Narrativa straniera Romanzi storici Tutta la luce che non vediamo
 

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Tutta la luce che non vediamo

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Romanzo vincitore del Premio Pulitzer 2015. È il 1934, a Parigi, quando Marie-Laure, una bambina di sei anni, scopre di essere destinata alla cecità per il resto della vita. Ne ha dodici quando i nazisti occupano la città, costringendo lei e il padre a trovare rifugio tra le mura di Saint-Malo, in Bretagna. Qui, Marie-Laure dovrà affrontare una nuova oscurità. La stessa in cui, in un orfanotrofio della Germania nazista, vive Werner, un ragazzino con una curiosità esuberante. Quando mette le mani su una vecchia radio, scopre di avere un talento naturale nel costruire e riparare lo strumento di guerra più strategico, un dono che si trasformerà nel suo lasciapassare per accedere all’accademia della Gioventù hitleriana e poi partire in missione per localizzare i partigiani. I destini opposti di Werner e Marie-Laure convergono e si sfiorano in una limpida bolla di luce.

Recensione della Redazione QLibri

 
Tutta la luce che non vediamo 2015-07-01 18:16:07 Vincenzo1972
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Vincenzo1972 Opinione inserita da Vincenzo1972    01 Luglio, 2015
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Aprite gli occhi..prima che si chiudano per sempre

Premio Pulitzer 2015 per la narrativa! Signori, si tratta di un premio di tutto rispetto, forse una delle più prestigiose onorificenze in ambito letterario a cui uno scrittore possa ambire, basterebbe forse citare alcuni grandi capolavori che ne sono stati insigniti, da 'Il vecchio e il mare', 'Il buio oltre la siepe', sino al più recente 'Pastorale americana'.
Insomma, siamo sicuramente di fronte ad un romanzo che obiettivamente non può deludere le aspettative della stragrande maggioranza dei lettori; un pò come quando viene assegnato il primo premio ad un concorso di bellezza.. per quanto la bellezza fisica, come quella 'letteraria', sia suscettibile del gusto personale e soggettivo di ognuno di noi, difficilmente la vincitrice di quei concorsi potrà apparire 'brutta' agli occhi di qualcuno; al massimo, potrebbe non essere considerata 'perfetta', perchè magari uno nota uno sguardo poco incisivo, altri un sorriso poco smagliante... ma sono comunque dettagli che non inficiano o sminuiscono di molto il giudizio unanime.
Ecco, lo stesso potrei dire per questo romanzo, sicuramente un ottimo romanzo, con un stile di scrittura molto fluido ma che palesa al contempo una scelta accurata delle parole, volta a creare un alone di poesia che impregna ogni singola pagina del libro: si ha spesso la sensazione che l'autore voglia aiutare chi legge a percepire lo stato d'animo dei protagonisti provando a ricrearlo e trasmetterlo nella descrizione dell'ambiente, dei suoi suoni e colori, soprattutto i colori direi.
E se tenete conto che la trama si svolge durante la seconda guerra mondiale, a cavallo del D-Day, è facile intuire che i colori predominanti siano quelli più grigi e cupi, persino la primavera appare spesso spenta e sbiadita, e i suoni siano quelli più assordanti delle bombe o i sibili incisivi ed istantanei dei proiettili dei cecchini.
La guerra, sicuramente, c'è nel romanzo.. ma non ci sono vincitori, non ci sono vinti, non si punta il dito contro il tedesco o contro l'americano, non c'è politica e non si sventolano bandiere ideologiche di alcun tipo: c'è bensì la constatazione che la guerra è un male per tutti, il sangue dei caduti è rosso, sempre, indipendentemente dal paese per cui si combatte, e l'anima dei sopravvissuti è nera, educata solo all'annientamento del nemico e al sacrificio in nome della patria ed infine oscurata dalla violenza subita e perpetrata.
In questo grigiore dominante, spiccano alcuni bagliori di luce.. 'luce che non vediamo', luce che stimola ed illumina il cervello e di conseguenza l'anima, la luce della scienza, del sapere, quella curiosità che sin da tenera età pone mille domande, mille perchè, e l'ostinazione di chi non rinuncia a trovare una risposta, ad indagare, studiare, osservare ed imparare.
"Il cervello è rinchiuso nell'oscurità totale. Galleggia in un liquido trasparente dentro il cranio, senza mai vedere la luce. E tuttavia il mondo che costruisce nella nostra mente è pieno di luce. Trabocca di colore e movimento. E dunque, come fa il cervello, che vive senza uno sprazzo di luce, a costruire per noi un mondo pieno di luce?"

