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Due famiglie legate a doppio filo, quelle di Joxian e del Txato, cresciuti entrambi nello stesso paesino alle porte di San Sebastian, vicini di casa, inseparabili nelle serate all'osteria e nelle domeniche in bicicletta. E anche le loro mogli, Miren e Bittori, erano legate da una solida amicizia, così come i loro figli, compagni di giochi e di studi tra gli anni settanta e ottanta. Ma poi un evento tragico ha scavato un cratere nelle loro vite, spezzate per sempre in un prima e un dopo: il Txato, con la sua impresa di trasporti, è stato preso di mira dall'ETA, e dopo una serie di messaggi intimidatori a cui ha testardamente rifiutato di piegarsi, è caduto vittima di un attentato. Bittori se n'è andata, non riuscendo più a vivere nel posto in cui le hanno ammazzato il marito, il posto in cui la sua presenza non è più gradita, perché le vittime danno fastidio. Anche a quelli che un tempo si proclamavano amici. Anche a quei vicini di casa che sono forse i genitori, il fratello, la sorella di un assassino. Passano gli anni, ma Bittori non rinuncia a pretendere la verità e a farsi chiedere perdono, a cercare la via verso una riconciliazione necessaria non solo per lei, ma per tutte le persone coinvolte. Con la forza della letteratura, Fernando Aramburu ha saputo raccontare una comunità lacerata, e allo stesso tempo scrivere una storia di gente comune, di affetti, di amicizie, di sentimenti feriti: un romanzo da accostare ai grandi modelli narrativi che hanno fatto dell'universo famiglia il fulcro morale, il centro vitale della loro trama.

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Patria 2018-02-21 17:01:06 annamariabalzano43
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annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    21 Febbraio, 2018
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La difficoltà di essere vittime.

“Chiedere perdono richiede più coraggio che sparare, che azionare una bomba. Quelle sono cose che possono fare tutti. Basta essere giovane, ingenuo e avere il sangue caldo.”
Si, chiedere perdono non è facile, specialmente quando si raggiunge, dopo lunga riflessione, la consapevolezza di avere commesso tragici errori, di aver procurato dolore immenso ad altri, di averne tragicamente mutato le sorti e le prospettive di vita.
Nel suo bellissimo romanzo “Patria” Fernando Aramburu descrive il dramma che sconvolge la vita di due famiglie basche, legate da profondi sentimenti di amicizia, che si trovano improvvisamente schierate politicamente su fronti opposti. Non c’è nulla che possa dividere o unire più della passione politica e trovarsi su campi avversi può significare distruggere anni di concordia, di affetto reciproco, di leale confidenza. È quanto accade alle famiglie di Joxian e del Txato, all’indomani dell’assassinio di quest’ultimo a opera dell’ETA, nelle cui fila milita Joxe Mari, figlio di Joxian e Miren. Di solito ciò che più colpisce in un attentato terroristico è l’efferatezza del crimine, la morte delle vittime colpite, ma poco ci si sofferma sulla sofferenza delle vittime sopravvissute, su come la loro vita cambi, sconvolta da una vicenda così tragica. Sui familiari superstiti, poco si dice o quanto meno se ne parla brevemente e superficialmente. Ma il terrorismo è un atto che di per sé si estende ad un più vasto numero di persone e non è solo mirato a generare paura nella popolazione innocente, è una azione portata avanti con un pretesto ideologico esasperato e male interpretato che trova il sostegno di una parte contro un’altra e travolge soprattutto i familiari, vittime silenti. Quale sarà la vita degli orfani, delle vedove, dei padri?
Aramburu scrive con equilibrio e pacatezza, denunciando, attraverso i suoi personaggi, l’inganno di ideologie che diffondono l’odio e combattono con la violenza, eppure non risparmia pagine che denunciano le vergognose torture alle quali lo stato democratico sottopone i sospetti.
Splendide le figure femminili di questo romanzo, da Bittori a Miren a Arantxa a Nerea. Figure dal carattere deciso, volitive, pronte ad affrontare i momenti più difficili con coraggio e caparbietà , facendo dell’orgoglio un punto d’onore, dal quale non recedere mai. E nella tragicità della vicenda, i personaggi maschili mostrano più di una fragilità, da Joxian a Gorka, che trova nella poesia un rifugio che lo tenga lontano dalla violenza della vita. E Joxe Mari, il terrorista, colui il quale aveva combattuto e sbagliato per seguire un falso ideale è quello che paga con la perdita della libertà e porterà indelebili sul suo corpo i segni dei suoi errori e della abietta repressione di un regime che si dice democratico.
Un romanzo coinvolgente, che indigna e commuove, che conduce con la passione dei suoi personaggi in un mondo di esperienze memorabili.



