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Lessico famigliare

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La chiave di questo straordinario romanzo è delineata già nel titolo. Famigliare, perché racconta la la storia di una famiglia ebraica e antifascista, i Levi, a Torino tra gli anni Trenta e i Cinquanta. E Lessico perché le strade della memoria passano attraverso il ricordo di frasi, modi di dire, espressioni gergali. Scrive la Ginzburg: «Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all'estero: e non ci scriviamo spesso. Quando c'incontriamo, possiamo essere, l'uno con l'altro, indifferenti, o distratti. Ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una di quelle frasi sentite e ripetute infinite volte nel tempo della nostra infanzia. Ci basta dire "Non siamo venuti a Bergamo per fare campagna" o "De cosa spussa l'acido cloridrico", per ritrovare a un tratto i nostri antichi rapporti, e la nostra infanzia e giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole».


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Lessico famigliare 2018-02-12 19:12:29 Zazie dans la Biblio
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Zazie dans la Biblio Opinione inserita da Zazie dans la Biblio    12 Febbraio, 2018
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il baco del calo del malo

Racconto autobiografico e insieme affresco di un mondo perduto; un passato che riaffiora solo grazie al ricordo di una lingua viva e così “famigliare” da depositarsi in ogni piccola piega della memoria. Solo così Natalia può restituire la spensieratezza e la serietà dei discorsi fatti in casa, solo attraverso questo può raccontare del piccolo universo umano e intellettuale che in un tempo difficile e lontano dall’io che scrive ha gravitato attorno la famiglia Levi.
A chi ha già letto servirà forse sentire frasi come «non fate negrigure» o «non leccate i piatti! Non fate sbrodeghezzi! non fate potacci!» per sentire la necessità di sfogliare un’altra volta le pagine di questo magnifico racconto; a chi non lo conosce ancora, basterà magari invece l’onnipresente filastrocca «il baco del calo del malo; il bece del chelòe del melo» per farsi incuriosire da una storia triste e dolcissima come la vicenda che la innesta.
Insomma, per tutti quanti è indispensabile rimediare!

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Lessico famigliare 2016-08-25 18:22:23 Bipian
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Bipian Opinione inserita da Bipian    25 Agosto, 2016
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Autobiografia senza biografa

Ritratto personalissimo e pudico della famiglia dell'autrice, in cui attraverso le semplici frasi del loro parlare quotidiano, si snodano le vicende di personaggi tutt'altro che ordinari.

Attorno ai Levi ruota con naturalezza la Torino borghese, ebraica e antifascista del trentennio '30-'50 e la loro vita si intreccia con quella di alcuni uomini come Adriano Olivetti e Cesare Pavese.

Di loro, come per tutte le principali figure descritte nel romanzo autobiografico, la Ginzburg sceglie solo pochi tratti, ma acutissimi e distintivi, con la sensibilità di una bambina che tutt'a un tratto si ritrova matura.

Di Olivetti: "...ricorderò sempre la sua schiena china a raccogliere, per le stanze, i nostri indumenti sparsi [...]. E aveva, quando scappammo da quella casa, il viso di quella volta che era venuto da noi a prendere Turati, il viso trafelato, spaventato e felice di quando portava in salvo qualcuno."

Di Pavese: "L'amore lo coglieva come un travaglio di febbre. Durava un anno, due anni; e poi ne era guarito, ma stralunato e stremato, come chi si rialza dopo una malattia grave."

Uno stile dunque lucido, essenziale, colloquiale, ma che centra sempre il bersaglio.

Gli eventi sono narrati per sottrazione, ossia togliendo molti particolari e lasciandone alcuni di per sè insignificanti, ma importanti nella memoria dell'autrice e nei quali riconosciamo universalmente l'unicità della sua famiglia.

Il padre burbero e pionieristico (andava a "skiare" ben prima dell'avvento del turismo di massa) e la madre eterea e ottimista (anche in mezzo alla bufera fascista, che comunque risparmiò tutti i Levi), appaiono quasi ingessati nei loro cliché e nel loro "lessico famigliare" ripetuto, che sembra di conoscerli da sempre.

