I rondoni I rondoni

I rondoni

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Il nuovo e straordinario romanzo di Fernando Aramburu dopo il successo internazionale di Patria. Toni, un insegnante di liceo in collera col mondo, decide di porre fine alla propria vita. Meticoloso e sereno, ha scelto la data: di lì a un anno. Fino ad allora, ogni sera scriverà, nell’appartamento che divide con la cagnolina Pepa e con una raccolta di libri da cui inizia gradualmente a separarsi, una cronaca personale, cinica e disincantata, ma non per questo meno tenera e spiritosa. Cerca, in questo modo, di capire le ragioni della propria decisione radicale, di analizzare ogni minimo dettaglio intimo della propria esistenza, di confrontarsi con il proprio passato e le tante vicende quotidiane di una Spagna politicamente travagliata. Appariranno, sezionati con un bisturi implacabile, i genitori, un fratello che non sopporta, l’ex moglie Amalia, dalla quale non riesce a staccarsi, e il figlio problematico Nikita; ma anche il mordace amico Bellagamba e un’inaspettata fiamma di gioventù. E, nel susseguirsi degli episodi amorosi e famigliari di questa avvincente costellazione umana, Toni, uomo disorientato che tenta di comprendere e accettare i propri fallimenti, infonde, paradossalmente, un'indimenticabile lezione di vita.



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I rondoni 2022-01-09 17:34:29 alba ciarleglio
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alba ciarleglio Opinione inserita da alba ciarleglio    09 Gennaio, 2022
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La scelta di Toni

A caldo, dopo aver chiuso le oltre settecento pagine del libro I rondoni, è difficile descrivere la potenza di questo romanzo.
Vorrei chiarire che io non sono una letterata o una esperta, sono solo una a cui piace leggere e mi è capitato di leggere anche letteratura russa, non tanta, qualcosa, e da quando è successo, mi sono resa conto che riconosco gli scrittori che in qualche modo ne sono conoscitori e ne sono fortemente influenzati perché credo sia impossibile non esserlo. Aramburu è tra questi.
Durante la lettura mi ha ricordato Le memorie del sottosuolo di Dostoevskij e La morte di Ivan Il'ic di Tolstoj.
Così come l’uomo del sottosuolo, la forma è principalmente un lungo monologo. il protagonista, Toni, professore di filosofia, decide di cominciare il suo monologo interiore che proseguirà per tutto l’anno di tempo che lo separa dalla sua “morte volontaria”, così come chiama il suicidio l’amico Bellagamba.

Cito dall’introduzione di Malcovati alle memorie del sottosuolo, una parte che calza a pennello per il nostro aspirante suicida e il suo diario, perché meglio non si potrebbe dire;

Fausto Malcovati, Introduzione a Memorie del sottosuolo, Edizione Garzanti, Milano maggio 1992.

«Memorie del sottosuolo è un'opera fondamentale per Dostoevskij: d'ora in poi tutti i personaggi dei suoi principali romanzi avranno un sottosuolo, e vi penetreranno per poi risorgere rigenerati o per affondarvi senza speranza, senza soluzione. Certo, sottosuolo è negazione, è distruzione delle abitudini sociali cristallizzate, è rifiuto delle fissità convenzionali, è maledizione della solitudine.»

Ed è questo che fa Toni, scava nei ricordi più sordidi e in una lunga confessione, se ne libera. Si libera anche delle cose materiali a cui è stato più legato, si alleggerisce del peso di tutto ciò che lo ha portato fino lì, persino dei testi dei pensatori più amati nei suoi studi filosofici.

Del romanzo di Tolstoj , le considerazioni sulla morte e il fare i conti con le relazioni famigliari fallite, e non manca la figura salvifica e lo stupore di ricevere cura e attenzione in maniera del tutto gratuita e solo per bontà di cuore, così come Ivan Il’ic le riceve dal suo servo.

Non mancano le considerazioni politiche nel romanzo, il totale disincanto nei confronti proprio di questa, e non manca, tema caro allo scrittore, un accenno al dramma e all'orrore del terrorismo con le sue inevitabili conseguenze sulle persone.

Un romanzo destinato ad essere un classico, tanto quanto Patria, premio Strega europeo del 2018


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Patria, Memorie dal sottosuolo.
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I rondoni 2021-12-03 22:39:46 archeomari
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archeomari Opinione inserita da archeomari    04 Dicembre, 2021
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Confessioni di un aspirante suicida

“Non mi piace la vita. La vita sarà pure tanto bella come afferma qualche cantante e poeta, ma a me non piace. Che nessuno venga a tessere le lodi al cielo del tramonto, alla musica o alle strisce delle tigri. Al diavolo tutti quegli ornamenti. Per me la vita è un’invenzione perversa, mal concepita e peggio realizzata. Mi piacerebbe che Dio esistesse per chiedergliene conto. Per dirgli in faccia quello che è: un pasticcione (…). L’unica scusa di Dio è che non esiste”. (p.13-14)