E' questa luce che caratterizza entrambi i protagonisti del romanzo, Marie-Laure e Werner, che l'autore ci presenta inizialmente quando ancora bambini: Marie-Laure vive a Parigi, col padre, la madre persa a pochi anni dalla nascita così come la sua vista, a sei anni infatti i suoi occhi si spengono ed il mondo intorno a lei diventa improvvisamente buio; Werner invece è un ragazzino e vive con la sorella in un orfanotrofio in un paesino della Germania nazista, vicino a quelle miniere di ferro che rappresentano l'unica fonte di lavoro e sostentamento per gli uomini del paese e dove spesso loro stessi trovano la morte.
Li vediamo crescere, le loro infanzie procedono su binari inizialmente paralleli, anche se si intuisce sin da subito che sono destinati ad incrociarsi: Werner, grazie alla sua fervida intelligenza, scopre tutti i 'misteri' racchiusi in quella scatola magica che è la radio, sino a diventare un vero esperto di elettronica, inducendo poi un ufficiale tedesco che ne percepisce le potenzialità a favorirne l'ingresso nella prestigiosa scuola di formazione della gioventu hitleriana; Marie-Laure, costretta ad abbandonare Parigi, ormai sotto l'assedio dei tedeschi, e a rifugiarsi col padre nella cittadina bretone di Saint-Malo trovando ospitalità presso la casa del prozio Etienne, dove rimarrà anche quando il padre sarà costretto ad abbandonare quel paese.
E mentre Werner trova conforto nella scienza, si concentra sullo studio delle onde elettromagnetiche per non lasciarsi soffocare dalla triste realtà che lo circonda, la 'luce' di Marie-Laure è nella sua passione per i libri, libri di avventura, libri che raccontano mondi inesplorati e ricchi di misteri della natura ancora da svelare e studiare... 20000 leghe sotto il mare, che Marie-Laure leggerà instancabilmente con le sue dita, solcando ogni singola parola della versione stampata per non vedenti, superando così con l'immaginazione i limiti imposti dalla sua cecità.
E' questa la forza della 'luce che non vediamo'... è la caparbietà che la tiene viva e che alimenta la speranza in un mondo migliore, la scienza come veicolo di progresso e sviluppo e non come strumento di morte.
E' un aspetto questo che si ripresenta spesso nel romanzo; a titolo di esempio, vi cito il riferimento frequente alla triangolazione delle onde radio, tecnica efficace in tempi di guerra nell'individuare sorgenti nemiche da disintegrare e al contempo basilare nello sviluppo delle attuali reti GSM (come accennato nel capitolo finale del libro). Analogamente, ritengo sia da interpretare sempre in quest'ottica l'introduzione nella trama della leggenda del Mare di Fiamma, un diamante di rara bellezza custodito nel museo parigino dove lavora il padre di Marie-Laure e che la tradizione vuole soggetto ad un'antica maledizione, a causa della quale il possessore gode di immortalità ma chi lo circoda è destinato ad una morte precoce.
Persino a fine lettura, ho avuto difficoltà a capire per quale motivo l'autore abbia arricchito la trama intessendo le vicende dei personaggi intorno a tale pietra, la stessa vita di Marie-Laure sarà in pericolo proprio a causa di un ufficiale tedesco che ricerca il diamante da anni sperando che la sua 'magia' sia vera e possa difenderlo dal tumore che gli ha invaso il corpo: inizialmente ho ipotizzato che sia stata una scelta 'stilistica', dettata dal desiderio di dare un tocco più 'avventuroso' alla storia; mi piace però pensare che l'autore abbia voluto mettere in contrapposizione la 'luce' visibile del Mare di Fiamma, irrazionale, basata sulla magia e sulla superstizione, con quella 'invisibile' della ragione e della scienza.

Per concludere, volendo trovare un difetto al vincitore del premio Pulitzer, ho notato solo una certa ripetitività in alcuni capitoli, soprattutto quelli in cui l'autore indugia maggiormente nel mettere in risalto il distacco forzato di Marie-Laure dal padre e del giovane Werner dalla sorella nell'orfanotrofio; ecco, direi che in alcuni punti del romanzo l'eccesso di 'poesia' sembra quasi correre sul filo della leziosità.
Ma, come già scrivevo all'inizio, si tratta di piccole imperfezioni che sicuramente non alterano la 'bellezza' di questo romanzo.

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Tutta la luce che non vediamo 2018-10-14 13:53:40 Pelizzari
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Pelizzari Opinione inserita da Pelizzari    14 Ottobre, 2018
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Lento e trascinato

Siamo nel periodo della seconda guerra mondiale. A capitoli alterni conosciamo la storia di una bambina e di un ragazzino. La bambina è Marie-Laure, affetta da una malattia degenerativa che, ben presto, la rende cieca. Lei è di una dolcezza infinita e nello stesso tempo molto coraggiosa. Il ragazzino è un’altra anima pura e le loro anime sono destinate ad incontrarsi. Il ritmo della storia è lento e malinconico; è strano questo stile narrativo, cerca come di commuoverti senza però eccedere. Nel complesso il punto di vista della narrazione è originale, perché la guerra è nello stesso tempo sullo sfondo e protagonista; ho però trovato il tutto eccessivamente lento e trascinato nel tempo, al punto da sembrarsi a tratti proprio noioso.

