Narrativa straniera Romanzi La strada di casa
 

La strada di casa La strada di casa

La strada di casa

Letteratura straniera

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Scritto prima della Trilogia della Pianura e già con la stessa grazia letteraria, La strada di casa è l’ultima opera non ancora tradotta di Haruf in Italia. Il canto di una comunità ferita, un romanzo epico che ha tutti i segni distintivi del classico americano moderno. Jack Burdette è troppo grande per la città di Holt e per i suoi abitanti. Ex giocatore di football, cacciato dal college con un’accusa di furto, poi militare in missione all’estero, quando sembra aver messo la testa a posto lascia improvvisamente la sua fidanzata per sposare un’altra donna conosciuta dodici ore prima. A ogni ritorno, Holt gli sembra sempre più stretta e scomoda... finché Jack non scompare con la cassa dell’azienda per cui lavora, lasciando la moglie e due figli. Dieci anni dopo, la città non ha perdonato né dimenticato. Eppure Jack torna un’ultima volta, con una macchina vistosa e un passato ingombrante, per far saltare di nuovo ogni convenzione e ogni certezza, senza alcun rimpianto. Ancora una volta Kent Haruf, con la sua scrittura tenera e implacabile e il suo sguardo asciutto ed empatico sulla vita e il destino, ci racconta la storia di un’umanità fragile, ostinata e tenace.


Recensione della Redazione QLibri

 
La strada di casa 2020-06-22 10:24:04 C.U.B.
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C.U.B. Opinione inserita da C.U.B.    22 Giugno, 2020
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I luoghi a cui apparteniamo

Nel locale fumoso la notte si accompagna alle note di “I love you a thousand ways”.
Bellissima, i capelli scuri le cadono sul viso stirato in un sorriso assente e deciso, accavalla le gambe e si scoprono le ginocchia. Troppo pesante il trucco sugli occhi già grandi, la scollatura profonda di quell’abito rosso così stretto che pare strapparsi, le cuciture tese sull'ampio ventre al termine di una gravidanza.
La fanno ballare, la fanno saltare, la fanno girare su se stessa, le offrono un drink dopo l’altro mentre lei, dolcemente, acconsente ancora più pallida, più sudata che mai nel vestito logoro, sempre sorridente.
Non piange più, superata una certa soglia di dolore dicono che nemmeno le lacrime diano sollievo.
Se non con te, piangerò io per te, “I love you a thousand ways” non è una canzone d’amore stanotte, è l’urlo di guerra sanguinoso ed ignobile con cui ti condanneranno a risarcire i suoi peccati.

Dovrebbe essere un uomo il protagonista di questo romanzo di Haruf, eppure il legame più forte si è creato nei confronti di una donna.
Il suo personaggio carismatico, potente, coraggioso ci conduce nelle strade di Holt, dove giustizia non esiste. Non nei tribunali, che permettono ai colpevoli di imboccare la migliore via di fuga. Non nella gente, che pur di vendicarsi dei torti subiti e dell’inadeguatezza del sistema si accanisce sugli innocenti rivelandosi impietosa, cieca, vorace. Colpa ed espiazione sono un territorio sconosciuto per chi strafottente e perentorio si ripresenta per vincere di nuovo.

Scorrono veloci ed accattivanti le pagine in una cittadina agricola della provincia americana, i campi coltivati a mais nascondono punte di freccia perdute dai nativi nelle immense praterie. L’amarezza ed il peso di un destino ormai scritto si addensano in una nube di polvere che si appiccica addosso fino a lasciarci soffocare, ci verrà mai concesso un ultimo respiro?

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La strada di casa 2020-06-23 09:27:30 68
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68 Opinione inserita da 68    23 Giugno, 2020
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Vite contaminate e in attesa di altro

