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UHC
«La felicità è una scelta che a volte richiede uno sforzo, e per lui era arrivato il momento di fare quello sforzo.»
Correva l’anno 2024 quando “Sepolcro in agguato” arrivò in libreria. Quel 20 febbraio fu tanto atteso quanto bramato, ricordo ancora la curiosità che mi portò alla lettura, la bramosia che faceva fremere la curiosità dello scoprire una nuova avventura. Eppure, qualcosa in questo scritto aveva stonato ai miei occhi tanto da decidere di non continuare nella lettura della saga o comunque di prenderci un attimo le distanze. Da qui la mia recensione tardata nel tempo, una recensione che arriva – e non lo celo – dopo aver concluso “L’uomo marchiato”.
Avvicinarsi alle opere di Galbraith e in particolare a Cormoran Strike e alla sua socia Robin Ellacott significa calarsi in una serie di gialli che non sono solo gialli. Perché se da un lato abbiamo l’aspetto più investigativo che notoriamente parte da un fatto anche abbastanza ordinario e la cui risoluzione sembra decisamente intuitiva, dall’altro abbiamo un mondo articolato e strutturato su una serie di contenuti sempre più corposi e tra loro incuneati che portano ad approfondire anche i personaggi, le loro storie, altri casi, le relazioni umane, tematiche attuali e tanto altro ancora. Il tutto in modo sempre molto arguto e ben ponderato.
Venivamo, nello specifico, da “Un cuore nero inchiostro” dove conoscevamo un fandom tanto tossico quanto pericoloso. In “Sepolcro in agguato” ci caliamo invece in una setta. L’impressione è che dietro gli ultimi romanzi dedicati a Strike ci sia la volontà di costruire dei piccoli universi parelleli e auto-inclusivi che vivono di vita propria.
Ci troviamo così faccia a faccia con l’Universal Humanitarian Church, alias UHC, una organizzazione internazionale che si propone ai suoi fedeli e al mondo come una chiesa umanitaria e pacifica. In realtà dietro le azioni compiute da queste si nascondono misfatti e crimini di ogni genere. La chiesa lavora facendo leva sulla coercizione psicologica, la manipolazione. Questa agisce tanto sull’aspetto mentale che fisico.
Ma perché il duo viene in contatto con questa congrega? Vi viene in contatto per Will. Intelligentissimo ma affetto da una forma di autismo, il giovane è figlio del ricco cliente che recluta l’agenzia. Pare che sia finito nelle mani di questo clan, setta dalla quale è essenziale tirarlo fuori. Non è semplice però riuscirvi. L’organizzazione è capillare, ha un numero di adepti che si snoda su tutto il mondo, porta all’isolamento da ogni legame con famiglia, amici o altro, da qui hanno inizio incubi senza fine quali privazioni del sonno e della notte.
L’unico modo per avere contatti con Will è quello di infiltrarsi nella setta; toccherà a Robin doverlo fare. Le attività si svolgono prevalentemente in una fattoria lager, qui ella correrà il rischio di essere scoperta ma anche di diventare un’altra vittima del sistema. Strike e socia dovranno venire a capo della matassa e per farlo dovranno riuscire a incastrare l’intera chiesa e tutti gli scheletri che si porta dietro, dalle vendette alle morti sospette, all’illusionismo, a trucchi di ogni genere.
A fare da sfondo lo sviluppo di un sentimento che lega Robin e Strike in modo sempre più forte. Non è mai una storia eccessiva o che prende il sopravvento su quelle che sono le vicende, arriva sempre in punta di piedi, talvolta perfino troppo tanto che il lettore si stanca di questo continuo tira e molla e presunto interesse non comprovato che però non si sviluppa mai.
«Ci si illude sempre un po', in amore, non è vero?
Si riempiono gli spazi vuoti con la propria immaginazione.
Li dipingi esattamente come vuoi che siano. Ma io sono un detective... sono un detective, cazzo.
Se mi fossi attenuto ai fatti concreti, se l'avessi fatto, anche solo nelle prime ventiquattr'ore in cui l'ho conosciuta, me ne sarei andato senza voltarmi indietro.»
Certamente dietro “Sepolcro in agguato” si cela un lavoro di approfondimento e documentazione notevole da parte dell’autrice. Gli aspetti della setta sono trattati in modo approfondito partendo dalla storia, la filosofia, i profeti, la gerarchia e tutto quel che ne consegue. Anche i meccanismi sono spiegati nel dettaglio, idem i processi cognitivi e manipolativi dei personaggi. Il fanatismo è esplorato con cura e dovizia di particolari.
Tuttavia, il mordente inziale che avvince il lettore e che porta lo stesso a proseguire nelle avventure, piano piano viene meno. Questo anche a causa del fatto che Galbraith tende ad “allungare troppo il brodo” tanto da far perdere di sostanza alle vicende. Nei primi titoli dell’avventura, la scrittrice era più concisa e concentrata nelle indagini. A partire da “Bianco Letale” il numero di pagine degli scritti è più che raddoppiato, come se fosse questa la scriminante per rendere un lavoro degno di nota. Non è così. È vero che ciò può permettere di realizzare una trama più corposa e strutturata, ma lo stesso risultato può essere raggiunto anche con meno. Talvolta tagliare è molto meglio che essere prolissi. Fa sì che non vi siano perdite di attenzione o stanchezza nella lettura.
Non metto in discussione il fatto che “Sepolcro in agguato” sia e sappia essere un testo potente e capace di scuotere, che sappia, ancora, far sviluppare anche la caratterizzazione dei personaggi, che non manchi l’analisi di un mondo spesso sconosciuto, ma è anche innegabile che mette a dura prova il conoscitore che sì, arriva alla fine, ma sfiancato e perché vuole sapere dove la narratrice vuole arrivare a parare.
Lo stile narrativo è preciso e minuzioso, i due protagonisti arrivano a uno snodo della loro storia, l’analisi sociale non è da meno, la consapevolezza delle conseguenze della perdita del libero arbitrio o ancora del mondo oscuro che spesso ci circonda, non esulano dall’essere eviscerati nel dettaglio.
«Dobbiamo perdonare chi siamo stati, quando non sapevamo cosa facevamo.»
“Sepolcro in agguato” è un testo dalle grandi potenzialità ma che avrebbe potuto ottenere, nonostante la indubbia potenza narrativa e contenutiva di una storia che tocca le corde più intime, lo stesso risultato con molto meno. Molto interessante sarà lo sviluppo, soprattutto della storia tra Cormoran e Robin in “L’uomo marchiato”, opera classe 2025 che ci porta a fare il conto alla rovescia (meno 2) con gli scritti dedicati a questi due personaggi tanto amati.
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Quando la bellezza non salva dalla colpa
In questo libro l’autrice conferma la sua idea di giallo come luogo dell’anima prima ancora che del delitto. L’indagine guidata dall’ispettore Gamache non nasce dal clamore della violenza, ma da una crepa silenziosa che si apre nel mondo dell’arte, dove la luce, quella vera e quella metaforica, può ingannare più di quanto illumini, anche perché dove c’è molta luce, anche l’ombra è più nera. Il romanzo ruota attorno all’arte, alla sua capacità di rivelare e al tempo stesso di mascherare, ed agli artisti, capaci nello stesso tempo di grande creazione e di grande distruzione. L’arte diventa metafora evidente delle relazioni umane: ciò che mostriamo, ciò che nascondiamo, ciò che preferiamo non vedere. L’autrice lavora su questi contrasti con grande eleganza, lasciando che il mistero emerga lentamente, senza forzature. Il ritmo è pacato, deliberatamente lontano dal thriller adrenalinico. Qui la tensione nasce dall’attesa, dallo scavo psicologico, dall’osservazione dei personaggi. Gamache resta una figura centrale proprio per questo: la sua umanità, il suo senso etico, il suo modo di ascoltare più che interrogare danno al romanzo una profondità rara nel genere. Three Pines non è solo un paese ed un’ambientazione ma una presenza viva. È il luogo in cui le fragilità si incontrano, in cui il male non arriva mai come un’esplosione, ma come una conseguenza. E questo rende il delitto meno spettacolare, ma più disturbante, perché possibile. Se c’è un limite, è forse nella prevedibilità di alcuni snodi narrativi, ma è un limite che pesa poco, perché ciò che conta davvero non è scoprire “chi è stato”, bensì capire perché e a quale prezzo. E’ un romanzo che si legge con piacere e con attenzione, che non alza mai la voce ma lascia una traccia. Un giallo che non cerca il colpo di scena a tutti i costi, ma preferisce interrogare il lettore sul confine sottile tra verità e illusione. Consigliato per chi ama i gialli psicologici e atmosferici, perché è più emotivo che adrenalinico.
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"Che progetti sono stati fatti per me?"
Questo romanzo è spesso definito narrativa di anticipazione
perché prova a immaginare e raccontare scenari futuri partendo dal presente.
Ne analizza le implicazioni tecnologiche, sociali, politiche e scientifiche.
Che conseguenze potrebbero avere sull’essere umano e sulla società?
È oltre la fantascienza, perché più suggestiva, più credibile, più realizzabile. Più spaventosa.
Il romanzo, pubblicato nel 1966 e ambientato a New York, è il racconto di un esperimento a cui viene sottoposto Charlie Gordon, un uomo con disabilità intellettiva, e prima di lui il topo Algernon.
Le conseguenze ti tale esperimento non sono del tutto prevedibili, inoltre non è dato sapere se gli effetti benefici saranno duraturi nel tempo. Esiste il rischio di una pesante regressione.
Le riflessioni che ne conseguono aprono un dibattito enorme sul fine che giustifica i mezzi, sull'eticamente corretto.
Su come l'intelligenza senza affetto, senza amore, sia destinata a sfociare nella solitudine e nella sofferenza.
Passare da un q.i di 68 a un q.i. superiore a 100 è solo la prima pietra da posare. Peccato che il tempo la pensi diversamente e giochi in ritirata.
"Ma io so adesso che voi tutti avete trascurato una cosa: l'intelligenza e l'educazione che non siano temperate dall'affetto umano non valgono nulla."
I pensieri di Charlie, i suoi "rapporti sui progressi" che con cura annota, ne fanno anche un romanzo psicologico.
Desidera più di tutto diventare intelligente e aiutare quante più persone ad uscire dal buio della mente.
Romanzo etico-sociale, pone in luce cosa è giusto e cosa sbagliato, come la scienza e la medicina possano avere fini elogiabili ma anche in contrasto con la dignità umana. Fa riflettere sulla condizione del paziente non capace di autodeterminazione, le cui le scelte sono rimesse ad un'altra persona.
"Che progetti sono stati fatti per me?"
Il racconto è strepitoso, non c'è un momento per riprendere fiato. È un continuo rincorrere Charlie e voler vedere cosa farà, cosa gli accadrà.
È un continuo uscire e rientrare dalle e nelle tenebre e sentire che ti osservano, come un monito.
Per Charlie l'oscurità e la luce sono sé stesso, come se dietro un vetro, attraverso uno specchio, nascosto al buio o dietro un albero il "Charlie precedente" incombesse sempre, pronto a riguadagnare terreno. È una visione che toglie il fiato a chi legge.
Sento l'ansia per ciò che mi viene sussurrato all'orecchio.
Charlie, benché i dottori profilino che l'esperimento ha ancora tanti punti oscuri: "vollio di ventare inteligiente se me lo con sentiranno."
Conosciamo Algernon, il topo sottoposto allo stesso intervento chirurgico, allo stesso esperimento ma prima di Charlie, capace ora di percorrere senza indugi il labirinto, lo stesso labirinto che invece Charlie non riesce a superare.
Giriamo pagina ed è un attimo. Sono folgorata dalla capacità di Daniel Keyes, dal suo genio che in quanto tale non necessita di tante parole. Charlie scrive bene, non più sgrammaticato come poche righe fa. Raccontarlo è inutile, la potenza di questo attimo è chiara solo dopo aver scorso le precedenti pagine. Ed è straordinario. Le parole sono superflue, sono con Charlie e vivo ciò che accade. Sento tutta la potenza del passaggio.
Charlie passa da un q.i. di 68 a 185.
Il racconto è un espediente per parlare dei progressi scientifici e di come questi possano influire sulle nostre vite in modo definitivo o temporaneo, sollevandoci dal disagio o spingendoci ancora più giù.
Di come in determinate situazioni ci siano persone che si arrogano il diritto di decidere per noi non assumendosene però poi i rispettivi doveri.
Di come la disabilità possa generare ilarità, biasimo, compassione, indifferenza, gesti violenti.
E di come ci siano disabilità e disabilità.
"Come è strano che persone sensibili e di animo buono, persone che non si approfitterebbero di un cieco o di un uomo nato senza braccia o gambe, non esitino a maltrattare un uomo privo di intelligenza!"
E poi accade.
"O batuto Algernon."
E poi accade ancora che le lingue, la matematica, la storia, le geografia, l'ingegneria e tanto altro non abbiano più segreti per Charlie.
Ma quanto è bravo Daniel Keyes a condurmi per questa via? Ogni pagina è una scoperta, una nuova emozione e speranza. Una nuova riflessione.
Di come il progresso possa generare ostilità in chi ci conosceva prima di.
Delle prospettive e dei limiti.
Di come rispondiamo di fronte ai cambiamenti di chi pensavamo conoscere bene e di come ci rapportiamo in questa nuova forma.
"Vi sono molte persone disposte a dare denaro o materiale, ma pochissimi disposti dare tempo e affetto."
Cavia, esperimento, regressione, deficiente, genio, falla, amnesia, intelligente, deterioramento.
"L'altro Charlie."
" Per quanto tempo ancora potrò resistere?'
"Il piccolo Charlie Gordon mi sta fissando attraverso la finestra, in attesa."
"Ho dimenticato tutto."
"A rivederla sinniorina Kinnian e dottor Strauss e tuti..."
"È faccile avere ammici se si lassia che la giente ride di noi."
Se potessi esprimere un giudizio valuterei questo viaggio 10 con lode.
Potrei parlarne ancora e ancora.
Il finale chiude perfettamente il cerchio lasciandomi per qualche istante a fissare quell'ultimo pensiero da cui non vorrei staccarmi
"PS per piaccere se posono metano cualke fiore su la tomba di Algernon nel kortile."
Ciao Charlie grazie per questo insegnamento, non ti dimenticherò.
Buone prossime letture.
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Se non era la guerra, erano le sigarette
Ho deciso di non impormi grandi obiettivi in ambito letterario per quest'anno, dal momento che mi rendo conto di avere poca concentrazione e ancor meno tempo disponibile; almeno qualche proposito vorrei però portarlo a termine, come la lettura delle vecchie antologie kinghiane. In realtà ho in cantiere questo recupero da qualche tempo, con una raccolta per anno: nel 2026 intendo invece schiacciare sull'acceleratore leggendone almeno tre o quattro. Ecco perché ho deciso di cominciare presto con "Cuori in Atlantide", un volume un po' diverso dai precedenti sia perché non segue lo schema consolidato di alternare racconti e novelle, sia per la presenza di personaggi ed eventi che collegano le cinque storie, tanto da essere etichettato come romanzo alla sua prima pubblicazione italiana.
Come per le precedenti antologie del caro Stephen, andrò ad analizzare ogni narrazione in maniera indipendente, mentre per la valutazione complessiva mi baserò sulla media dei singoli voti. Devo dire che in questo caso il metodo che ho scelto di adottare mi va un po' stretto: visto l'enorme dislivello tra la prima (e l'ultima!) narrazione e le successive, la lunghezza e la bellezza di una soltanto non hanno avuto purtroppo alcuna possibilità contro la mediocrità di tutte le altre. Mi sono comunque concessa di arrotondare leggermente per eccesso il mio giudizio finale, perché la conclusione mi ha lasciato delle sensazioni positive, che spero siano la parte più memorabile di questo volume nel tempo.
"Uomini bassi in soprabito giallo" - quattro stelline e mezza
Questa novella occupa da sola una buona metà del libro, quindi la potremmo reputare quasi un romanzo breve, tant'è vero che qualche anno fa è stata pubblicata anche in un volume indipendente. La narrazione prende il via nel 1960 ad Harwich, una cittadina fittizia del Connecticut dove vive l'undicenne Robert "Bobby" Garfield con la parsimoniosa madre Elizabeth "Liz", e dove l'anziano Ted Brautigan si trasferisce. Tra lui e Bobby si instaura subito una speciale sintonia che né la diffidenza della genitrice, né la bizzarra ossessione dell'uomo per i cosiddetti uomini bassi sembrano poter inficiare; questi misteriosi individui si dimostrano però una minaccia reale, tanto da costringere il ragazzino a prendere risoluzioni molto mature nel tentativo di salvare il suo nuovo amico.
Il rapporto tra Ted e Bobby, così come il percorso di maturazione intrapreso da quest'ultimo, sono il cuore della storia; in entrambi i casi il lavoro di introspezione svolto da King è impeccabile e risulta genuinamente toccante, specie nel finale dal sapore dolceamaro. Anche i comprimari e gli antagonisti si dimostrano all'altezza, delineando un cast solido e carismatico che ho trovato piacevole da seguire. Con la figura di Liz è stato forse compiuto qualche passo falso, ma nel complesso il caro Stephen è riuscito a rendere il suo comportamento coerente e comprensibile.
Ad aver depotenziato questo testo è stata invece la trama, che non è contraddittoria ma nel complesso mi è sembrata alquanto banale e prevedibile, in particolare se si considera che mi ero anticipata involontariamente il destino di Ted leggendo la serie La Torre Nera. Il collegamento a quella saga è invece un elemento che non saprei come categorizzare: da un lato sono una fan e ho quindi apprezzato i numerosi riferimenti, ma al tempo stesso mi rendo conto che la conclusione per chi non conosce quelle vicende potrebbe risultare troppo criptica, depotenziando l'esperienza di lettura.
"Cuori in Atlantide" - tre stelline
Un salto in avanti di sei anni ci porta nell'Università del Maine, dove Peter "Pete" Riley studia nel 1966, assieme anche a Carol Gerber, l'amica d'infanzia di Bobby che diventa un po' il filo conduttore di tutte le altre storie. Pete è anche il narratore in prima persona delle vicende che lo porteranno a rinnegare gli ideali repubblicani della sua famiglia d'origine, finendo per unirsi alle proteste contro la Guerra in Vietnam. Il suo ruolo nel presente non è però così positivo: lui e molti suoi compagni di dormitorio finiscono infatti per ossessionarsi al gioco di carte detto Cuori, e questa specifica ludopatia porta molti a lasciare gli studi o peggio, incuranti della possibilità di venir subito arruolati.
Grazie agli interventi di Carol, dei compagni Nate e Stoke, e dei genitori, Pete finisce invece per capire di dover mettere da parte le carte, non per il gioco in sé bensì per il genere di compagnia che ha iniziato a frequentare e della quale sta apprendendo gli spiacevoli costumi. Un percorso di crescita personale che non è malvagio in sé, ma a livello narrativo raggiunge appena la sufficienza: la trama è davvero risicata e procede con una lentezza soporifera. Le traversie di Pete non mi sono sembrate granché coinvolgenti, al punto che la scena più emozionante per me è stata quella in cui venivano citate in modo diretto la prima novella e le amicizie d'infanzia di Carol.
A riscattare in parte questa lettura sono i suoi personaggi, non tanto lo sciapo protagonista, quanto i suoi ben più sfaccettati compagni di università; anche i genitori mi sono piaciuti parecchio, mentre per Carol mi sarei aspettata un ruolo maggiormente incisivo. Sono in parte delusa anche dai rimandi a "Il signore delle mosche", perché amando il romanzo ho gradito le citazioni, peccato che verso la fine inizino a diventare inutilmente ridondanti: ho capito che Ronnie e i suoi compari si stanno trasformando nei cacciatori del capolavoro di Golding, non c'è bisogno di ripetermelo centomila volte!
"Willie il Cieco" - una stellina e mezza
Per contro manca del tutto la chiarezza nella storia che racconta di un William "Willie" Shearman ormai adulto, nella New York del 1983 dove vive con la moglie (o almeno così ho supposto io) Sharon. Legato ad altri personaggi della raccolta dal suo passato come bullo di Harwich prima e come soldato nella Guerra del Vietnam poi, l'uomo si è creato una procedura a dir poco intricata per passare attraverso due identità farlocche -ovvero l'impiegato Bill Shearman e il tecnico Willie Shearman- e approdare infine a quella che rappresenta la sua fonte di reddito: Willie Garfield, veterano cieco del Vietnam costretto a elemosinare per mantenere gli studi del figlio.