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Tutta la luce che non vediamo 2017-08-31 18:36:34 Renzo Montagnoli
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Renzo Montagnoli Opinione inserita da Renzo Montagnoli    31 Agosto, 2017
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Non mi ha convinto

Il premio Pulitzer non è un premiettino, bensì il più importante premio americano, una vera e propria onorificenza nazionale per il giornalismo, per la letteratura e per le composizioni musicali. Tanto per dare un’idea, nel suo albo d’oro figurano opere come Il vecchio e il mare, di Ernest Hemingway e più recentemente La strada, di Cormac McCarthy. Quindi, dovrebbe essere considerato come un riconoscimento di garanzia di qualità, tanto è vero che in alcuni anni non è stato assegnato.
Tutto questo preambolo ha uno scopo, cioè non è fine a stesso, perché, avendo letto che il Pulitzer 2015 era stato conferito a Tutta la luce che non vediamo, di Anthony Doerr, mi è sorto subito l’interesse per quest’opera, tanto più che nelle brevi e invitanti notizie si parlava di due personaggi, due adolescenti, nella tempesta della guerra su fronti opposti. Non posso dire quindi di avere affrontato la lettura senza entusiasmo, anzi ho esaminato il testo da subito con grande interesse, ma purtroppo, pagina dopo pagina, l’ardore iniziale è andato scemando e non dico che io sia stato pervaso dalla noia, ma che ho cominciato a considerare il libro come uno di quelli che al più consentono qualche ora di svago e se devo essere sincero di questi così ce ne sono tanti, romanzi che non sono, e non hanno nemmeno la pretesa, di essere opere d’arte. Eppure le premesse non mancavano, nel senso che le figure della bimba cieca Marie-Laure Leblanc e del ragazzo orfano Werner Pfennig, che si trovano su fronti opposti, lei francese, lui tedesco membro della gioventù hitleriana, lei in un certo senso partigiana, lui cacciatore di partigiani che trasmettono con la radio sono una base di partenza notevole per sviluppare l’emblema di due giovani a cui la guerra ha negato la gioventù. Se ci poi ci mettiamo qualche personaggio accattivante, come lo zio di Marie-Laure o l’amico ornitologo di Werner ci sono tutti gli ingredienti per raccontare una storia avvincente e c’è anche lo spazio, indispensabile, per dare un tocco artistico all’opera, magari con una condanna ferma senza se e senza ma di ogni conflitto. Dimenticavo, non manca neppure un risvolto giallo, vale a dire la ricerca di una pietra preziosa che si dice benefica per chi la possiede, ma malefica per i suoi familiari, trovata in verità un po’ ingenua e che secondo me se era uno scopo per impreziosire il romanzo ha finito invece per appesantire la narrazione e, a proposito di questa, c’è da considerare il problema di raccontare di due vite parallele. Doerr l’ha risolto come tanti autori, cioè un capitolo a testa, prima uno e poi l’altro e così via, magari alcuni di così poche pagine che non aggiungono nulla per una migliore conoscenza. Purtroppo, nello scrivere di Marie-Laure e di Wener introduce dei salti temporali: una volta si va avanti con gli anni, un’altra si torna indietro, tecnica che francamente non ho capito e che di certo non agevola la lettura. Si tratta di un romanzo che si sviluppa prevalentemente in corso di guerra e che culmina con il bombardamento di Saint Malò; dovevano essere pagine convulse, dal ritmo incalzante, quasi che il lettore dovesse sentire lo scoppio delle bombe e avere la bocca impastata dalla polvere che si leva dalle macerie, e invece no, si continua con un ritmo non letargico, ma comunque blando.
A differenza di molti che hanno giudicato l’opera un capolavoro io la considero invece modesta, per i motivi che ho esposto sopra; leggibile è leggibile comunque, ma con tutte le riserve, in primis con il sospetto, non del tutto infondato, che il premio Pulitzer conferito sia stato un generoso regalo.


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Tutta la luce che non vediamo 2017-02-14 09:14:29 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    14 Febbraio, 2017
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Percezione.

«Vede cose che gli altri non vedono. Che cosa non ha fatto, la guerra, ai sognatori» p. 487