Un altro Aramburu, lontano mille miglia da quello di “Patria”, con cui l’avevo conosciuto. Per me uno scrittore che si reinventa sperimentando tematiche, idee e forme nuove dopo un enorme successo letterario, è degno di interesse.
E ogni romanzo nuovo di Aramburu va letto come esperienza a sè, senza confronti e senza inutili aspettative generate dall’aver letto un libro colossale (non solo per la mole) come quello che gli ha fatto meritare lo Strega europeo.
“I rondoni” è un libro che celebra la vita…attraverso il suicidio programmato. Che paradosso!
L’ironia, le rivelazioni crude, i pensieri che tagliano e scavano dentro ferendoci nel profondo qui sono ancora più forti e sono inseriti all’interno di una narrazione intima che segue la struttura di un diario scritto ogni giorno in maniera quasi maniacale dall’agosto di un anno imprecisato al mese di luglio di quello successivo.
L’espediente del diario, così come quello dell’ epistolario, ha il pregio della confessione senza filtro, senza ipocrisie e senza reticenze. E quasi sempre fa affezionare il lettore al protagonista.

Chi non riuscirebbe a provare empatia per Toni, il professore di filosofia cinquantaquattrenne, con un matrimonio frettoloso e fallito alle spalle, con una ex moglie che lo ha tradito per una donna, con un figlio problematico? Come non affezionarsi al suo amico Bellagamba - nomignolo appioppatogli in segreto dopo l’impianto di una protesi al posto del piede destro perso in un incidente - alla sua ossessione stramba per le visite ai cimiteri, alle sue idee sulle modalità di suicidio che animano le discussioni con Toni al solito bar di Alfonso?
Come non amare la cagnetta Pepa, compagna inseparabile, silenziosa e comprensiva come un essere umano?

Il (falso)focus dell’opera è organizzare al meglio il proprio suicidio: Toni e Bellagamba le hanno pensate veramente tutte, dall’impiccagione, considerata poco elegante, alla polvere di cianuro. Il nostro professore ha però deciso di lasciare questo mondo con calma: ha bisogno di un anno per i preparativi, vuole andarsene senza lasciare nulla di sè , tranne che qualche bene di valore al figlio Nikita.
Tutto fa tranne che vivere i suoi giorni come se fossero gli ultimi. La sua principale preoccupazione è disfarsi degli oggetti (libri compresi, ahimè) e dei ricordi: i primi li lascia in giro per la città, in un angolo della strada, sotto la panchina del parco…i secondi li elabora e li “digerisce”nella scrittura, che a questo punto direi quasi terapeutica. È un prepararsi al distacco, con lucidità e consapevolezza, dalle memorie, dai libri amati: un procedimento di cui Toni ha tutto sotto controllo. È un uomo che non ha mai vissuto nulla di eccezionale, è inacidito dalla vita, dalle vicende familiari, dal rapporto poco fraterno col fratello, dall’ amarezza che il matrimonio gli ha riservato, dal piattume dei suoi studenti, dalla sua vita sessuale squallida. Prima sesso a pagamento poi la rassicurante e disponibile Tina: la sua love doll. Toni arriva a caricare di umanità una bambola, a considerarla parte dell’ultima fase della sua vita, una ‘donna’ ideale che gli assicura piacere senza tanti rituali e sceneggiate, sicura e affidabile.

“Le donne hanno ormai l’accesso al mercato del lavoro, la capacità di prendere decisioni e l’indipendenza economica. Alcune più di altre, ovviamente, come noi, i loro eterni rivali oppressori, nati per non ascoltarle né comprenderle. Bene, molto bene. Se lo meritano. (…) Noi adesso abbiamo le love dolls. Presumo che se le avessero inventate prima, la storia dell’umanità avrebbe percorso strade meno sanguinose”. (p.234-235)

Eppure non possiamo considerare Toni un nichilista. Una delle sue frasi preferite è di Cioran “Il suicidio è un pensiero che aiuta a vivere” (p.388) ovviamente annotata nella sua Moleskine, raccoglitore di preziose citazioni, che ogni tanto dispensa anche a noi curiosi lettori. Ma non si esime dal disprezzarsi per questa sua necessità di legittimare alcuni suoi pensieri ricorrendo a citazioni “In materia di pensiero, sono come gli scarabei stercorari, che vivono nella merda altrui”.(p.670)

Toccanti, nelle ultime pagine, i ricordi legati alla madre, che ha sempre visto come dispensatrice nostop di calore, protezione e nutrimento, “tetta incessante” , “un essere che serve e che dà”(p.671) . Attraverso le memorie, sparse alla rinfusa man mano che scrive nel suo diario, scopriamo la storia familiare di Toni, i suoi traumi, i suoi dispiaceri, le sue prime esperienze amorose.