Il lettore viene subito informato che sia la cecità sia la prole sono una farsa, come sospetta anche Jasper Wheelock, poliziotto corrotto in cerca di un aumento sulla sua solita bustarella. Mentre seguiamo Willie in una sua giornata tipo a ridosso delle festività natalizie, scopriamo anche come intenda liberarsi da questa seccante presenza, dando probabilmente vita a una quarta identità. Più che un intreccio queste sono però le mie deduzioni, perché il testo è davvero criptico sia in merito agli eventi sia alla concretezza dei travestimenti: non si capisce mai se Willie ricorra a qualche espediente paranormale o si affidi semplicemente all'indifferenza dei cittadini newyorkesi.
Anche le motivazioni dietro alla sua routine rimangono fumose: sembra provare un gran senso di colpa nei confronti di Carol ma non fa nulla a parte annotare il suo rimorso su dei fogli, dona alle altre persone che elemosinano eppure in cuor suo pensa siano artefatti quanto lui, ha bisogno del benestare di Wheelock e al contempo pianifica di sbarazzarsene senza alcuna preoccupazione. Per questo motivo, il protagonista non mi ha trasmesso granché, neppure in relazione ai suoi traumi scaturiti dal conflitto, appena abbozzati e descritti in maniera troppo metaforica; il resto dei personaggi è ancor meno approfondito, quindi a conti fatti l'unico aspetto positivo è il misterioso lavoro di Willie (che ammetto mi abbia inizialmente incuriosita, portandomi anche verso ipotesi bizzarre come il sicario o la spia!) e l'unica attenuante che posso concedergli è l'essere stato pesantemente rielaborato rispetto al testo originale del 1994.
"Perché siamo finiti in Vietnam" - tre stelline e mezza
Un'idea simile, ma sviluppata in modo decisamente più chiaro è quella incentrata su John "Sully-John" Sullivan, amico d'infanzia di Bobby ai tempi di Harwich e reduce del Vietnam, dove ha rincontrato tra gli altri Willie. La sua storia ci trasporta al presente -almeno dal punto di vista della pubblicazione originale- ovvero nel 1999, quando Sully partecipa al funerale di un altro ex commilitone. Anche nel suo caso abbiamo quindi un approfondimento sulle conseguenze del conflitto, soprattutto a livello psicologico e relazionale; e pur sfiorando a tratti il surreale, penso che qui il caro Stephen abbia svolto un lavoro decisamente più coerente e immersivo.
A livello di trama ci sono davvero pochi elementi, soprattutto perché le vicende che riguardano il percorso del protagonista vengono accennate a più riprese nelle narrazioni precedenti; qui si spiega più nel dettaglio chi sia la mamasan, una sorta di fantasma allucinatorio che dà forma al disturbo mentale di Sully. Un'allegoria semplice ma efficace, così come l'immagine dei beni di consumo che cadono dal cielo rappresenta ottimamente quanto sia stato grande il sacrificio dei compagni di Sully in confronto con la pochezza delle comodità moderne.
Non posso dire che mi abbia folgorata, però questo racconto svolge in modo degno il suo compito e porta maggiore attenzione su un personaggio accantonato troppo in fretta nella prima storia.
"Scendono le celesti ombre della notte" - quattro stelline e mezza
Un po' quello che speravo succedesse per Carol in quest'ultima, brevissima narrazione, ambientata sempre nel 1999. Dopo decenni, Bobby torna ad Harwich in occasione di un funerale grazie al suo vecchio guanto da baseball, perso da bambino e ora ricomparso nella sua vita come per magia. Una magia da Frangitori, la stessa che sembra indicargli la possibile presenza di Carol alla commemorazione.
L'intreccio è estremamente limitato, quindi non voglio davvero rischiare dicendo qualcosa di troppo. Rimango però dell'idea che King si sia lasciato sfuggire l'occasione per approfondire finalmente la personalità di Carol, invece dobbiamo farci bastare un riassunto e un vago accenno a Randal Flagg. Anche in relazione al personaggio di Bobby non otteniamo delle informazioni troppo entusiasmanti, ma per contro ho trovato il suo ruolo qui del tutto in linea con quanto mostrato nel primo testo.
Si tratta insomma di una conclusione coerente, che lascia il lettore con un tocco di positività grazie alla quale potrebbe forse dimenticare nel tempo le infelici scelte delle narrazioni centrali.
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UNA FIABA OSCURA
Fairy Tale è un romanzo in cui Stephen King torna a raccontare una storia di formazione mescolando fantasy, horror e thriller, riuscendo a costruire un mondo ricco e suggestivo senza perdere il suo stile inconfondibile. Il libro si presenta come una vera e propria fiaba moderna, ma con tutte le ombre, le inquietudini e le tensioni tipiche dell’autore.
La storia segue Charlie Reade, un ragazzo normale che si ritrova coinvolto in qualcosa di molto più grande di lui. La prima parte del romanzo è forse la più intrigante. King si prende il tempo per costruire i personaggi e il mistero, creando un senso di curiosità costante che spinge a voler andare avanti. Proprio questa parte iniziale è quella che colpisce di più, perché il lettore viene accompagnato gradualmente verso l’elemento fantastico senza forzature.
I personaggi sono ben caratterizzati, soprattutto il protagonista, che risulta credibile e umano nelle sue paure, nel suo coraggio e nelle sue scelte. Anche i personaggi secondari sono interessanti e contribuiscono a dare spessore alla storia. L’autore è molto attento alla psicologia dei suoi protagonisti, rendendoli realistici anche quando si muovono in contesti irreali.
I luoghi giocano un ruolo fondamentale, il mondo fantastico è descritto in modo molto dettagliato, a tratti forse fin troppo. Se da un lato queste descrizioni aiutano a immergersi completamente nell’ambientazione, dall’altro possono rallentare leggermente il ritmo della narrazione. Nonostante ciò, l’atmosfera resta sempre coinvolgente, sospesa tra meraviglia e inquietudine, con un equilibrio ben riuscito tra fiaba oscura e racconto horror.
I dialoghi sono efficaci e naturali, mai artificiosi, e contribuiscono a mantenere alta la tensione. La lettura risulta nel complesso scorrevole e King dimostra ancora una volta di saper tenere viva la curiosità del lettore fino alla fine, inserendo anche alcuni colpi di scena ben dosati.
Il finale è coerente con il percorso del romanzo: pur essendo in parte intuibile, rimane soddisfacente e chiude la storia in modo adeguato. Anche se non sorprende del tutto, riesce comunque a lasciare una sensazione positiva e a dare un senso compiuto al viaggio del protagonista.
In conclusione, Fairy Tale è un romanzo che mi è piaciuto abbastanza, una lettura coinvolgente, capace di unire fantasy e horror/thriller in modo interessante. Nonostante qualche eccesso descrittivo, è una storia che sa emozionare e intrattenere. Consiglio la lettura, soprattutto a chi ama le fiabe oscure e le storie di crescita personale raccontate con un tocco inquietante.
Buona lettura.
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STORIA DI UNA FAMIGLIA
Agnès Septembre, protagonista del romanzo, non crede alle sue orecchie quando viene avvertita dal capitano di Gendarmeria, Cyril Rampin, che la zia Colette è deceduta.
Non è possibile, risponde cautamente all'apparecchio....Colette Septembre è morta tre anni prima, è sepolta al cimitero di Guegnon con tanto di nome sulla lapide. Tuttavia, Agnès è la parente più prossima e deve recarsi in loco per il riconoscimento del cadavere.
Una volta arrivata, non può fare altro che constatare che quella persona è davvero sua zia.
Ma....allora, chi è sepolto nella tomba di Colette? E perché, per ben tre anni, ha fatto credere a tutti di essere morta?
Inizia un'indagine a ritroso nel tempo in cui Agnès, con l'aiuto degli amici di infanzia, di audiocassette lasciate dalla zia stessa e testimonianze inaspettate, riesce a ricostruire la storia della sua famiglia. Tante verità vengono a galla e tante certezze vengono distrutte per fare spazio alla realtà dei fatti.
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#tata è un romanzo che mi è piaciuto molto.
Ho individuato tante tematiche importanti: la complessità dei rapporti umani, l'importanza di comprendere il passato e l'accettazione di scelte fatte da altri con cui, non sempre siamo d'accordo.
È una storia che mi porta a riflettere sul fatto che non sempre esistono risposte a tutto e che, nei rapporti con le persone che amiamo, c'è sempre un po' di "sano mistero " da ambo le parti come forma di protezione nei confronti di entrambi.
Tata', lo definirei, un viaggio affascinante...
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Una lettura contemporanea!
La verità sul caso Harry Quebert è un romanzo che riesce a catturare il lettore fin dalle prime pagine grazie a una trama avvincente e ben costruita. Il protagonista, Marcus Goldman, è uno dei punti di forza del libro: è un personaggio credibile, ben delineato, che cresce e matura con il procedere della storia. La sua evoluzione personale e professionale accompagna il lettore e rende facile immedesimarsi nei suoi dubbi, nelle sue ambizioni e nelle sue fragilità.
La trama è senza dubbio uno degli elementi più riusciti del romanzo. L’intreccio narrativo è ricco di colpi di scena e mantiene alta la tensione fino alle ultime pagine, spingendo continuamente a voler scoprire la verità. Il meccanismo del “libro nel libro” funziona bene e contribuisce a rendere la lettura coinvolgente e dinamica.
Tuttavia, il romanzo non è privo di difetti. In diversi punti risulta a mio parere prolisso: alcuni capitoli si dilungano e avrebbero potuto essere snelliti o eliminati senza compromettere la comprensione della storia. Questo eccesso di lunghezza rischia talvolta di rallentare il ritmo narrativo, di un libro che supera gia' le 700 pagine.
Allo stesso modo, molti personaggi secondari risultano essere solo di contorno. Pur contribuendo a creare l’atmosfera della cittadina e ad arricchire lo sfondo narrativo, alcuni di essi non sono realmente funzionali allo sviluppo della trama e rimangono poco incisivi.
In conclusione, La verità sul caso Harry Quebert è un romanzo coinvolgente e ben congegnato, capace di tenere il lettore incollato alle pagine, anche se avrebbe beneficiato di una maggiore sintesi e di una gestione più essenziale dei personaggi secondari.
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Il delirio di onnipotenza dell'ipnosi collettiva
'Ammetto la possibilità': tre parole semplici, apparentemente innocue e innocenti, ma che formano lo slogan potentissimo con cui Jonathan Wace, fondatore dell'UHC (Universal Humanitarian Church), attira, seduce, vince e convince individui di ogni età, sesso e religione (ma preferibilmente di estrazione sociale benestante) a lasciare tutto per trasferirsi a Chapman Farm, una "fattoria spirituale" di cui si conosce pochissimo perché impenetrabile dall'esterno e per via degli strani suicidi che accomunano coloro che decidono di abbandonarla.
Will Edensor è uno dei tanti che ha deciso, più o meno consapevolmente, di abbracciare la filosofia di questa setta, capace di accrescere i propri adepti in maniera esponenziale grazie alle tante conferenze in cui "Papà J" - vezzeggiativo di Jonathan - strabilia i presenti con discorsi motivazionali e giochi di prestigio sulle note di 'Heroes' di David Bowie e sulle immagini della festa induista di Holi, ma suo padre Colin Edensor non si rassegna facilmente e incarica Strike e (soprattutto, a conti fatti) Robin di riuscire dove lui sinora ha fallito.
Inizia da qui l'ennesimo caso da risolvere per i due soci, le cui anime tormentate saranno messe ancora più a repentaglio dai dolorosi ricordi dell'Aylmerton Community, da una forzata e prolungata separazione e da un Ryan Murphy che non ha alcuna intenzione di apparire come un semplice comprimario.
Un romanzo-pamphlet dal ritmo studiato e dalla scrittura puntuale e chirurgica, variegato di sfumature e composto da oltre millecento pagine, di cui nessuna banale o superflua, nelle quali il lunghissimo intreccio defluisce raccogliendo il tema quanto mai attuale della manipolazione psicologica legata alle 'bugie spudorate dette per insabbiare una terribile negligenza' e ai concetti di fanatismo, coercizione, mistificazione e indottrinamento della società contemporanea. Quel gigantesco frullatore consumista, artefatto, artificioso e artificiale nel quale quotidianamente muoviamo i nostri passi alla ricerca di una felicità tanto perduta quanto desueta e (spesso, purtroppo) irraggiungibile.
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Testimonianza viva
Questo libro non è un romanzo, ma una raccolta di testimonianze, anche nella forma. Ed è una lettura che lascia un segno profondo proprio perché racconta una delle pagine più atroci della storia umana attraverso lo sguardo di chi la vive con innocenza e fragilità. Il romanzo, ambientato nella Francia del 1940, segue la famiglia Wins e soprattutto la piccola Charlotte, di origini ebree polacche, costretta, fin da quando comincia il tempo del disprezzo, ad una fuga continua per sfuggire alle persecuzioni naziste e salvare ciò che resta dell’affetto e della dignità umana. Il valore più forte del libro è l’uso della prospettiva della bambina: da un giorno all’altro scompare il mondo per come lo conosce e, giorno per giorno, vive la Storia con gli occhi di chi non comprende del tutto ma sente inevitabilmente dentro di sé questa rottura brutale, fino alle viscere. Non si tratta di un semplice racconto storico, ma di una narrativa che intreccia memoria e testimonianza, dando voce alle emozioni, ai timori ed ai silenzi. L’autore utilizza una cronaca ricca di dettagli e la mescola con testimonianze dirette. Questo espediente narrativo ha il pregio di allargare lo sguardo oltre alla singola vicenda familiare, inserendo Charlotte ed i suoi cari in un contesto più vasto di sofferenze, coraggio, umanità tradita e solidarietà precaria tra sconosciuti. La scrittura, semplice ma intensa, evita gratuiti sentimentalismi: parla piuttosto di sopravvivenza, di paura che si fa fisica, di una quotidianità che, nella sua apparente normalità, d’improvviso si spezza. Questo libro chiede al lettore di non limitarsi a guardare, ma di sentire, di respirare la stessa inquietudine. Ed è proprio questa immersione emotiva, più che la mera costruzione narrativa, a fare di questa lettura un qualcosa che tocca e resta. Questo libro è un invito a non dimenticare, a raccogliere ogni parola come se fosse un testimone, a sentire, con rispetto ed occhi aperti, ciò che la Storia ha inciso nelle vite dei più vulnerabili.
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Caleb Trackelmann
Terzo ed ultimo libro della trilogia di Caleb Trackelmann, Un libro che chiude e spiega una storia che ha dell'incredibile per la sua crudeltà. La trilogia per un lettore amante del genere è pressoché perfetta, il mistero, la suspence. Una storia molto originale e ben congeniata, al limite del surreale, tanto che viene da domandarsi come uno scrittore possa concepire tali crudeltà e nefandezze, anche se c'è da ammettere che la realtà poi supera sempre la fantasia, quindi perchè stupirsi. Un romanzo che si legge con tanta angoscia, ma che da subito non lascia speranza alcuna, è duro e crudo. Bravissimo l'autore, circa tremila pagine (per tutti e tre i libri) che si leggono tutte d'un fiato, una storia terrificante, un vero thriller.
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Ma non esiste la polizia postale in Giappone?
In quasi dieci anni di recensioni librose vi ho consigliato (e altrettanto spesso sconsigliato!) centinaia di titoli, ma i social sono stati un mezzo utile anche per vedermi suggerite delle letture che altrimenti non avrebbero mai incrociato la mia strada. Una di queste è senza dubbio "Confessioni" -romanzo d'esordio che Minato ha elaborato a partire dal suo racconto "La sacerdotessa"- al quale ho deciso di approcciarmi anche in virtù del mio apprezzamento per i placidi thriller asiatici: intrecci dove l'attenzione non è posta tanto sullo smascheramento di un colpevole o su inseguimenti pregni di adrenalina, quanto piuttosto sulle motivazioni dietro a un crimine sul piano individuale e sociologico.
Il delitto che muove la narrazione in questo caso è la morte sospetta di Manami, una bambina di quattro anni figlia della professoressa Moriguchi Y?ko, trovata annegata nella piscina della scuola media dove la madre insegna. Tutte le prove lasciano intuire che si sia trattato di una tragedia senza responsabili, ma l'ultimo giorno di lezioni la donna descrive nel dettaglio quanto è avvenuto in realtà: a uccidere Manimi sono stati gli studenti Watanabe Sh?ya e Shimomura Nao, due ragazzi decisamente diversi ma accomunati dal risentimento verso l'insegnante e dall'incapacità dei rispettivi genitori. Terminato il monologo di Moriguchi, prendono metaforicamente la parola altri personaggi, e tramite lettere e diari raccontano le loro prospettive sulla vicenda.
L'intento della cara Kanae non è tanto fornire nuovi elementi per ribaltare la sentenza di Moriguchi, quanto piuttosto far comprendere al lettore quali dinamiche distorte si nascondano dietro all'omicidio perpetrato da Sh?ya e Nao, come anche dietro a tutte le sciagure che ne conseguiranno. Il romanzo riesce in questo modo a sviscerare tematiche molto serie e attuali, fra le quali primeggia quella dell'educazione: un ragazzino può essere ritenuto al cento per cento responsabile delle azioni compiute? quale limite non deve superare un educatore nel suo ruolo? ed entro quali confini si deve invece muovere la famiglia? Grazie ai diversi POV, l'autrice tratta inoltre i temi del bullismo scolastico, della pressione sociale, dell'influenza mediatica, della manipolazione emotiva, del sottile confine tra giustizia e vendetta; e in questo senso svolge un lavoro egregio dando a ogni argomento il giusto peso e spazio.
Tra gli aspetti che ho apprezzato devo poi collocare la prosa -estremamente piacevole e attenta a dare un tono adatto a ogni protagonista- e la scelta di un'ambientazione quasi anonima: per molti dettagli culturali è chiaro che ci troviamo in Giappone, ma evitando di mettere troppe etichette Minato ha creato una narrazione capace di parlare trasversalmente, risultando in questo modo adttabile anche a delle dinamiche più internazionali. Il pregio maggiore credo però siano i suoi personaggi, sia come individui analizzati singolarmente che come personalità sulle quali si basa l'intreccio; tutti vengono infatti caratterizzati in modo tridimensionale e credibile, non limitandosi ad assegnare delle qualità superficiali ma scavando a fondo, fino a scoprire quali esperienze hanno strutturato determinate indoli.
Anche per questa ragione farei fatica a indicare un personaggio che mi abbia colpito in particolare: non solo sono tutti ben scritti, ma nessuno di loro è nettamente positivo dal momento che si dimostrano al contempo sia vittime sia carnefici, portando nel mentre alla negazione del mito dell'innocenza infantile. Ovviamente la cara Kanae tiene in considerazione l'importanza delle influenze culturali e sociali al momento di definire i personaggi, mostrando le diverse reazioni di un gruppo all'apparenza omogeneo di ragazzini di fronte a un'ingiustizia, a un rimprovero oppure a un pericolo. Ho inoltre apprezzato molto che la storia risulti cruda e angosciante, senza ricorrere a mezzucci splatter, ma semplicemente mostrando le spirali discendenti di queste psichi compromesse.
Devo dire di non avere delle vere critiche da muovere a questo libro: al più mi hanno fatta sorridere alcune piccole forzature verso il finale, che comunque risulta calzante e coerente; anche troppo, visto che appena un anno dopo la pubblicazione è stato scopiazzato in un noto film hollywoodiano. Ritengo però giusto mettere in chiaro che non sono presenti degli strabilianti plot twist, checché ne scriva la CE nella sinossi o nella quarta di copertina. Non che mi voglia lamentare dell'edizione (la trovo molto ben fatta, soprattutto negli utili contenuti extra a fine volume), però la trama è semplicemente un concatenarsi di eventi tragici, e la presenza di caratteri così ben delineati rende molto facile capire come agiranno. Quindi non la consiglierei a chi cerca una storia stupefacente nel senso convenzionale, quanto a dei lettori che desiderino perdersi nell'introspezione psicologica di caratteri deviati e riflettere sulla differenza tra giusto e legittimo.
NB: Libro letto nell'edizione Atmosphere
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Elogio della laboriosità
Il ritorno di Ken Follett vede l’autore inglese cimentarsi nella prosa sua solita in cui eccelle di più, quella cioè di rievocare gli episodi salienti della Storia dell’Uomo. Lo scrittore è un maestro in questo, nel romanzare dal vivo gli eventi storici, in qualsiasi epoca realmente avvenuti, quasi a far sì che siano gli stessi oscuri personaggi, non già i noti protagonisti, bensì le persone comuni, quelli sullo sfondo, i veri testimoni diretti in quel tempo di quelle vicende, a raccontare i fatti.