E immediatamente viene da pensare a come tutte le famiglie in fondo si rassomiglino, nonostante le enormi differenze dettate dagli eventi, proprio per l'esistenza di alcune parole e delle espressioni uniche che le caratterizzano.

Tornando allo stile, la sottrazione più evidente riguarda proprio l'autrice, che preferisce raccontare poco di sè ed essere spettatrice ironica e defilata nell'ombra delle innumerevoli case abitate dai Levi:

"La casa di Via Pastrengo era molto grande. C'erano dieci o dodici stanze, un cortile, un giardino e una veranda [...]; era però molto buia, e certo umida, perché un inverno, nel cesso, crebbero due o tre funghi."

Unico appunto che mi sento di fare a questo capolavoro è che, a furia di sottrarre ed omettere, le neanche 200 pagine del libro sono troppo poche; si vorrebbe conoscere qualcosa in più, ad esempio sulla prematura scomparsa del marito Leone Ginzburg, o su Turati e Salvatorelli.

Ma del resto dolore, politica e giudizi personali trovano rarissimo spazio nel "Lessico": sarà stato per snobismo, indolenza, o semplicemente per scelta?

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Lessico famigliare 2016-03-25 17:18:15 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    25 Marzo, 2016
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Sbrodeghezzi, Sempiazzi!!

Scritto tra la metà di ottobre e la metà di dicembre del 1962 e di poi pubblicato per la prima volta nel 1963, “Lessico Famigliare” è un romanzo di memorie, quelle della famiglia dell’autrice, ricordi che vengono narrati allo “stadio di elaborazione” ovvero conformandosi a quelle reminescenze che erano proprie di una bambina e successivamente di una ragazza che vi assisteva originariamente con l’ingenuità unica dei primi anni di vita e successivamente con la consapevolezza che l’età adolescenziale e pre-adulta comporta ma altresì privandole di quelle considerazioni che sarebbero consone e consentite alla Ginzburg scrittrice ormai madre, moglie, letterata. E’ un libro in cui la stessa Natalia è poco presente, figurando pochissime volte in prima persona, scelta volontaria finalizzata a dar spazio a quelle che erano le esperienze e le realtà dei suoi cari, con quei genitori con quei linguaggi e quelle espressioni così contrastanti con quelle solite nelle altre famiglie, con quei fratelli così diversi da loro e ciascuno con differenti interessi e mutevoli crescite, ma anche con quegli amici al tempo ancora ignoti e che oggi sono divenuti storia.
Con questo romanzo assistiamo a quelli che sono gli avvenimenti da pochi anni prima dell’ascesa del Fascismo agli anni immediatamente successivi, sino ai primi anni ’60, a voler essere pignoli. I fatti vengono descritti non con il proposito di ricreare un quadro obiettivo e fedele del periodo affrontato bensì con lo scopo di far rivedere al lettore quello che era il clima del tempo; la Seconda Guerra Mondiale vista da dentro, osservata e percepita con gli occhi e con lo sguardo di chi l’ha vissuta.
Stilisticamente il testo fa largo uso del tempo imperfetto per descrivere le situazioni presenti, di realtà familiare nonché del trapassato prossimo utilizzato per indicare un ragionamento compiuto, per inquadrare in una determinata dinamica temporale uno specifico ragionamento, di una prosa fluente, frasi brevi.
Molteplici sono anche i riferimenti a Proust, Verlaine, Croce, ma anche a Pavese che “arrivava da noi mangiando ciliegie [..] quelle ancora piccole e acquose, che avevano, lui diceva «sapore di cielo» p. 146”, Pitigrilli, Turati, Adriano Olivetti, Leone Ginzburg, Einaudi (e la relativa nascita della casa editrice), Fermi, e tutti gli altri protagonisti di quella che è stata l’Italia della prima metà del Novecento. Soprattutto relativamente a Cesare Pavese chiaro è il legame di amicizia intercorrente tra la nata Levi e quest’ultimo, non nascondo di aver sinceramente apprezzato alcuni passaggi ad esso relativi.
E’ uno scritto che può piacere come non, non faccio mistero di averlo trovato a tratti freddo, distaccato, malinconico, incompleto ma anche di averne apprezzati altrettanti aspetti, tra questi la prospettiva descritta capace di trasportare chi legge direttamente negli anni delle persecuzioni razziali, della censura, della paura, della resistenza. A tal proposito piacevole è riscoprire di personalità che ad oggi sono astratte e conosciute dalle nuove generazioni come un ricordo, un mito lontano ed inconsistente. Durante la lettura è interessante apprendere di queste figure, valutarne pregi e difetti, sentirsi al loro fianco, vivendo con i loro occhi della dittatura, della sua ascesa, ma anche della ripresa.
Non indimenticabile, ma sicuramente da leggere.