«Aprite gli occhi e guardate tutto quello che potete prima che si chiudano per sempre» ci sussurra, attraverso i suoi personaggi, Anthony Doerr. La sua voce è un invito costante, leggero e penetrante che va ben oltre le parole, che va ben oltre la mera e semplice facciata, che giunge diretto sino al cuore tale è la verità di queste semplici, eppure tangibili, espressioni.
1934. Marie-Laure Leblanc vive a Parigi col padre, fabbro presso il museo del luogo, quando ad appena sei anni perde la vista a causa di una cataratta congenita bilaterale insanabile.
Werner Pfenning, otto anni, orfano, vive con Jutta, la sorella seienne, nell’orfanotrofio tedesco gestito da Frau Elena. Munito di grande intelligenza ed attitudine matematica, ben presto scopre le radio e da quel momento, quelle onde, diventano la sua vita. Studia da autodidatta ed inconsciamente spera di poter fuggire al destino delle miniere, luogo ove sarebbe stato inevitabilmente destinato al compimento del quindicesimo anno di età nonché unica fonte di sostentamento della zona e rea confessa della morte del padre.
L’imminente scoppio della guerra muta le sorti di ciascun protagonista. La ragazza, che pian piano ha imparato a leggere il braille, fugge dalla capitale col padre per recarsi a Saint-Malo, cittadina bretone protagonista storicamente nota per i fatti di guerra occorsi; il giovane, grazie alla sua fama di riparatore, viene notato da un ufficiale e destinato all’Istituto di educazione nazionalpolitica di Schulpforta dove imparerà l’arte militare, i segreti della scienza, ma anche a far fronte ai rumori della coscienza, percepiti, vissuti mediante il tramite di Friedrich, seppur inascoltati, perché ancora non maturo il tempo. Werner che d’altra parte è sempre stato piccolo per la sua età e che badava a sua sorella, di fatto difficilmente si è sottratto ad un compito, difficilmente non ha fatto ciò che ci si aspettava da lui.
Passano gli anni, salti temporali ci aiutano a ricostruire la loro storia, il loro cammino, il loro inevitabile fugace incontro. E non vi è odio né giudizio, in queste pagine, ma soltanto consapevolezza. La prima sensazione che viene percepita dal lettore è proprio questa assenza, si fa rapire dai fatti, dalle voci narranti, si immedesima in ciascun protagonista, eppure non giudica né il tedesco né il francese. Empaticamente li comprende, tanto che la sofferenza da ciascuno provata, diventa sua. Propria, unica, intima. Passo dopo passo scopre un volto nuovo del Secondo conflitto Mondiale, riflette su una semplice costante: la guerra, da qualsiasi parte la si osservi, da qualsiasi fronte la si combatta, non porta mai vincitori, ma solo vinti. Perché il prezzo da pagare è sempre alto, e si conta in vite umane che prima di essere strappate al loro ultimo alito, al loro ultimo respiro, affrontano un percorso di dolore e privazione che è sempre peggio della morte in sé. Perché alla fine dei giochi, “il sangue è sempre rosso”. E questa distanza dal giudizio, questa assenza di preconcetti, di colpevoli ed innocenti, induce alla riflessione.
Ma “Tutta la luce che non vediamo”, non è solo questo. Partendo da detto presupposto dipana la sua forbice attraverso due protagonisti così diversi e così eguali, entrambe giovanissimi, entrambe attaccati alla loro valvola di sfogo – la lettura, lei; la radio lui – pur di sopravvivere, pur di andare avanti e convivere con il malessere. Ella, con i libri, fa fronte alla solitudine determinata dall’assenza del padre di cui si perdono le tracce una volta che viene arrestato in quel che doveva essere un breve soggiorno a Parigi. Con questi vive, vede, supera il limite dei non vedenti, è parte integrante di quel romanzo, “Ventimila leghe sotto i mari”, che l’accompagna per tutti quegli anni di nascondiglio. Lui, con le sue onde radio, cerca di non pensare al conflitto, alle parole della sorella che ha sempre visto, che ha sempre saputo, si interroga sul giusto e sullo sbagliato, prende consapevolezza di quel che lo circonda ma soltanto sul finale trova il coraggio di staccarsi da quel che gli altri gli dicono di fare, da quel che gli altri si aspettano che faccia, per essere individuo e non truppa. Per essere persona che medita e ragiona e non mero esecutore di comandi.
Ed è proprio nell’epilogo che questo messaggio arriva travolgente, irrefrenabile. Perché la vita va avanti, il suo flusso è inarrestabile, il tempo passa, il passato non perdona, il ricordo non abbandona. Non ci sono vincitori, non ci sono vinti, ma sopravvissuti. Ognuno col suo bagaglio di fantasmi, ciascuno con la sua perdita, cadauno con le sue colpe.
Avvalorato, infine, da un’alternanza di voci e spazi temporali, passando altresì dalla Francia alla Germania, dal 1934 al 1944 e successivi, il premio Pulitzer 2015 Anthony Doerr, ci regala un romanzo di tutto rispetto, un’opera che alla sua conclusione manca, un elaborato che nella sua semplicità rivela verità concrete, uno scritto che si fa vivere dalla prima all’ultima pagina. Indelebile.

«Segui il percorso logico. Per ogni effetto c’è una causa, per ogni frangente una soluzione. A ogni serratura la sua chiave. Puoi tornare a Parigi, puoi rimanere qui, puoi proseguire.» p. 114

«”Quando ho perso la vista, Werner, mi hanno detto che ero coraggiosa. Quando se né andato mio padre, mi hanno detto che ero coraggiosa. Ma il mio non è coraggio; non ho scelta. Mi sveglio e vivo la mia vita. Tu non fai lo stesso?”
“No, da anni. Salvo oggi. Oggi forse l’ho fatto”» p. 456

«[..] Il tempo è una pozza rilucente che ci portiamo fra le mani; bisognerebbe usare ogni energia per proteggerla. Combattere, impegnarsi davvero per non perderne nemmeno una goccia» p. 462

«Che grandi navette di anime possano volarsene in giro, fioche ma udibili se si ascolta con sufficiente attenzione? Fluttuano sopra i comignoli, solcano i marciapiedi, e passano dall’altra parte: l’aria è una biblioteca e un archivio di ogni vita vissuta, ogni frase pronunciata, ogni parola trasmessa, che ancora riecheggia.» p. 509

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Tutta la luce che non vediamo 2016-12-27 16:32:25 Belmi
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Belmi Opinione inserita da Belmi    27 Dicembre, 2016
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La radio: collega un milione di orecchi a un’unica

Il premio Pulitzer del 2015, Anthony Doerr, pubblicò nel 2014 “Tutta la luce che non vediamo”, uno dei libri più venduti di quell’anno. Il successo, dal mio punto di vista, è stato proprio meritato e posso dire che il premio gli è stato giustamente conferito.

