Il gioco Il gioco

Il gioco

Letteratura italiana

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La cosa più affascinante del sesso non è il sesso, ma tutto ciò che gli ruota attorno: in una sola parola, la vita. È per questo che Leonardo, Eva e Giorgio, dovendo parlare di sesso, raccontano le rispettive esistenze (audaci e innocenti allo stesso tempo) a un intervistatore che vorrebbe scrivere un libro sul piacere, e che invece si ritrova in continuazione a fare i conti con il loro dolore. Del resto, nel gioco erotico, tutto è così terribilmente intrecciato: non solo il piacere e il dolore, ma anche la trasgressione e le regole, la libertà e il possesso, l'eccitazione e la noia, l'io e la maschera. Quelle che i nostri eroi indossano in questo romanzo corrispondono ai tre ruoli chiave del gioco: Leonardo (nome in codice: Mister Wolf) è il bull, maschio alfa che applica al sesso seriale la disciplina e la meticolosità degli antichi samurai, Eva (la First Lady) è la sweet, regina e schiava del desiderio maschile, Giorgio (il Presidente) è il cuckold, tradito consenziente che sguazza nella sua impotenza ma non rinuncerebbe mai a manovrare i fili. Insieme formano il triangolo più classico e scabroso dell'intera geometria erotica, quello in cui l'ossessione maschile di possedere e offrire l'oggetto del proprio desiderio s'incastra con l'aspirazione della donna ad appartenere, finalmente, solo a se stessa. Recitano dei ruoli, Mister Wolf, la First Lady e il Presidente. Ma quanto più il corpo è il loro abito di scena, tanto più la loro anima si denuda, rivelando ai nostri occhi l'umanità struggente, tenera, e talvolta esilarante, di tre protagonisti fuori dagli schemi, eppure così simili a ciascuno di noi.

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Il gioco 2018-08-13 12:36:28 ornella donna
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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    13 Agosto, 2018
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un trio tra tragedia e sesso

Carlo D’Amicis con Il gioco crea “il Gioco” della crudeltà e del sesso. Ma a ricondurre le cose in ordine si dimostra che articolare la vita in una trame è un gesto di assoluta libertà.

Il tema del volume è una

“vecchia e gloriosa perversione”

Segnalata già da Erodoto. Lo storico greco racconta che il re di Lidia, per convincere la sua guardia del corpo che la regina fosse bella, gliela mostrò nuda. Il “gioco” è attuato oggi in forma estremistica da una triade costituita da cuckold, dal bull e dalla sweet, vale a dire dal cornuto, dalla moglie e dall’uomo supervirile al quale il “becco” cede la consorte. L’omosessualità latente e il sadismo dominano il campo assieme al masochismo morale, finchè ognuno degli attori non solleva la maschera: il bull si rivela uno strumento del cuckold, il quale assume connotati manipolatori, mentre la sweet appare come il motore dell’intero meccanismo. Nel romanzo di D’Amicis i tre si confessano a turno, in un vortice ermeneutico che fa pensare a Kurosawa. La sweet, Eva, ha alle spalle una storia familiare un po’ stereotipata, il marito Giorgio è un primario che veste principe di Galles. La parte più riuscita è quella in cui Leonardo, il bull, si lascia intervistare da uno scrittore. Professore di inglese in un liceo esclusivo di Roma dal quale è cacciato per aver palpeggiato una studentessa, Leonardo è il mistagogo che conduce il lettore nel pianeta proibito. E offre la chiave per decifrare il gioco: il padre, ufficiale dei carabinieri ucciso dalle Br, odiava le storie. “Poche storie!”, il ritornello delle serate in famiglia.

“L’italiano medio fa sesso al buio”

Dice un personaggio al bull. Che invece vuole accendere, sulla sua vita notturna, riflettori che inquadrino un vasto teatro delle crudeltà.