Holt, Jack Burdette ricompare un sabato pomeriggio del 1985, dopo otto anni di assenza, quando tutti ormai paiono essersi dimenticati di lui e persino la polizia ha smesso di cercarlo. Al volante di una Cadillac rossa targata California sembra in attesa di qualcuno, è cambiato in peggio, obeso, sformato, eccessivo, calvo, lo scialbo ricordo del campione che fu, l’ idolo della comunità, un fenomenale giocatore di football destinato alla gloria.
Holt è un’ essenza ristretta che non dimentica vizi e virtù dei propri figli, chi ne disattende la fiducia e’ marchiato per sempre e Jack Burdette l’ha combinata grossa.
Pat Arbuckle, direttore dell’ Holt Mercury, il giornale locale, un fallimento matrimoniale e una tragedia famigliare alle spalle, suo amico dall’infanzia, riaccende nel presente il puzzle della memoria ricostruendone il passato, narrandone le gesta, protratti intrecci pericolosi, epilogo di un gioco all’eccesso.
E nella vicenda di Jack, come sempre, si specchia un pezzo di Holt e della propria storia, un nucleo famigliare spezzato, un giovane evaso dalle mura domestiche, indipendente, burlone, dannatamente competitivo, con la voglia di emergere e divertirsi, vinto da ambizione e noia.
Giochi infantili pericolosi, burle scolastiche, l’amore giovanile per Wanda Joe, indiscutibile bellezza locale, una relazione unilaterale degradante nata sui banchi di scuola che assume forme diverse.
Dopo la morte del padre, travolto da un treno in corsa, Jack si farà cupo e scontroso, un periodo culminato nella decisione di abbandonare la madre e di trasferirsi al Letizia Hotel.
È ritenuto il fenomeno della città, cosparso dall’eco della propria leggenda, con un’ aura di intoccabilità.
Nell’autunno del 1960 l’iscrizione all’università, l’ espulsione dopo una serie di furti, l’ arruolamento nell’esercito, l’addestramento, il ritorno a Holt.
Jack e’ un giovane grande e grosso, pieno di se’, con un aspetto piacevole e una natura dominante, sospinto da impeto e istinto, dotato di forza ed energia innate, un bar e un pubblico maschile il suo naturale elemento.
Un giorno, durante un convegno lavorativo, inaspettatamente prenderà moglie, la giovane e sconosciuta Jessie, che è ben diversa da come la gente di Holt se l’è immaginata. Piccola, scura, tranquilla e risoluta, indipendente e con un’aria distaccata, niente dell’ idea vistosa, molto californiana, di avvenenza femminile. Insomma, quale il motivo di questo matrimonio? La noia.
Un giorno Jack scomparirà senza lasciare traccia, con se’ un turpe segreto presto svelato e Jessie si apparterà non desiderando niente dalla contea di Holt, si ricostruirà’ una vita con i propri figli cercando di dimenticare, indosso una ferita da rimarginare.
Oggi Jack Burdette aspira a una personale resa dei conti al di fuori della giustizia, ha il volto trasfigurato e imperdonabile di una ignominia apparentemente dimenticata.
Oggi giorni e desideri sono mutati, l’amore è rinato, insieme a tante altre storie vissute e interrotte di cui questa è una e neanche la più importante.
E allora, superata la crudeltà e la rabbia del momento per una delirante insignificanza, tutto a Holt pare tornare alla normalità, le chiacchiere si sovrappongono, la gente parla di altro, il tempo scorre, i ricordi si affievoliscono, nuove vite prendono forma, alcune accuse ritornano, c’è chi scomparirà per sempre.
Qui la vita continua o così pare, mentre al di fuori, nel vasto mondo, qualcuno si spera abbia potuto trovare un piccolo angolo personale di salvezza e felicità.
Secondo romanzo di Kent Haruf (1990 ), a precedere la “ Trilogia della pianura “, “ La strada di casa “ possiede i tratti precipui della sua poetica. Holt protagonista, una giostra di personaggi ed accadimenti al suo cospetto, intrecci abbandonati e nascenti, una descrizione dettagliata di fatti e realtà all’ interno di una dimensione spirituale collante della comunità. Singole storie vissute e raccontate con veridicità, essenzialità, ineluttabilità, all’interno del tempo e delle stagioni.
Ciò che non si aggiusta mai lo farà, ciò che scompare non sarà rimpianto, tutto continua secondo una identità di modi e di luoghi, quello che accade al di fuori pare lontano.
È una poetica dell’ essenzialità, un canto della provincia fondato su poche certezze consolidate, un perfetto incastro che elude il superfluo per vestirsi di un’ armonia disarmante.

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La strada di casa 2020-06-19 10:15:30 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    19 Giugno, 2020
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Giustizia e redenzione

«Pat, disse. Mi stavo chiedendo una cosa.
Cosa?
Pensi mai a cosa vuoi fare della tua vita?
Spero di combinare qualcosa.
Davvero? Rispose il padre. Che sollievo. Ma toglimi una curiosità: quando pensi di cominciare?»