Come si sono realmente svolti, riportati da chi li ha vissuti.
Lo ha fatto calandosi in pieno, talora con stupefacente abilità narrativa, pari alla rigorosa ricostruzione storica, per esempio in epoca medievale, all’epoca delle costruzioni delle grandi, maestose cattedrali, simbolo altissimo di nome e di fatto della crescente influenza religiosa della Chiesa sulle masse. Attraverso le voci delle persone sul posto, l’autore conduce per mano il lettore accompagnandolo nei lavori in corso d’opera, riportando dal vivo tutti gli antefatti e le vicissitudini, le trovate di ingegno, gli scontri, le alleanze, l’acume e l’intelligenza necessarie per dar luogo in quelle epoche lontane, e con quei mezzi e artifici tecnici tanto rudimentali quanto ingegnosi, a quelle immani opere di avveniristica ingegneria, tuttora imperiture, svettanti a simboleggiare a quali livelli giunge la capacità umana volta a celebrare il divino, a sua immagine speculare.
Vale per i romanzi del notissimo ciclo delle cattedrali, come per quasi tutti i suoi lavori, dagli esordi fino ai più recenti, non c’è episodio storico cruciale che Ken Follett non abbia indagato fondendo insieme narrativa e ricostruzione storica rigorosa, indagine reale e prosa verosimile, documentazione ufficiale e creatività eccelsa.
In verità, “Il cerchio dei giorni”, pur essendo un tomo poderoso e ben scritto, non è proprio all’altezza dei lavori precedenti, non prende in pieno il lettore, ma dipende più che altro dal tema, indubbiamente le cattedrali sono più intriganti dei semplici o dolmen o altri rudimentali monumenti in pietra. Inoltre, nel romanzo in esame, l’epoca considerata è ancora più datata, è l’alba dell’uomo appena sceso dagli alberi, già ingegnoso ma non ancora del tutto intelligente, è uomo dei boschi, attivo e industrioso, ancora primitivo ma non più ai primordi della civiltà. Tutto sommato un bel vivere: la vita degli abitanti dei boschi è felice; mangiano nocciole e frutti degli alberi quando hanno fame, fanno l’amore con chiunque lo voglia, non hanno ancora freni morali e costrizioni religiose o sociali, vivono al meglio che i tempi permettono e accettano serenamente la morte, quando arriva, come fanno gli animali, anche se sanno già di non essere più animali, o non solo, almeno. Ma questo modo di vivere non può continuare. L’uomo è così, evolve; obbedisce ad un proprio istinto tutto suo, cambia, si modifica, si differenzia. Perciò gli uomini cominciano a dividersi, a raggrupparsi per indole, a sviluppare senso di appartenenza ad un gruppo più che alla comunione e solidarietà nel solo nome di unica umanità conviviale. Presto tutte le genti si dividono, chi si dedica alla caccia, chi è più stanziale e tende a specializzarsi in pastorizia o coltivazione, ciascuno in un proprio territorio, altrimenti le attività sarebbero in contrasto, il bestiame impedisce la regolare crescita delle coltivazioni. I gruppi perciò risulteranno divisi, custodiranno gelosamente il loro bestiame e i loro campi, lavoreranno duramente e vivranno nell’infelicità. Perchè la divisione sempre presuppone infelicità, futuri contrasti, conflitti, manie di prevaricazione sugli altri: dall’alba dei tempi, sempre l’uomo proverà a soggiogare i suoi simili. Follett descrive abilmente tutto questo, racconta degli uomini del loro tempo, narra le loro anime, riporta la loro vita, i canti sulla caccia al cervo, le emozioni sulla ricerca di nidi di uccello, le sorprese ed i turbamenti sull’innamorarsi. Rievoca le loro canzoni ai bambini per farli addormentare, riporta i faticosi lavori di minimo artigianato con rudimentali utensili di selce, scrive finanche dell’abbrutimento degli animi a causa della dura fatica del vivere. E della necessità allora di una morale, di una filosofia del vivere in cui quasi tutti possano riconoscersi, quindi di una religione, di una liturgia, di monumenti dove esplicarla. Non è ancora tempo di cattedrali, ma una pietra, un dolmen, un qualche simulacro sacro è essenziale. Meglio se è un monumento stabile, non di legno perché fragile, ma di pietra, perché perenne. Un monumento, quindi; un monumento che era essenziale: chiamava a raccolta tutto il popolo della grande pianura nei giorni speciali, e ricordava loro che erano comunque parte di una unica, grande comunità, quella dell’Uomo. Ben lo capivano le più intelligenti tra gli umani: le donne. Portatrici di pace, di amore, di saggezza. Per questo se non divine, però sacerdotesse. In grado di contare, di calcolare: serviva allora preservare le preziose conoscenze delle sacerdotesse sui movimenti di sole e luna, assicurando che non andassero perse. Perchè il bene più grande dell’Uomo è il tempo: indica l’inizio e la fine, quando coltivare e quando raccogliere, quando attendere e quando agire. Serve un monumento in cerchio che il tempo lo delimiti, e serve costruire un monumento in pietra, in modo da risultare eterno, proprio come il Tempo: circolare ed eterno. Un monumento in pietra, non semplici dolmen sparsi a casaccio, ma una Stonehenge, un cerchio dei giorni. Chi lo ha concepito? Quali uomini e donne coraggiosi hanno superato ogni ostacolo per innalzarlo? Chi sono i giganti che lo hanno realizzato? Follett fornisce la risposta giusta: il suo è un elogio della laboriosità umana, furono realizzati da quegli uomini che vollero essere quei giganti. E se lo furono, fu perché guidati dai campioni dell’umanità, le donne. Loro sì, dei veri giganti: le uniche che possano dare un senso ed un valore ai giorni della nostra vita.
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Helene, Frank & la Marks & Co
«Adoro i libri usati che si aprono alla pagina letta più spesso da qualche precedente proprietario. Quando è arrivato Hazlitt, si è aperto a «Odio leggere i libri nuovi», e ho rivolto un «Fratello!» a chiunque fosse che lo aveva posseduto prima di me.»
Il suo nome è Helene Hanff ed è una grande lettrice americana appassionata di libri antichi e fuori catalogo, in buono stato ma anche a costi contenuti. È proprio per far fronte a questo suo bisogno spasmodico di lettura e collezione che si imbatte nella libreria Marks & Co., una libreria che scopre grazie a un annuncio sul Saturday Rewiew of Literature.
Ed è da questa particolare casualità che è nata una delle amicizie più belle di sempre, un’amicizia che vede quale protagonista Helene e Frank Doel. Sono due figure tra loro lontanissime, lei è la tipica americana spavalda e senza freni, scrive sceneggiature e non si risparmia di inveire contro il libraio quando i suoi desideri non sono stati raggiunti. Lui, di contro, è un uomo calmo e riservato, formale e attento nel soddisfare i bisogni di questa lettrice a cui si è affezionato.
Col tempo la corrispondenza tra il 14 East 95th St9 e 84 Charing Cross Road si trasforma in un rapporto che lega Helene anche alle persone che ruotano attorno a Frank, dai colleghi e le colleghe di lavoro come Cecily Garr (il cui vero nome era Daphne Carr) alla sua famiglia. Ed è bello anche notare come, pagina dopo pagina, la formalità professionale di Frank dettata dal fatto che le lettere dovevano essere meticolosamente archiviate, si lascia andare a toni più irriverenti e ironici e al calore di uno scambio colloquiale fatto anche di opinioni, aggiornamenti, fatti di vita quotidiana, auguri e tanti regali (da pacchi alimentari da parte di lei, a una deliziosa tovaglia ricamata a mano da parte di lui). Helene, nel periodo del razionamento in vigore tra il 1939 e il 1955, era solita inviare agli amici generi alimentari non facili da trovare sul mercato britannico (dalle uova intere a quelle in polvere e chi più ne ha più ne metta).
Questo fa pensare a quanto davvero la letteratura e la scrittura sappiano unire mondi diametralmente opposti e lontani. Helene e Frank non si incontreranno mai. Lei riuscirà a raggiungere e a visitare Londra solo nel 1971 quando, appunto, vi si recherà per presentare “84, Charing Cross Road”. Sarà però troppo tardi per incontrare Frank. Ne parlerà sotto la forma del diario in “The Duchess of Bloomsbury Street”, classe 1973.
Dal testo classe 1970 è stata tratta l’omonima pellicola a firma David Jones con Anne Bancroft e Anthony Hopkins uscita nel 1987. Oggi la libreria non esiste più, al suo posto esiste un McDonald’s e sulla parete esterna è affissa una targa rotonda che ne ricorda l’esistenza. La pellicola, così come il libro, ha quelle tinte malinconiche e romantiche che sono capaci di scaldare il cuore dei lettori.
«Amo le dediche sulla prima pagina e le note a margine, mi piace il sentimento fraterno che si prova sfogliando pagine che qualcuno ha già sfogliato. Leggendo passaggi che qualcun'altro, magari da tempo scomparso, ha voluto segnalare alla mia attenzione.»
Quello di Helene Hanff è un piccolo grande testo che riporta al passato e che scalda il cuore con la sua semplicità. Non mancheranno momenti ilari dati e dettati dai toni che si intersecano tra i vari protagonisti, ma non mancherà nemmeno quel ritorno a un tempo oggi lontano e non da tutti conosciuto.
Un romanzo epistolare è “84, Charing Cross Road” che si legge in pochissimo tempo ma che lascia il segno permettendo anche di avvicinarsi con genuinità e rapidità a un genere non sempre amato o, comunque, poco conosciuto. Buona lettura!
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In Siberia con Dostoevskij
J. Brokken, nel bellissimo "Anime baltiche", parla anche della famiglia del barone Alexander Von Wrangel, che sedicenne fu presente alla simulata esecuzione di Dostoevskij, di cui successivamente divenne grande amico.
Gli eredi del barone hanno quindi contattato l'autore olandese per fargli leggere le lettere inedite che possedevano: la corrispondenza fra il loro antenato e il celebre scrittore russo.
Di qui il lavoro di documentazione che è alla base di questo libro bello e interessante.
Nel 1854 Alexander, al servizio del Ministero della Giustizia, optò "per un incarico nell'angolo più remoto e più deserto della Siberia sudoccidentale".
Fu lì che incontrò l'illustre internato, quando ormai aveva già scontato il periodo più duro della detenzione, tanto che la loro amicizia poté condurli a dimorare nella piccola e graziosa tenuta chiamata Il Giardino dei Cosacchi.
Il libro è molto bello, di pregevole scrittura.
Altrettanto interessante è l'aspetto biografico.
Nei Paesi Nordici il romanzo storico-biografico è una realtà letteraria che sta dando ottimi risultati. Si tratta di opere documentatissime che non indugiano in orpelli romanzeschi : il 'vero storico' e il 'vero poetico' sono intesi nel senso più rigoroso possibile.
A questa categoria appartengono a buon diritto i testi di Brokken.
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La Russia di Gogol'
Secondo il progetto di Gogol' "Le anime morte" sarebbe dovuto diventare un lungo poema suddiviso in più libri, una sorta di Divina Commedia russa. Tra l’altro pare che l’idea sia germinata dal fitto rapporto di corrispondenza con Puškin che tanto ha contribuito alla vena artistica di Gogol’. Il destino però ha voluto che l’opera giungesse a noi incompleta a causa della crisi personale ed al dissidio interiore dell’autore.
Tuttavia ciò non toglie valore ad un'opera che si pone l'obiettivo di descrivere la realtà russa del XIX° secolo, della provincia rurale, lontana dai bagliori pietroburghesi. Gogol’ focalizza l’attenzione infatti su un mondo borghese di campagna costituito principalmente da proprietari terrieri – “barin” in russo – e dai loro “muziki” – termine che designa sostanzialmente i contadini servi della gleba addetti a lavorare le terre del padrone. Accanto a costoro si affiancano funzionari pubblici come governatori, presidenti di tribunale etc., addetti alla gestione dell’amministrazione statale, oltre ad una fitta rete di “cinovnik” – piccoli burocrati sottoposti ai funzionari più elevati. Di tutta questa vasta “tribù” Gogol’ enfatizza e ridicolizza i tratti: trasversalmente parlando infatti la società russa è caratterizzata da grande avidità, tutto ruota attorno al denaro ed alla ricerca del proprio interesse personale, il pettegolezzo domina ed i comportamenti amorali si osservano ovunque.
Partendo da questi presupposti, in questa palude umana, emerge la figura di Cicikov, il protagonista del romanzo dal comportamento moralmente discutibile. Nel suo continuo girovagare lungo le strade di Russia, incontra una pletora di proprietari terrieri sui generis, che tenta di convincere a vendergli le "anime morte": quei contadini deceduti ma non ancora dichiarati tali nei pubblici registri statali, per i quali il padrone deve ancora pagare una tassa allo stato. Ebbene sollecitandoli proprio sull’aspetto finanziario li convince a stipulare atti di vendita per appropiarsene, con l'obiettivo di risultare lui il proprietario di anime ed ottenere così assegnazioni di terre ed altri contributi pubblici.
“- E cosi se non ci sono impedimenti, a Dio piacendo si potrebbe procedere alla stipulazione di un atto di vendita- disse Cicikov. - Come un atto di vendita di anime morte?
- Ah no! Disse Cicikov. Noi scriveremo che sono vive, cosi come effettivamente risulta dalla lista del censimento "
Cicikov è l’emblema della Russia di Gogol’, un ritratto folcloristico, satirico ed anche spietato della società del suo tempo. Attraverso di lui diventa possibile osservare che le vere anime morte non sono tanto i contadini deceduti ed acquistati, bensì gli ex proprietari in quanto morti dentro, dediti all'accumulo di ricchezze ed alla ricerca di privilegi personali.
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le nostre solitudini
Premetto che sono un po' controcorrente, nel senso che Haruf è uno scrittore che piace; questo è il secondo romanzo che leggo dell'autore e purtroppo entrambi mi hanno lasciata indifferente. Non mi emoziona. Non saprei dire perchè, sono indubbiamente delle belle storie. Anche questa è una storia di solitudini, originale a modo suo, scritta tutta in dialoghi indiretti, che personalmente non amo molto, e con poche descrizioni. Si svolge in una cittadina del Colorado, Holt, che potrebbe essere un posto qualunque, ma non per questo risulta di ampia respiro. La storia, del tutto improbabile (originale solo per questo) non provoca empatia. Insomma una bella storia che non emoziona. Per non parlare del finale che dire forzato è poco. Perchè scrivere una storia intima tra due adulti, quasi anziani, che anche alla loro età non sono liberi di vivere le proprie emozioni? In un paese, come l'America, democratica e liberale per antonomasia, che ha sempre rappresentato il mito della realizzazione del sogno di libertà, in cui tutto può succedere, basta volerlo. Ma probabilmente è proprio questa che lo scrittore ha voluto evidenziare, in un finale che ha dovuto velocizzare, perchè la vita non gli ha dato il tempo e che ha dovuto consegnare all'editore prima della sua morte imminente.
Ho amato molto invece il film, che seppur molto fedele, guadagna molto con le due interpretazioni magistrali di Robert Redford e Jane Fonda.
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Quando la colpa prende la mira
Questo libro è il sesto tassello coerente nel percorso narrativo incentrato sulla figura di Andrea Lucchesi, un romanzo che conferma l’idea di giallo dell’autore come strumento di osservazione della fragilità umana, storie realistiche e meditative. Anche qui il delitto non è mai un semplice meccanismo narrativo, ma il punto di partenza per interrogarsi su responsabilità, errori e conseguenze che non si esauriscono con la soluzione dell’indagine. L’indagine si sviluppa con il consueto passo misurato, lontano da ogni tentazione sensazionalistica. L’autore preferisce costruire tensione attraverso l’attesa, attraverso il lento emergere di verità che non assolvono nessuno del tutto. Ogni personaggio sembra portare con sé una colpa, piccola o grande, e il titolo diventa presto una metafora efficace: in questa storia, nessuno è davvero al riparo. La scrittura è sobria, asciutta, ma mai fredda. Al contrario, è proprio questa essenzialità a lasciare spazio all’empatia. I protagonisti non sono eroi, ma uomini stanchi, consapevoli dei propri limiti, chiamati a fare i conti con una giustizia che non sempre coincide con la verità morale. Simoni li osserva con rispetto, senza indulgere in giudizi o facili assoluzioni. Milano, ancora una volta, fa da sfondo discreto ma significativo: una città vissuta, quotidiana, attraversata da silenzi e routine che rendono più plausibile il male quando irrompe. Non c’è compiacimento nella descrizione del crimine, ma una costante attenzione alle sue ricadute umane, a ciò che resta dopo. La storia si legge indubbiamente con interesse e lascia una sensazione di inquietudine composta, quella che nasce quando una storia riesce a ricordarci che il confine tra colpa e innocenza è spesso meno netto di quanto vorremmo. Un giallo che non cerca l’adrenalina, ma la riflessione, perché l’autore è capace di trasformare l’indagine in uno specchio morale. Ne nasce un romanzo che non fa rumore, ma che continua a interrogare anche dopo l’ultima pagina.
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Ah le chiacchiere, che chiacchiere!
«Tutta brava gente, per carità, umile e di poche pretese. Ma infarinata con le cose di dentro quanto un pesce con la sabbia […]. Era per le novità che la gente veniva a scandalo. Ciò che andava ad alterare l’equilibrio semplice dei vicoli e delle contrade suonava come una minaccia, facendo storcere il grugno alle comari di vedetta sui balconi; i maschi bofonchiavano all’istante di quanto il mondo stava andando a rotoli.»
“L’ingrato” rappresenta l’esordio letterario di Sacha Naspini in libreria. Viene ripubblicata per Edizioni EO e nella sua struttura anticipa i temi che poi si ritroveranno in alcune delle opere più famose quali, ad esempio, “Le case del Malcontento”. Non mancano per questo le ambientazioni claustrofobiche ed ancora quella focalizzazione interna che sa caratterizzare i suoi scritti ove i personaggi sono voce costante e narrante.
Luigino Calamaio è maestro alla soglia della pensione. Ha bisogno di evadere dalla realtà e vi riesce solo quando nello stanzino del sottoscala copia i quadri di Toulouse Lautrec. Questi sono i momenti in cui può sognare, lasciarsi andare al bisogno di velleità. Per i compaesani è artista stravagante, un fiorentino matto. A fargli da paravento vi è solo il fatto che, tutto sommato, sia un uomo perbene. Ma quanto può bastare questo a tenerlo lontano dalle maldicenze?
Ed è qui che arriva il borgo, comprimario protagonista, un po’ come ne “Le case del malcontento”, già precedentemente citate. Eh sì, perché è proprio nel borgo che si ergono i pettegoli e i giudici, le voci che mormorano e che sondano e scrutano ogni movimento del maestro. Questo soprattutto quando si avvicina a Chiaretta offrendole il suo aiuto e prendendo da lei il colore per i suoi dipinti. È qui che il paese ancor di più vocifera spietato e incurante del danno di voci false e bugiarde. Di contro l’uomo pensa, pensa, pensa, pensa e pensa ancora. Pensa alla sua esistenza in cui non si riconosce pienamente, pensa al suo passato, alla sua giovinezza ormai trascorsa, invidia quei giovani che sono animati da quella scintilla che lui osserva e vede nei quadri di Lautrec.
Poco importa se a farne le spese, di tutto questo vociferare, è l’anima stessa.
«Se le donnette del paese avessero avuto cura delle persone come ne avevano per i vasi dei ballatoi, sarebbe stato un altro mondo.»
“L’ingrato” è una storia che sin da subito si sedimenta nella mente, questo anche grazie a un personaggio che viene percepito quale vivido e reale dai lettori. È anche la storia di una ossessione, della ricerca costante di “quel senso” per mezzo dell’arte. Quest’ultima sconvolge le carte, travolge e rende l’uomo fiero ed orgoglioso di sé e di quello sguardo con cui guarda al mondo. La realtà è però un’altra: tutto ciò non fa che allontanarlo dalla realtà, dalla comunità che lo circonda.
E se da un lato l’arte lo riscatta, egli si riscopre artista e in questa trova il suo perché, dall’altro ecco che il mondo fuori lo condanna e sfocia e affonda nel grigiore del bieco e pusillanime. Non ammette e contempla riscatto di alcuno. Perché non esiste riscatto alcuno per i deboli e ancor meno per i diversi.
Al tutto si somma uno stile narrativo minuzioso, pungente, stigmante per i dogmi del chi non è accettato perché diverso. Le scene sono ben descritte, le sequenze rapide, i personaggi tridimensionali e tangibili per chi legge. Non mancano, ancora, i giusti colpi di scena.
