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Io, Partenope
 
Io, Partenope 2018-03-03 16:34:06 catcarlo
Voto medio 
 
3.0
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
2.0
Piacevolezza 
 
3.0
catcarlo Opinione inserita da catcarlo    03 Marzo, 2018
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Un addio minore

‘Io, Partenope’ è l’ultima opera firmata del suo autore, uscita postumo e in maniera affrettata: non si sa se diano più fastidio la moltiplicazione delle pagine attraverso il carattere grande e i margini esagerati o gli errori nel testo che vanno dai banali refusi ortografici a ripetizioni di concetti a distanza di pochi capitoli che una rilettura attenta avrebbe di certo evitato. Ciò detto, si tratta pur sempre di un libro di Vassalli: ci sono il suo stile nel raccontare, semplice eppure coinvolgente, nonché la capacità di illustrare il presente degli italiani nello specchio di una storia di quattro secoli fa. Entrando in scena di persona durante il prologo, lo scrittore piemontese narra la vita di Giulia di Marco, povera contadina molisana che, dopo un’infanzia e un’adolescenza difficili (viene venduta dalla madre a un anziano mercante), giunta a Napoli si fa terziaria francescana scoprendo per caso un nuovo modo di pregare che implica l’estasi mentale e fisica. Il successo crescente ingrossa le fila degli adepti, ma mette in movimento i meccanismi repressivi della Chiesa controriformista: la donna e i suoi più stretti collaboratori vengono trascinati davanti al tribunale dell’Inquisizione, che si mostra interessato soprattutto al ruolo che, nella faccenda, riguarda il corpo fino all’inevitabile abiura pubblica. A questo punto la narrazione si stacca dalla realtà storica e, al contempo, si conclude la sezione più interessante che può essere considerata una sorta de ‘La chimera’ in tono minore e con meno sfumature, ad esempio i toni anticlericali sono più netti, ma efficace nel descrivere le piccolezze degli uomini che perseguono i propri interessi. La vera Giulia passò il resto dei suoi giorni a Castel Sant’Angelo, quella del romanzo viene invece ripescata dal cardinal Carafa, vescovo partenopeo, che la inserisce fra i suoi dipendenti il che le consente di fare la conoscenza con Gian Lorenzo Bernini, l’autore della nuova Roma e pure di quell’’Estasi di santa Teresa’ che pare ispirarsi assai alla comunione con Dio della protagonista. Malgrado ci sia una bella rievocazione della città barocca che fa il paio con la Napoli della prima parte e siano vari gli spunti che si riflettono sull’attualità – dal ‘puttanesimo’ impersonato da Costanza Bonarelli allo stesso Bernini che esce pulito da un brutto affare di ricatti e violenze grazie alle protezioni altolocate – il racconto perde mordente non riuscendo davvero a incidere in profondità.

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