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«In un certo periodo della mia vita sono stato cristiano» scrive Carrère nella quarta di copertina dell'edizione francese del Regno. «Lo sono stato per tre anni. Non lo sono più». Due decenni dopo, tuttavia, prova il bisogno di «tornarci su», di ripercorrere i sentieri del Nuovo Testamento: non da credente, bensì «da investigatore». Senza mai dimenticarsi di essere prima di tutto un romanziere. Così, conducendo la sua inchiesta su «quella piccola setta ebraica che sarebbe diventata il cristianesimo», Carrère fa rivivere gli uomini e gli eventi del I secolo dopo Cristo quasi fossero a noi contemporanei, riuscendo a trasformare tutto ciò «in un'avventura erudita ed esaltante, un’avventura screziata di un sense of humour che per certi versi ricorda Brian di Nazareth dei Monty Python».

Recensione della Redazione QLibri

 
Il Regno 2015-03-12 06:30:11 Emilio Berra TO
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Emilio Berra  TO Opinione inserita da Emilio Berra TO    12 Marzo, 2015
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ANNOIARSI CON CARRERE

"Carrere sulla religione, che delusione"
(IL SOLE 24 ORE)

Il romanziere (non mi sento di chiamarlo scrittore) colloca le vicende di questo libro nel I secolo d.C. (anche se numerose sono le incursioni nel presente e nella biografia dell'Io narrante stesso), tempo in cui inizia a diffondersi il Cristianesimo e nascono le prime comunità di fedeli che cercano di vivere con coerenza il messaggio partito dai luoghi della Terra Santa.
Fra i protagonisti, Luca (l'evangelista Luca) e Paolo (l'apostolo Paolo). L'argomento è di per sé affascinante e molto interessante. Però anche gli argomenti sommi possono essere trattati in modo superficiale, col rischio della banalizzazione. E' proprio ciò che accade in questo romanzo, fose complice un'infelice traduzione. Tant'è.

Pensiamo a quando il lettore, a proposito di Luca, s'imbatte in espressioni come: "A vederlo non gli si danno due lire"; "man mano che si scalda parla sempre più in fretta". A pronunciare tali amenità non è un 'catechista per caso' , bensì un autore i cui libri vengono collocati in vetrina.
Anche su Paolo la creatività letteraria cade a picco: "Quando si è alzato, Paolo non ci vedeva più". Viene narrato inoltre che "Paolo si spazientisce e in quattro e quattr'otto esorcizza la posseduta" ; però "la guarigione della schiava posseduta non va giù ai suoi padroni".
Ci viene anche ricordato che, durante le riunioni dei primi Cristiani, "nessuno va a letto con nessuno".
Pure i riferimenti alla mitologia classica ricordano l'atteggiamento di certi insegnanti che, ingenui e incauti, puerilmente pensano di 'essere moderni' e di sapersi rapportare agli studenti con espedienti di cui non riconoscono la portata involutiva. Leggiamo, infatti, che Dio, per gli ebrei, "non è un donnaiolo come Zeus. Non s'interessa alle ragazze, soltanto del suo popolo". L'autore sembra quasi pungolarci: "Trasponiamo, sceneggiamo, non dobbiamo aver paura di darci dentro. Calipso è (...) quella che ogni uomo vorrebbe farsi".

Abbiamo parlato di linguaggio. In un'opera letteraria in particolare, ma ovviamente non soltanto, 'la forma è il messaggio' : l'aspetto contenutistico ci perviene attraverso la forma, che ne veicola, modificandoli, connotazioni ed effetti.
"Come la circoncisione, anche i pasti erano un punto delicato" : diciamo in modo netto che, per chi ama la letteratura, leggere frasi di questo livello è perlomeno deprimente. Basta così.

A questo punto, mi pare superfluo dire che si tratta di una narrazione esteticamente brutta, artisticamente carente perfino nella parvenza, con una scrittura che colloca questo libro non in un ambito letterario, bensì semplicemente fra la merce che si vende e si compra.
Per correttezza, devo dire che nell'ultima parte si avverte un miglioramento, quando il ricorso alle fonti si fa più consistente. Però il volume ha 428 pagine e, citando Leopardi e non solo, ' tutto il resto è noia ' .