Quando Jack Burdette torna a Holt a bordo della sua Cadillac rossa, non nuova ma comunque sfavillante, sono trascorsi ben otto anni dalla sua assenza e più precisamente dai fatti di quel 1976 in cui quel piano architettato a tavolino ha siglato categoricamente ogni possibile ritorno. Classe 1941, Burdette, nato da due genitori già oltre ai quarant’anni, sposati da più di venti, è sempre stato un colosso d’uomo con il suo metro e novanta d’altezza per i suoi chili di muscoli. Anche adesso che la sua florida giovinezza è venuta a mancare, è ingrassato e si è venuto a sformare con quel colorito giallognolo e malaticcio, gli albori del suo essere stato sono ancora visibili. Ma perché decide di tornare nella contea che ha tradito? È consapevole di non essere il benvenuto, la popolazione non ha mai celato l’astio riposto nei suoi confronti e quell’amarezza per quel comportamento tenuto non è ancora passata e mai potrà passare. La ferita sanguina, l’orgoglio è pesto, la fiducia è stata sgretolata come un castello di sabbia portato via dalle onde del mare. C’è stato però anche un tempo in cui Jack ha vissuto nella cittadina stimato e idolatrato, c’è stato un tempo in cui tutti si fidavano di lui anche se il suo trascorso scolastico lasciava ben a desiderare, anche se la sua condotta morale era tutto tranne che retta e ligia, anche se spesso le sue decisioni – come ad esempio lo sposarsi con Jessie, donna forte e determinata che niente ha mai voluto se non poteva pagare per sé, invece che con Wanda Jo Evans che per otto anni si è accontentata di fargli i compiti a scuola, poi il bucato, e ancora di uscire con lui il sabato sera, e di attendere che si decidesse – sono state prese più per noia che per altro.

«Immagino che per certe persone una cattiva notizia possa risultare letale. Specie se è improvvisa e inaspettata. O meglio se non ci sei abituata, se finora hai tirato avanti in modo passivo, sperando che tutto sarebbe andato bene malgrado fosse evidente il contrario, se hai ventinove anni e credi ancora che un uomo ti sposerà solo perché gli hai lavato i calzini sporchi per otto anni e sei andata a letto con lui ogni sabato sera per tutto quel tempo, allora credo che una notizia possa ucciderti.»

A narrarci i fatti è Pat Arbuckle, direttore dell’Holt Mercury e vecchio amico dell'uomo dall’adolescenza turbolenta e le scelte sbagliate. I ricordi partono dal momento in cui il fuggiasco torna in città e fanno volta al passato. Da qui si muovono uno dopo l’altro sino al presente, un presente che giunge fino alle più drammatiche circostanze e conseguenze. Perché dal suo ritorno non verrà niente di buono, nemmeno quella richiesta di giustizia tanto necessaria e perpetrata. Anzi. A far le spese di quel suo pretendere, di quel suo sentirsi legittimato, saranno anime sopravvissute a caro prezzo che in quegli anni di assenza si sono ricostruite una vita sulle ceneri di quanto lui aveva distrutto.

«E comunque non voleva. Sembrava che volesse rimanere a Holt, che avesse i suoi buoni motivi per tener duro. Pareva determinata a reagire a quello che le stava capitando nel suo modo tranquillo e silenzioso, come se l’opinione che aveva di sé dipendesse solo da questo. Come se stesse tentando di dimostrare qualcosa. E la conclusione fu tragica. Finì per essere ben più di una semplice questione di soldi. Le cose andarono in maniera così dolorosa che a Holt c’è ben poca gente disposta a ricordarsene.»

Con “La strada di casa” si conclude il viaggio durato cinque anni nella contea di Holt. Questa volta, tra i temi principali, vi è quello della giustizia. Quella del popolo che è pronto a vendicarsi di colui che non può essere condannato dalla legge, quella di Jessie che per gli errori del marito si autocondanna a una vita severissima e durissima pur di risarcire il male fatto dall’uomo, pur di redimersi. E quale prezzo, avrà, questo risarcimento. “Restitution” è non a caso una delle parole chiave del libro, come Fabio Cremonesi, suo traduttore, ci sussurra nelle note finali. Il tutto attraverso la forma di un villain, il classico personaggio brillante e seducente che mette a disposizione i suoi tanti talenti al servizio delle cause più sbagliate. E più la figura di Burdette perde di lucentezza, più ne assume Jessie, più ne assume Pat, più ne assumono coloro che alla storia fanno da coprotagonisti e che subiscono le conseguenze delle gesta sconsiderate dell’artefice del misfatto.
In questo libro c’è tanta sobrietà, c’è tanta disperazione, c’è tanta umanità, c’è tanta forza nella semplicità della genuinità umana. E c’è anche un epilogo con colpo di scena completamente inaspettato, un qualcosa a cui Haruf mai ci aveva abituato. Uscito negli Stati Uniti nel 1990, sei anni dopo “Vincoli”, e ben nove prima di “Canto della Pianura”, “La strada di casa” è un libro di grande forza empatica, con tanti temi da trattare, avvalorato dalla canonica magnetica penna a cui lo scrittore ci ha abituato e capace di suscitare nel lettore tante riflessioni. Un ultimo viaggio malinconico, nostalgico, duro, amaro nel suo concludersi.

«Anche se da quella notte nessuno ne ha saputo più niente, voglio credere almeno questo, e sperare anche qualcosa di più.»

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