«Era, il dopoguerra, un tempo in cui tutti pensavano d’essere dei poeti, e tutti pensavano d’essere dei politici; e tutti s’immaginavano che si potesse e si dovesse anzi far poesia di tutto, dopo tanti anni in cui era sembrato che il mondo fosse ammutolito e pietrificato e la realtà era stata guardata come di là da un vetro, in una vitrea, cristallina e muta immobilità. Romanzieri e potei avevano, negli anni del fascismo, digiunato, non essendovi intorno molte parole che fosse consentito usare; e i pochi che ancora avevano usato parole le avevano scelte con ogni cura nel magro patrimonio di briciole che ancora restava. [..] Ora c’erano di nuovo molte parole in circolazione, e la realtà di nuovo appariva a portata di mano; perciò quegli antichi digiunatori si diedero a vendemmiarvi con delizia. E la vendemmia fu generale, perché tutti ebbero l’idea di prendervi parte [..]; ma poi avvenne che la realtà si rivelò complessa e segreta, indecifrabile e oscura non meno che il mondo dei sogni; e si rivelò ancora situata di là dal vetro, e l’illusione di aver spezzato quel vetro si rivelò effimera » p. 165-166

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Lessico famigliare 2013-01-30 17:28:16 pupa
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pupa Opinione inserita da pupa    30 Gennaio, 2013
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Io siamo noi

È l'esposizione ordinata di fatti e avvenimenti del passato dell'autrice quali risultano da un'indagine critica, letteraria e lessicale volte ad accertare sia la verità di essi, sia le connessioni reciproche per cui è lecito riconoscere in essi un'unità di sviluppo. Storia familiare, dunque, della scrittrice in una Torino d'inizio secolo, precisamente il periodo che va dagli anni venti agli anni cinquanta. Natalia, ultima di cinque figli, è la voce narrante che, col fascino della fanciullezza e il rispetto della verità, ripercorre con la mente una successione di avvenimenti passati le vicende dei suoi cari e ne fissa il linguaggio, i motti, i modi di dire e le abitudini radicate. Molti sono i protagonisti, primo tra tutti è il padre Giuseppe Levi: la casa riecheggia delle sue urla e delle sue risate. Tenero e dispotico non tollera le cattive maniere e mal sopporta i modi goffi e impacciati della sua cerchia. Tentare un breve riassunto non è cosa facile: è una storia che ruota su se stessa, proponendo a brevi intervalli lo stesso fraseggio che lentamente conquista il lettore, col risultato di divenirgli intimo, consuetudinario, amichevole e cordiale. Vengono annotate con distacco le liti tra i fratelli, i primi amori della sorella, le leziosità della madre. Casa molto frequentata quella dei Levi: ci vive anche la domestica a volte affiancata da una sarta chiamata dalla padrona di casa per la confezione di abiti. Sono numerosi gli amici di famiglia, tutti quanti chiamati per nome. È un elenco ampio e sorprendente il salotto di casa Levi: riunisce il fior fiore del mondo intellettuale, Torinese e non d'allora. Alla narrazione delle vicende fa da sfondo la storia: si ha l'ascesa di Mussolini, le leggi razziali e la Resistenza. Temi che vengono affrontati con naturalezza e pudore, soprattutto la prigionia del padre e la morte del primo marito della Ginzburg, la quale riesce a conservare freschezza e semplicità tipiche della sua narrativa. Tra autobiografia e memoria il libro è un insieme di ricordi che il trascorrere del tempo rende labili e imprecisi. Viene riprodotto e lanciato un messaggio chiaro da parte dell'autrice a fronte della frantumazione e dispersione familiare causati dalla guerra, dai lutti, dalla separazione e dalla lontananza: quello delle frasi, del linguaggio, di tutte quelle espressioni che sorreggono e fanno riconoscere l'un l'altro i membri del clan. Questa pronuncia di locuzioni ha capacità d'unione , di serenità, d'aggregazione degli antichi rapporti della vita trascorsa, la coscienza di un nucleo familiare che cessa d'esistere, ma grazie alle parole sopravvive nel tempo. È il linguaggio il fondamento della famiglia, esiste finché viviamo, si ricrea e resuscita nei posti più reconditi, impensabili e lontani della terra. È proprio questo messaggio inequivocabile, i nostri fratelli, i genitori, gli amici che sono i testimoni di quello che siamo stati e che ora non saremo più.