“L’ingrato” uscì per la prima volta nel 2006 con Effequ Edizioni, è stato poi ripubblicato dal Foglio Letterario nel 2010, è stato diffuso anche gratuitamente in forma di e-book successivamente a scopo promozionale ed ora torna in libreria con questa nuova veste grafica made in Edizioni EO. È un testo in cui Naspini ricompone una sorta di remake di Lolita, una Lolita di provincia e priva di ogni implicazione sessuale. Il testo rappresenta una perfetta novella maremmana in tutto e per tutto.
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LA GRAZIE FERITA
Non c’era donna al mondo che sapesse danzare con la sua stessa grazia, leggera come l’aria, soffice come la seta. La danzatrice di Seul è un romanzo che ti prende per mano con delicatezza, ma non ti risparmia il dolore. L’autrice adotta uno stile che sembra muoversi a passi di danza: morbido, circolare, ma capace di colpire al centro. La protagonista è una figura delicata ma magnetica, sospesa tra la tradizione che la stringe e il desiderio di reinventarsi, con un’identità che si frantuma e si ricompone tra Corea, Giappone e Francia, in un’epoca di tensioni che ruba il respiro. La scrittura è elegante, quasi musicale. Ogni pagina sembra scolpita nella nostalgia, con quella malinconia che non pesa ma accompagna, una scrittura che lascia che siano i silenzi, le attese, gli sguardi a raccontare ciò che le parole non riescono a contenere. Pur non essendo un romanzo storico, ma un’opera contemporanea, in queste pagine c’è anche molta Corea: la sua storia ferita, le sue contraddizioni, la sua bellezza. Non come sfondo esotico, ma come pelle viva. È una terra che soffre e che pretende, che spinge i suoi figli lontano e poi li richiama indietro, sempre con una sorta di malinconico possesso, con catene invisibili che possono però spezzare lo spirito. Ed è proprio questa tensione a dare al libro la sua vibrazione più intensa. Si esce dal romanzo con la sensazione che la vita in quell’area del mondo sia un mosaico irregolare, fatto più di vuoti che di pienezze, ma comunque capace di generare bellezza. Una bellezza fragile, come tutto ciò che ha dovuto attraversare la tempesta per continuare a esistere. Il libro ha uno stile lirico, misurato, intriso di malinconia, è uno di quei libri che non urlano, ma lasciano un’eco, senza lasciarsi confinare in un’unica prospettiva. La storia di una donna che prova a danzare sopra le crepe del suo tempo, e che in quelle crepe trova, paradossalmente, la propria verità.
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Se questo è amore
Breve, brevissimo eppure intenso.
Amor, ch’a nullo amato amar perdona...
Alcuni si aspetterebbero una banalizzante reciprocità, che l'amore d’oggi pretende, ma che non sempre si materializza.
L’amore, l’ossessione, il totalizzante annullarsi che trascende l’impossibile e impossibile rimane, fino all’ultimo respiro.
Il testo è scritto magistralmente in pochissime pagine che raccontano una vita fatta di pochi episodi e tanti, tantissimi giorni di oblio e disperazione.
Amore che tutto può, anche nel non realizzarsi mai, senza mai morire, andare oltre la vita per renderla vissuta assaporando fugaci sentori di euforia e di questi brevi bocconi d’esistenza, di questi leggeri respiri di passione si nutre l’esistenza di questa donna ossesso-innamorata.
Lui? Superficiale? Non è l’emblema di ogni uomo per fortuna, ma rappresenta, inconsapevolmente, “l’uomo” oggettivizzante, colui che sostituisce il piacere all’amore e fa della donna qualcosa da adulare e conquistare, lo specchio delle proprie vanità, privo di empatia, distratto.
Lei, ancora, è una donna fuori dal tempo, fuori dalle logiche che oggi noi possiamo concepire, come se fosse la metafora di un amore impossibile, di un amore non corrisposto, forse non ci sono un uomo e una donna in questa lettera, forse c’è solo uno dei tanti volti dell'amore, l’idealizzazione dell’amore stesso, l’annullarsi per amore, il sottomettersi a ciò che a molti suona inconcepibile.
Con chi ha vissuto un amore impossibile, idealizzato, farcito di fantasie e illusioni risuonerà questo testo, forse in questa chiave il racconto sa suonare la melodia migliore.
Erano anni che non scrivevo più recensioni qui, anni di buio che son diventati luce da poco, chissà se continuerò ancora o se forse questa parentesi, mossa da un impeto inconsapevole, rimarrà appunto un’appendice. Questo testo mi ha colpito, ha risuonato in me e ora mi chiedo: è questo il vero amore? Forse no, ma tant’è…. Chi può dare una definizione dell’amore?
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It's not science, it's a lovecraftian monster!
Ultimamente la mia esplorazione della bibliografia kinghiana è proseguita in modo discontinuo e randomico, con volumi scelti quasi a caso: perché trovati in vendita a poco prezzo oppure ricevuti in regalo. Per il 2026 ho intenzione di essere un po' più rigorosa, affrontando con una precisa intenzione le antologie del caro Stephen, ma nel frattempo concludo l'anno in corso con "Revival"; titolo ben poco chiacchierato, forse per la trama non proprio lineare o forse per le copertine tristi e banali che gli sono state assegnate. Devo dire che anch'io trovavo poco accattivante quella della mia copia (con quella specie di croce in CGI mal illuminata!), eppure la sinossi mi intrigava parecchio. Sinossi che però trovo giusto mettere in chiaro fin da subito è decisamente fuorviante.
Di base seguiamo una storia di formazione che copre l'intera vita del protagonista e narratore Jamie Edward Morton, in modo principalmente episodico. Con qualche eccezione marginale, le vicende raccontate si concentrano sul suo rapporto con Charles Daniel Jacobs, inizialmente introdotto come il nuovo reverendo di Harlow, la cittadina del New England in cui il bambino vive nei primi anni Sessanta. Il legame tra i due è subito forte, e permette di introdurre la passione di Jacobs per l'energia elettrica con cui si diletta a creare piccoli giochi, ma sulla quale basa anche degli studi meno innocenti. Tutto procede serenamente per qualche anno, finché un evento tragico non giunge a sconvolgere la visione del mondo dell'uomo che, persa completamente la fede religiosa, viene allontanato dai suoi concittadini. Lui e Jamie si rincontrano trent'anni dopo, quando quest'ultimo ha raggiunto un punto di non ritorno a causa della tossicodipendenza, ma il loro addio è ancora lontano.
Mi tolgo subito il dente: questa struttura a puntate non mi ha fatto impazzire. In primis, perché rende molto più difficile affezionarsi ai personaggi e farsi coinvolgere nelle loro vicende personali, ma anche per aver lasciato spesso in secondo piano il personaggio di Jacobs. Capisco la ragione dietro alla scelta di Jamie come protagonista, ma ciò porta a un numero ristretto di interazioni tra i due, così sappiamo pochissimo del percorso dell'ex reverendo e al contempo il rapporto di antagonismo tra loro non risulta così significativo, mentre tutto nella narrazione ci indica sia centrale. Verso l'epilogo il motivo per cui Jamie arriva a detestare Jacobs è palese -e condivisibile anche dal lettore-, ma prima abbiamo centinaia di pagine in cui sembra avercela con lui a torto ed esserne ossessionato più per principio che per una reale colpa dell'altro.
Oltre a rimpiangere l'assenza del POV di Jacobs, tra gli aspetti meno riusciti includo la lentezza con cui si sviluppa lo spunto principale, come anche la trama in generale. Non ho trovato l'intreccio particolarmente avvincente o capace di stupire: la direzione generale è abbastanza chiara, mentre le sottotrame collaterali hanno ben poca rilevanza e si riducono a brevi momenti di quotidianità che vengono sfruttati soprattutto per approfondire le relazioni personali del protagonista. È così che personaggi anche molto interessanti finiscono per rimanere poco più di comparse oppure relegati a brevi trafiletti per spiegare la loro uscita di scena dalla vita di Jamie.
Se non sono riuscita ad apprezzare il loro impiego nel romanzo, non posso però dire che questi caratteri siano delineati in modo superficiale o incoerente. Ancora una volta, il caro Stephen dedica molta cura all'aspetto della caratterizzazione, creando un cast di figure tridimensionali e carismatiche, che neppure la narrazione sincopata riesce a far risultare dimenticabili. Attraverso le loro interazioni, l'autore riesce a descrivere delle scene estremamente incisive sul piano emotivo, in particolare nei momenti in cui Jamie si confronta con i suoi familiari, con il suo datore di lavoro Hugh Yates, e ovviamente con la sua cosiddetta nemesi Jacobs. Proprio per questo mi spiace che le loro interazioni non siano più frequenti: quando sono in scena si percepisce con chiarezza come siano combattuti tra una spontanea simpatia e la consapevolezza di essere degli individui fallaci che risulteranno ancor più pericolosi insieme.
Per questo la prospettiva del Jamie adulto che racconta gli eventi più significativi della sua vita è a conti fatti una scelta giusta; infatti riesce a porre l'attenzione su degli elementi che al tempo presente non avrebbe considerato rilevati, motivando così la sua crescente preoccupazione verso le pratiche di Jacobs. Inoltre il suo POV è utile per includere nella narrazione una quantità di tematiche: non tutte ottengono il medesimo approfondimento, ma ritengo che King sia stato molto abile nel raccontare i sentimenti conflittuali di Jamie verso la sua famiglia, la grande passione per il mondo della musica, ma anche la prospettiva distorta nel periodo della dipendenza. Verso il finale questi aspetti cedono il passo al lato più marcatamente horror: si tratta di una svolta dalle tinte lovecraftiane, con chiarimenti quasi assenti ma degli ottimi momenti di tensione e di terrore verso l'ignoto. E seppure la risoluzione sembri un filino anticlimatica, lo considero un epilogo solido e coerente con la scrittura dei personaggi principali, perché non premia nessuno e anche chi sembra salvarsi è destinato a convivere con i propri errori.
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Discesa nel profondo
Catherine Morland pare estraniarsi dall’ eroina che dovrebbe rappresentare, esile, impacciata, bruttina, l’ incarnato giallognolo, spento, i capelli scuri, lisci, i lineamenti marcati, un temperamento che non è il più propizio al proprio destino, distratta, persino ottusa.
Eppure, dopo i quindici anni, si scopre graziosa, quasi bella, corteggiata, desiderata, amata, un tempo in cui iniziare l’ apprendistato da eroina leggendo tutto quello che le eroine devono leggere, in attesa di un amore che la sorprenda.
Il soggiorno di sei settimane a Bath in compagnia dei coniugi Allen e il successivo trasferimento all’ abbazia di Northanger, dimora dei Tilney cambieranno le carte in tavola, catapultando Catharine in un mondo inimmaginato, confrontandola con il reale, illusioni, delusioni, cattiveria, vanità, ostinazione, risolutezza, rivelandole l’ afflato per Henry Tilney, il senso di amicizia per Isabella, l’ avversione per il signor Tilder, l’ amore per il fratello James, l’ umore ondivago di Eleanor, la certezza di non valere così tanto e di essere indegna di attenzioni che non sa come ricambiare.
Catherine anticiperà tratti delle protagoniste dei romanzi a venire di Jane Austen in un testo pensato e scritto dal 1798, uscito postumo, giovani donne rinchiuse in un contesto sociale avverso, retrogrado, tradizionalista, destinate a un buon matrimonio e a una vita famigliare scarna, donne che si ribellano, intelligenti e creative, lettrici, scrittrici, sognatrici, innamorate della vita, che si costruiscono un immaginario di natura letteraria ( nel caso di Catherine storie prevalentemente gotiche ), con un carattere critico che le allontana da un destino banalmente imposto.
Le visioni della protagonista, trasferitasi nell’ abbazia di Northanger, le storie vere e presunte alimentate dalla sua fervida immaginazione finiranno, passato, presente e futuro confusi, la nostra eroina, sola e stanca, tra mille problematiche, costretta a un mesto ritorno alla propria dimora.
Eppure qualcosa in lei è cambiato per sempre, l’ educazione alla vita, il desiderio di amare, la crescita personale, il soggiorno a Northanger hanno cementato un’ unione di intenti tra storie romanzate, riflessioni, sensazioni, sentimenti.
Jane Austen, tramite la figura di Catherine, da’ voce a una dimensione privata in cui sentirsi autrice a tutti gli effetti.
Lo scorrere dei giorni ci restituisce una giovane donna piena di autoironia, innamorata dell’ amore, dei romanzi, inventrice di sogni e osservatrice acuta, che si è costruita una stanza tutta per se’, simbolica e materiale, in cui riconoscersi ( Northanger Abbey) e inventare storie, un luogo di intimità che Jane Austen non ha mai avuto .
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Alla ricerca della madre perduta
Anche se forse non possiede il respiro delle opere maggiori di Jonathan Coe (La famiglia Winshaw in primis), il romanzo si distingue per tenerezza degli affetti, profondità delle tematiche, coesione della struttura.
L’io narrante, Calista Frangopoulos, una giovane di origine greca in viaggio a Los Angeles, entra casualmente nella vita del grande regista Billy Wilder e viene da lui ingaggiata come interprete per la lavorazione di Fedora, il suo penultimo film, girato nell’isola greca di Lefkada, capolinea di un percorso artistico straordinario, le cui tappe principali erano state Viale del tramonto, Sabrina, A qualcuno piace caldo, L’appartamento, Vita privata di Sherlock Holmes.
Per Wilder sono gli anni del declino; una nuova generazione di registi avanza, tra i quali Spielberg, Scorsese, Coppola, Fassbinder: trovare un produttore che lo finanzi è diventata un’impresa. Assistiamo dunque, attraverso il racconto di Calista, alle varie fasi del film, accompagnate da citazioni, ricordi, aneddoti di straordinario interesse, frutto di una documentazione seria e laboriosa, da saggista più che da romanziere. In particolare vengono riferite le riflessioni, le battute, i giudizi a tutto campo di Wilder sul cinema contemporaneo, sui “giovani barbuti” che ormai stanno prendendo il posto della passata generazione. Per il regista austriaco è finito il tempo delle pellicole romantiche, delicate, alla Lubitsch: al loro posto sono subentrate trame basate su scene violente, su personaggi depressi che inducono depressione nello spettatore, o sui primi effetti speciali, mentre le scelte dei produttori si orientano sempre più verso il business ed è questo ormai l’unico criterio in base al quale si decide se accordare o meno finanziamenti.
L’ossessione che Wilder nutre nei confronti del film Lo squalo scatena il suo umorismo cinico e graffiante e lo induce a immaginare, tra le varie fantasie sull’argomento, un film girato a Venezia in cui un branco di pescecani assalta i gondolieri nel Canal Grande(i produttori abboccano e non capiscono che è un paradosso rivolto contro di loro…). Un giudizio che sarà completamente rinnegato e rovesciato nella parte finale, quando, in un ultimo incontro con Calista, Wilder esalterà Schindler’s List di Spielberg, lo definirà geniale e affermerà che è infinitamente migliore di quello che avrebbe saputo fare lui.
Ma non si pensi ad una biografia più o meno romanzata: Il racconto non è focalizzato esclusivamente sull’autore di Fedora, ma sul rapporto che si stabilisce tra lui e la narratrice, come lascia bene intendere, pur nella sua essenzialità, il titolo, incentrato su questa reciprocità.
Memorabile al riguardo, uno degli episodi più suggestivi, quello in cui i due protagonisti ritardano il loro arrivo sul set dove li attende l’ultima scena, quella del suicidio della finta Fedora, per visitare le fattorie intorno Parigi e godere dell’eccellente brie che viene in esse prodotto: la dolcezza del paesaggio, la bontà dei sapori, la capacità di W. di cogliere con la sua parola sapiente il senso della vita nei suoi aspetti più umani ed profondi, saranno per Calista un insegnamento imperituro e un punto fermo della memoria, destinato a riemergere nel finale. L’influenza del grande cineasta sulla donna non si esaurirà infatti nel periodo della loro frequentazione e troverà il suo culmine allorquando l’ex interprete, divenuta affermata creatrice di colonne sonore per film, rivedendo Fedora, ne apprezzerà la “profonda comprensione del dolore dei suoi personaggi: in particolare di personaggi- uomini e donne- che stanno invecchiando, che si battono per trovare un ruolo in un mondo che si interessa solo alla gioventù e alle novità”. Un film in grado di trasmettere una gioia, un calore, una chiarezza, tali da spingerla ad una decisione familiare generosa e densa d’amore, che qui non spoileriamo, ma che raccomandiamo di cogliere con attenzione. Decisione che trova l’avallo del marito, espresso con la stessa locuzione interrogativa: “Perché no?”, con cui il fedele sceneggiatore di Wilder, Iz Diamont, ne sottolineava le trovate geniali, come alcune battute finali entrate nella storia del cinema: “Nessuno è perfetto”, “Sta’ zitto e da’ le carte”. Il racconto, che era cominciato con la descrizione di una bambina che saltellava sulla scala mobile nella metropolitana di Londra, costringendo la mamma a rincorrerla continuamente, si chiude ad anello nel segno della maternità e della vita. Sono quelle relazioni che solo i grandi della scrittura sanno delicatamente disseminare nel loro textus, le corrispondenze che legano il tutto e gli conferiscono armonia e bellezza.
Non manca, come d’abitudine in Coe, la tematica storico-politica, che qui si manifesta ni continui riferimenti di Wilder alla Germania nazista e allo sterminio degli ebrei. Quando un giovane tedesco, durante una di quelle conversazioni al tavolo di un bar o di un ristorante che affollano queste pagine, tira in ballo uno studio recente che ridimensionerebbe l’Olocausto, balza fuori la potente – e rivelatrice- risposta del regista, al termine di un brillante excursus in forma drammaturgica, da film o da commedia più che da romanzo: “Conosco queste teorie che tendono a incolpare gli ebrei di aver ingigantito le cose […] Ma allora, se non c’è stato l’Olocausto, dov’è mia madre?”.
E quando, con cura ossessiva, il regista guarderà e riguarderà le bobine delle riprese effettuate dagli Alleati nei campi di concentramento o quando vedrà per la prima e unica volta Schindler’s List, il suo sentimento filiale cercherà irrazionalmente tra i cadaveri ammucchiati il volto della madre perduta, mai più ritrovata, travolta e annichilita dalla follia nazista. Commovente mescolanza tra realtà e invenzione,realtà e cinema, da parte di un gigante che a questa dialettica aveva dedicato l’esistenza.
La struttura narrativa ad anello, per cui l’ultimo capitolo si riallinea allo spazio (Londra) e al tempo (il presente) del primo, corrisponde alla crescita della protagonista, innescato da un grande del cinema di tutti i tempi. Il corpo centrale del racconto, compreso tra questi due estremi, è dunque un lungo e articolato flashback, che scandisce le fasi di un processo di formazione.
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Solitudini a confronto
«Pensavano entrambi a loro due che, senza conoscersi, si erano incontrati per miracolo nella grande città, e ora si aggrappavano l'uno all'altro con disperato ardore , come se si sentissero già pervadere dal freddo della solitudine.»
Georges Simenon è uno degli autori più versatili del panorama letterario. Lo abbiamo visto con tante opere, sia in tema di gialli con Maigret che non con “Marie la strabica” o ancora con i racconti. Ma cosa succede quando l’autore belga parla di amore? Di amore ispirato a una storia autobiografica e oltretutto scritta a caldo, cosa ben rara per il romanziere. “Tre camere a Manhattan” è uno dei testi più vividi, vibranti e potenti da lui scritti. Si ispira al rapporto sentimentale di Simenon con Denyse Ouimet, seconda moglie. Tra queste pagine emerge tutto il sentimento che li ha coinvolti, in tutte quelle che sono le fasi dell’innamoramento e anche della solitudine. Eh sì, perché i due volti che conosciamo tra queste pagine, sono due anime sole. Un uomo e una donna che si incontrano per caso in una notte come tante, una notte ove a regnare è proprio questo sentimento di isolamento.
François e Catherine, Frank e Kay, durante questa notte fredda, si incontrano in un bar. Non hanno un partner, non hanno amici, non hanno un lavoro. Ripensano al passato, a ciò che hanno e a ciò che hanno perso. Il loro è un passato ricco anche di trionfi, ma cosa è successo per giungere a quella notte? Lei è sensuale, seducente, dolce e impulsiva, lui a tratti burbero, geloso, schivo. Basta poco e decidono di trascorrere il resto della serata insieme. Eppure, quelle poche ore che dovevano rappresentare un breve incontro, diventano molto di più, diventano giornate, con camere diverse e un sentimento che cresce. L’iperbole delle tre camere si snoda tra l’albergo Lotus, la prima stanza per la prima notte, quella di Kay ove recuperano gli effetti personali di lei, e quella dell’uomo dove la vita torna a scorrere rapida non solo nell’idillio ma anche nella sua nuda e cruda realtà.