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Il Regno 2017-08-17 21:09:37 Andrea43
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Andrea43 Opinione inserita da Andrea43    17 Agosto, 2017
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Un libro che ti cattura

La tentazione più insidiosa che mi coglie, avviando la recensione de Il Regno di Emannuèle Carrère (Adelphi 2015), è quella di mutuarne lo stile, apparentemente svagato e digressivo, ma resisto, anche perché non ne sono capace. È un libro che non è un romanzo, ma ha la leggibilità di un romanzo, nato per essere bevuto tutto d'un fiato (e sì che conta 425 pagine!) in attesa di un finale che dovrebbe sciogliere i nodi accumulati fin lì.
L'autore è un francese di successo (let- teratura, cinema, tv) che racconta un episodio centrale della sua vita: la conversione al cattolicesimo, dopo decenni di ateismo sfrontato. Ma la nuova esperienza termina dopo tre anni. La fede si spegne nella stanchezza grigia della routine, come un matrimonio andato a male. Anni dopo, lo scrittore ritrova le tante pagine riempite commentando il vangelo negli anni del fervore religioso, e, convinto che quel passato non sia del tutto sfiorito, si avventura in una "inchiesta" sulle origini del cristianesimo: gli Atti, Paolo, Giacomo, Pietro, Luca, Marco, Timoteo, Lidia ecc. E di tanto in tanto, Gesù, che a tutta quella complicata, misteriosa, fantastica avventura di venti secoli fa, dà senso e vigore. Legge, studia, commenta, ricostruisce, interpreta, ipotizza; ma soprattutto sceneggia e racconta, andandosene spesso per la tangente e intervallando il "saggio" con l'autobiografia, sincera, impietosa, cruda fino a parlarci di cose quasi inconfessabili.
La fede non c'è più, ma la folgorazione di quell'incontro con quella Parola resta come una malìa incancellabile (“Qual è la realtà? Che Cristo non è risorto? Io ti abbandono, Signore. Tu non abbandonarmi”). Emergono, durante l'inchiesta, le contraddizioni, le incongruenze, le 'favole' dei testi religiosi esaminati, ma Carrère sta in guardia contro l'albagia dell'intellettuale che spregia il volgo credulo e ignorante. Ad ogni svolta di questo cammino tortuoso e forse infinito ritorna però la questione centrale: cosa era, cosa è, quel Regno che Gesù proclamava ormai vicino? Ed è in quei momenti che si accende una luce e viene illuminata quella segreta piega.
Fino alle pagine conclusive. Il libro si chiude col racconto degli ultimi momenti della sua composizione, quando l'autore, sempre non credente (ma non convinto del tutto di non esserlo), rievoca un'esperienza forte presso l'Arca, la comunità di accoglienza di Jean Vanier, che ospita i reietti dell'umanità, i rifiutati da tutti: seduti in circolo un gruppo di uomini e donne si lavano reciprocamente i piedi. Sarà quella la vera eucaristica che solo Giovanni tramanda? Sarà questo "darsi" senza se e senza ma al povero, al malato, al dimenticato il vero Regno annunciato, vicino, ma mai compiutamente realizzato?
L'autore "non lo sa". Però sa dirci questo: “Quando istituisce l’Eucaristia Gesù si rivolge a tutti e dodici i discepoli insieme. Ma quando si inginocchia e lava i piedi, lo fa a ciascun discepolo individualmente, chiamandolo per nome ...”. Proprio come i volontari dell’Arca fanno con i poveri “scarti” umani loro affidati. Ma il contatto è ugualmente importante per chi tocca e per chi è toccato: “è questo il grande segreto dell’Arca, come del Vangelo: all’inizio si vuole fare del bene ai poveri, e a poco a poco si scopre che sono loro che fanno del bene a noi ... e allora si ricomincia a diventare più umani”. Carrère sa che se cominci a darti ai poveri essi piano piano ti aiutano a trovare la tua verità, a diventare quello che puoi essere, proprio come la Chiesa, che, lui dice, (forse) ha tradito la sua origine ma sempre al suo Maestro amico dei diseredati ritorna se e quando vuole sfuggire alla palude del potere e riallacciare il dialogo col futuro.
Carrère è stato il "caso" dell'annata letteraria in Francia l'anno scorso. E il giudizio di Enzo Bianchi da un lato (“una ricerca che non si ferma di fronte all’apparente mancanza di risposte, ma scava più in profondità, magari smuovendo montagne di terra arida per giungere a un piccolo seme ancora fertile”) e della Civiltà Cattolica dall'altro (“uno specchio della nostra epoca: un’epoca disincantata, completamente dubbiosa per quanto riguarda la religione, senza che possa dimenticare questo cristianesimo”) ci garantiscono che non è un romanzo stagionale.
Un libro vivace, percorso da humour finissimo, tremendamente serio sotto le specie del divertissement, un libro che continuamente ti costringe a chiederti da che parte stai, ti costringe ad ammettere che anche tu pensi e/o fai questo e quello, ma "è meglio non farlo sapere", insomma non ti lascia in pace. Per fortuna ce ne sono ancora.

