al suo coraggio, al suo attivismo utopico. Con Trina, con sua madre e con tutte le altre splendide figure femminili, questo romanzo ci offre anche una piacevole opportunità di riflessione sul coraggio e la resilienza delle donne, il loro andare avanti comunque a dispetto dei dolori e delle avversità (“Andare avanti, come diceva Ma’, è l’unica direzione concessa. Altrimenti Dio ci avrebbe messo gli occhi di lato. Come i pesci”).

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Resto qui 2019-02-16 13:17:44 Bradamante
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Bradamante Opinione inserita da Bradamante    16 Febbraio, 2019
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Troppo tardi

Da mesi pregustavo la lettura di Resto qui. Finalmente prima di Natale l’ho acquistato e letto durante le vacanze invernali. Che delusione! La storia ondeggia qui e là, l’ empatia con i personaggi è di grado zero,lo stile non graffia. Sul tema dell’ Alto Adige preferisco rileggere L’Italiana di Zoderer, sulla guerra partigiana non si può gareggiare con Fenoglio, sull’ambiente e la tutela del territorio “Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe. Il caso Vajont” di Tina Merlin non si può replicare, sui figli affidati ad altri “L’arminuta” è un piccolo capolavoro con cui è difficile confrontarsi. In Resto qui la storia di Trina oscilla tra diversi temi senza trovare un vero nucleo drammatico dominante, nonostante si presuma che la cancellazione del paese debba esserlo. Sono consapevole che alcuni degli aspetti riportati, derivino dalla scelta dell’autore di porre una certa distanza tra i personaggi e chi legge, ma questa consapevolezza non fa scattare in me alcun reazione di apprezzamento. Sembra un romanzo arrivato troppo tardi sulla scena letteraria, suona un po’ già visto e già sentito. Sono davvero meravigliata dei riscontri positivi che ha ricevuto. Unica nota di interesse da segnalare è la narrazione relativa alle scuole clandestiche di lingua e cultura tedesche durante il fascismo, storia ancora poco conosciuta.

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Resto qui 2019-01-17 16:00:34 violetta89
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violetta89 Opinione inserita da violetta89    17 Gennaio, 2019
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Il luogo del cuore

Questo libro è un insieme di tante storie: è la storia di un paese che non esiste più, di una guerra che ha cambiato tutto segnando la vita delle persone per sempre, di una famiglia distrutta per una figlia che è svanita nel nulla, ma soprattutto è la storia di una donna che lotta con le unghie e con i denti per andare avanti, unica direzione concessa.
E' proprio Trina che ci racconta tramite la sua voce e i suoi ricordi come sono andate le cose, e lo fa come se si rivolgesse alla figlia scomparsa nel nulla una notte insieme agli zii. Trina ci narra così di quando era ragazza e studiava per diventare maestra, di quando l'avvento del fascismo le ha impedito di insegnare perché madrelingua tedesca, ma lei lo faceva lo stesso di nascosto rischiando ogni volta la prigione se non peggio. Ci racconta di come ha conosciuto Erich, suo futuro marito, di come si sono costruiti una famiglia ma ci dice anche di quegli ingegneri italiani che venivano a valutare la portata d'acqua dei fiumi, di come si sia deciso di costruire una diga e di un paese, Curon, che non esiste più sommerso da una marea d'acqua. Infine ci racconta di una guerra che portato morte, terrore e incertezza sul futuro.
Un romanzo asciutto, lineare, che non si perde in sentimentalismi eppure riesce a trasmettere lo stesso tutta la disperazione che c'è in questa madre che ha perso la figlia, in questa donna che è costretta a lasciare il luogo dove è nata e dove ha le proprie radici. Ogni pagina che passa si sente come questa donna diventi sempre più rude e impermeabile a ciò che le accade intorno, ma anche forte e animata dall'amore per la sua terra e la sua famiglia. E' un romanzo toccante e emozionante ma allo stesso tempo è il racconto di una storia vera, si sente veramente forte il lavoro di ricerca che c'è stato dietro. Ammetto che non conoscevo la storia di questo paese né sapevo con precisione le vicende vissute dagli altoatesini ai tempi del fascismo, per cui ringrazio l'autore che tramite le bellissime pagine di questo libro mi ha dato modo di conoscere un altro capitolo della storia del nostro paese.

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Resto qui 2018-11-27 07:35:53 Pelizzari
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Pelizzari Opinione inserita da Pelizzari    27 Novembre, 2018
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Anni violenti

Questa è la storia di un paese, Curon, e della sua comunità. L’antico abitato nel 1950 venne sommerso per permettere la realizzazione di un invaso artificiale, per la produzione di energia elettrica. Da questo lago oggi sbuca ancora il campanile della vecchia chiesa, che sembra galleggiare sull’acqua, e che è anche diventato un’attrazione turistica. Questo libro è la storia di quegli anni violenti, anni di guerra, di violenze, di strappi, tutti raccontati attraverso la voce, roca, malinconica, arrabbiata, reattiva, triste, sola, di una donna resa dura dalla vita, caparbia, coraggiosa, rude. Una donna che mangia il ghiaccio per dissetarsi e che spara alla schiena per salvarsi la vita. Una donna che, attraverso le sue parole, ci fa capire quanto è grande e profonda la parola “casa”.