«Fino a quel momento erano rimasti al di fuori della vita, ma a un certo punto, volenti o nolenti, avrebbero dovuto rientrarvi.»
Ma cos’è alla fine l’amore? Un’esistenza solitaria che trova la sua fine nell’unione con un’altra anima? Lo specchio di due solitudini a confronto? Quanti volti, ancora, può avere l’amore? E mentre scopriamo di questi sentimenti e di queste emozioni, ecco che attraversiamo anche Manhattan, con quelle luci e quelle passeggiate tra vie e desolazione. Perché è proprio tra quelle strade che i due passeggiano in una disperazione che gli impedisce di riprendere il filo delle proprie vite. Sono esistenze dolorose che esistono e non possono essere ignorate, ma sono anche realtà dolorose e che sarebbe bello poter allontanare.
“Tre camere a Manhattan” è un flusso di coscienza, un monologo interiore, una ricca e colorata gamma di riflessioni in cui si mette a nudo l’anima, da un lato, di un uomo ferito dalla vita e riluttante al lasciarsi andare, spaventato dalla possibilità di tornare ad amare tanto da lasciarsi andare a lati più meschini quali la gelosia, la retrospettiva, la debolezza carnale, il tradimento, anche un po’ di maschilismo (da contestualizzare all’epoca), e dall’altro abbiamo il volto di una donna che è fragile e forte al contempo.
«Forse era arrivato il momento di parlarle di sé...Combe lo sperava e al tempo stesso lo temeva. Che cosa sarebbe successo, che ne sarebbe stato di loro quando si fossero finalmente decisi a guardare in faccia le rispettive realtà? Fino a quel momento erano rimasti al di fuori della vita, ma a un certo punto, volenti o nolenti, avrebbero dovuto rientrarvi.»
L’amore, sembra dirci Simenon, ha tanti volti e tante sfaccettature, è lo specchio di tante verità, ma non nasce, si riconosce. Ci si innamora all’improvviso, ci si rispecchia e riconosce nell’altro con una familiarità che stupisce, riempie ed anche consola. Ecco perché alle volte è anche così difficile parlare di noi, del nostro passato con chi amiamo, perché temiamo, forse implicitamente, che non sappia accettare e far propria quella vulnerabilità che mostriamo e che riconosciamo in lui/lei.
«Domani non sarebbero più stati soli, non sarebbero mai più stati soli, e quando lei all’improvviso ebbe un brivido, quando lui sentì, quasi contemporaneamente, una punta dell’antica angoscia ridestarsi e stringergli la gola, entrambi capirono di aver gettato nello stesso istante, senza volerlo, un ultimo sguardo sulla solitudine in cui erano vissuti fino ad allora.»
Lo stile narrativo è pungente, scarno, diretto. I dialoghi conducono, lasciano intuire e permettono al lettore di immedesimarsi nel testo. A tratti può sembrare un poco più lento o ripetitivo rispetto ad altri scritti, ma tutto ha un suo perché, anche in questo caso.
“Tre camere a Manhattan” entra nel profondo dell’animo umano, scava nella solitudine che ciascuno si porta dentro e al contempo scava nell’amore, nel sentimento. Il risultato è un testo emozionale, evocativo, empatico che racchiude dentro sé anche tinte di malinconia e tristezza per quell’abisso che mai viene celato e che forse, non può mai davvero essere nemmeno riempito.
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QUANTE PERSONE POSSIAMO ESSERE?
Sophie, protagonista del romanzo "L'Abito da Sposo" viene subito presentata come una persona disturbata. Ha trent'anni, fa la baby sitter, non ha una vita privata, è mentalmente instabile e dimentica spesso le cose, come se in lei vivesse un'altra persona che compie azioni nei momenti in cui non ricorda. Il suo passato, pieno di tristi avvenimenti, spesso ritorna nei suo presente sotto forma di incubi e ricordi vaghi. Una mattina, dopo essere rimasta a dormire nella casa presso cui lavora, trova il bambino che sta accudendo morto. La porta è chiusa dall'interno, in casa ci sono solo loro due....chi può aver ucciso Leo, se non lei? Ma Sophie non ricorda nulla e in preda al panico di essere la principale indiziato, scappa ...una fuga frenetica alla ricerca di una nuova identità...
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L'inizio di questo romanzo è davvero una suspense continua: si entra subito nel vivo della vicenda ed è come se mi fossi trovata a scappare con Sophie condividendo ansia, paura e insicurezza, interrogativi ..come ho potuto uccidere un bambino??
Poi, nella seconda parte del romanzo arriva Frantz, un personaggio davvero particolare a cui ho pensato subito come ad uno stalker, soprattutto dal modo di raccontare la sua storia sotto forma di diario...
"L'Abito da Sposo" è un romanzo thriller noir di grande coinvolgimento, ti porta dentro la storia e si finisce per esserne completamente assorbiti. Ogni tanto si sobbalza, perché l'autore è davvero bravo ad inserire colpi di scena che non ti aspetti...occorre tornare indietro per comprenderli e nonostante tutto, si sobbalza nuovamente!
Chapeau!!
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Il Romanzo Storico per eccellenza.
Primo volume di una serie di libri intitolata "I Re Maledetti", da cui é tratta una serie TV italo-francese del 2005 che pare prodotto della TV di 10 anni prima, il libro romanza le vicende della monarchia francese all'inizio del XIV° Secolo, poco prima della famosa Guerra dei Cento Anni, sotto il regno del re Filippo IV detto il Bello, e combina abilmente persone esistite e reali avvenimenti storici, come il Processo ai Templari e lo scandalo della Torre di Nesle, con personaggi fittizi che partecipano e sono influenzati dagli avvenimenti storici. É proprio il processo per eresia, mosso da Filippo il Bello e dai suoi dignitari per impossessarsi dei loro beni, ai famosi Cavalieri, e la presunta maledizione lanciata dal Gran Maestro Jaques de Molay sul rogo, a dare lo spunto per raccontare le vicende della monarchia francese e le contese per impossessarsi del potere e per prevalere nell'ambito della corte e della politica. L'autore, letterato dell'Accademia di Francia, riesce a creare una narrazione che, pur essendo molto precisa e puntuale nelle descrizioni sia dei luoghi che degli usi e costumi del tempo, non diventa mai pesante o forzata, cosí come riesce a presentarci via via i personaggi e le loro motivazioni nella storia rendendoli reali e complessi, ogniuno mosso da passioni e ambizioni umane e con lati positivi e difetti che li rendono unici. Essendo una serie di diversi romanzi (credo sette) il volume é relativamente breve, soprattutto per chi preferisce libri più corposi, ma si legge con piacere, dosando in giusta misura accuratezza storica, costruzione dei personaggi e fantasia letteraria, senza diventare mai pesante anche quando tratta dinamiche di politica, ne stucchevole quando parla di sentimenti. Questo é il segreto per un romanzo storico fatto bene, esattamente come un piatto fatto bene ti lascia col desiderio di mangiarlo di nuovo, questo libro ti lascia col desiderio di leggere il seguito. Non si può chiedere di meglio.
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L'inferno in un vicolo londinese
Non mi ritengo una lettrice particolarmente attenta alla stagionalità dei titoli scelti: non aspetto l'estate per gustarmi un giallo da ombrellone, oppure il giorno di San Valentino per affrontare un romance tenerello. Eppure questa volta ho azzeccato la lettura perfetta per la spooky season, seppur involontariamente! "I custodi di Slade House" è infatti una narrazione horror, con qualche tocco di paranormale e di thriller, del tutto in linea con la stagione autunnale. Come non bastasse, in modo del tutto casuale ho iniziato questo libro l'ultimo sabato di ottobre, una data fondamentale nella storia stessa. Di certo è stata una semplice coincidenza, eppure voglio sperare che gli spiriti della letteratura mi stiano promettendo un futuro libroso migliore.
Ma cosa succede l'ultimo sabato di ottobre? in questa data, ogni nove anni, a Slade House si tiene un Open Day. Questa residenza storica non è però la sede di una scuola d'elite, bensì un non-luogo abitato da maligne presenze, che ciclicamente attirano a sé delle persone accuratamente selezionate per la qualità delle loro anime in modo da poterle divorare. Il volume è diviso nei punti di vista delle diverse vittime che si alternano dal 1979 fino al presente: vediamo ragazzini problematici, poliziotti sgradevoli, studentesse insicure e non solo finire preda di scenari illusori complessi e crudeli. Con il passare del tempo questa procedura inizia però a mostrare i propri limiti, lasciando presagire un possibile arresto del progetto delittuoso messo in atto dalle entità che infestano questo angusto vicolo londinese.
Come si potrà intuire, la suggestione indotta dal contesto è un tratto fondamentale nella narrazione, e riesce infatti a dare l'avvio a un continuo crescendo di tensione. Seppur l'intreccio risulti in parte ripetitivo, l'autore ha saputo includere delle leggere variazioni tra i POV in modo da ottenere un risultato intrigante se non proprio stupefacente. Il tutto poggia inoltre su un concept estremamente affascinante, che il caro David sfrutta per introdurre degli ottimi spunti di riflessione: questo romanzo non si accontenta di catturare il lettore con una bella ambientazione -come le prede di Slade House vengono arpionate dalle sue illusioni-, ma introduce concetti e simbologie legate alla mortalità dell'essere umano per nulla banali.
Che Mitchell fosse un talentuoso narratore avevo già avuto una prova con "Cloud Atlas. L'atlante delle nuvole", e qui la passata impressione mi è stata confermata in toto. La prosa è coinvolgente e brillante, riuscendo sia a delineare dei contesti storici (seppur relativi a un passato non troppo distante) credibili e riconoscibili, sia ad assegnare delle voci uniche ai diversi protagonisti; non capita mai di trovare un carattere anonimo o discontinuo, perché tutti hanno una personalità ben definita e adottano un lessico distintivo. Pur non trattandosi propriamente di un mystery, ho apprezzato molto anche le svolte di trama: non impossibili da azzeccare ma alquanto ben studiate, specie per rimanere coerenti all'interno del sistema magico scelto.
Oltre alla ridondanza della struttura, le mie critiche verso questo titolo sono davvero delle minuzie soggettive. Per quanto riguarda il cast, pur avendo amato i protagonisti, non posso dire che i villain mi abbiano convinta altrettanto, forse perché in confronto risultano poco carismatici e approfonditi. In realtà, la loro storia viene illustrata con dovizia di particolari, però in un formato didascalico e impersonale. Ad avermi lasciata veramente in bilico sulla valutazione è stato però il finale: non ho che plausi per la conclusione scelta da Mitchell, ma la corposa presenza di riferimenti pseudo-esoterici e l'abbondante ricorso al name dropping mi hanno in più punti distratta dal ciclone di tensione che si andava costruendo. Staremo a vedere se nonostante tutto questa storia mi rimarrà nel cuore in futuro o se questi nèi finiranno per far sfumare il mio entusiasmo attuale.
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E’ possibile avere due qualità contemporaneamente.
È una di quelle letture che girando l'ultima pagina mi si stringe il cuore, sento già una mancanza, mi scivola una lacrima, e poi un’altra, la storia letta non mi sembra più solo frutto di fantasia.
Sottotitolo del libro è, per me, "Io sono molto Camelia sul muschio".
Renée è la Camelia, una bellezza elegante e raffinata e tuttavia nascosta, sembra debole ma resta aggrappata.
Definirlo narrativa sarebbe riduttivo, c'è una storia, un inizio e una fine, personaggi ben raccontati, ci emoziona ciò che accade, ma il punto focale sono le elucubrazioni mentali di Renée e Paloma prima, di Kakuro poi, un rivelatore di personalità.
Deliziosi i continui richiami alla letteratura, alle metafore, alla poesia, all'arte in genere.
La riflessione su me stessa e su come sono nel mondo.
Come sono io agli occhi di chi mi guarda, agli occhi di chi mi conosce, e agli occhi di chi pensa di conoscermi. Chi mi guarda cosa vede?
E come sono io per me stessa? Riesco a venir fuori per come in realtà vorrei?
Il romanzo è questo è tanto altro ancora.
Pubblicato in Francia nel 2006 da Muriel Barbery, grazie al passaparola è diventato un fenomeno editoriale scalando le classifiche e vincendo tantissimi premi.
In Italia è stato pubblicato nel 2008.
Renée è un' antipatica portinaia di 54 anni di un elegante condominio al numero 7 di rue de Grenelle.
Divide il suo appartamento con il gatto Lev.
Antipatica, sciatta, scorbutica, ignorante. Schiava della grammatica. Concentrata a tutelare la sua “clandestinità.” Cammina trascinando i piedi. Quante contraddizioni!
L'incipit strappa subito un sorriso e una commozione: una portinaia che cita "L'ideologia tedesca", "Morte a Venezia", "Alla ricerca del tempo perduto", “Anna Karenina”…
"Sono un tradimento costante del mio archetipo."
Perché mi sorprende? I pregiudizi millenari. L’apparenza. Le consuetudini.
Nata in una famiglia contadina dove i genitori non si rivolgevano quasi mai a lei, fino a 5 anni è come inesistente, poi a scuola sente pronunciare il suo nome dalla maestra ed è come rinascere, come se si presentasse a se stessa. Inizia a vedere cosa c'è intorno.
"La coscienza per manifestarsi ha bisogno di un nome."
Le interazioni sociali le sono escluse a causa della sua condizione sociale ma i libri no, dice "imparai a leggere all'insaputa di tutti...curandomi di dissimulare il piacere e l'interesse che ne traevo."
“Lessi come una forsennata.”
Paloma, dodici anni, ricca e intelligente. È un binomio troppo stridente.
Disillusa.
"La gente crede di inseguire le stelle e finisce come un pesce rosso in una boccia": metafora potentissima di come si gira a vuoto su sé stessi, di come sogni, impegno, aspirazioni vengano schiacciati dal conformismo, dai condizionamenti psicologici e sociali, dalla stupidità, dall'immobilismo, dall’appiattimento.
Lei in questa boccia non vuole finirci e quindi ha un piano: si suiciderà al compimento dei tredici anni.
"Ho scoperto Ozu, e per la prima volta in vita mia l'Arte cinematografica mi ha fatto ridere e piangere, com'è è tipico del divertimento vero e proprio."
"La vera novità è ciò che non invecchia nonostante lo scorrere del tempo.
La camelia sul muschio del tempio, il violetto dei Monti di Kyoto, una tazza di porcellana blu, questo dischiudersi della bellezza pura nel cuore delle passioni effimere non è ciò a cui aspiriamo tutti? E che noi, Civiltà occidentali, non sappiamo raggiungere?"
E’ un attimo di poesia che viene a interrompere la routine del luogo in cui mi trovo e mi trasporta.
È l'armonia, l'essenzialità delle piccole cose: la bellezza della camelia, i paesaggi giapponesi, gli oggetti semplici ma così evocativi.
Questa bellezza effimera riesco a coglierla nella mia quotidianità?
Madame Rosen dice: "Può provvedervici lei?"
È un attimo ma Renée sussulta e incrocia lo sguardo di Monsieur Qualcosa . “Siamo fratelli di lingua.”
"Si, una famiglia felice dice madame Rosen.
"Vede, tutte le famiglie felici sono simili fra loro"
"Ma ogni famiglia infelice è infelice a modo suo."
"Io ho due gatti, il suo come si chiama?”
Essere in un attimo nello stesso momento, nella stessa idea di bellezza, sentire esattamente come sente l’altro, le percezioni combaciano.
Da lontano è proprio una portinaia, da vicino....
Trasuda intelligenza.
Madame Michel ha l'eleganza del riccio.
Ho dei sospetti su di lei.
Ho intravisto un libro delle edizioni Vrin, studi filosofici.
Sospetto sia una erudita principessa clandestina.
Monsieur Ozu che cerca le persone, che ti parla davvero, si rivolge proprio a te.
La maggior parte delle persone è concentrata su sé stessa.
Lui no. Lui senti che c'è. lui sente che ci sei.
“Come si chiamano i gatti di Monsieur Ozu?
Kitty e Levin”.
“Sono stata mascherata”.
“Un invito a cena per parlare dei gusti comuni.
Ma sono la portinaia.
È possibile avere due qualità contemporaneamente."
Esiste dichiarazione d'amore più meravigliosa?
"Il mio sguardo si imbatte in qualcosa.
Lo splendore dell'Arte.
Una natura morta.
È indubbiamente un Pieter Claesz.
Faccio per dire qualcosa come: è molto grazioso che sta all'Arte come provvedervici sta alla bellezza della lingua...mi accingo a rientrare nel ruolo di custode ottusa...e invece dico: com'è bello."
Possiamo avere nel mondo più di una persona con la quale condividere cuore e mente, passioni e tempo libero. Manuela è la sua migliore amica e anche molto altro, ma Renée chiacchiera con Monsieur Ozu come se si conoscessero da sempre: essere perfettamente a proprio agio significa anche intingere nello stesso piatto. Sente di poterlo fare davvero con lui. Naturalmente, senza imbarazzo. E lo fa, quando escono a cena. Cosa c’è di più intimo?
Riuscire a cogliere, insieme, la stessa poesia, lo stesso attimo fugace di bellezza. Capire che al mondo possiamo avere più amori senza tuttavia commettere tradimento. Emozioni condivisibili perché c'è chi le sente altrettanto. Essere nella stessa vibrazione.
Paloma e Renée che si palesano reciprocamente senza la volontarietà di farlo. Il sentirsi compresi che torna e ritorna.
Ozu che le dice "è perché non l'hanno mai vista. Io la riconoscerei sempre e comunque."
Sperimentare, il significato infinito, nella disperazione e nell'incanto, di "mai più". Sentirne il dolore e lo strazio o la liberazione. Accade anche questo.
"Attraversando il cortile ci siamo fermati di colpo tutti e due nello stesso istante: qualcuno si era messo al piano e sentivamo benissimo quello che stava suonando.
Abbiamo respirato lungamente, lasciando che il sole scaldasse i nostri visi e ascoltando la musica che giungeva da lassù.
Penso che Renée avrebbe apprezzato questo momento, ha detto Kakuro.
È come se le note musicali creassero una specie di parentesi temporale, una sospensione, un altrove in questo luogo, un sempre nel mai.
D'ora in poi, per te, andrò alla ricerca dei sempre nel mai.
La bellezza qui, in questo mondo."
Buone prossime letture.
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Conflitti!
Incuriosito dal crescente successo che la pone tra le voci più influenti della narrativa contemporanea, in particolare tra le giovani generazioni, ho letto Intermezzo, edito lo scorso anno da Einaudi. Con la consueta maestria, l’autrice riprende alcune delle tematiche a lei più care: l’incomunicabilità, l’individualismo, la difficoltà di costruire relazioni autentiche, l’ansia da prestazione sociale ed emotiva, e la solitudine che accompagna molte vite contemporanee, soprattutto giovanili (ma non solo).
Il romanzo, incentrato principalmente sul rapporto tra due fratelli, intreccia il loro passato con le relazioni che, nel presente, entrambi vivono su binari paralleli.
Peter e Ivan, figli di una coppia separata, sono cresciuti con il padre e il cane Alexei, dopo che la madre li ha abbandonati anni prima per ricostruirsi una nuova famiglia con un uomo che aveva già altri figli. Molto legati fino a un certo punto della loro vita, i due fratelli si sono progressivamente allontanati, fino a perdere quasi ogni contatto, arrivando persino a scontrarsi fisicamente durante uno dei loro rari incontri. Li separano dodici anni di differenza: Peter, il maggiore, è un brillante avvocato progressista, ricco, di successo, ma immerso in una vita disordinata tra alcol, tranquillanti e relazioni occasionali. Mantiene un legame complesso con Silvya, l’amore della sua vita, dalla quale si è separato alla vigilia del matrimonio per volontà di lei, dopo un grave incidente. Contemporaneamente porta avanti una relazione libera con Naomi, una ragazza molto più giovane.
Ivan, il fratello minore, è un genio della matematica e della logica, una promessa negli scacchi, ma ha serie difficoltà relazionali che lo fanno apparire quasi autistico. Proprio l’incidente che ha coinvolto Silvya ha segnato non solo la fine del sogno di convivenza con Peter, ma anche un allontanamento profondo tra i due fratelli.