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Lessico famigliare 2012-10-31 21:36:00 enricocaramuscio
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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    31 Ottobre, 2012
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Indagine lessicale

Dialetti a parte la lingua italiana, è ovvio, è la stessa per tutti gli abitanti del Bel Paese, così come sono condivisi dall’intera popolazione modi di dire, frasi fatte, frasi celebri e luoghi comuni. Ma ogni piccola comunità fa suoi in particolare certi termini ed espressioni tipiche che appartengono solo a chi ne fa parte e che permettono a questi membri di identificarsi e di riconoscersi tra loro. Ciò accade bene o male in tutte le famiglie e la descrizione di questa sorta di “lessico famigliare” è il pretesto con cui Natalia Ginzburg descrive un lungo pezzo di storia dei Levi, la sua famiglia, raccontandola in prima persona ma con un distacco degno del miglior cronista. Vengono così fuori gli strani aggettivi usati dal padre Giuseppe per apostrofare comportamenti e modi di essere che non gli vanno a genio (negrigure, sempiezzi, sbrodeghezzi), frasi dette da questo o quel parente o amico in una determinata occasione e che, rimaste alla storia, vengono ripetute ironicamente ogni qualvolta si presenta una circostanza analoga (non siamo venuti a Bergamo a fare campagna), giochi di parole (il baco del caco del malo) e via dicendo. Il libro della Ginzburg non si limita però a questa indagine lessicale. In un’Italia alle prese prima con il fascismo e poi con un difficile dopoguerra l’autrice narra vicende più meno importanti della sua famiglia: discussioni, litigi, amori, matrimoni, ma anche l’attiva partecipazione dei suoi membri all’antifascismo e alla resistenza che porterà il padre e i fratelli chi in galera chi in esilio e le interessanti amicizie che frequentavano la casa e in cui si possono annoverare personaggi del calibro di Adriano Olivetti, Felice Balbo, Vittorio Foa, Luigi Einaudi e Leone Ginzburg. Ma particolarmente interessanti risultano i legami con Filippo Turati, che i Levi nascosero e aiutarono a scappare quando era braccato dal regime e con Cesare Pavese, di cui la scrittrice ci offre un romantico e malinconico ritratto e propone una sentita riflessione riguardo la sua morte per suicidio che forse è la parte più bella del libro. Scorrevole e piacevole, questo romanzo permette di rivivere in chiave tutto sommato simpatica un difficile periodo storico del nostro paese e da al lettore lo stimolo per giocare con la lingua e con le proprie abitudini sollecitandolo a fare mente locale sul “lessico famigliare” che usa in casa, al lavoro o con gli amici.

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Lessico famigliare 2012-04-25 17:49:59 Fedra
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Fedra Opinione inserita da Fedra    25 Aprile, 2012
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Semplice, forse troppo...

Lessico famigliare. Quale famiglia non inventa le proprie parole, i propri modi di dire? Con uno stile semplice l'autrice descrive la sua infanzia, quasi come se a parlare fosse una bambina. Poi però la bambina cresce, non può continuare a vedere le cose come se fosse una bambina e invece lei lo fa. E lo stile e il punto di vista rimangono semplici, forse troppo.
Apprezzabile o meno. L' autrice non scrive per il lettore, scrive per se stessa.