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Resto qui 2018-10-27 14:43:31 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    27 Ottobre, 2018
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"Se ce ne andremo avranno vinto loro"

«Odio piangere perché è da idioti, e perché non mi consola. Mi fa solo sentire spossata, senza più voglia di mandare giù un boccone o di infilarmi la camicia da notte prima di andare a dormire. Invece bisogna curarsi, stringere i pugni anche quando la pelle delle mani si copre di macchie. Lottare a prescindere. Questo mi ha insegnato tuo padre»

Un campanile. Un campanile che emerge dalle acque, da un lago alpino ricavato artificialmente mediante l’intervento dell’uomo. Un oggetto di turismo, un motivo di “selfie”, una ragione di visita di questi luoghi siti ad oltre 1.500 metri sul mare. Siamo a Curon Venosta e quella che l’occhio ci mostra non è altro che una punta di un iceberg perché sotto quella distesa d’acqua che percepiamo con il senso della vista, nei suoi fondali ormai dimenticati, si cela quello che un tempo era il paese. Un piccolo salto nel tempo. Da qui la voce narrante, una moglie, una madre, una donna; Trina. Una donna che insieme a suo marito Erich e ai paesani ha subito le forze degli italiani fascisti, prima, e dei nazisti, dopo. Due forze tra loro ambivalenti, fatte di promesse, di presunti salvatori e eroi. La non appartenenza all’uno né all’altro. Una lotta, per conservare intatto quel luogo chiamato casa. Da qui la memoria che viene rievocata e che riecheggia mediante le parole e i pensieri di Trina. Pensieri e parole che sono rivolti a quella figlia scomparsa, a quella figlia che in un certo senso ha tradito l’affetto dei suoi genitori e di suo fratello. Eppure la madre non può dimenticare quel legame; è come se le fosse stato reciso un arto, le manca qualcosa. E allora le racconta, e mentre le narra i fatti che si sono susseguiti nello scorrere di quegli anni a cavallo tra la Seconda Guerra Mondiale, il suo culmine, la Costituente sino all’avvento della Repubblica e al dopoguerra, si chiede il perché di quell’abbandono. Contemporaneamente si assiste alla sconfitta del borgo, alla sua sommersione. Lo conosciamo prima, quando ancora è abitato, quando ancora le famiglie lo rendono vivo nei loro masi, lo percepiamo dopo, nel suo silenzio rumoroso, nel suo stato di defezione. Ed ancora riviviamo quella che è stata la storia di questa realtà del Sud Tirolo, che durante l’epoca fascista si ritrova “invaso” dagli abitanti soprattutto del sud Italia che privano dei vari impieghi pubblici i tirolesi perché la regione doveva essere italianizzata, per poi avere la possibilità di trasferirsi in Germania per sfuggire all’oppressione italiana quale risultato dell’accordo tra Mussolini e Hitler, ed ancora gli anni clou della guerra, il figlio dei protagonisti che si arruola a favore dei nazisti ferendo mortalmente il padre, a quel che viene. Ed è proprio Erich che maggiormente è sinonimo della lotta, della resistenza. Lui che rifiuta di piegarsi agli italiani, lui che rifiuta di piegarsi ai tedeschi, lui che è costretto ad imparare l’italiano pur di farsi comprendere, lui che quella diga proprio non la vuole perché le sue radici, il suo luogo nativo devono restare incontaminati onde evitare di perdere la propria identità. Perché chi siamo se veniamo strappati da quel che ci ha forgiato e da quel che ci ha plasmato rendendoci “tronchi” retti e forti?

«Quello che non vedono non esiste. Dagli un bicchiere di vino e non pensano più a niente.»

