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La strada
 
La strada 2019-05-14 12:56:12 Vincenzo1972
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Vincenzo1972 Opinione inserita da Vincenzo1972    14 Mag, 2019
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Noi siamo buoni.. e portiamo il fuoco.

Una strada da percorrere. Senza inizio e senza fine. Non conosciamo il punto di partenza nè tantomeno dove possa condurre. Attraversa luoghi sconosciuti, irriconoscibili perchè hanno perso la loro identità, tracciati su mappe ormai inutili perchè disegnate su un mondo che non c'è più. Distrutto, incendiato, non è dato sapere cosa sia successo esattamente, quale sia stata la causa, ciò che rimane è l'effetto: una coltre di cenere e polvere che ha avvolto la terra inquinando aria e acqua, persino la luce ha perso le sue tonalità più calde quasi fossero state assorbite dall'unica dominante grigia. E poi l'oscurità: assoluta, incontaminata, l'essenza del buio, senza luna o stelle nel cielo che possano turbare con la loro presenza quella infinità immobile, nera ed avvolgente.
"Oscurità della luna invisibile. Le notti erano solo leggermente meno nere. Di giorno il sole esiliato gira attorno alla terra come una madre in lutto con una lanterna in mano."
Un padre e il proprio figlio procedono lungo la strada, non seguono un percorso, inseguono una speranza: il mare potrebbe essere la loro salvezza, forse il mare è stato risparmiato. Una speranza flebile, tenue, come la forza che li tiene in vita: diventano l'uno il sostegno dell'altro, condividono tutto, da quel poco di cibo che riescono a racimolare per le strade al calore dei loro corpi quando dormono stretti in un unico abbraccio sotto un telo di plastica sul ciglio della strada. Solo i sogni non condividono: perchè non possono, perchè il bambino è nato quando il mondo era già devastato e sfigurato e nella sua mente non ci sono ricordi di un mondo diverso, illuminato dal sole, popolato da animali e piante e in cui gli uomini non mangiano altri uomini per sopperire alla mancanza di cibo, un mondo come quello in cui l'uomo spesso si rifugia per non morire dentro, per non soccombere alla disperazione come già accadde a sua moglie che, abbandonando lui ed il bambino al proprio destino, preferì la morte ad una sopravvivenza fatta di stenti e dolore.
Nella pistola che l'uomo porta sempre con sè ci sono ancora due proiettili, uno per lui ed uno per suo figlio: tante, tante volte è stato sul punto di premere il grilletto puntando la pistola alla testa di suo figlio, per poi fare la stessa cosa su di sè. Ma in quegli occhi c'era una luce, quella stessa luce che il mondo aveva ormai perso, c'era il fuoco dell'amore e dell'abnegazione, unica speranza su cui ricostruire l'umanità:
"Noi siamo buoni.. e portiamo il fuoco."

Il romanzo di McCarthy, vincitore del premio Pulitzer nel 2006, è un capolavoro: la sua potenza espressiva è devastante, lo scenario apocalittico è descritto in modo così efficace da far sembrare surreale il mondo reale, come se case, alberi, strade, tutto ciò che ci circonda fosse destinato a crollare da un momento all'altro, sepolto sotto cumuli di cenere e pioggia. Ma la vera forza del romanzo è nella caratterizzazione dei due protagonisti, padre e figlio, ultimi brandelli di umanità in un mondo in cui ogni principio etico e morale è stato cannibalizzato dall'istinto di sopravvivenza, lo stesso che induce l'uomo a mettere la salvezza del figlio prima di ogni altra cosa, prima della sua stessa vita e, ancor più, quella degli altri. "Il bambino era l'unica cosa che lo separava dalla morte."
Ma il bambino era anche la sua garanzia dinanzi a Dio. Era il fuoco: 'se non è lui il verbo di Dio allora Dio non ha mai parlato'. Palpabile in tutto il romanzo l'alone di Dio: è il terzo protagonista, invisibile ma onnipresente, nel deserto della Giudea era Satana il tentatore, lungo la strada di McCarthy è Dio che mette alla prova l'uomo: il vecchio viandante in cerca di cibo, il ladro che li deruba di tutto e cerca pietà una volta scoperto e la pistola con i due proiettili che potrebbero porre fine in un attimo a quella sofferenza. Tentazioni. Prove per redimere la propria anima. Ed il bambino è luce, profeta, salvatore. Ma soprattutto è amore. E se nel finale si intravede una seppur minima speranza di futuro, essa si basa proprio sull'amore e sull'altruismo. Altrimenti distruzione e solitudine. Indipendentemente dalle interpretazioni soggettive, la dimensione religiosa che permea l'intero romanzo non porta alla scoperta di Dio, chi o cosa sia, bensì conduce all'unica risposta possibile ai dubbi e alle circostanze che pongono l'uomo dinanzi a scelte difficili, scelte per le quali vacillano tutti i princìpi e le certezze: una risposta di una sola parola, amore.
In quest'ottica, merito innegabile dell'autore è quello di aver scritto un'opera che eleva l'amore a sentimento universale e a speranza unica di immortalità per l'umanità senza retorica e pomposità: sembra quasi che tutto ciò che sia stato sottratto all'umanità, non solo cibo, aria pura, luce ma anche serenità, giustizia, identità (nessun personaggio ha un nome) venga poi restituito, amplificato, nei gesti e nelle parole di amore del bambino.
Allo stesso modo, i dialoghi tra l'uomo ed il bambino, seppur scarni, ridotti ai minimi termini, sono straordinariamente pregni di un'intensità poetica che straborda dalle parole dando piena consapevolezza al lettore della forza di quel legame simbiotico tra padre e figlio in cui l'uno è il mondo intero dell'altro.
"Guardò il bambino addormentato. Ce la farai? Quando sarà il momento? Ce la farai?
Dormirono l'uno contro l'altro fra le trapunte puzzolenti nel buio e nel freddo. Lui teneva il bambino stretto a sè. Così magro.
Angelo mio, disse."

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Commenti

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Recensione semplicemente perfetta, Vincenzo. Condivido ogni tuo giudizio su questo romanzo, che è il più disperato di McCarthy ma - paradossalmente- anche il più ricco di speranza. Ispirato, profetico, in una parola: capolavoro.
Vincenzo, condivido il tua apprezzamento sulla qualità del libro. Però devo dire di non aver provato il piacere della lettura che solitamente ci donano i libri belli. Pertanto mi sono fatto l'idea che lo stile dell'autore non faccia per me. Dopo, non ho letto altro dello scrittore.
"Devastante" è davvero la parola giusta... e, ho l'impressione, non soltanto riguardo alla potenza espressiva del romanzo.
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