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Il Quinto Evangelio, di Mario Pomilio.
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Il Regno 2016-07-26 18:40:46 topodibiblioteca
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topodibiblioteca Opinione inserita da topodibiblioteca    26 Luglio, 2016
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Il Cristianesimo secondo Carrère

Non è facile classificare questo lavoro di Carrère. In parte si tratta di un’opera autobiografica nella quale l’autore ci confessa (verbo quanto mai appropriato…) il periodo della sua vita in cui era un fervente cattolico, andava a messa quotidianamente ed aveva trovato quella pace interiore così necessaria per superare i suoi momenti di crisi. Questo per tre anni, al termine dei quali qualcosa è cambiato, nuovi stimoli sono sopraggiunti, la fede ha lasciato il posto a tanti dubbi e ad un agnosticismo conclamato che rappresenta il corso del “nuovo Carrère”.Tuttavia l’esperienza vissuta ha lasciato delle tracce nella mente dello scrittore ed è emerso il desiderio di riflettere e ragionare su due figure ritenute vitali e nevralgiche nella storia del Cristianesimo: Paolo, autore delle celebri lettere contenute nel Nuovo Testamento, e l’evangelista Luca, autore di uno dei quattro Vangeli canonici oltre che degli Atti degli Apostoli.

Carrère quindi inizia a illustrare con un linguaggio accessibile e facilmente comprensibile, la vita di San Paolo, a partire dal momento della conversione sulla via di Damasco fino al suo arrivo a Roma, in attesa di essere giudicato dai romani per problemi di ordine pubblico, causati dalla sua predicazione nei territori dell’impero. Il ritratto che viene fatto di Paolo è quello di un uomo furbo, abile oratore, sobillatore di masse, dotato di un forte carisma e capacità comunicative fuori dalla norma. Tutte caratteristiche che hanno indubbiamente agevolato la diffusione della nuova fede, tanto tra gli ebrei quanto tra i “gentili”. Paolo si è fatto portatore della parola di Gesù ed anche grazie al contributo dei suoi discepoli e amici fedeli come Timoteo e lo stesso Luca, rimasto folgorato dalla sua predicazione tanto da riportarne il resoconto negli Atti degli Apostoli, ha così gettato i semi della nuova religione, in evidente antitesi al giudaismo ed al paganesimo romano imperanti nel mondo allora conosciuto.

Complessivamente trovo che l’idea alla base del libro di Carrère sia accattivante e interessante, se non altro perché lo stesso autore ammette candidamente il proprio cambiamento di punto di vista, guardandosi indietro ora che si definisce agnostico e compatendo sé stesso ed il periodo in cui era stato folgorato sulla via di Damasco. Tuttavia, nonostante i diversi riferimenti e le citazioni di esegeti biblici, il tutto può risultare eccessivamente semplificato e la visione d’insieme sulla predicazione di Paolo piuttosto parziale e discutibile. Come ammette lo stesso Carrère certi passaggi non sono supportati da verità storiche ma vengono in qualche modo romanzati, in quanto ritenuti realistici o comunque verosimili. Paolo viene descritto come la mente, è quello che ai nostri giorni potrebbe definirsi un uomo del marketing, molto abile nel vendere il suo “nuovo prodotto”. Luca invece viene rappresentato come il suo braccio, il testimone blandito che diverrà in futuro il cronista scrivendo gli Atti degli Apostoli.
Inoltre Carrère spesso e volentieri intervalla la narrazione facendo esplodere nel testo il proprio ego, decisamente piuttosto ingombrante, e manifestando al lettore il suo compiacimento per la conoscenza delle scritture e le riflessioni riportate che, ribadisco, a volte sono il risultato di speculazioni personali non suffragate da verità storica (ma almeno ha la compiacenza di ammetterlo!).

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i romanzi storici, a chi si interessa di religione.
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