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Una vicenda autobiografica, nata da un episodio di violenza famigliare gratuito e sgradito, che ha segnato profondamente l' autrice, allora dodicenne, tanto da divenire un punto fermo nella sua esistenza, un prima ed un dopo. Da qui inizia una narrazione a due volti, una prima parte che descrive il mondo di Annie ed una seconda che si riferisce alla propria formazione culturale.



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L'onta 2016-10-21 14:23:36 68
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68 Opinione inserita da 68    21 Ottobre, 2016
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Spartiacque tra passato, presente, futuro...

Che cosa determina il nostro essere, quale destino, i ricordi sostano al di fuori di noi, in oggetti e sensazioni che li ridestano e li ravvivano ( Proust ci insegna ) o c'è un evento particolare a tracciare un percorso, segnando un prima ed un dopo, una linea di confine, la fine e l' inizio di un' altra storia?
Per l' autrice sì, trattasi di quell' onta, così la definisce, che subì da bambina, in quell' estate del 1952, quando fu spettatrice di un violento ed inammissibile litigio genitoriale, con tragedia sfiorata. Fu uno spartiacque, un' icona con un carattere sacro da destrutturare, una ferita inaspettata e improvvisa, che portò ad una rilettura e ridefinizione del mondo circostante, dei propri codici etici e comportamentali, di pubblico e privato, di ragione e sentimento.
Oggi, dopo molti anni, nelle vesti di donna matura, vede il mondo, in primis il proprio, in modo diverso, e ' profondamente cambiata, ma ha voluto esorcizzare il passato, sviscerare quell' episodio attraverso il racconto di un' epoca, la sua infanzia, sotto un duplice aspetto, pubblico e privato.
Vorrebbe ridare vita a quel '52, quando era solo una ragazzina con un vocabolario limitato ed il suo mondo era la sua famiglia, la scuola privata e la cittadina in cui abitava. Una famiglia di estrazione modesta, una madre dominatrice, un padre che annienta in un solo colpo la propria sottomissione con un gesto violento.
Ecco l' affresco di quell' epoca in ricostruzione postbellica, con ricordi dai colori grigiastri, tenui, una comunità che obbedisce a rituali scandenti ore e stagioni. Sono gesti individuali e collettivi, in quel piccolo paese della Normandia, in cui tutti si conoscono, con un linguaggio e movenze comuni che esprimono appartenenza.
La vita comunitaria è un grande romanzo, netta la divisione tra bene e male, la solitudine è negatività, la socievolezza ben vista, i valori espressi sono semplicità, sincerità, onestà, cortesia ( ma non all' interno della famiglia), al di fuori di codici prestabiliti, non esistono parole per esprimere i sentimenti e l' originalità è considerata eccentricità.
Vi e' poi una dimensione personale, una scuola privata ( segno di distinzione e di merito ) costruita anch' essa su precisi codici di appartenenza, l' importanza del sapere e della religione, quei libri e film da proscrivere, l' assenza di amicizie ( non ci si frequentava ) ed il proprio nucleo famigliare, genitori diversi, chiusi nelle proprie certezze consolidate, che ignorano l' altrui sentire, rigidi schemi precostituiti, alterchi che assumono il contorno della quotidianità, divisioni di classi, difficoltà lavorative fino a quel viaggio estivo, novità assoluta, al ritorno dal quale l' autrice è' conscia dell' esistenza di un altro mondo, vasto, in cui " il sole era cocente, le stanze erano dotate di lavandino con l' acqua calda e le ragazze discutevano con il proprio padre come in un romanzo. Noi non ne facevamo parte. Era così, punto e basta ".
Di quella estate non rimane che una foto con una ragazzina, ormai tutto è cambiato, trascorso, superato, sostituito da altro, anche se la necessità di scriverne un libro non allontana del tutto l' idea che qualcosa nella propria essenza sia rimasto, silente, non ancora e probabilmente mai completamente metabolizzato.

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