Un romanzo che racconta le storie tragiche ed ironiche di un trio di personaggi, finalista al Premio Strega 2018. Il racconto però di una crisi, crisi delle emozioni, delle passioni vere e profonde, il trionfo delle angosce e della frustrazione, della noia e dello smarrimento. Un romanzo intrigante e coinvolgente, con una scrittura semplice e lineare, ma anche ricercata e fascinosa. Con una spiccata caratterizzazione introspettiva.


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Il gioco 2018-08-11 04:22:50 Bruno Elpis
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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    11 Agosto, 2018
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Lei accettava la mia natura, io la sua

Il gioco di Carlo D’Amicis - romanzo che, tra i finalisti al premio Strega 2018, non ha potuto partecipare alla sezione giovani per il contenuto erotico esplicito – può essere qualificato un gioco di ruolo a tutti gli effetti (“Non era ancora, il gioco, quel sistema complesso che in seguito avremmo codificato. Ma nella sua generalità l’espressione mi piacque moltissimo, mi autorizzava a pensare che il matrimonio non era poi una cosa troppo seria”) e viene disputato da tre player: Leonardo, in arte Mr Wolf e con funzione di bull; Eva, in arte First Lady e nel ruolo di sweet; Giorgio, detto il Presidente, con funzione cuckold.

Do per scontato (!) che tutti sappiano il significato dell’essere bull, sweet o cuckold (ma in un eccesso di scrupolo dico che i ruoli corrispondono a quello del maschio Alfa, della donna schiava e dominatrice al tempo spesso, del cornuto felice di essere tale) e indugio sulla coppia “aperta” (“Alla fine ci trovammo da soli, naufrago Giorgio e naufraga Eva, in quell’isola deserta chiamata matrimonio”) Eva e Giorgio (“Giorgio non si scordava mai di mettere un fiore sul vassoio, né di ribadire ciò che voleva essere per me: uno schiavo e un padrone”), soffermandomi in particolare sulla figura di Giorgio (“Da Menelao in giù, tutti i cornuti della storia sono stati ricondotti a un banale stereotipo”). La sua propensione sessuale affonda le radici nel mito (“Cuckoldismo è solo la traduzione inglese di candaulesimo. Il nome deriva da Candaule, re di Lidia dell’VIII secolo a.C., che mostrò la moglie nuda alla sua guardia del corpo Gige. L’episodio è narrato da Erodoto nelle sue Storie…”), ha un significato quasi etico (“In questo ha ragione Leon Hard: offrire la propria carne è un gesto spirituale, offrire quella della propria moglie è un gesto mistico”), si estrinseca in manie comportamentali (“Il sesso e la cura della piscina”) che sanno rispettare i limiti quand’è il momento (“Non sono mai riuscito a convincerla a vestirsi da suora, ad esempio”).

L’argomento viene trattato in modalità mai urtante, così basato sullo scherzo, sul rifiuto delle inibizioni e sul consenso tra adulti (“Lei accettava la mia natura, io accettavo la sua”).
Quando lo strano triangolo si trasferisce dalla villa di Grosseto alla sede dell’Infinito, un club ove il sesso e il libero scambio vengono praticati sotto l’insegna della sfrenatezza erotica, il romanzo assume toni dichiaratamente ironici tra i vistosi paradossi che l’età avanzata dei tre protagonisti accentua, gettando un’ombra perfin malinconica (“Da tempo si era fissato con la favola del ragazzo che non voleva crescere, sosteneva che l’infinito fosse una variante dell’Isola che non c’è e noi un branco di bambini perduti”) sui malanni dell’età e sui mutamenti sociali di tempi nei quali censura e servizi sociali si alleano contro la libertà di autodeterminarsi, la ludopatia sostituisce la sessuomania, il piacere virtuale sbalza quello reale, e il ritrovarsi in tre costituisce una formula esistenziale di sostegno rinforzato e vicendevole rispetto alla formula stantia e logorata del matrimonio.

Giudizio finale: esplicito, giocoso, edonistico, triangolare.

Bruno Elpis

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