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Lessico famigliare 2010-12-03 09:38:51 MATIK
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MATIK Opinione inserita da MATIK    03 Dicembre, 2010
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Lessico familiare.

"Che asino che sei!Che sempiezzi!Che sbrodeghezzi!"....
La particolarità di questo romanzo è che l'autrice racconta la storia della sua famiglia come se lei non facesse parte di tale agglomerato, ma come se fosse stata al di là di un vetro da dove vedeva tutto ciò che avveniva tra le pareti di casa sua (i dialoghi, le discussioni, le sfuriate e grandi risate del papà, la mamma sempre calma e pacata che non riesce mai a portare rancore, i caratteri dei fratelli e delle sorelle tutti gli uni diversi dagli altri..) in un lasso di tempo che va da prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, durante e il periodo immediatamente successivo.
In quella casa ci passano molti personaggi "famosi": Turati, Pavese, Balbo, Adriano e Alberto Olivetti tutti però descritti in modo molto approssimativo. Secondo me sarebbe stato molto più piacevole la lettura se il romanzo fosse stato raccontato soffermandosi di più sui personaggi, il loro modo di pensare, le loro gioie, i loro dolori..
La forza, invece, di questo libro è che ci fa capire che uno durante il corso della vita si può allontanare dalla sua famiglia di origine, ma ci sarà sempre un filo strettissimo che lo lega indissolubilmente a tale ambiente e affetti, basta che nella sua mente riaffiori un "espressione" usata solo fra quelle mura e la magia e fatta!

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Per chi ama le storie di famiglia!
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Lessico famigliare 2010-10-30 15:02:50 ferrarideandre
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ferrarideandre Opinione inserita da ferrarideandre    30 Ottobre, 2010
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un libro per tutti, così complesso che è riuscito

Recensione a Lessico famigliare, Einaudi, Torino 1963-1999
di Natalia Ginzburg.