I protagonisti sono due, da una parte troviamo Marie-Laure, una ragazzina francese che all’età di sei anni perde la vista; dall’altra parte troviamo il giovane Werner, un orfano tedesco. Siamo nel 1934 e se da una parte si pensa che la guerra non potrà più tornare, dall’altro c’è un paese che cova vendetta. L’autore decide di alternare i due protagonisti dando la possibilità di poter confrontare i vari momenti salienti. Per non farci mancare niente, alterna anche presente e passato.

Se da un lato vediamo la piccola Marie-Laure che combatte con la sua cecità “Che cos’è la cecità? Dove dovrebbe esserci un muro, le sue dita non trovano niente. Dove non dovrebbe esserci niente, la gamba di un tavolo le apre il solco in uno stinco. Le auto ruggiscono per strada; le foglie mormorano nel cielo; il sangue le fruscia nell’orecchio interno”; dall’altro c’è Werner, che scopre la sua passione per la radio “Aprite gli occhi, conclude l’uomo, e guardate tutto quello che potete prima che si chiudano per sempre, e poi un pianoforte attacca a suonare un brano malinconico che a Werner fa l’effetto di una barca d’oro..”.

Non voglio aggiungere altro sulla trama, questo è un libro che va scoperto, quello che posso dire e che se vi aspettate una grande storia d’amore o qualcosa che pensate sia prettamente femminile, vi sbagliate. Qui si parla di guerra e di due vite che si mettono in gioco. Si parla di tedeschi e francesi, soprattutto di quelli che sono dietro le quinte e anche di un padre che vive per la figlia.

Lo stile dell’autore è veramente sublime, l’unica cosa su cui posso fare un appunto è forse la scelta di cambiare continuamente scenario. Nell’arco di poche pagine, dalla Francia ci ritroviamo in Germania. I passaggi sono così netti e rapidi e sinceramente degli intervalli maggiori, invece di danneggiare l’opera, avrebbero dato un po’ di respiro al lettore. Per il resto non posso far altro che consigliarlo. Sulla guerra si è scritto tanto, questo libro la affronta in maniera più personale; è la vita dei protagonisti il vero fulcro, una vita che si evolve e che fa capire che: “”Il tuo problema” fa Friedrich “è che credi ancora che la tua vita sia tua””.

Vi lascio due estratti davvero molto significativi:

“Jutta bisbiglia: “Oggi hanno cacciato una mia compagna dalla conca dove facciamo il bagno. Inge Hachmann. Non potevamo farci fare il bagno con una mezzosangue, hanno detto. Non era igienico. Mezzosangue, Werner. Ma non siamo mezzosangue pure noi? Non siamo mezzi della mamma e mezzi del papà?””.

“Naturalmente bambini, il cervello è rinchiuso nell’oscurità totale, dice la voce. Galleggia in un liquido trasparente dentro il cranio, senza mai vedere la luce. E tuttavia il mondo che costruisce nella nostra mente è pieno di luce. Trabocca di colore e movimento. E dunque, bambini miei, come fa il cervello, che vive senza uno sprazzo di luce, a costruire per noi un mondo pieno di luce?”.

Buona lettura!!!

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Tutta la luce che non vediamo 2015-12-18 19:08:46 Gondes
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Gondes Opinione inserita da Gondes    18 Dicembre, 2015
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TUTTA LA LUCE CHE NON VEDIAMO