Scritto in prima persona, in uno stile che è talvolta pirotecnica verbale, l’opera apre spesso piccole finestre metaletterarie che ho apprezzato: considerazioni sulla talvolta discutibile qualità dei libri vincitori di premi letterari e di successo editoriale, giudizi personali sulle opere dal finale aperto, dichiarazione d’amore verso certi libri che hanno significato molto nella sua vita. Tuttavia mi sento di avvertire certi lettori che hanno apprezzato “Patria” per lo stile e per la storia: stavolta ci troviamo di fronte ad un libro diverso, per certi versi accostabile al romanzo postmoderno americano per l’assenza di filtri sia nel linguaggio che in alcune descrizioni, senza però esagerare e senza tuttavia far risultare queste caratteristiche estranee all’economia dell’opera.

I rondoni, che danno il titolo al romanzo, appaiono come messaggeri di speranza, insieme alla primavera, sono fortemente attesi da Toni e non compaiono molto spesso come mi sarei aspettata. Sono figure misteriose, che si mostrano quando meno te le aspetti e a volte, se le aspetti, non si fanno vedere: sono gli angeli dell’ateo che spera di salvarsi dalla noia del vivere, sono imprevedibili, incarnano il suo ideale di vita.

“Se avessi potuto scegliere tra nascere uomo e nascere rondone, visto come è andata avrei deciso per la seconda opzione. Dico sul serio. Ora starei divorando insetti nei cieli dell’Africa anziché respirare il fumo di automobili (…) Che bella filosofia esistenziale: uscire da un uovo, solcare l’aria in cerca di cibo, vedere il mondo dall’alto senza tormentarsi con domande esistenziali, non dover parlare con nessuno, non pagare le tasse né le bollette della luce, non credersi il re del creato, non inventarsi concetti pretenziosi come l’eternità, la giustizia, l’onore, e morire quando ti tocca, senza assistenza medica, né onoranze funebri “. (p.92-93)

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Per approfondire la scrittura di Aramburu, Patria.

A chi ama le confessioni, i diari.
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I rondoni 2021-12-01 17:48:01 annamariabalzano43
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annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    01 Dicembre, 2021
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“L’inconveniente di essere nati” (Cioran)

Come può essere la vita di un individuo che pianifica di mettere fine alla sua esistenza nel giro di un anno? Perché questa scelta non dettata da situazioni estremamente dolorose e laceranti?
Il tema centrale dell’ultimo romanzo di Aramburu, “I rondoni”, è appunto il suicidio come atto di libertà assoluta. Non a caso l’autore fa riferimento, nel corso della narrazione, a una citazione di Max Frisch, drammaturgo svizzero, che afferma: “Il suicidio dovrebbe essere un gesto giudizioso”, gesto inteso come amore per la vita, come necessità di abbandonarla con eleganza, senza subire l’umiliazione e il degrado della vecchiaia. Questo convincimento spinge il protagonista del romanzo a scegliere di finire i suoi giorni proprio 12 mesi dopo aver maturato questa decisione. Egli sogna di trasformarsi in un rondone, di cui invidia la leggerezza e la libertà. Ciò lo induce a separarsi dalle cose più care che gli appartengono, tra cui i suoi libri, che semina ovunque, per la strada, in luoghi pubblici, nei cassonetti dell’immondizia: un progressivo distacco dagli uomini, dagli affetti e dalle cose. In più di settecento pagine Aramburu ci descrive la vita del suo protagonista, in forma autobiografica, nei dodici mesi che lo separano dal suo meditato suicidio, con tutti i salti temporali, necessari alla memoria per ripercorrere un’intera esistenza. Così ieri e oggi si sovrappongono con la stessa efficacia enunciata da Bergson nel suo concetto di durèe. Poiché la vita di ciascun individuo non è avulsa dal mondo che lo circonda, Aramburu riesce a inserire nel contesto lucide considerazioni sulla situazione politica della Spagna contemporanea, sullo stato dell’insegnamento nelle scuole, sull’evidente problema dei cambiamenti climatici, sulle problematiche interfamiliari, con particolare riferimento ai rapporti genitori figli. La difficile relazione tra esseri umani, il valore dell’amicizia, il piacere e la delusione che possono scaturire dall’amore e dal sesso sono parte importante della narrazione, come importante è il rilievo che Aramburu attribuisce al rapporto con l’animale domestico per eccellenza, il cane, al quale è concesso che si ponga fine alla sua vita senza dolore, con l’eutanasia, mentre all’uomo spetta spesso una morte dolorosa. Tutto ciò fa parte de “L’inconveniente di essere nati”. (Cioran).
Un romanzo che affronta temi filosofici con tale leggerezza e tale ironia, che ne compensano l’eccessiva lunghezza.

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