«La gente con un dito sulle labbra lascia ogni giorno che l’orrore proceda»

Il tutto avviene mediante la penna asciutta e diretta di Marco Balzano, che studia, approfondisce la tematica, la sviluppa e ce la ripropone in questa chiave di facile lettura e scoperta dove personaggi di fantasia vengono uniti e amalgamati ad altri realmente esistiti, come, padre Alfred che trae origine dal pastore Alfred Rieper, parroco della cittadina sommersa per quasi cinquant’anni che si è battuto per la sua comunità, dovendosi infine, arrendere all’inevitabile. Il risultato finale è quello di un romanzo storico ma anche fortemente attuale che si percepisce e che si incide nell’anima con tutta la sua forza. Pagina dopo pagina, quel campanile lo vediamo non più per la sua punta irta nel lago, quanto per quel sommerso che si occulta nelle sue profondità. Non mancano quindi i sospiri, le riflessioni, la malinconia a fronte di quelle voci, vite e abitudini che udiamo come se fossero nostre. Perché a chiunque, poteva e può capitare. Ma…

«Anche le ferite che non guariscono prima o poi smettono di sanguinare. La rabbia, persino quella della violenza inflitta, è destinata come tutto a slentarsi, ad arrendersi a qualcosa di più grande di cui non conosco il nome. Bisognerebbe saper interrogare le montagne per sapere quello che è stato. La vicenda della distruzione del paese è riassunta sotto una pensilina di legno, nel parcheggio degli autobus delle agenzie di viaggi. Ci sono le fotografie della vecchia Curon, dei masi, dei contadini con le bestie, di padre Alfred che guida l’ultima processione. In una si vede Erich con i compagni del comitato. Sono vecchie foto in bianco e nero infilate sotto il vero di una bacheca, con qualche didascalia in tedesco tradotta in un italiano approssimativo. C’è anche un piccolo museo che apre di tanto in tanto per pochi turisti curiosi. Di quello che eravamo non rimane altro.
Guardo le canoe che fendono l’acqua, le barche che sfiorano il campanile, i bagnanti che si stendono a prendere il sole. Li osservo e mi sforzo di comprendere. Nessuno può capire cosa c’è sotto le cose. Non c’è tempo per fermarsi a dolersi di quello che è stato quando non c’eravamo. Andare avanti, come diceva Ma’, è l’una direzione concessa. Altrimenti Dio ci avrebbe messo gli occhi di lato. Come i pesci.»

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Resto qui 2018-10-27 09:05:46 Renzo Montagnoli
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Renzo Montagnoli Opinione inserita da Renzo Montagnoli    27 Ottobre, 2018
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Heimat

Chi percorre la val Venosta, diretto al passo Resia, a un certo punto, all’incirca a 1.500 m. s.l.m., si imbatte in un grosso lago, il più grande della provincia di Bolzano, un lago alpino ottenuto con uno sbarramento artificiale. Fin qui niente di strano, se non si notasse un campanile che emerge dalle acque, meta di tanti fotografi. Quella guglia aguzza risale al 1357 ed era la caratteristica preponderante della parrocchiale di Curon; intorno e sommerso c’è un paese, Curon Venosta, 163 case e 523 ettari di terreno che era adibito soprattutto a frutteto. Gli abitanti ingaggiarono una battaglia per conservare intatto il loro luogo, ma fu tutto inutile. Ed è di questo, o meglio anche di questo che parla il bel romanzo (Resto qui) di Marco Balzano, finalista al premio Strega 2018. Con l’escamotage di una lettera che una madre (Trina) intende inviare alla figlia, scomparsa durante il famigerato ventennio senza lasciare traccia, ci viene raccontata la storia di un periodo particolarmente fosco per il Sud Tirolo che va grosso modo dall’avvento del fascismo agli anni dell’immediato dopo guerra. Si tratta indubbiamente di una serie di memorie di famiglia, ma soprattutto del ricordo del paese in cui Trina è vissuta, ora purtroppo sommerso dalle acque. In queste pagine scritte con uno stile asciutto, per nulla ridondante e con una particolare attenzione a non cadere nella retorica, si snodano l’illogicità di un regime che pretende di italianizzare a manganellate e a somministrazioni di olio di ricino, l’immigrazione di massa di tanti italiani, soprattutto del sud, per occupare i posti pubblici che prima erano dei tirolesi, le persecuzioni a cui fu soggetta la popolazione che a un certo punto, in base agli accordi fra Mussolini e Hitler, ebbe l’opportunità di trasferirsi in Germania (opportunità sfruttata solo da una parte degli interessati con l’unico scopo di fuggire dall’oppressione italiana), gli anni dolorosi della guerra, la dura e feroce occupazione nazista e infine l’insensibilità dello stato italiano repubblicano di comprendere le ragioni di quella gente, legata atavicamente alla propria terra, quella che si potrebbe definire con un termine tedesco Heimat, ossia il luogo nativo, non una mera espressione geografica, ma la propria identità.
Per quanto possa sembrar strano, il sacrosanto diritto dei tirolesi di non vedere calpestata la loro cultura non poteva trovare miglior difensore di un italiano, cioè Marco Balzano.
Si arguisce fra le righe l’intenso lavoro di ricerca effettuato, di cui l’autore parla nella Nota finale, con l’aiuto anche di alcuni sud tirolesi, come si evince dai ringraziamenti che chiudono il libro.
La serietà con cui sono state esaminate le fonti, la presenza frequente in loco di Balzano finiscono con il dare a quest’opera una struttura propria del romanzo storico, ma con un calibrato ricorso alla fantasia, perchè se Trina, suo marito Erich e altri sono frutto di creatività, non è così per padre Alfred, intorno alla cui figura si raccolgono le istanze di sopravvivenza del suo gregge; infatti questo personaggio è ispirato al pastore Alfred Rieper, parroco di Curon per circa cinquant’anni, un uomo che si è battuto con tutte le sue forze, ma invano.
Resto qui, capace di avvincere dalla prima all’ultima riga, è un gran bel romanzo.