Mi trovo in difficoltà a commentare un romanzo, vincitore del premio Pulizer 2015, che purtroppo non mi ha soddisfatto in pieno.
Probabilmente le mie aspettative erano ancora maggiori per il semplice fatto che stiamo parlando di un libro che è stato premiato con uno dei riconoscimenti più importanti della narrativa.
La storia raccontata nel libro è sicuramente molto originale e ben ancorata al periodo storico in cui è ambientata e cioè alla seconda guerra mondiale.
Anche sotto l’aspetto storico-ideologico, l’autore non lascia trasparire nessuna opinione personale, lasciando quindi spazio alla pura narrazione; bravo anche ha non fare prevaricare gli eventi storici sulla trama del libro.
La storia è quella di due ragazzi che vivono la loro vita a qualche migliaio di chilometri di distanza, ma che il destino e la guerra li faranno incontrare, quasi per caso nel 1945 a Sant-Malo in Francia a pochi mesi dal D-day.
Marie Laure è una ragazzina non vedente, che vive con il padre, custode di un museo parigino che sarà costretta a lasciare la sua città per mettersi al riparo dalle persecuzioni naziste.
Werner invece è un ragazzo tedesco, con la passione per la radio, cresciuto insieme alla sorellina in un orfanotrofio in Germania che grazie ad una serie di circostanze diventerà partecipe e complice di una guerra che non capisce.
Proprio la radio sarà il comune denominatore che unirà le vite di questi due ragazzi, che si troveranno a combattere la stessa guerra, ma su due sponde opposte. Quella dei partigiani francesi per Marie Laure e quella dell’esercito Tedesco per Werner. Ad entrambi verrà chiesto il proprio contributo per aiutare il proprio paese in uno dei conflitti più sanguinosi della storia.
E’ normale che quando ci si avvicina ad un nuovo autore serve qualche pagina di “rodaggio” per adeguarsi allo stile di scrittura, ma in questo caso non sono riuscito, anche dopo aver terminato la lettura, ad entrare in sintonia con questo autore.
La lettura mi è risultata difficile e spezzettata con capitoli esageratamente brevi che non mi hanno dato la possibilità di “gustare” in pieno la narrazione. Molte situazioni raccontate mancano del giusto spazio per sviluppare nel migliore dei modi la storia.
Questo non è sicuramente uno di quei libri dove lo stile di scrittura risulta subito fruibile, ma comunque l’originalità della storia raccontata è un componente molto importante e da valore alla lettura.

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Tutta la luce che non vediamo 2015-12-18 05:26:28 Mario Inisi
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Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    18 Dicembre, 2015
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Il coraGGIO DEL CAPITANO nEMO

Questo libro mi è sembrato molto poco americano, quasi di gusto europeo per l'attenzione ai particolari e una certa ricerca di raffinatezza nello stile. E' un libro bello in cui la bellezza allontana un po' dal contenuto raffreddando la lettura benchè alcuni personaggi come Werner e la piccola Marie Laure sembrano fatti per entrare nel cuore del lettore.
Comunque alcune idee sono belle per esempio il paragone implicito con il capitano Nemo con la sua lotta coraggiosa di Davide contro Golia con i mostri marini che assomiglia alla lotta di Marie Laure e famiglia contro il mostro storico del nazismo.
Certamente il fatto che la ragazzina sia cieca rende il lettore molto più vicino a lei. Anche Werner, il bambino sedicenne mandato in guerra o il suo amico sono belle figure. L'idea di dare la colpa al diamante delle sfortune della ragazza/nazione non è male.
Però fondamentalmente l'ho trovato un testo un po' troppo bello e letterario e distante dalla storia che racconta. Più sensibile alla bellezza che al destino dei personaggi con l'eccezione di alcune pagine su Marie Laure.

"Quando torno leggiamo. Lo finiamo insieme."
Lei cerca di imporre alla mente di riposare, di imporre al respiro di rallentare. Cerca di non pensare alla casetta che adesso sta sotto il suo cuscino e all'enorme peso che contiene.
"Etienne" sussurra, "ti ha mai dato fastidio il fatto che siamo venuti qui? Che mi hanno mollata a te e tu e madame Manec mi avete dovuta accudire? Ti è capitato di pensare che io avessi portato un meledizione nella tua vita?
"Marie Laure" risponde lui senza esitare. Le stringe una mano con entrambe le sue. "Sei la cosa più bella che sia mai entrata nella mia vita."
Sembra che nel silenzio si stia accumulando qualcosa, una marea, un frangente che drizza la cresta. Ma Etienne si limita a dire per la seconda volta:"Riposa e quando ti sveglierai sarò tornato" e lei conta i passi che scendono le scale.

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Tutta la luce che non vediamo 2015-11-17 09:23:10 ferrucciodemagistris
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ferrucciodemagistris Opinione inserita da ferrucciodemagistris    17 Novembre, 2015
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Oltre la percezione

E’ immenso il patrimonio letterario su ciò che fu la seconda guerra mondiale, con la sua crudeltà, disperazione, innumerevoli tragedie e disastri, profonda miseria, disumanizzazione e morte devastante. Il presente romanzo ha una sua peculiarità: racconta la vita parallela di due ragazzi, Marie-Laure e Werner, durante l’arco temporale decennale tra il 1934 e circa due mesi dopo il famoso D-day del 6 giugno 1944.

Le vicende dei due ragazzi hanno luogo in nazioni e contesti completamente diversi; Marie-Laure è una bambina non vedente che trascorre la fanciullezza a Parigi, senza la presenza materna, per poi trasferirsi insieme al padre, durante il periodo bellico, nella cittadella fortificata di Saint Malò in Bretagna; Werner è un orfano che vive, insieme alla sorella, in un istituto della Germania dove riesce a sviluppare le sue capacità per la nascente elettronica di quegli anni.

Le loro esistenze si svolgono su due rette parallele; ognuno ha le sue vicissitudini e accadimenti che li aiutano a crescere in ambienti difficili, spesso ostili, dove la creatività e la curiosità sono principali artefici che attenuano il dolore e le privazioni subite.