Durante una simultanea di scacchi in un piccolo paese, Ivan conosce Margaret e, nonostante la notevole differenza di età, tra loro nasce una relazione che va ben oltre l’attrazione fisica, diventando un legame profondo.
Nel frattempo, Naomi, ospite a casa di Peter, si trasferisce nella vecchia casa di famiglia, rimasta vuota dopo la morte del padre. Per una serie di coincidenze, anche Ivan si stabilisce lì, riprendendo con sé l’amato Alexei, e si trova così inaspettatamente a convivere con l’amante del fratello. Scoprire che Naomi è quasi sua coetanea acuisce ulteriormente il rancore di Ivan verso Peter, che in passato gli aveva esplicitamente contestato la relazione con Margaret, proprio a causa della differenza di età – quella che lui stesso ignora nel suo rapporto con Naomi.
Uno dei punti di forza del romanzo è certamente la capacità dell'autrice di tratteggiare con precisione emotiva le problematiche esistenziali dei suoi personaggi. I loro dubbi, fragilità e desideri emergono in modo credibile, talvolta doloroso, dando vita a figure realistiche e complesse. Rooney dimostra una notevole sintonia con i comportamenti, i sentimenti e il linguaggio della sua generazione, riuscendo a tradurli in storie che parlano a un pubblico ampio, con una narrazione coinvolgente.
Ciò che sorprende, però – e lascia in parte perplessi – è l’evoluzione finale della vicenda, che si orienta verso un lieto fine poco realistico. Dopo aver costruito un intreccio fatto di conflitti, disorientamento e sofferenza relazionale, Rooney sceglie una chiusura conciliante e ottimista, in cui tutti i nodi sembrano sciogliersi: i fratelli Peter e Ivan si riavvicinano; Peter riesce a bilanciare, alla luce del sole e senza inganni, due relazioni sentimentali con Naomi e Silvya, in una sorta di “bigamia affettiva” condivisa e consapevole da tutte le parti coinvolte; Naomi, che per tutto il romanzo appare libera e indipendente, pronta a vivere ai margini in nome della propria autonomia, abbandona il suo nomadismo esistenziale per scegliere la convivenza; Ivan supera il proprio isolamento grazie all’amore di Margaret, che a sua volta rompe con il conformismo sociale del suo ambiente, smettendo di sacrificare sé stessa per non “far del male” alla famiglia e all’ex marito. Perfino il cane Alexei ritrova serenità tornando a vivere con Ivan, anche se sembra avvertire la mancanza del defunto padre dei due fratelli.
Questo finale armonico appare in contrasto con la complessità dei problemi affrontati nel romanzo, e rischia di risultare poco credibile. La sensazione è quella di una riconciliazione universale a tratti forzata. La realtà raramente offre epiloghi così ordinati.
Proprio perché Rooney ha un impatto così forte sulle giovani generazioni, forse sarebbe stato più onesto lasciare spazio a qualche dubbio in più, a margini di ambiguità più ampi, evitando una conclusione rassicurante, più tipica di altri generi narrativi. La vita reale, infatti, è fatta di ferite che non si rimarginano facilmente, e di legami che si trasformano senza necessariamente ritrovare l’armonia del passato.
Nonostante il finale edulcorato, Intermezzo resta un’opera coinvolgente, particolarmente potente nella sua prima parte. È in grado di parlare alle ansie, ai dubbi e alle speranze di chi si affaccia (o si ri-affaccia) alla vita adulta, offrendo una rappresentazione efficace delle difficoltà che il suo pubblico più giovane si troverà ad affrontare nel cammino verso la maturità. Proprio per questo, il finale accomodante lascia perplessi: se l’intento dell’autrice era quello di offrire un messaggio di speranza, il rischio è quello di celare una parte della verità – quella stessa verità che la vita reale, prima o poi, finisce per rivelare lungo il percorso di crescita di ciascuno.
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Cambiare binario
Per una volta siamo fuori dai confini ristretti del romanzo autobiografico e familiare in cui si crogiolano le nostre patrie lettere e la pigrizia dei lettori.
Cesco Magetti, consumatore instancabile dell’idrolitina e tormentato da un mal di denti non curato per la fobia dei dentisti, nonché soldato della Guardia ferroviaria di Asti durante la Repubblica di Salò, riceve un incarico da cui potrebbe dipendere l’esito della seconda guerra mondiale: la ricerca di un libro (ancora un libro, dopo Eco e Calvino) contenente la mappa delle ferrovie messicane, in grado di condurre ad una cittadina dove sarebbe nascosta un’arma risolutiva e fatale (riflesso sarcastico di una delle ossessioni hitleriane, rimasta tale per buona sorte del mondo). L’ordine pare sia partito dai più alti comandi tedeschi e forse dallo stesso Führer. La sproporzione tra la missione e colui che è chiamato a compierla è di tutta evidenza e ci immette subito nel regno della parodia e dell’intertestualità (inserimento e/o citazione all'interno di un’opera di altri testi) : la “quest”, cioè la ricerca da parte dei cavalieri medievali, e segnatamente di Parsifal, del Santo Graal, assume un carattere comico, talora grottesco, e come accade di frequente nel romanzo postmoderno, la storia non viene ignorata, ma viene colta in un suo filone inusuale o deformata, magari “abbassata”, in modo che protagonisti e vicende assumano le maschere quotidiane del ridicolo e dell’inadeguatezza.
L’interazione del romanzo con personaggi e generi letterari diversi non si ferma certamente qui, ma è disseminata nell'intero romanzo, fino a diventarne elemento costitutivo. Se ne citano qui solo alcuni esempi tra i tantissimi: la cerimonia alla quale partecipa Hitler in uno dei primi capitoli, con Eva Braun che lo corregge e lo esorta a non adoperare il termine straniero “outfit”, ricalca per stile, incedere ripetitivo del linguaggio, paradosso, una farsa di Ionesco; la tipica atmosfera kafkiana che investe e stritola l’uomo con la sua burocratica insensatezza, riecheggia nel capitolo segnato dal procedimento disciplinare ai danni di Bardolf Graz, il primo ad aver avuto tra le mani il libro misterioso; esplicito, infine, il riferimento ad un celebre racconto di Borges, “Il giardino dei sentieri che si biforcano”, che avrà una funzione attiva in una delle tante storie contenute nel romanzo.
Ci fermiamo qui, ma “Ferrovie” è una miniera di citazioni, allusioni, rimandi e forse cade opportuno a questo punto l’invito del critico Marco Drago, nella postfazione, a non restare vittime di questo gioco letterario astuto e a non lasciarsi irretire dai continui riferimenti, alcuni veri, reali, altri frutto di invenzione, da questo continuo “ confondere le carte equiparando verità e fantasia senza dare appigli al lettore” (Guido Almansi). L’universo di internet a volte può chiarire, ma spesso può divenire un pozzo senza fondo nel quale è facile perdersi.
Certo è che la digressione è una componente essenziale del gioco narrativo di Griffi, con questo scaturire di nuovi racconti dai precedenti, che dà a volte l’impressione di un espandersi all’infinito, come se la narrazione potesse non aver mai fine.
A ciò corrisponde il continuo variare della voce narrante, fino al punto estremo di quei capitoli in cui lo stesso personaggio ora viene raccontato da un narratore esterno, ora prende la parola e continua il discorso in prima persona. In questo modo la verità si frantuma in un gioco di specchi e di punti di vista, e viene meno ogni ancoraggio sicuro per il lettore.
Anche i registri della lingua variano di continuo, con una dominanza del lirico e dell’ironico, l’uno complementare all’altro. L’umorismo, in questo caso macabro, tocca vertici impagabili nell'episodio della partita di golf, nel quale alti ufficiali tedeschi discutono su come proseguire il gioco dopo che la pallina si è fermata sul cadavere di un soldato.
La lingua svaria da un italiano denso di aggettivazione e di scelte lessicale raffinate all’uso dei dialetti (il piemontese, il romanesco, il sardo logudorese), dai forestierismi, specie germanici, ai quali non è estranea una connotazione ironica, fino all'impiego di gerghi specialistici come lo zerga malavitoso.
Sotto il gioco postmoderno si colgono istanze umane di grande respiro, come il rifiuto del nazifascismo, attraverso la sottolineatura delle sue violenze, insensatezze, disumanità, dell’antimilitarismo e qualche riferimento ancor più attuale, come la pratica devastante dell’elettroshock cui viene sottoposta Tilde e l’implicito sostegno alla causa dell’eutanasia, invocata inutilmente dalla povera vittima.
Cesco è chiamato a prenderne coscienza. Forse anche il suo mal di denti ne uscirà sconfitto, senza l’aiuto degli odiati dentisti e dell’aborrito trapano. Dalla realtà che vive di persona o da quella in cui si rispecchia attraverso gli infiniti racconti del mondo, potrebbe emergere un uomo nuovo e migliore.
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La ragantela della paura
Thriller dal battito serrato, che unisce l’azione cinematografica alla ferita interiore dei protagonisti. Siamo nella California meridionale, dove una serie di aggressioni e omicidi appare priva di logica, fino a quando appaiono i primi indizi, tatuaggi, cifre digitali, un piano più ampio ed inquietante che trascende la semplice vendetta. Al centro del romanzo troviamo Carmen Sanchez, agente federale ligia al dovere, mossa dall’amore per la sorella ferita, e Jake Heron, esperto di sicurezza privata ed hacker geniale, con passato e metodo che sfidano le regole. Il loro incontro è teso, all’inizio ostile, poi necessario: una coppia “improbabile”, ma forse sono proprio le differenze a renderli efficaci. La componente investigativa corre sul doppio binario della scena del crimine e del mondo digitale: l’autore (Deaver) e la poliziotta-scrittrice (Maldonado) intrecciano procedure, sorveglianza, intrusioni, alleanze, indifferenze, concetti che emergono come protagonisti stessi della vicenda. Il ritmo è vertiginoso: la trama si consuma in tempo limitato, con un crescendo che spinge verso una partita a scacchi mortale tra i protagonisti e il “ragno” che tesse la ragnatela del crimine. L’azione convulsa a volte lascia un po' troppo poco spazio alla costruzione di profondità emotiva: i momenti dedicati ai sentimenti ed ai legami personali funzionano, ma sembrano secondari rispetto all’urgenza della caccia. In questo senso, il romanzo accende la suspense più che l’empatia. Dal punto di vista stilistico, si apprezza la fusione tra la concretezza delle procedure investigative e la tensione psicologica, perché gli interrogatori sono come una danza. Il lettore è coinvolto, resta incollato, ma a volte accusa anche la troppa rapidità delle rivelazioni, i colpi di scena attesi, qualche personaggio che manca di spessore. Questi piccoli limiti non scalfiscono la forza della narrazione, che conquista per ritmo ed ampiezza, lasciando il messaggio della negatività dell’invidia, dei modi di espressione moderni dell’odio (gli haters e i leoni da tastiera), i turbamenti psichiatrici dei tempi di oggi. Indubbiamente è un thriller ad alta tensione, capace di mettere in scena il pericolo reale e la sfida tecnologica dei nostri tempi. E’ un romanzo che non lascia respiro e che ci ricorda come, nell’era digitale, la paura e la colpa cambiano forma, diventano invisibili, ma restano letali. E’ una storia moderna che guarda alle ombre che affollano le nostre città e ai legami che proviamo a mantenere quando tutto precipita.
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DALLA FELICITÀ ALLA CONSAPEVOLEZZA
Un libro molto leggibile, ogni capitolo lascia un forte desiderio di conoscere cosa accadrà, provocando nel lettore una seppur tenue ansia da thriller. Brava a Clara Sanchez, ha capito come prendere il lettore e motivarlo nel desiderio. Il tema è interessante e attuale: una modella in pieno successo e felice, ma che ignora i risvolti, le emozioni, i momenti difficili della vita. É un romanzo di “crescita”; dall’ingenuità di di una “vie en rose”, alla realtà di una vita reale con incidenti, fallimenti, infedeltà, genitori legati per denaro, perdita dei figli ecc. La protagonista, picchiando la testa a destra e sinistra alla fine, arriva a vivere con i piedi per terra, consapevole della vita nei sui lati bianchi, grigi e neri. Scritto bene, ma poco introspettivo, intrigante, emotivo. Rimane un romanzo “liala” anche se piacevole, il tema è stato affrontato con cronaca, invece che con interiorità. Esiste oggi una interiorità ? Forse no, quindi è stato fatto di proposito per confezionare un libro che “vesta” attuale e, di conseguenza, campione di premi e di incassi ? Non lo so, ma scordiamoci un pensiero intimo profondo, un riferimento a in ideale di vita, ormai il mondo vive così. Tristezza si, ma anche forte speranza.
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Goodreads 1 : Mondadori -2
Detto e fatto: non ho lasciato passare neppure un mese dalla lettura dell'ultimo romanzo ambientato nell'universo narrativo di Terramare per fiondarmi sulla raccolta "Leggende di Terramare" e poter così mettere la parola fine a questa soporifera saga. Una conclusione che non rispetta l'ordine di lettura originale (sì, avrei dovuto tenere per ultimo "I venti di Terramare", ma per questa scelta infelice scaricherò integralmente il barile su Mondadori!) eppure mi libera non di meno da un impegno libroso che ho avuto la sciagurata idea di voler portare a termine entro l'anno. E sono pronta a scommettere che la prosa un po' chirurgica e un po' delirante della cara Ursula sia in parte responsabile del mio netto peggioramento a livello di libri letti, e soprattutto di libri apprezzati.
Prima che incolpi questa serie pure del maltempo, passiamo al contenuto effettivo del volume. Si tratta di cinque racconti presentati in ordine cronologico ma ben poco omogenei a livello di lunghezza -alcuni sembrano quasi delle novelle o dei romanzi brevi-, e di un'appendice parecchio sostanziosa nella quale l'autrice si concentra sulle peculiarità geografiche, sociologiche e storiche del mondo da lei creato. Tutto questo viene preceduto da una prefazione dal tono fortemente supercazzoloso, dove una retorica infantile dovrebbe convincere il lettore che le contraddizioni presenti nella serie non sono dovute all'incapacità dell'autrice di mantenere fede a quanto scritto in precedenza bensì alla reale esistenza di Terramare, un mondo dove Le Guin accede in veste di umile cronista, del tutto titolata quindi a commettere piccoli errori e grosse incoerenze.
Ambientata trecento anni prima della storia di Ged (oppure quattrocento, oppure più di seicento, a seconda di cosa passa per la testa all'autrice), la narrazione di partenza è decisamente la più corposa e mira a raccontare le origini della scuola di magia sull'isola di Roke e delle sue tradizioni, salvo la più importante: dovremo aspettare l'ultima pagina delle appendici per sapere come questo organismo si sia trasformato da comune hippy basata sulla condivisione e l'inclusione, a simil-convento di clausura per soli uomini celibi. Ne "Il trovatore", la prospettiva principale è quella di Medra (più una carrellata di altri nomi, come sempre), umile costruttore di navi di Havnor che scopre una grande predisposizione per l'arte magica, attitudine grazie alla quale viaggia per tutto il Terramare fino ad approdare a Roke, dove già vive un nutrito gruppo di streghe e stregoni; il suo desiderio di condividere le conoscenze magiche però è tale che riprende il mare per radunare altri "dotati" e recuperare libri antichi. La sua iniziativa attira purtroppo l'attenzione dell'ambizioso mago Early, mettendo a repentaglio il futuro della loro comunità.
In questo racconto mi sento di poter salvare soltanto il personaggio di Segugio, ovvero un raro carattere leguinano fornito di buon senso e di un percorso credibile e propositivo; in confronto Medra è un protagonista scialbo, privo di legami solidi o costruiti con cura. Non mancano poi le contraddizioni rispetto agli altri capitoli della serie, le svolte di trama basate sul mero caso e delle risoluzioni fin troppo rapide e semplici, che privano il testo di ogni genere di tensione narrativa. La prosa estremamente riassuntiva della cara Ursula qui si accorda meglio al formato rispetto ai romanzi, ma rimane sempre parecchio frustrante: è quasi faticoso seguire gli eventi perché mancano dei passaggi fondamentali, come nel caso della ricerca del Libro dei Nomi, iniziata e conclusa da Medra senza condividere con i lettori alcunché sull'importanza di questo testo.
Non indicato nell'indice e privo di un qualsiasi tipo di intestazione (almeno nella mia edizione), "Rosascura e Diamante" è invece una storia sentimentale tra il figlio di un ricco mercante di Havnor e l'umile figlia della strega locale. La loro romance viene in teoria ostacolata dal severo padre di lui -contrario anche al sogno del figlio di diventare musicista-, ma a conti fatti il loro unico problema è la ben meno intrigante mancanza di comunicazione, oltre alla visione tubulare di lui che per ragioni mistiche si convince di non poter avere una famiglia o coltivare un hobby senza trascurare tragicamente il lavoro.
Cronologicamente ci spostiamo di parecchi decenni in avanti, anche se nulla nella realtà terramarina sembra minimamente cambiato: tradizioni, economia, e struttura sociale qui sono imperturbabili al passare del tempo. Come avrete intuito, Diama e Rosa non mi hanno fatta impazzire come personaggi, con lui privo di spina dorsale e pure un po' tossico, e lei che sembra avere quasi dell'amor proprio per poi capitolare in due righe così da arrivare al lieto fine. Come se non bastasse, questo racconto non fornisce alcuna informazione in più, ruota attorno a dinamiche già viste, e riguarda personaggi irrilevanti per il resto della serie.
Per fortuna questo non è vero per "Le ossa della Terra", il racconto più breve e vicino agli eventi dei romanzi, tanto che Nemmerle è già diventato l'Arcimago di Roke. L'episodio centrale in questo caso è il terremoto di Gont accennato dalla zia di Ged ne "Il mago", in teoria bloccato da Ogion, impresa alla quale deve gran parte della sua fama; la prospettiva del suo maestro Dulse racconta qui una versione leggermente diversa, concentrandosi anche sulla formazione di Ogion e sui diversi tipi di magia. Ergo, nuove informazioni con pochissimi chiarimenti e nuove contraddizioni rispetto a quanto detto in precedenza: ormai le incoerenze sembrano essere diventate la regola.
In questo caso trovo che il formato stringato funzioni abbastanza bene, anche perché la vita di Dulse non è tanto interessante da meritare ulteriori spiegazioni; sono inoltre presenti dei piccoli easter eggs legati al carattere e alle abitudini di Ogion. Il rapporto tra i due viene appena accennato eppure risulta abbastanza verosimile, ma lo stesso non si può dire di quello tra Dulse e la sua insegnante Ard: le ragioni dietro la scelta di una strega come maestra sarebbero state affascinanti da esplorare, dal momento che questa specifica formazione si dimostra vitale per la risoluzione finale, invece rimangono appena accennate. Tutto considerato, potrebbe comunque essere il testo migliore dell'antologia.
Con "Nell'Alta Palude" si arriva direttamente nelle vicende dei romanzi, in particolare poco tempo prima dell'inizio de "Il signore dei draghi", anche se nulla di quanto avviene qui verrà mai menzionato, ad esempio quando comincia a scomparire la magia. L'ambientazione è l'isola di Semel, una landa placida fino alla nausea dove perfino il vulcano locale è inattivo; una moria colpisce il bestiame -principale fonte di reddito del luogo-, quindi l'arrivo di un misterioso guaritore chiamato Otak viene accolto con gioia. L'uomo sembra trovarsi a proprio agio con gli animali e il lavoro prosegue bene, ma il passato non tarda a farsi vivo per smascherare la sua vera natura.
Questo racconto rimane fedele alle linee guida della serie: personaggi bidimensionali, relazioni forzate, sistema magico volubile e morale ballerina; specialmente nell'epilogo, che mostra una situazione da brividi fatta passare per ultra-romantica, dove un compagno potenzialmente violento viene preferito a un fratello sicuramente avvinazzato. Peccato, perché il personaggio di Dote aveva alcuni spunti niente male (oltre a pronunciare la battuta migliore della serie!) e la struttura del testo un po' diversa dal solito sembrava promettente, inoltre poteva essere il momento giusto per approfondire il retroscena di Thorion, una figura molto importante per la conclusione della saga.
Guarda caso, Thorion torna a farsi notare in "Libellula", titolo del racconto nonché nome comune dell'effettiva protagonista, la figlia poco amata di un proprietario terriero di Way caduto in disgrazia. La ragazza percepisce in sé un Potere immenso, senza però avere i mezzi per comprenderlo appieno; l'incontro con il giovane apprendista mago Avorio le fornisce l'occasione che cerca per conoscere la Scuola di Roke, dove pensa di trovare una soluzione ai suoi dilemmi. La vicenda si colloca cronologicamente qualche tempo dopo l'epilogo de "Il signore dei draghi" ed è collegata in modo diretto a quanto avviene ne "I venti di Terramare", aspetto che la rende molto interessante per avere un quadro più accurato di alcuni personaggi e un particolare retroscena.
