La via del ritorno La via del ritorno

La via del ritorno

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Quattro anni trascorsi in trincea, in un inferno di orrori, in un lembo di terra tutta buchi e distruzione, tra brandelli di divise, lampi d'artiglieria e missili che solcano il cielo come fiori colorati e argentei... e poi in un giorno del 1918 ecco, improvvisa, la pace. Niente più mitragliatrici, niente più spari, nessun sibilo di granate. Comincia la ritirata e il ritorno in Germania per Ernst e la sua compagnia. Trentadue uomini, su più di cinquecento fanti partiti all'inizio della Grande guerra. Attraversano la Francia camminando lentamente, con le loro divise stinte e sudicie, i volti irsuti sotto gli elmetti d'acciaio. Magri e scavati dalla fame, dalla miseria, dagli stenti. Anziani con la barba e compagni smilzi non ancora ventenni, coi lineamenti che segnano l'orrore, il coraggio e la fine, con occhi che ancora non riescono a capire: sfuggiti al regno della morte, ritornano davvero alla vita? Lungo la strada incontrano i nemici, gli americani. Indossano divise e mantelli nuovi, scarpe impermeabili e della misura giusta. Hanno armi nuove e tasche piene di munizioni. Sono tutti in ordine. Al loro confronto Ernst e i suoi hanno l'aspetto di una vera banda di predoni. Eppure, una sola parola sgarbata e si lancerebbero all'assalto, selvaggi e sfiatati, pazzi e perduti. Arrivano in Germania di sera, in un grosso villaggio. Qualche festone appassito pende sopra la strada.



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La via del ritorno 2021-10-12 14:12:40 Valerio91
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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    12 Ottobre, 2021
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Le porte di un passato scomparso

Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre fanno una prova: posso dire che il terzo romanzo da me letto di questo scrittore tedesco lo consacra definitivamente, concedendogli un posto d’onore tra i miei scrittori preferiti.
Non c’è nulla che non mi sia piaciuto di questo “La via del ritorno”. Lo stile è quello tipico dell’autore: poetico, evocativo, riflessivo, capace di scuotere mente e cuore allo stesso tempo, come Neri Pozza non fa a meno di mettere in risalto con la marchetta presa dal New York Times che piazza sul retro di ogni sua opera. C’è da dire, però, che trattasi di una delle poche marchette che forse non rendono neanche abbastanza giustizia alla grandezza di un autore probabilmente troppo poco conosciuto a discapito di altri che nemmeno accostabili.
Riguardo ai contenuti, beh, inutile negare che la guerra è la principale tematica intorno alla quale ruotano le opere di Remarque, o almeno quelle che mi sono trovato a leggere finora; ma chi crede che il massimo contributo dell’autore ci sia venuto dal famigerato - ma, ribadisco, non famoso quanto meriterebbe - “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, è invitato a leggere questo romanzo per rimanerne piacevolmente stupito. Certo, vengono riproposte problematiche già affrontate (e tornano anche nomi conosciuti), ma Remarque ha la capacità di affrontarle in modo sempre interessante, profondo, a tratti sublime.
Ma qual è il punto centrale del romanzo?
Il punto centrale è l’idea di patria; un ideale che si dimostra come un qualcosa di totalmente astratto, come un inganno perpetrato dai potenti per portare i deboli a sacrificare la vita in nome dei loro interessi, a cui hanno dato il nome, appunto, di patria. Un concetto che perderà di ogni significato e si paleserà come l’inganno a causa del quale innumerevoli vite sono state stroncate: sui campi di battaglia, ma anche sulla via del ritorno. E un altro punto focale è è proprio la via del ritorno, che una generazione di giovani innocenti si ritrova a percorrere dopo una guerra estenuante, illudendosi che la pace possa riportarli a ciò che erano, solo per rendersi conto che la guerra ha cambiato ogni cosa: tutto può sembrare uguale a uno sguardo superficiale, ma nella sostanza ogni cosa è mutata; o meglio, la guerra ha mutato la percezione di coloro che son tornati indietro, nei quali si sgretola l’illusione di poter bussare alle porte della propria giovinezza e ricominciare da dove avevano interrotto. Nessuno gli aprirà, perché ricominciare non si può: le immagini di quel passato cruento, di quell’intervallo di tempo in cui le licenze non erano altro che “intervalli tra orrore e orrore, tra morte e morte”, non faranno altro che perseguitarli giorno e notte, annullando per molti qualsiasi possibilità di ripartire. Straziante è il destino di coloro che non ce la fanno; di coloro che sono riusciti miracolosamente a non soccombere alle raffiche di spari, alle granate, e che poi non possono che cedere alla follia o al desiderio di morte in mezzo a una pace esteriore che non dà pace interiore. Quella che ci ritroviamo davanti è una generazione distrutta, e solo pochi riescono a trovare quella “via del ritorno” che in fondo è una via del tutto nuova in cui il passato non si dimentica ma si deve affrontarlo ogni giorno, permettendo alla vita di fluire e andare avanti, pur inciampando.

