Hotel Silence Hotel Silence

Hotel Silence

Letteratura straniera

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Jónas ha quarantanove anni e un talento speciale per riparare le cose. La sua vita, però, non è facile da sistemare: ha appena divorziato, la sua ex moglie gli ha rivelato che la loro amatissima figlia in realtà non è sua, e sua madre è smarrita nelle nebbie della demenza. Tutti i suoi punti di riferimento sono svaniti e Jónas non sa più chi è. Nemmeno il ritrovamento dei suoi diari di gioventù lo aiuta: quel giovane che era oggi gli appare come un estraneo, tutta la sua esistenza una menzogna. Comincia a pensare al suicidio, studiando attentamente tutti i possibili sistemi. Non vuole però che sia sua figlia a trovare il suo corpo, e decide di andare a morire all'estero. La scelta ricade su un paese appena uscito da una terribile guerra civile e ancora disseminato di edifici distrutti e mine antiuomo. Jónas prende una stanza nel remoto Hotel Silence, dove sbarca con un solo cambio di vestiti e la sua irrinunciabile cassetta degli attrezzi. Ma l'incontro con le persone del posto e le loro ferite, in particolare con i due giovanissimi gestori dell'albergo, un fratello e una sorella sopravvissuti alla distruzione, e con il silenzioso bambino di lei, fa slittare il suo progetto giorno dopo giorno.


Recensione della Redazione QLibri

 
Hotel Silence 2018-01-18 17:47:21 ornella donna
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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    18 Gennaio, 2018
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un inno alla pace e alla ricostruzione

Audur Ava Olafsdottir scrive un libro stupendo, eletto Libro dell’anno dai Librai islandesi, che giunge ora in Italia con il titolo Hotel Silence. L’autrice, nata a Reykjavik nel 1958, ha pubblicato Rosa candida, La donna è un’isola, L’eccezione, e Il rosso vivo del rabarbaro.
Quest’ultimo libro è un inno alla pace, una forte visione laica che riavvicina l’uomo in quanto tale a quanto di umano dentro di lui ha resistito agli orrori della guerra. Il racconto di una rigenerazione e di una trasformazione, fondato sull’assioma preciso secondo cui anche dalle macerie, dal lutto, dal sangue, si può erigersi, trasformarsi, e mutare tutto in un fiore, illuminato dalla dolce luce del sole.
Jonas Ebeneser è un uomo di quarantanove anni, deluso, stanco e solo. Ha una moglie da cui ha divorziato, e una figlia, di cui ha appena appreso di non essere il padre biologico. Ha perso la volontà di vivere, è in piena crisi depressiva e vuole suicidarsi. Si definisce:
“Io sono carne. (…) Per carne intendo tutto ciò che sta in posizione inferiore rispetto alla testa. Il che è coerente con il fatto che la carne è origine e termine di tutte le cose più importanti della mia vita.”.
Non vuole procurare un trauma alla figlia, e allora studia attentamente i vari tipi di suicidi:
“non immaginavo davvero che il gruppo di uomini e donne decisi a dare un taglio netto alla propria vita fosse tanto numeroso. (…) interessante notare che le donne agiscono diversamente: ce chi lo fa in cucina, dove basta girare la manopola del gas, chi sui sedili dell’auto, chiusa in garage con il motore acceso e qualche bicchierino di vodka. (…) Constato anche che le donne siano inclini ai messaggi di addio. “
Così decide che è meglio morire all’estero, in un paese straniero. Ne sceglie uno a caso, martoriato dalla guerra, che pare essere terminata, di cui, però, non se ne ha assoluta certezza. Lì regna ovunque distruzione e devastazione:
“la devastazione è ovunque. Alti palazzi condominiali sono semidistrutti e mancano quasi dappertutto i vetri alle finestre, laddove i muri si reggono ancora. Penso, tra me e me: qui le case crollano sotto le bombe, da noi si schiantano le rocce, le pietre quasi fuse affiorano e galleggiano sulla lava come sulla corrente di un fiume.”.
Lui armato di una sola cassetta degli attrezzi, in cui c’è anche il trapano per costruire il gancio a cui appoggiare la corda per impiccarsi, e di un cambio di vestiti, trova alloggio presso l’Hotel Silence,dove
“è come se su tutti i colori fosse calato un velo, come un corpo illividito che da tanto tempo non vede il sole. Nell’aria sonnecchia un sentore di muffa.”
Qui comprende come la sofferenza delle sue “cicatrici” sia ben poco rispetto a quella delle altre persone, che hanno vissuto la guerra, tra mine antiuomo, violenza dei soldati e degli invasori e totale annientamento. Con l’aiuto dei fratelli May e Fifì, e il piccolo Adam, inizia un percorso di rinascita, ottenuta a caro prezzo, con percorsi difficoltosi e sofferenti, intercalati da periodi di abulia e di totale disconnessione. La celebrazione della vita e della sua avvenenza, nonostante tutto, è una costante che percorre tutto il romanzo.
Il libro è davvero molto bello, tenero, scritto con grazia e soavità. E’ la storia intrigante e fascinosa di un uomo, di una comunità, e di un viaggio verso la riconquista della serenità, del quieto e normale vivere quotidiano dopo il baratro della sofferenza e del dolore estremo. Accurate ed elegiache sono le descrizioni degli orrori della guerra, delle tragedie che porta con sé, della mancanza di obiettivi e di scopi che caratterizza i sopravvissuti, che non riescono ad agire e a comunicare. L’autrice descrive con arguzia letteraria realtà orrende e squallide, mescolate ad un tono a volte cinico e sornione, quasi ad alleggerire l’atmosfera e la tensione creatasi. La vita e l’essere umano sono celebrati nella loro piena bellezza, senza sconto alcuno, con elegia e melodia. Simbolico è anche il titolo dell’hotel, antico albergo di lusso dove andare a fare delle cure termali, è l’analogia ambivalente del silenzio, del vuoto, in mezzo alle urla e al sangue dello sterminio e dell’orrore. Una lettura profonda e meditata, positiva e perspicace.

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Consigliato a chi ha letto ed amato della stessa autrice Il rosso vivo del rabarbaro e La donna è un'isola.
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