Nel complesso, è uno dei racconti più utili e affascinanti, ma devo per forza sottolinearne i difetti: come il modo giocoso e leggero con cui si accenna agli stupri compiuti da Avorio grazie alla magia. Un altro grande demerito è ignorare la prospettiva di Libellula per gran parte del testo, quando sarebbe dovuta essere centrale: lo stesso problema avuto nei romanzi con Tehanu, tra l'altro! In particolare nel finale, avrei trovato appassionante leggere i suoi pensieri e capire cosa l'avesse spinta in una determinata risoluzione, anziché soffermarsi per l'ennesima volta sui dialoghi pseudo-filosofici dei vari Maestri.
Per quanto riguarda invece le appendici, sono molto combattuta. Da un lato trovo siano dei testi propedeutici e (una volta tanto!) estremamente chiari, ma è altrettanto vero che spoilerano gran parte degli avvenimenti raccontati nella saga; per questo, temo che piazzarli alla fine fosse l'unica soluzione valida. A meno di non fare una cernita e includere all'inizio solo quelli essenziali per comprendere a grandi linee il mondo di Terramare e le regole della magia. Rimangono comunque una delle parti che ho letto con più interesse in questo tomo da quasi 1500 pagine; un'affermazione decisamente significativa, se pensiamo che si tratta di testi quasi scolastici.
NB: Libro letto nell'edizione bind-up del 2013, dove viene indicato con il titolo "Leggende di Terramare"
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L’ individualismo di presente e futuro
Harry Haller, un libero pensatore che rigetta l’ ottimismo e la mediocrità della borghesia di cui non riesce a fare a meno, vissuto egli stesso in un nido piccolo borghese, staziona in un mondo che non riconosce, in una quotidianità sofferta al limite del suicidio, a metà tra la profondità intellettiva e il lupo della steppa che vive dentro di lui.
In un reiterato giuoco di specchi, un teatrino magico popolato da strani personaggi del passato e maschere del presente, tra sogno e realtà, Harry naviga tra reale e immaginario, lucida follia e dozzinale quotidianità, in se’ due nature coesistenti, l’ uomo e il lupo, confuso, smarrito desiderando l’ indesiderabile, braccato da una parte di se’.
Riuscirà a recuperarsi grazie a un’ amicizia al femminile ( Hermine ) tanto stupefacente quanto profonda che lo rieduca alla vita accostandolo all’ amore, al ballo, alle piccole cose, alle infinite sfaccettature del quotidiano.
Harry aspira alla libertà senza raggiungerla, l’ idea suicida una forza che gli rende sopportabile l’ oggi, il desiderio di solitudine una conferma di essere solo, nessuno ne condivide la presenza, impossibile limitarsi ai due opposti, spirito e materia, dentro di se’ l’ insieme di tanti mondi e porzioni di
…di tante altre anime…
Hermione, una creatura con un’ ignoranza sapientemente umana, è luce nel buio, una finestrella sulla verità, uno spiraglio nella cupa caverna del proprio terrore, la sola che sa accedere alle sue profondità rompendone l’ armatura, porgendogli la mano, restituendolo alla vita.
Due opposti che si attraggono, così ugualmente diversi, spirito e materia, un teorico raffinato e l’ intelligenza del quotidiano, lei sembra capirlo e comprenderlo in toto, conoscerne l’ essenza più vera, i problemi personali, gli si è avvicinata perché sola e, come lui,
….non sa amare e prendere sul serio la vita e gli uomini e se stessa…
.
Harry entra in una dimensione parallela, un teatro magico con mille rappresentazioni di se’, un libretto stampato racconta la sua storia e tutto ciò che lo riguarda, un esame di coscienza a cui ogni uomo dovrebbe sottoporsi
… vedere se i suoi errori, le sue omissioni e cattive abitudini non siano fino a un certo punto responsabili della guerra e di tutta la miseria che c’è nel mondo…
Se c’è una verità che lo riguarda, se la propria profondità rigetta la superficie apparente, se il lupo della steppa non è fatto per vivere in un mondo e in un tempo dove imperversano i piccoli e i superficiali asserviti a denaro e a potere, se, paradossalmente, la forza di un amore può annientare l’ amore medesimo, a Harry non resta che fuggire da quel teatro magico e
…imparare a prendere sul serio quello che merita di essere preso sul serio e a ridere del rimanente…
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L'arte del raccontare
Pubblicato nel 1813, questo romanzo è giustamente considerato un fondamentale punto di riferimento della letteratura inglese.
Sembra scritto con la piacevolezza di raccontare, che per il lettore diventa piacere del leggere.
Grande scorrevolezza, analisi psicologica in una solidissima struttura narrativa.
Una famiglia -una madre!- con cinque figlie.
La volontà di cercare un marito adeguato, possibilmente anche qualcosa di più, compare fin dalle prime pagine.
Spiccano in modo particolare le due figlie maggiori, dotate pur diversamente di personalità e stile non comuni. Non cercano facili scappatoie : "tutto ciò che ha a che fare con l'astuzia è ignobile".
Eppure la madre non è persona da emulare; fornisce anzi tante occasioni in cui l'autrice esercita un tagliente e irresistibile umorismo.
"Se l'orgoglio (...) si rifà piuttosto all'opinione che abbiamo di noi stessi, la vanità a quella che vorremmo che gli altri avessero di noi", si può dire che in questo bellissimo romanzo l'orgoglio abbia ben più spazio della vanità.
E il pregiudizio? C'è, c'è pure quello : il celebre titolo non si smentisce.
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classici
Uomini e storie da scoprire
«Impossibile! – sbottò Ashenden. – Ma come, sono sessant’anni che rappresentiamo in teatro un caso del genere e ne abbiamo scritto in migliaia di romanzi! Intende dire che la realtà ha superato la fantasia?»
Avvicinarsi alle opere di William Somerset Maugham è sempre sinonimo di qualità. Egli è infatti uno di quegli autori che raramente delude ma che anzi dona al lettore avventure mai banali e storie ricche di significato. Così è anche con “Storie di spionaggio di finzioni”, una raccolta di vicissitudini dalle tinte anche leggermente autobiografiche che accompagna il conoscitore solleticandolo nella curiosità.
Tanti i temi trattati e i protagonisti descritti. Sin da subito conosciamo un protagonista eclettico, un romanziere che viene assoldato per far parte dei servizi segreti (attività che lo stesso Maugham svolse seppur per un certo periodo). L’uomo è descritto con cura, la vicenda è talmente vivida che non fatica ad entrare nelle corde di chi legge. L’empatia è immediata. L’humor tipicamente inglese non manca di avvalorare queste pagine strappando anche grasse risate. A questo si aggiunge un sottile cinismo che non manca di arricchire la narrazione e la riflessione.
«Essendo niente di più che una minuscola vite in una macchina grande e complessa, non avrebbe mai avuto la possibilità di veder concludersi un’azione. Aveva a che fare con l’inizio o la fine di essa, forse, oppure con qualche avvenimento intermedio, ma ben raramente scopriva dove avevano condotto i suoi interventi. Non c’era soddisfazione, come capita in quei romanzi moderni che vi offrono una quantità di episodi slegati e che si aspettano che li componiate voi a costruire una narrazione coerente.»
Si combinano, ancora, fatti veri con fatti di pura finzione, emozioni concrete e toni di voce che ben si dipingono con espressioni del viso o gestualità delle voci narranti. Lo stile è sempre pungente, mai difettevole di quella carezza che mantiene viva l’attenzione e, ove necessario, anche intriso di quel virtuosismo proprio dei classici contemporanei.
Maugham ha la grande capacità di saper passare da un testo d’amore a uno scritto sulla figura femminile o ancora al giallo, senza alcuna difficoltà. “Storie di spionaggio e di finzioni” è una conferma alla sua grande maestria letteraria. Forse non lo consiglierei quale primo titolo ma certamente è uno scritto da conoscere e con cui ampliare la conoscenza del narratore.
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Peter e Ivan
«Un tempo credeva che la vita dovesse approdare a qualcosa, che tutti i dubbi e i conflitti irrisolti portassero infine a un apogeo. […] Un irrazionale attaccamento al significato.»
Sally Rooney è una di quelle autrici che o si amano o si odiano. I suoi lavori sono sempre molto particolari e capaci di suscitare emozioni diverse e contrastanti. Nel caso di “Intermezzo” passiamo da un senso di repulsione a un senso di apprezzamento per poi tornare nuovamente in una sensazione di dubbio e di domanda per le tematiche e le riflessioni che solleva.
L’opera, nello specifico, è stata accompagnata da un buon marketing che è andato a contrastare anche con quello che è il mood dell’autrice volto a combattere i social e a vivere in una forma di normalità vecchio stampo. A tal proposito il libro è stato anticipato della copertina al fine di suscitare interesse, è comparso sul mercato italiano a distanza di brevissimo tempo dal lancio inglese e, ancora, per suscitare una naturale curiosità, è stato anticipato nella trama con pochi e piccoli tratteggi. Un libro, dunque, acclamato sin da subito e che poteva suscitare nel lettore una forma di sdubbiamento precoce. Ma cosa aspettarsi da “Intermezzo”?
Siamo davanti a un libro che sa toccare un po’ tutte le fasce generazionali. Si basa sui “non detti”, sul quotidiano e da qui si snoda nell’intimità dell’anima e del pensiero. Certamente dimostra una grande crescita della romanziera che usa questa volta i sentimenti con valore curativo. Una vera e propria sperimentazione di quella tecnica del flusso di coscienza che le è generalmente lontano. Per addentrarsi in questo la trama prende il via dal lutto di un padre e da due uomini, fratelli, tra loro molto distanti (anche questa voce doppiamente maschile è una novità nella sua produzione che generalmente è accompagnata da due volti femminili). Un primo ostacolo nella lettura è però proprio questa scelta narrativa che porta a una sintassi spezzata e a uno scorrere delle pagine più lento, frammentato e farraginoso. I personaggi sembrano osservarsi, scrutarsi, non comprendersi eppure riflettersi l’uno nell’altro.
«C’è da impazzire a pensare alle cose che in passato avresti potuto fare in modo diverso. Ma a volte penso che in ogni caso non avevo tutto questo potere sulla mia vita. Cioè, non è che mi potevo inventare di punto in bianco una personalità nuova. Le cose mi sono successe e basta.»
Peter e Ivan Koubek sono due fratelli separati da una decina d’anni di età. Il lutto del padre anziché avvicinarli, li divide. Bellezza e intelligenza sembrano differenziarli sin dalla prima pagina. Se Peter è bello, spigliato, avvocato di grande carisma e successo, Ivan ha l’apparecchio, è un giocatore prodigio di scacchi ma è anche goffo e trasandato, non sa dove abiti la socialità. Ma sono davvero così diversi come pensiamo? No, non lo sono. Man mano che la lettura procede, come anzidetto, osserviamo come entrambi finiscano per essere due facce della stessa medaglia.
Altra costante nei libri della Rooney è data dall’intelligenza sopra la media dei personaggi, volti di uomini e donne che per la loro peculiarità finiscono con lo scontrarsi con una realtà che non recepisce con ardire al “ragazzo prodigio”. Sylvia, Naomi e Margaret, i personaggi femminili, restano sullo sfondo ma con una loro precisa collocazione. Sylvia e Naomi sono rispettivamente il grande amore di Peter e l’invaghimento di una fiamma. Non sa scegliere. Sylvia dopo un incidente non è più la stessa, Naomi è più giovane e solo in apparenza non ha niente in comune con lui. Ivan si innamora di Margaret, donna più grande che corrisponde i suoi sentimenti ma che a sua volta è sposata con un uomo problematico.
“Intermezzo” di Sally Rooney è un libro che si sviluppa in modo stratificato e che fa delle emozioni il perno su cui si impianta l’intera struttura. Non ci sono vincitori ma non ci sono nemmeno vinti, in queste vicissitudini. La trama diventa una perfetta partita a scacchi, gioco che rappresenta la passione che cementa il legame tra Peter e Ivan. Hanno anche un valore simbolico tra vita reale e destino. E un po’ come nella vita, la ponderazione sulla prossima mossa determina quella che poi sarà una mossa che a sua volta potrà essere determinante per la mossa successiva e quella ancora successiva in procedersi di riflessioni e azioni.
Un libro che arriva a piccoli passi, che si insinua in modo non immediato ma che ha tanto da dire se gli viene data una possibilità.
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UNA STORIA DI FUKU'
“Se c’è una cosa che ho imparato in quegli anni, è che non si può mai scappare. Mai. Non esiste via d’uscita.”
E’ per uno di quei non rari casi di serendipità letteraria che mi sono imbattuto in poche settimane in due romanzi ambientati nella Repubblica Dominicana, una nazione che fino a non molto tempo fa avrei a fatica saputo individuare in un atlante geografico. Il primo romanzo, quello che gode attualmente di maggior notorietà, è “La festa del Caprone” di Mario Vargas Llosa; il secondo, assai meno conosciuto in Italia (nonostante la vittoria di un premio Pulitzer), è “La breve favolosa vita di Oscar Wao” di Junot Diaz il quale, a differenza del premio Nobel peruviano, è anche dominicano di nascita, benché naturalizzato statunitense fin dalla più tenera età. In entrambe le opere è centrale la figura di Rafael Leonidas Trujillo, il dittatore che per più di trent’anni ha schiacciato la Repubblica Dominicana sotto l’insostenibile peso di una tirannia odiosa, dispotica e violenta oltre ogni immaginazione, capace di riverberare i suoi effetti ancora oggi, a distanza di molti decenni dalla sua tragica conclusione. L’Oscar del titolo è nato infatti in America negli anni 60, ma è come se una maledizione ancestrale, che Trujillo pareva incarnare alla perfezione nel suo trentennio di governo, fatto di soprusi, vessazioni e una idolatria estorta al suo popolo tramite la pratica quotidiana e sistematica del terrore, incombesse su di lui, ereditata dai suoi antenati come se fosse stata succhiata insieme al latte materno. Il fukù, ossia il nome assegnato dalla gente dominicana a questa maledizione, diventa così una sorta di deuteragonista del romanzo, nel quale sfortune e calamità si susseguono senza soluzione di continuità. “Dicono che sia venuto dall’Africa, racchiuso nelle grida degli schiavi; che fosse l’anatema finale degli indiani Taino, pronunciato mentre un mondo moriva e un altro nasceva; o che fosse un demone, penetrato nella Creazione attraverso la porta dell’incubo dischiusa alle Antille. […] Il fukú, però, non è solo un cimelio del passato, un racconto di fantasmi che non fa più paura a nessuno. Ai tempi dei miei genitori, il fukú era reale come la sfiga, e nessuno ne metteva in dubbio l’esistenza. […] Era nell’aria, si potrebbe dire”, anche se in fondo, come sostiene con cinico disincanto Lola, la sorella di Oscar, “non credo che esistano le maledizioni. La vita, da sola, basta e avanza”. Come ne “Il signor Mani” di Abraham Yehoshua, di cui “La breve favolosa vita di Oscar Wao” sembra riprendere la struttura narrativa, Diaz risale di generazione in generazione, ripercorrendo le drammatiche vicende della famiglia di Oscar: il nonno Abelard, un medico stimato e benestante, sempre attento a non esprimere opinioni politiche e a chiudere prudentemente gli occhi di fronte alle nefandezze del regime (perché nella Repubblica era sufficiente pronunciare in modo scorretto il nome della madre di Trujillo per entrare nella lista nera della onnipresente polizia segreta del tiranno), il quale però non riesce a evitare di cadere irreparabilmente in disgrazia per essersi opposto alle libidinose attenzioni di Trujillo nei confronti della giovane e avvenente primogenita; la madre Beli, cresciuta nella miseria come una Cenerentola presso una spregevole famiglia adottiva nella provincia più remota e arretrata del Paese, sottratta poi a una infausta sorte da una compassionevole lontana parente, e per tutta l’adolescenza in preda a “un inestinguibile desiderio di altrove”, in una nazione che però era “praticamente a prova di evasione, l’Alcatraz delle Antille”, fino a che una brutale e insensata violenza da cui a stento riesce a uscire viva la catapulta finalmente negli Stati Uniti; e infine Oscar, che pur essendo apparentemente agli antipodi della genitrice (quanto lei è bella, fiera, orgogliosa e sensuale tanto lui è goffo, sfigato e imbranato con l’altro sesso), è costretto a ripercorrere la medesima via crucis, non solo in modo simbolico ma subendo addirittura una analoga violenza nello stesso topos geografico (la piantagione di canna da zucchero). Oscar è un personaggio quanto mai originale: nerd sgraziato, sovrappeso, appassionato di fantascienza e di giochi di ruolo (“L’amico portava la sua nerdità come uno Jedi porta la spada laser […] Non sarebbe potuto passare per Normale neppure se avesse voluto”), egli è l’antieroe per eccellenza, ma è impossibile non volergli bene quando lo seguiamo nei suoi disperati tentativi di intrecciare una qualche relazione con le ragazze, da cui è tanto irresistibilmente quanto vanamente attratto, e riuscire così a sfuggire al suo miserevole destino di vergine suo malgrado. Eppure è proprio Oscar che, nella sua titanica e improbabile ricerca di amore, riuscirà a compiere l’unico atto eroico e romantico del libro (quando, incurante dei rischi che corre, fa di tutto per sottrarre Ybon, una prostituta di cui si è perdutamente innamorato, alla relazione tossica con un poliziotto prepotente e crudele), ergendosi per una volta almeno all’altezza dei supereroi da lui tanto amati, e legittimando così quell’aggettivo “favolosa”, che nel titolo sta accanto a “breve”. Se per Aristotele la “tragedia è mimesi di un’azione seria e compiuta in se stessa […], la quale, mediante una serie di casi che suscitano pietà e terrore, ha per effetto di sollevare e purificare l’animo da siffatte passioni”, “La breve favolosa vita di Oscar Wao” è una tragedia a tutti gli effetti, con la dolorosa fine del protagonista che suona come un epitaffio apposto su un Paese tanto meraviglioso quanto invivibile (“un maldito infierno” lo chiama il cugino Pedro Pablo), incapace di liberarsi della atavica violenza in cui è vissuto per così tanto tempo (“non siamo altro che dieci milioni di Trujillos”, chiosa piena di sconforto Lola dopo la morte del fratello), ma anche come una catartica rivendicazione che “omnia vincit amor”.
Nonostante i luttuosi fatti narrati, il tono del romanzo di Diaz è tutt’altro che cupo e malinconico. Narrato tutto in terza persona (anche se nel secondo capitolo compaiono una tantum sia l’inusuale seconda persona sia la prima) da colui che si definisce l’Osservatore (è Yunior, un amico di Oscar e Lola, come viene svelato dopo qualche decina di pagine), il testo è sorprendentemente disinvolto e spigliato, con frequenti strizzate d’occhio al lettore, tipo “fate partire le risate di sottofondo quando volete”, un po’ alla Giovane Holden. Lo stile è colloquiale, talvolta addirittura triviale, spesso vernacolare, con un uso così abbondante di termini spagnoli da richiedere in appendice un apposito glossario: praticamente una sorta di spanglish. Oscar e Yunior poi si identificano spesso nei personaggi dei loro film e libri preferiti, un universo fantasy che va da Tolkien ai supereroi Marvel, un po’ come accadeva ai protagonisti del quasi coevo “La fortezza della solitudine” di Jonathan Lethem. Siccome siamo nei Caraibi, caratterizzati da una “ipertrofica fantasia voodoo” e da una “straordinaria tolleranza ai fenomeni estremi”, non può mancare una spruzzata di realismo magico, come quando una mangusta appare inopinatamente per condurre Beli, straziata dalle violenze subite, attraverso la piantagione di canna da zucchero verso la salvezza. Se infine si aggiunge la presenza di un corposo apparato di note a pie’ di pagina e di ben due glossari, uno, come si diceva, per i termini in spagnolo-dominicano e uno per i riferimenti alla fantascienza e al fantasy, cosa che lo rende quanto di più simile possibile all’”Infinite jest” di Wallace (in cui le note in calce costituivano una sorta di libro nel libro), si può capire come “La breve favolosa vita di Oscar Wao” sia un originalissimo pastiche, un esperimento che, pur nutrito di tantissime influenze, letterarie e non, si rivela un appassionante unicum nella letteratura del XXI secolo, capace di emozionare, divertire e commuovere nello stesso tempo.