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Patria 2018-01-03 18:13:16 manuelaagosto
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manuelaagosto Opinione inserita da manuelaagosto    03 Gennaio, 2018
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Vivere al tempo dell'ETA

Patria è un affresco emotivo, familiare, sociale di un periodo decisivo della storia del popolo basco, carico di pathos, sentimenti e fatti che intrecciano le vite di due famiglie.
Non c’è giudizio politico né pregiudizio da parte dell’autore ma egli si pone quasi come uno spettatore a raccontare le vite dei suoi personaggi e come si intrecciano ed evolvono in un contesto sociale e politico determinato dalla violenza, dalla lotta armata e dal sangue versato da entrambe le parti. C’è poesia e amore nonostante la violenza e gli assassinii perché parla di un periodo fondamentale della storia del popolo basco ma soprattutto di come lo hanno vissuto personalmente i suoi protagonisti, con il carico emotivo che ha segnato le loro vite. Ci sono i buoni e i cattivi ma a seconda del punto di vista di chi vive in prima persona la tragedia che si inanella attorno alla vita di Bittori, moglie del Txato, la vittima, e di Miren, madre del terrorista Jose Mari.
E’ una storia in cui le donne hanno un ruolo da protagoniste e segnano, nel bene e nel male, l’evolversi dei fatti. Bittori e Miren innanzitutto, donne tutte di un pezzo si direbbe, donne forti, accomunate, anche se in modo diverso, dal dolore e dalla tragedia, donne che non piangono, ruvide, che non possono permettersi di cedere al sentimento. Che pure c’è, a cercarlo sotto la scorza dura che gli ha costruito addosso il dolore. Donne che non si piegano, che neanche l’assassinio del marito per Bittori e l’incarcerazione del figlio per Miren riescono a spezzare. Anzi, al contrario, diventano un motivo per vivere, per andare avanti, per lottare, ognuna con la propria personale lotta.
Se cerchiamo una figura di donna più equilibrata, tenera e commossa, pur nella sua feroce determinazione, la troviamo in Arantxa, figlia di Miren, colpita in età adulta da un ictus che la riduce su una sedia a rotelle, senza poter parlare, con una paresi della parte sinistra del corpo, ma che non si arrende alla malattia e non perde di umanità, compassione e voglia di vivere. E’ lei che è il motore del cambiamento nel fratello, lei che ha il coraggio di superare l’odio incancrenito e addirittura diventare amica di Bittori dopo l’assassinio del Txato.
Gli uomini in questo romanzo fungono un po’ da comprimari: la testa dura del Txato, che non si piega alle minacce dell’Eta, l’apatia di Joxian, marito di Miren, il comportamento di chi non vuole troppo immischiarsi di Xabier, figlio di Bittori. Si salva Gorka, il figlio minore di Miren, che ha il coraggio di schierarsi contro il fratello e di fare outing.
E’ un libro che il basco Aramburu ha scritto con il cuore in mano, comprensibilmente coinvolto nella storia del suo popolo, ed è l’atteggiamento con cui si dovrebbe leggerlo, lontano da giudizi.

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Patria 2018-01-02 23:21:33 cristina
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Opinione inserita da cristina    03 Gennaio, 2018

un affresco popolare di profonda umanità

PATRIA di Aramburu, 600 pagine che meritano tantissimo.
Tratta dei Paesi baschi, dell’Eta, di famiglie devastate dal terrorismo di quegli anni.
Roba passata? che non ci riguarda? non è così.
In realtà è un libro fantastico , per come è strutturato, per il linguaggio scelto ( un linguaggio quotidiano,popolare, concreto, che scivola insensibilmente dal tu all’io, alla terza persona con un gioco stilistico semplice ma assolutamente incisivo), per come racconta tutti i molti personaggi a capitoli alterni, dandoci con questo gioco tridimensionale uno specchio in cui nessuno è davvero innocente, nessuno è totalmente colpevole e tutti sono dannatamente umani.
Ci si innamora pian piano di tutti i personaggi – sostanzialmente due famiglie prima molto amiche e poi molto/troppo nemiche nello stesso paesino, l’ostracismo, i dolori, i segreti, i pozzi di mistero che ognuno si porta dentro. Un grandissimo libro, pieno di pietà e di ironia, ma anche divertente e terribile insieme.
Un linguaggio che ricorda vagamente ( molto vagamente ) Elsa Morante de La storia o persino Mercè Rodoreda per il suo essere aderente al quotidiano e che è la chiave di forza di quest’opera.
Una riflessione sui nostri tempi, sul nazionalismo, sulla scelta del terrorismo ( e qui anche noi abbiamo da riflettere), sullo stare insieme in una comunità coesa ma straziata dai veleni dell’indipendentismo. E sulla vita piccola delle persone ( l’orto, il gatto, la cucina, il bar, le gite in bicicletta,gli amori,i sogni) delicato, profondo, a volte straziante, ma sempre col vento della vita in faccia.

Mi riesce difficile parlarne meglio di così ( è un libro che solleva tumultuosa sorpresa e stupore), ma vi prego leggetelo, leggetelo, ma davvero, leggetelo.

Ci sono caratteri che pochi – meglio di Aramburu – riescono a descrivere meglio con un gesto, un pensiero, un tic, uno striscio di sguardo, è una grande commedia umana in miniatura, densa di sentimenti, di emozioni, di verità.
ah, leggetelo!

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