Alcuni vocaboli e non altri, alcuni modi dire, così come certi argomenti, al pari di un orologio da polso o di qualsiasi altro feticcio di casa vanno a incasellarsi nei ricordi dei componenti del nucleo parentale. E’ così che prende corpo un lessico famigliare. Da un’operazione mnemonica, di recupero linguistico. Che cosa ha fatto Natalia Ginzburg nel suo Lessico famigliare, uscito a stampa nell’ormai lontano 1963 e scritto di getto in pochi mesi poco prima della data di pubblicazione? A messo mano al lessico di casa. Si è attaccata ai tic linguistici uditi in casa dal burbero professore di anatomia che era suo padre, dall’affabile e sbadata casalinga che era la madre, dai fratelli, tutti più grandi di lei, e dalla cerchia dei parenti e degli amici più prossimi, per mettere insieme un concentrato di ricordi che fosse rappresentativo di quella famiglia, sullo sfondo di quarant’anni di storia d’Italia. Grossomodo, dall’avvento del fascismo alla fine degli anni Cinquanta. Si badi, la famiglia Levi (che era il cognome della scrittrice da nubile) non era una famiglia qualunque. Ebreo, professore universitario il padre, cristiana, di estrazione borghese la madre. Il cognato, ovvero il marito della sorella Paola, è Adriano Olivetti, l’industriale a capo della fabbrica omonima, a cui lo sviluppo culturale e sociale di chi lavorava alle sue dipendenze stava a cuore non meno delle sorti economiche dell’azienda, che seppe mantenersi competitiva a livello mondiale anche dopo di lui. Natalia sposerà Leone Ginzburg, intellettuale di prestigio e antifascista che morì in carcere durante la guerra. Insieme i Ginzburg, anche se in tempi diversi, avranno un ruolo di primo piano nelle scelte culturali della Einaudi, condividendo il lavoro con gli altri importanti intellettuali che gravitarono intorno alla casa editrice di Torino. I fratelli di Natalia, dopo aver partecipato attivamente al movimento antifascista, si ritaglieranno ruoli importanti nelle professioni. E fin qui per dire chi erano i Levi e con chi si accompagnavano.
E ora veniamo al lessico. Ci sono le parole e le espressioni ormai diventate celebri, come il “non fare malegrazie” detto dal padre ai figli nell’invitarli di continuo a un maggior contegno, oppure “sei un asino” espressione tipica, sempre del professor Levi, per dare dello screanzato al primo dei figli che gli venisse a tiro. Ma quello che ci ha veramente restituito la Ginzburg scrittrice è farci sentir camminare per casa i Levi, sentirli passare dalle studio, dalle camere da letto al soggiorno per pranzo e per cena, e qui discutere come ogni altra famiglia. Ci ha dato una rappresentazione di vita famigliare attraverso un racconto fatto di espressioni quotidiane, dettagli minimi di vita domestica, amicizie e frequentazioni basate su incontri semplici. Si usciva di casa, si facevano quattro passi lungo corso re Umberto o lungo qualche altra via centrale di Torino e così si incontrava sempre qualcuno. Il tutto, sullo sfondo di eventi nazionali e mondiali tra i più importanti e drammatici del Novecento, eventi che, appunto, sono stati lasciati volutamente sullo sfondo, affinché non appannassero con la loro urgenza storica e psicologica, la naturalezza dei personaggi che li hanno vissuti giorno dopo giorno, momento dopo momento.
Si è scritto, per mano di alcuni degli eminenti recensori di questo fortunatissimo libro, che l’olocausto, ovvero l’evento più drammatico per una famiglia ebrea nel periodo storico di riferimento, non viene praticamente mai nominato direttamente. E anche il fascismo, così come l’antifascismo attivo dei Levi sembrano solo accennati, quasi come fossero stati un banale inghippo per la tranquillità dei membri della famiglia e degli amici più prossimi. Sappiamo che non fu così, ovviamente. Tuttavia nel libro si tace la storia degli accadimenti che sconvolsero il mondo per non togliere naturalezza alle persone chiamate sulla ribalta dell’intreccio narrativo. Vi si accenna soltanto qua e là in riferimento a cosa è capitato a questo o quel personaggio, amico o parente che sia.
Ma il vero capolavoro la Ginzburg l’ha fatto nelle scelte linguistiche e di focalizzazione della voce narrante: la sua voce di bambina, di ragazza, di figlia, di moglie, di madre, di intellettuale scrittrice. Tutte queste voci e i connessi punti di vista sono montati con una costruzione temporale molto movimentata sul piano dell’intreccio, così che Natalia bambina vede e descrive le cose ma poi il commento viene lasciato alla ragazza o alla donna ormai adulta, quando non direttamente alla scrittrice con la sua schietta sensibilità talentuosa, per ritornare ancora alla bambina o alla ragazza che vive l’evento in presa diretta. Il linguaggio della voce che narra si fa mimetico del parlato, del colloquiale e famigliare. La tecnica narrativa utilizzata è quella dell’understatement, ovvero del raccontare senza eccedere nei dettagli, senza voler dire tutto e subito, quanto piuttosto nell’omettere e nel ripulire il racconto in favore di ciò che è veramente essenziale, affinché quello che resta, sia quello che veramente merita di assurgere a valore di simbolo.
Se è vero, parafrasando l’incipit di Anna Karénina, la cui traduzione italiana ancora in circolazione è ancora quella di Leone Ginzburg, che tutte le famiglie felici si assomigliamo, mentre quelle infelici lo sono ciascuna a suo modo, allora un lessico famigliare per diventare veramente unico dovrebbe appartenere a una famiglia infelice. O, meglio a una famiglia infelice a suo modo. Che non necessariamente vuol dire infelice per tutti. Ecco, forse la famiglia Ginzburg era infelice a suo modo e a suo modo felice. La differenza con tutte le altre famiglie e che ora la sua vicenda appartiene alla storia della letteratura mondiale, proprio come quella dei Karénina che ci ha lasciato Tolstoj.