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Resto qui 2018-10-17 17:22:16 ant
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ant Opinione inserita da ant    17 Ottobre, 2018
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Trina, sua figlia e Curon

L'io narrante è Trina, una donna altoatesina che è orfana della figlia, scomparsa in circostanze misteriose che si chiariranno poi man mano nel romanzo, ed è alla figlia che si rivolge la madre in una sequela di ricordi, aneddoti, storie e digressioni varie, a riguardo sia della sua famiglia e anche e soprattutto del suo paese natale cioè Curon, il famoso luogo della Val Venosta,col campanile che spunta dal lago. Ambientato principalmente negli anni della seconda guerra mondiale, il romanzo parla naturalmente delle contraddizioni del territorio sopra elencato, cioè una popolazione di lingua madre tedesca costretta dal regime fascista a cambiare usi, modi e soprattutto lingua, in questa guerra strisciante tra popolo e potere s'insinua nelle genti del posto anche la paura per gli effetti innaturali che avrebbe potuto avere la diga che è in costruzione. In questo limbo di paure e sopravvivenze estreme si sviluppa un ottimo testo, concludo estrapolando un passaggio che mi ha colpito
«Se per te questo posto ha un significato, se le strade e le montagne ti appartengono, non devi aver paura di restare».
Bello

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Resto qui 2018-07-25 10:10:35 lapis
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lapis Opinione inserita da lapis    25 Luglio, 2018
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La colpa delle parole

Nessuno sceglie la terra dove nascere, il primo colore su cui posare gli occhi - se sarà il blu del mare, il bianco della neve o il verde del bosco - o con quale lingua pronunciare le prime parole. Non c’è scelta, non c’è colpa. Eppure, nella piccola comunità altoatesina di Curon, nella prima metà del secolo scorso, l’italiano e il tedesco si sono trasformati in barriere invalicabili, marchi di razza, dichiarazioni di guerra.
Le parole sono diventate colpe.

Nati austriaci e cresciuti imparando il tedesco, gli abitanti di Curon si sono ritrovati infine italiani. E, all'improvviso, nella loro valle di confine dove il tempo sembrava scorrere immutabile da secoli, scandito dai ritmi delle stagioni e del lavoro agricolo, entra con violenza il potere. A dare un nuovo nome alle loro montagne e persino ai loro morti, a imporre parole sconosciute, a trasformarli in cittadini di serie B, esclusi dal lavoro e dalle cariche pubbliche.

Tutto quello che desiderano è abitare il proprio paese, coltivare i propri campi, continuare a essere quello che sono sempre stati e in cui si riconoscono. Invece la storia li costringerà a scegliere. Prima Hitler, con “la grande opzione”: andarsene nel Reich o restare alle condizioni del fascismo? Poi l’Italia, nel dopoguerra, con la costruzione di una grande diga destinata a cementificare la valle e sommergere d’acqua gli antichi borghi: andarsene con un risarcimento o restare in nuovi villaggi ricostruiti?

Marco Balzano affida a una donna, Trina, il compito di raccontare in prima persona la storia di questa valle attraverso quella più intima e personale della propria famiglia. È grazie a questa scelta che il romanzo, pur basandosi su una vicenda storica drammatica, non scade mai nella retorica o nel documentarismo, perché sempre permeato da una donna forte e concreta, dalla voce schietta ed essenziale, che sa però farsi anche intensa ed emotiva perché quella terra, per lei, significa ricordo e identità, persone amate e vita vissuta.

Trina è stata tradita dalle parole. Il tedesco e l’italiano, che avrebbe voluto insegnare come maestra, e che invece si sono trasformati in armi e conflitto. Le inutili lettere e gli articoli inviati a istituzioni e giornali per cercare di difendere il paese dal sopruso industriale. Ma proprio quelle parole impotenti sanno ora, con questo romanzo, trovare la forza e la poesia per rendere immortale la storia in un racconto emozionante, che sa di montagna e di resistenza.

Una lettura avvincente e commovente, per vivere da vicino l’amore per un luogo, per ricordare un episodio controverso del nostro passato, o, semplicemente, per regalarsi alcuni momenti intensi grazie a una scrittura che non si può far altro che definire splendida.

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