Due vicende separate la cui narrazione è alternata per quasi tutto il romanzo; l’unico punto d’incontro, di queste rette parallele che iniziano a convergere, si ha in un determinato momento della guerra più cruenta che causa una decisiva svolta nelle loro vite.

Capitoli molto brevi, profondità di pensiero, dettagli narrativi caratterizzanti personaggi e luoghi…sono questi gli elementi precipui di un romanzo triste, drammatico ma che esalta la determinazione e l’incisività per poter sopravvivere alle miserie psico-fisiche che la guerra impone a qualsiasi individuo, specialmente se si tratta di adolescenti.

Un riferimento alla fisica: qual è tutta la luce che non vediamo? Essa è rappresentata da tutto quello spettro di frequenze al di fuori di uno stretto settore, dove la luce è percepita dalla nostra retina nei suoi innumerevoli colori. Non ci è dato sapere, con i soli nostri mezzi umani, cosa c’è oltre l’ultravioletto e l’infrarosso, possiamo solo immaginare colori sconosciuti o chissà cos’altro…chissà come sarebbe divenuto il mondo se la guerra non avesse avuto luogo!

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Tutta la luce che non vediamo 2015-09-03 20:36:48 paola melegari
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paola melegari Opinione inserita da paola melegari    03 Settembre, 2015
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Il mare di fiamma

Il romanzo inizia nel 1934, si sviluppa a lungo durante la seconda guerra mondiale e concede un breve epilogo nel 2014.
I protagonisti sono quasi tutti persone molto interessanti .
Parigi, Marie Laure, è una bimba orfana di madre, capelli rossi, lentiggini, a soli sei anni la sua vista si sta deteriorando, ben presto diventerà cieca.
Il padre Etienne Leblanch, è il primo fabbro di serrature del museo nazionale di storia naturale.
Adora la sua Marie, escogita ogni stratagemma possibile per renderle la vita più facile.
Costruisce per lei un quartiere in miniatura, per consentire alla piccola di memorizzare case ed ostacoli,
la porta con sé al museo dove le è consentito visitare le varie sale, potendo toccare conchiglie ed oggetti di vario genere, per stimolare la sua curiosità e il suo tatto.
Le insegna a leggere con le dita, le regala libri d’avventura in Brail, rendendola così felice nonostante il suo andicap.
Nel 1940, durante l’invasione dell’esercito del Reich i Leblanch fuggono da Parigi rifugiandosi a Saint-Malo
presso uno zio. (qui ringrazio caldamente l’autore per non essersi dilungato eccessivamente nella descrizione dell’esodo dei parigini)
A cinquecento km da Parigi, a Zollverein , Werner e la sorellina Jutta sono in orfanatrofio, il loro padre è stato inghiottito dalla miniera. Werner scopre , dopo aver trovato una radio rottame, di avere delle notevoli capacità nel riassemblare i pezzi , ridando loro la vita. Questa sua dote sarà sfruttata quando entrerà all’Accademia della Gioventù Hitleriana, dove spiccherà per la sua intelligenza.
I destini di Marie e di Werner si incroceranno, complici le radio, strumenti che hanno permesso l’intrattenimento di giovani menti curiose, consentito alla guerra di incalzare maggiormente, ma anche alla resistenza di difendere e contrastare il nemico.
Attraverso continui balzi temporali ci troviamo, ora sotto un Hotel bombardato dove si trova Werner con i suoi commilitoni, poi in Russia a stanare radioamatori indefessi , ora nella soffitta dove Marie e lo zio mandano messaggi in codice, poi nell’orfanatrofio…
Una pietra preziosa ‘’ Il mare di fiamma’’, protagonista involontaria delle vicende dei protagonisti, portata in salvo dal Museo di Parigi, che una giovane cieca ha protetto sagacemente affinchè non finisca nelle mani Naziste.
Le descrizioni meravigliose di Marie che attraverso il tatto l’udito e l’olfatto vede con la ‘’luce che non vediamo’’, con la sua sensibilità di figlia che adora il proprio padre e che ne viene ricambiata con un amore dolcissimo pieno di attenzioni e di gesti davvero teneri e commuoventi.
Insomma a me è davvero dispiaciuto, mi sono proprio intristita all’idea di aver terminato le pagine bellissime di questo libro, come sempre mi accade quando un romanzo mi prende.
Come tutte le letture interessanti, anche questa mi ha fatto capire qualcosa.
Mi ha avvicinato ad un giovane tedesco, che aveva davanti a sé solo la prospettiva di diventare minatore, servendo così la sua patria.
Diventando soldato dell’esercito tedesco a soli sedici anni, con i suoi dubbi e le sue debolezze, passerà oltre la sua coscienza pur consapevole delle malvagità che si stavano compiendo intorno a lui , per inseguire la sua chimera.
Mi sono sempre chiesta come poteva succedere che un bravo ragazzo potesse poi diventare un soldato spietato, e qui mi sono potuta avvicinare a quella realtà.
Per questo ringrazio l’autore.
Premio Pultizer 2015- consigliatissimo-