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o vuole leggere Fenoglio, Rigoni Stern per la semplicità apparente e per l'understatement stilistico
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Lessico famigliare 2010-08-26 06:46:51 fumaseidue
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fumaseidue Opinione inserita da fumaseidue    26 Agosto, 2010
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Mi piace il padre

E’ la terza o quarta volta che lo leggo. Ci sono libri che a ogni rilettura ti piacciono di più. Capolavori, si chiamano.
La Ginzburg ricorda la propria famiglia attraverso fatti, luoghi e persone, e nel farlo rievoca con maestria i gesti, le frasi e le parole quotidiane, che diventano quasi più importanti dei fatti. A chi legge sembra di VEDERE la madre che fa il solitario, al mattino, dolce affettuosa colta e incapace di vivere senza una serva, sembra di UDIRE le urla del padre autoritario e dispotico, sembra di RESPIRARE l’aria della montagna dove la famiglia va in vacanza per tutta l’estate, sembra di SENTIRE le parole di una bambina che racconta dei suoi familiari, e questa bambina è l’autrice, con quel suo ricordare le cose più semplici con un linguaggio semplice …. Ma si sa che “una facile lettura è dannatamente difficile da scrivere”
Il personaggio che amo di più è il padre Giuseppe: impulsivo, iroso, inflessibile, caparbio, ma in fondo tenero, di quella tenerezza timida e, quasi per necessità di difendersi da essa, rivestita di rudezza. Indimenticabili i modi di dire di questo professore di anatomia: “Non fate sbrodeghezzi! Non fate potacci! Non siete gente da portare nei loghi!” (in caso di maleducazione a tavola) “Quel tipo mi è sembrato un bel sempio!” (giudizio su una nuova conoscenza) “Che sempia che sei! Che asina!” (complimenti alla moglie) “Voi vi annoiate perché non avete vita interiore!” (ai famigliari) “ M’importa assai a me di morire!” (quando si rifiutava di scendere nei rifugi antiaerei).
Mi piace perchè è una persona autentica, coraggiosa, coerente, che non si fa condizionare, che non teme il giudizio altrui. Mi piacciono gli uomini così: con grandi difetti e grandi virtù. Mio padre, mio marito, il mio prof di italiano delle magistrali. Non mi affascinano le persone troppo diplomatiche, troppo cortesi, troppo ordinarie, troppo a modo. Quelle che non si arrabbiano mai, che vogliono piacere a tutti e non scontentare nessuno. Quelle che non hanno il coraggio di mostrare anche il proprio lato oscuro.

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Lessico famigliare 2010-08-25 17:50:26 paolodal
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paolodal Opinione inserita da paolodal    25 Agosto, 2010
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Lessico famigliare piacevolissimo

E’ la storia vera della famiglia Ginzburg, la famiglia della scrittrice, tra Milano e Torino. La storia di una famiglia con il padre ebreo, tutti antifascisti, nel periodo tra il fascismo e gli anni 50. Una storia anche movimentata, molti di loro finiscono reclusi nelle carceri fasciste, spesso appoggiano clandestinamente esponenti socialisti (memorabile la fuga di Turati, amico di famiglia, verso la Francia, con tappa notturna a casa loro a Torino). Ma questi fatti importanti, nella loro cornice storica, rimangono da sfondo alle vicende ben piu’ intime e quotidiane della famiglia. Insomma dei pantofolai dalla vita spericolata. Come ogni famiglia, ha un lessico, fatto di frasi fatte e ripetute, ognuno le proprie. Simpaticissimo il padre, gran personaggio, con tutta la sua filosofia di vita e definizioni relative. Simpatici tutti, la madre, i fratelli e le sorelle, ognuno col suo carattere, ognuno con la sua parte di parole, definizioni, giudizi.... piano piano si entra nel linguaggio della famiglia, e, finito il libro, talvolta viene da usare qualche loro espressione!

‚’Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice e’ infelice a suo modo.’’ Lev Tolstoj.

Libro da leggere assolutamente in casa, si consiglia di attendere l’autunno per avere un’atmosfera piu’ indicata. Meglio dopo aver mangiato una pasta fatta in casa condita con olio e tartufo nero a scaglie sottili (piatto un tempo popolare), accompagnata da un vino Bonarda dell’Oltrepo pavese.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
Consigliato a chi pensa, a torto, che le cose importanti della vita debbano per forza essere fuori dalla quotidianita'
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