“È passato, penso, tutto è finito. Non perché Adele se la intenda con quel coso nero o con Karl Bröger, non perché mi trovi stucchevole, non perché si sia trasformata, no, ma vedo che io non ho più uno scopo al mondo. Ho girato e girato, ho bussato a tutte le porte della mia giovinezza, desideroso di rientrare, e pensavo che mi dovessero accogliere di nuovo, perché sono ancora giovane e perché ho desiderato dimenticare. Ma la mia giovinezza mi è sgusciata via come una fata morgana, si è infranta senza rumore, si è dissolta come l’esca quando l’ho toccata; non ho saputo raccapezzarmi, qui almeno doveva essere rimasto qualcosa, e ho tentato e mi sono sentito ridicolo e ora sono pieno di tristezza. Ma ora mi accorgo che anche in questo paese della memoria si è scatenata una guerra sorda e silenziosa, e che sarebbe stolto se volessi cercare ancora. Il tempo si è messo di mezzo come un abisso spalancato, non posso tornare indietro, non c’è altro scampo, devo andare avanti; marciare, chissà verso dove, poiché non ho ancora una meta.”

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La via del ritorno 2018-08-02 06:52:45 Renzo Montagnoli
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Renzo Montagnoli Opinione inserita da Renzo Montagnoli    02 Agosto, 2018
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Così in pace come in guerra

Nel 1931, due anni dopo la pubblicazione di Niente di nuovo sul fronte occidentale, appare in libreria La via del ritorno, il secondo romanzo della trilogia sulla Grande Guerra con cui Erich Maria Remarque si propose di evidenziare l’insensatezza della guerra. Se nel primo, che resta giustamente il più famoso, il teatro sono le trincee sconvolte e insanguinate del fronte occidentale, in questo, dopo un primo piccolo capitolo dedicato agli ultimi giorni del conflitto, si parla invece del dopo, cioè di quanto avviene a ciò che resta di una compagnia (trentadue uomini su un totale originario di cinquecento) nei giorni successivi a quello dell’armistizio, al periodo di pace che li attende. Ma sarà vera pace? Sarà possibile praticare subito una netta cesura fra le ore di tormento del fronte e quelle anonime del proprio paese? Purtroppo questi giovani sono segnati indelebilmente dall’atroce esperienza che ha sconvolto la loro gioventù e avrebbero bisogno di trovare persone comprensive, riconoscenti per quanto da loro fatto, disposte ad aiutarli, e invece percorrono le strade di un paese distrutto, affamato, in preda a un’anarchia perniciosa, con la gente che nel migliore dei casi si palesa indifferente, quando invece per lo più è tesa a incolpare questi soldatini per tutte le nefaste conseguenze della sconfitta. E la loro verde età non è motivo per una possibile rinascita, perché le tragiche esperienze li hanno invecchiati, la guerra è entrata in loro come un male subdolo dal quale è assai difficile liberarsi e inevitabilmente, abituati ad anni di cameratismo di trincea, finiscono con l’essere incapaci di ritornare alla situazione ante guerra, rifugiandosi nel conforto - cercato, ma impossibile da trovare - dell’uno con l’altro. La vita così sembrerà sempre di più senza senso, brancoleranno nel buio incapaci di abituarsi a una realtà che li respinge, così che chi è sopravvissuto alla guerra non sopravviverà alla pace. Piano piano i rapporti camerateschi si sfaldano e restano gli uomini, con le loro paure e le loro tragedie personali; c’è chi con difficoltà riuscirà a emergere dalla melma, ma c’è anche chi non vedrà soluzioni, se non quella di lasciare anzi tempo una vita diventata insopportabile. Remarque, più che in Niente di nuovo sul fronte occidentale, si cimenta in una complessa e approfondita analisi psicologica, denotando un talento non comune, e porta agli occhi del lettore una tragedia non dissimile da quella della guerra vera e propria. Per certi aspetti quest’opera è addirittura migliore della precedente perché l’autore, incidendo con precisione l’animo umano, ci pone di fronte alla chiara insensatezza di ogni conflitto, in cui il perdente è sempre colui che vi partecipa direttamente, mentre nulla hanno da temere i politici superbi, i finanzieri avidi e i generali impazienti di arrivare al successo che sono sempre alla base di ogni guerra, che la cercano, che la provocano, che la pongono in atto. Insomma, ci sono uomini e uomini, uomini già sfruttati in tempo di pace e bestie, tali sempre e che nella guerra trovano la loro più ampia e agognata realizzazione.
“Capisci? Nella parola patriottismo hanno pigiato tutte le loro frasi, la loro ambizione, la loro avidità di potenza, il loro romanticismo bugiardo, la loro stupidità, il loro affarismo e ce l’anno poi presentato come un ideale radioso. E noi abbiamo creduto che fosse la fanfara trionfale di un’esistenza nuova, forte, possente.”.
Le pagine di Remarque sono malinconiche, sono quelle di un uomo che ha compreso quanto sia ineluttabile opporsi alla violenza e come la carne da cannone sia sempre tale, in guerra, ma anche in pace.
La via del ritorno è semplicemente un capolavoro.

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Niente di nuovo sul fronte occidentale, di Erich Maria Remarque
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