Le voci di Marrakech Le voci di Marrakech

Le voci di Marrakech

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Elias Canetti soggiornò per un certo periodo a Marrakech, nel 1954. Il grande lavoro su "Massa e potere" era giunto a un momento di stasi e lo scrittore sentiva il bisogno di nuove voci, di voci incomprensibili, come quelle che lo avvolsero nella splendida città marocchina. Vagando per i suk, per le strette vie, per i mercati e le piazze, fra cammelli, mendicanti, donne velate, cantastorie, farabutti, ciechi e commercianti, Canetti capta forme e suoni: "gli altri, la gente che ha sempre vissuto là e che non capivo, erano per me come me stesso".



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Le voci di Marrakech 2020-07-23 05:17:42 siti
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siti Opinione inserita da siti    23 Luglio, 2020
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SUGGESTIONI

Brevi racconti, singole suggestioni, un insieme di voci a captare la vera anima del Paese nel quale si soggiorna, questo l’esito letterario di un soggiorno che Elias Canetti fece in Marocco nel 1954 al seguito di una troupe cinematografica. Una città in particolare, Marrakech, crocevia di uomini, mercato di cammelli, piazza mercantile: i suk, le segrete abitazioni, le donne velate, gli uomini operosi, un rincorrersi di voci e di silenzi. Ma anche i mendicanti, i bambini a frotte, il marabutto e i suoni a intessere storie. Una fusione perfetta, a cornice le suggestioni visive tutte meravigliosamente riportate da una prosa a tratti lirica, capace di intrecciare il substrato del vissuto personale e la storia che lo connota con la particolarità del luogo nel quale ci si trova. Esempio ne sono le pagine nelle quali viene riportata l’attività dei cantastorie, pagine che portano a riflessioni intime sul potere della parola parlata su quella scritta con conseguente disprezzo per chi, come lui, ha costantemente bisogno di carta per poter esprimersi e di un sapere freddo e accessorio. È evidente che basta una parola narrata, un epos, ad alimentare l’immaginazione come con gli antichi aedi. Marrakech è anche città di ebrei, nel suo quartiere ebraico della Mellah l’autore assapora, ritrovandole, le sue radici sefardite: “Camminavo più lentamente che potevo osservando quei volti. La loro varietà era stupefacente. C’erano volti che, in abiti diversi, avrei preso per arabi. C’erano i vecchi ebrei luminosi di Rembrandt […]. C’erano gli “eterni ebrei”, su tutta la figura era scritta la loro irrequietezza.”
Un vero e proprio reportage di viaggio che coniuga il dato etnico e antropologico a quello più intimo, di un sentire universale nel quale le voci udite fungono da semplici porte di accesso.

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