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Tutta la luce che non vediamo 2015-07-23 16:20:54 Anna_Reads
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Anna_Reads Opinione inserita da Anna_Reads    23 Luglio, 2015
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Ascoltare i colori,toccare i suoni,sentire la luce

Tutta la Luce che non Vediamo – Anthony Doerr, 2014

Se non avessi letto la recensione che mi precede, qui, non mi sarei mai avvicinata a questo libro. Colpa del titolo, che me lo aveva fatto immediatamente collocare nel genere “Melò” (genere che – a dir poco – non amo).
Il romanzo narra, attraverso la storia dei due protagonisti, Werner e Marie-Laure gli anni della seconda guerra mondiale (quelli precedenti funzionano a mo’ di introduzione e quelli successivi servono a sciogliere la vicenda e sono – secondo me – quelli riusciti meno).
Marie-Laure vive a Parigi con il padre e a sei anni, in breve tempo, diventa cieca. Il padre, custode al Museo Nazionale, per aiutare la sua bambina, le “insegna” gli altri sensi, in particolare il tatto.
Costruisce per lei un modellino precisissimo, in legno, del loro quartiere e attraverso quello, i rumori, i suoni, gli odori e la memoria cerca di renderla il più autonoma possibile.
Non solo.
Quando la guerra, anni dopo, li costringe a trasferirsi a Saint-Malo, presso il bizzarro zio Etienne, il papà ricrea il modellino in legno dell’intera città corsara.
E questo farà di Marie-Laure un’audace, saggia, piccola partigiana.

Werner e la sorellina Jutta vivono in Germania, in un distretto minerario, ospiti, come tanti figli di minatori morti, in un orfanotrofio gestito da Frau Elena – alsaziana - che fa del suo meglio, con il nulla a sua disposizione, per alleviare le sofferenze dei piccoli.
Werner possiede quell’istinto e quella sapienza che non saprei definire altro che téchne, mentre Jutta e una bambina a cui non si può mentire.
Affamati ed infreddoliti, una notte che passano ad armeggiare con una vecchia radio rotta rimediata fra i rifiuti, Werner e Jutta captano prima una musica. Poi una voce.
Una voce che, in francese (che i fratellini conoscono grazie a Frau Elena), spiega ai bambini i prodigi della scienza.
Tutte le notti si alzano per ascoltarla e il suo messaggio finale: «Aprite gli occhi, e guardate tutto quello che potete prima che si chiudano per sempre.» assume una valenza importante nella vita dei fratellini.
Per Werner la radio è la svolta della vita.
Gli permette di studiare, di sfuggire alla fame e al freddo (quelli materiali, almeno) e di diventare – per le sue competenze tecniche “convertite” in militari – un soldato di una certa rilevanza del Reich.
Seppur di malavoglia.
Non voglio spoilerare, ma è chiaro abbastanza presto che Werner (e Jutta) e Marie-Laure sono destinati ad intrecciare un poco i loro destini. Non è (solo) questa la grandezza del romanzo.
C’è la descrizione di una guerra attraverso gli occhi di molti dei suoi protagonisti (uomini, donne, bambini, adulti, civili, militari, tedeschi, francesi), si spazia dalla Francia alla Russia passando per la Germania; viene descritta la distruzione quasi completa di Saint-Malo dell’agosto del 1944 (e sarà perché è la mia città dell’anima, ma quando arrivi a Saint-Malo e la trovi intatta e poi vai a leggere quello che hanno fatto i suoi cittadini per ricostruirla com’era, non puoi fare a meno di empatizzare, perfino con il granito e l’ardesia).
C’è una tematica importante che rivela la devastazione senza senso della guerra.
Ma quello che davvero mi ha colpito e che ho trovato davvero originale, in questo romanzo, è il suo essere, fondamentalmente, una sinestesia.
La sinestesia è una figura retorica che associa due elementi che appartengono a sue sfere sensoriali diverse. Forse la più famosa è «L’urlo nero” di Quasimodo (“Alle fronde dei salici”) in cui abbiamo “urlo” che appartiene all’udito e “nero” che appartiene alla vista.
Questo libro è una sinestesia continua perché racconta di tatto che diventa colore, di suono che diventa vista. Di mani che creano suoni, di suoni che irrompono nel buio e riescono a riportare alla luce. Di voci che diventano onde e che con le mani si possono afferrare.
Ecco, questa è ciò che ho veramente amato di questo libro: riuscire a ricreare la “sinestesia” della percezione dei colori di una bambina cieca o del suono della radio che arriva a Werner dopo che un’esplosione gli ha danneggiato l’udito.
Anche solo per questo la lettura merita.
Il tema centrale non è certamente originale, alcuni personaggi sono più riusciti di altri e – onestamente – la storia della “gemma maledetta” l’ho trovata un po’ forzata all’interno della trama.
Ma il colore delle persone, il suono dell’oceano, la potenza di una voce… anche solo per questo è valso tutte le sue cinquecento pagine.

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Consigliato a chi ha letto...
"Notturno" - D'annunzio
"L'urlo e il Furore" - Faulkner
"Fiori per Algernon" - Keyes
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