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Angela Izzo chi era costei
Libro dell'anno 2024 secondo la nota trasmissione radiofonica Fahrenheit, "il fuoco che ti porti dentro" ha l'indubbio pregio di trattare il rapporto madre-figlio secondo una prospettiva sicuramente di parte, tenuto conto del trinomio tra autore-narratore-figlio, ma col coraggio di mettersi in gioco nel rappresentare il conflitto quotidiano con una madre eccessivamente pressante dalla quale una volta raggiunta la maggior età ha deciso di fuggire.
Franchini non si tira indietro dunque presentandoci Angela Izzo, gia dall'incipit, in maniera assolutamente provocatoria e inaspettata:
"Benché da molti sia considerata una bella donna, mia madre puzza".
abbondando quindi nell'elencazione dei suoi difetti cosi tipicamente italiani come qualunquismo, razzismo, classismo, egoismo opportunismo etc.
Si sorride, talvolta si ride proprio, nel leggere queste storie di vita familiare in particolare nella riuscita operazione di contrapposizione del dialetto napoletano, con il quale Angela inveisce verso il mondo e anche verso la propria famiglia, rispetto al linguaggio educato, pacato, intellettuale, del figlio Franchini. Da questo contrasto si sviluppa una narrazione che partendo dall'infanzia dello scrittore porta ai nostri giorni e passa dai ricordi delle vacanze al mare fino all'epilogo nel profondo Nord, in una Milano che sembra esaltare l'esuberanza di Angela ed il contrasto nord-sud.
Perché in fin dei conti l'autore ricorda che si tratta di una donna che "ha bisogno di odiare come di respirare, sente di non esistere se non si contrappone", ed esercita queste caratteristiche addirittura verso i propri figli in un rapporto di amore-odio che visto con gli occhi terzi del lettore assume i contorni di una sceneggiata napoletana.
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"Ha talento ma non si applica"
Ho preso in mano questo romanzo conoscendo altre opere dell'Autore, come la saga dei Medici, e sapendo più o meno cosa aspettarmi. Strukull é un buon autore, "leggero" per i miei gusti, ma in generale lo consiglierei a chiunque apprezzi l'ambientazione storica senza troppo impegno. In generale il romanzo é scritto bene, non é pesante, né noioso, ma chiunque stia cercando una profonda immersione nell'epoca e nelle vicende raccontate potrebbe rimanerne deluso. Quando si scrive un romanzo storico, la cosa più difficile é riuscire a calarsi in un mondo che é lontanissimo dal nostro modo di vivere, di pensare e di comportarci. Le persone, soprattutto i nobili e le famiglie regnanti, agivano e si comportavano secondo norme sociali che sono per noi totalmente aliene, per cui rimango sempre perplesso nel vedere re, papi e nobili parlare liberamente e a briglia sciolta fra di loro o con i loro sottoposti come se fossero avventori di un odierno bar centrale, e purtroppo questa é una cosa che rovina immediatamente la mia immersione nelle vicende raccontate.
Un altro grosso problema a mio parere é la mancanza di descrizione, soprattutto nei personaggi, di cui riceviamo solo alcuni tratti sommari e spesso a diverse pagine, se non capitoli, dopo averli introdotti. Senza una descrizione dei tratti o dell'ambiente in cui si muovono, questi personaggi rimangono, nella mente del lettore, dei manichini senza faccia, bianchi e anonimi che si muovono in uno scenario vago. Inoltre é estremamente frustrante quando un personaggio nei suoi dialoghi espone per filo e per segno delle informazioni o dei punti cardine della trama a solo vantaggio del lettore, cosa che si verifica troppo spesso e costantemente nei dialoghi fra alcuni personaggi, al solo scopo di istruire il lettore, senza cercare di trovare un modo più organico per convogliare queste informazioni, semplicemente affidandole alle parole del personaggio che ti fa il classico "spiegone".
Per concludere posso dire che é sicuramente un opera apprezzabile, sia per lo stile scorrevole che per la scelta dell'epoca raccontata, e che per alcuni versi é riuscita anche a superare le mie aspettative, ma che quando si verificano, i problemi che ho citato rendono difficile apprezzare a pieno la bellezza dell'ambientazione e le vicende avvincenti che vengono narrate.
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Le conseguenze degli azzardi immobiliari
Dopo una decina di romanzi e parecchi racconti, con "Addio, Miss Marple" sono arrivata a completare la serie ideale dedicata alle indagini dell'iconica vecchina inglese. Un romanzo dalla genesi per nulla banale (scritto ed ambientato negli anni Quaranta ma pubblicato solo dopo la morte dell'autrice, la quale tra i suoi due personaggi più celebri ha preferito eliminare il non troppo amato Poirot), che meriterebbe dei contenuti adeguati all'interno dell'edizione. Edizione che è invece tristemente povera, e questa volta non perché la sottoscritta abbia recuperato una vecchia copia all'usato: parlo proprio dell'ultima versione realizzata da Mondadori nel 2018 e tutt'ora ristampata, nella quale sono presenti soltanto il testo e l'indice, senza alcuna prefazione o nota aggiuntiva per presentare ai lettori un volume tanto simbolico nella produzione christieana.
Come accennato, la collocazione temporale di questa storia è teoricamente il 1944, seppur alcune informazioni all'interno della storia (e della sinossi!) sembrino contraddire questo dato; per certo sappiamo che il colonnello Bantry -morto prima degli eventi di "Assassinio allo specchio" del 1962- è ancora vivo, e al contempo sul trono d'Inghilterra siede re Giorgio VI, quindi ci troviamo senza dubbio in un periodo precedente al 1952. L'ambientazione principale è invece la costa meridionale del Devon, dove si trova la cittadina immaginaria di Dillmouth; qui arriva dalla Nuova Zelanda Gwenda "Gwennie" Reed, la nostra prospettiva principale nonché neo-moglie di Giles, su indicazione del quale cerca una casa in zona per la loro famiglia. La donna si lascia conquistare dall'affascinante Hillside, ma una serie di eventi bizzarri collegati all'abitazione la porta a temere per la propria psiche. Per sua fortuna il marito è cugino di Raymond West, tramite il quale conosce la concreta Miss Marple, pronta a fornire delle risposte ai suoi dubbi; risposte che portano a loro volta nuovi quesiti, ma soprattutto un potenziale omicidio da risolvere.
Questa volta non partiamo quindi da un delitto avvenuto nel presente, bensì da una sorta di cold case che potrebbe comunque comportare dei pericoli per i protagonisti, essendoci un assassino in libertà da quasi vent'anni, determinato a rimanere tale. Questo rende piacevolmente incalzante il ritmo dell'indagine e appassionante la determinazione con cui la coppia composta da Gwenda e Giles interroga sospettati e tenta di unire le informazioni ottenute, con l'indispensabile supporto di Miss Marple, che qui ricopre quasi il ruolo di angelo custode per quanto si prende a cuore le sorti dei due. Ho trovato sia loro sia gli altri personaggi estremamente gradevoli e ben definiti, senza troppe esagerazioni comiche; anche le relazioni mi sono sembrate solide, nonché vitali per il proseguo della storia.
E questo è vero persino per il lato romantico, solitamente tallone d'Achille dell'autrice. Non parlo solo della coppia protagonista (seppur Gwenda e Giles siano davvero affiatati), ma anche delle altre romance che si dimostrano tutt'altro che accessorie e non vengono utilizzate solo per addolcire l'epilogo dopo tanti delitti. La cara Agatha quindi svolge un lavoro decisamente migliore qui rispetto a tante sue opere più celebrate, e ciò si rispecchia anche in relazione al quadro morale del crimine in sé; le motivazioni del colpevole offrono infatti un assist alla buona Jane per parlare di squilibrio di potere, violenza domestica e psicologica. Ripeto: molto, molto meglio di altri romanzi, come la mia recente lettura "Non c'è più scampo".
Qualcosa deve pur pesare sull'altro piatto della bilancia, e in questo caso si tratta dell'intreccio, che non è incoerente o sciocco ma mi è sembrato ben lontano dal potersi definire intricato. O forse ho letto semplicemente troppi gialli per farmi ingannare quando i personaggi stessi dicono di voler lasciare per dopo una determinata pista! Riprendo poi la mia lamentatio verso l'edizione o meglio verso la traduzione -rea tra l'altro di ignorare le regole della consecutio temporum-, perché trovo molto deludente la scelta del titolo: questa è sì l'ultima storia di Miss Marple ad essere stata pubblicata, ma nulla nel testo lascia intendere che fosse pensata per dare l'addio al personaggio. L'originale "Sleeping Murder" è decisamente più onesto, mentre qui in Italia si è voluto puntare sul sensazionalismo per mero marketing.
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Attesa profetica
Il giorno in cui George Bowling, assicuratore energico e gioviale, quarantacinquenne piuttosto in carne, ritira la dentiera nuova inizia ad avere un’ idea nella testa riconsiderando il proprio passato a Lower Binfield, un tempo e un luogo a lui cari con una matrice di unicità ( Il 1900 ) in cui ritrovarsi bambino.
Il presente popolato da un’ inquietudine poco gratificante e dalla certezza che qualcosa di terribile stia per accadere, la guerra alle porte e con essa la fine di tutto.
Negli ultimi otto-nove anni George è ingrassato, una pinguedine che stona con la magrezza interiore che lo accompagna, la nostalgia per un mondo che considera ancora suo, popolato da persone che identifica e riconosce nello stesso modo di allora, assorbito da un senso smisurato che solo la fanciullezza può dare.
In quel tempo, tra gli otto e i quindici anni, le proprie attività predilette erano state la pesca e la letteratura, momenti unici in cui sostare, almeno con il pensiero, un ragazzino egoista sospinto dalla forza di un desiderio smarrito nel presente e dalla certezza di sostare in un tempo infinito.
Non è un tentativo di idealizzare un periodo della vita che non tornerà, che sta scomparendo, il presente sancito da un mondo patinato e aerodinamico infarcito dalla paura, il ritorno all’ agognata infanzia restituisce a George un senso di sicurezza e di continuità, un mondo privo di paura che chi non ha vissuto mai più vivrà, in cui non considerare il futuro come qualcosa di terrificante.
In gioventù ha affrontato la guerra, ne e’ stato un reduce, sopravvissuto a un conflitto che non uccidendolo lo ha indotto a pensare e lo ha reso diverso da quello che era, confrontato con l’ idea che tutto quello che stava facendo fosse privo di senso, e allora George descrive la sensazione che lo ha attraversato, non tanto nell’ idea di una pace esente da guerre, ma nella sostanza che lo riguarda.
Dopo vent’anni anni, in fuga dal cupo presente, da un matrimonio soffocato nella quotidianità, un’ insoddisfazione sempre più manifesta, il desiderio irrinunciabile di riabbracciare una parte vitale di se’, George ritorna a Lower Banfield per pochi giorni sulle tracce dei fantasmi del passato, un luogo del tutto diverso dove si parla di un conflitto imminente, un quarantacinquenne che passeggia in un mondo di vivi in tutt’altro affaccendato con la certezza incontrovertibile di un tempo definitivamente sepolto e dimenticato.
Considerato da lui stesso e dai lettori il più bel romanzo di George Orwell (1938), Una boccata d’ aria, concepito alla viglia dei venti di guerra, pervaso di un realismo che si accompagna a una satira pungente, così diverso dai testi più noti, si occupa di quello che è sotto gli occhi di tutti e che l’ autore ha dichiarato
… ormai non è più necessaria una guerra per farci aprire gli occhi sulla disintegrazione della nostra società e sull’ impotenza delle persone decenti a tal riguardo…,
nella consapevolezza di una Europa ormai stremata e sommersa da una serie di crisi connesse, economica, sociale, ambientale, religiosa, diplomatica, imbevuta di paura, frustrazione, cinismo, disimpegno e rassegnazione, un’ atmosfera di non ritorno che il romanzo così bene rappresenta.
Profetico?
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Autunno americano
Più che un giallo, questo libro famosissimo è un vero e proprio pezzo di cronaca nera, un resoconto fedele di un evento reale. L’autore, a torto noto solo come uno scrittore “leggero”, a causa di un malinteso intendere nella sua essenza più profonda del suo famoso romanzo “Colazione da Tiffany”, quello da cui fu tratto il film omonimo con Audrey Hepburn, è invece assai di più, un grande scrittore. Che il suo vero dire lo esplica tra le righe, nel sotteso, come tutti i grandi.
Nello specifico, pare rivelarsi qui solo come un cronista attento, preciso, dettagliato, racconta di un fatto cruento di cui è stato davvero testimone, ha fatto cioè storia romanzata di un episodio realmente accaduto. Invece, ne ha fatto di gran lunga ben oltre, un gran romanzo, in verità.
Un romanzo poliziesco, se vogliamo, perché ne contiene elementi di base, come il delitto, l’assassinio in particolare, poi l’indagine, la scoperta dei colpevoli, il movente e più in generale le intime motivazioni che muovono la mano omicida. Certo, contiene tutto questo, con una particolarità: è vergato a freddo. Per cui agghiaccia di più il lettore.
Nel novembre 1959, in una piccola cittadina della più classica provincia rurale americana viene scoperto un efferato omicidio plurimo, una strage familiare: agli intervenuti sulla scena del delitto si presenta lo spettacolo sanguinoso e raccapricciante dello sterminio di un’intera famiglia piccolo borghese e benestante, genitori e due figlioli, massacrati in apparenza a scopo di rapina, con un ben misero bottino, quindi per futili motivi. La polizia indaga, scopre i responsabili, due pregiudicati che vengono arrestati, giudicati, ritenuti colpevoli e condannati alla pena capitale.
Truman Capote di questo racconta, riporta la storia come un qualsiasi cronista, e per rendere meglio edotti i suoi lettori si immerge nel contesto, gira per la cittadina, chiede, domanda, interroga, raccoglie notizie sulle vittime, sugli assassini, sull’ambiente e sul vissuto di tutti quanti coinvolti, in apparenza compie il lavoro di un buon giornalista. Solo che, senza parere, Capote fa ben altro.
Va al fondo delle cose, letteralmente a sangue freddo fa rivivere le cose come in effetti sono, si insinua nell’animo degli attori nel bene e nel male, ne scandaglia la vita, i pensieri, i comportamenti, certamente gli assassini commettono gli omicidi a sangue freddo, ma è stupefacente la freddezza che Truman Capote fa emergere dal vissuto di luoghi e persone, vera ed unica origine prima del delitto. Lo scrittore esegue quella che diremmo una full immersion, quasi simpatizza con i colpevoli ma al solo scopo di capire le vere motivazioni di una simile barbara e pressoché inutile carica delittuosa, quale è la pecca del consorzio civile in una realtà semplice, rurale e produttiva forgiata ad apparente misura d’uomo e però certamente deficitaria, gelida, ghiacciata, se è un sistema in grado di partorire simili aberrazioni. In sintesi, Capote dimostra a sangue freddo, come fosse un diaccio esercizio logaritmico o una artica equazione quantistica, che quell’universo di brava gente deve per forza possedere, per equilibrio, in un’altra dimensione un universo parallelo dove la brava gente tanto brava non riesce ad essere per meri motivi di sopravvivenza. Ma non per questo va giudicata meno brava.
Talora, delinque per non morire di freddo.
Cosa che chi sta al caldo non capisce, il sazio non crede al digiuno.
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Incubi dal passato
Nel suo genere, il giallo, il noir, il thriller o come altrimenti si vuol definirlo, questo è davvero un buon testo, godibile e fluente nella sua narrazione, perché redatto bene, con cura ed eleganza. Scorre con uno stile tutto suo, pulito, ordinato, cronologicamente ineccepibile, un racconto che è una cronaca che srotola man mano un gomitolo, a tratti e con diversa rapidità, costituito prima da un filo di eventi passati, intrecciato ad un certo punto indissolubilmente a quelli più recenti.
Ma in maniera speculare, tant’è che assume discernimento chiaro sia che i fatti scorrano in un senso che nell’altro. Allorché la matassa si srotola del tutto, emerge un excursus logico, inusitato e sorprendente, intriso di amarezza e disillusione, con un finale struggente, che racchiude in sé la il disinganno di una generazione giovane e infelice per motivi diversi, e però descritto con un tono tanto risoluto quanto veritiero, certamente velato da umana comprensione, ma in modo imparziale.
L’autore non prende le parti, non si schiera, non giudica, semplicemente racconta.
Stavolta il giustiziere di turno non è tanto l’investigatore o chi per lui che ripristina in qualche modo la giustezza dei corretti comportamenti sociali, qui ad accomodare in qualche modo lineare gli eventi restituendo un senso alle azioni compiute provvede il fato, il destino, l’imponderabile fatalità dell’esistenza. Non a caso l’autore è, smessi i panni di romanziere, un cronista dei più apprezzati di una delle maggiori testate nazionali. Gigi Paoli fa romanzo reale della sua professione, è un autore che certamente sa avvincere, racconta senza parere come se fossero cronache fatti di cronaca nera del tutto verosimili, se non veritieri, e lo fa avendo sempre bene a mente la sorte, la ventura, l’imprevisto, l’accidente, l’arbitrio umano che sempre si accompagna sia alle azioni delittuose che allo scorrere della comune e banale quotidianità.
Qui il suo protagonista è un giornalista, Carlo Alberto Marchi, un uomo letteralmente distrutto sia nel fisico che nel morale. Cronista di nera, uno di quei segugi della carta stampata sempre primi a fiutare e redarre ad hoc il pezzo d’autore, ad uso esclusivo dei suoi lettori, Marchi è costretto alla forzata inabilità, a causa di una rovinosa caduta dal palazzo di Giustizia, che i cronisti in gergo etichettano Gotham. Di conseguenza, sta riprendendosi dalle disastrose fratture multiple attraverso un lungo percorso riabilitativo, che comprende dolorose ed impegnative sedute di forzata fisioterapia in una struttura apposita, nel mentre cerca di riprendersi anche affettivamente contando sulla propria figlia, e sul capitale di empatia umana accumulato negli anni nel corso della sua professione, che comprende i colleghi ai quali è più intimamente legato, nonché la stima degli addetti a vario titolo alla giustizia, poliziotti e magistrati, con cui era solito interagire.
Complica parecchio le cose l’insorgere di un tremendo acufene, quasi una sirena che spesso e volentieri gli ricorda come sia preferibile che al momento si dedichi ad altro che al suo lavoro. Consiglio che magari il nostro sarebbe anche disposto a seguire, ma il fato dispone diversamente.
Sulla scena di un omicidio di un povero paninaro ambulante, che ha tutta l’aria di essere vittima di un fallito tentativo di rapina, viene reperito un proiettile di pistola; l’apposita banca dati delle forze dell’ordine identificano l’arma da fuoco come quella anni prima utilizzata per compiere un sanguinoso eccidio in una banca. Gli autori che rivendicarono a suo tempo la barbarie di quelle strage sono esponenti delle Brigate Rosse, un piccolo nucleo di terroristi coinvolti nel colpo di coda degli ultimi momenti della lotta armata, all’epoca identificati come sospetti ma mai realmente incriminati per lo specifico episodio. Vale a dire chi uccise allora è tornato a colpire, ed il diritto di cronaca reclama l’acclarazione dei fatti. Per Carlo Alberto Marchi si va ben oltre, il conoscere come siano andati effettivamente le cose anni prima, chi ha impugnato di nuovo quell’arma e chi, come allora, ha ucciso di nuovo crudelmente, è questione che lo riguarda assai più del suo essere cronista. Il suo è un diritto di sangue, a suo tempo le Brigate Rosse in quella rapina in banca per autofinanziare il movimento armato, assassinarono a sangue freddo il papà di Marchi, direttore della banca prescelta per la rapina. Una vera ingiustizia, dato che il suo papà era un uomo del popolo, di sinistra, di umili origini che si era fatto dal niente, e ironia della sorte era stato ucciso proprio da chi pretendeva di difendere i diritti del popolo. Per Marchi è un vivere un incubo con le radici nel passato, è un dover ripercorrere oggi la sanguinosa svolta della sua esistenza pur se minato nel fisico. Ma rappresenta anche uno stimolo, una pulsione, una incitazione per scoprire la verità e ristabilire giustizia, lo chiede letteralmente la voce del sangue, la stessa che gli ha dato l’impulso a trasformare il suo mestiere in una lotta quotidiana contro le ingiustizie. Solo che gli acufeni lo assillano, distolgono la su attenzione. Il fato delle umane cose, però, è acconcio, e confacente a suo modo.
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Un invito ad aprirsi
In questo libro l’autrice torna ad esplorare uno dei suoi temi più cari: l’importanza della narrazione personale come strumento di comprensione ed incontro. La protagonista conduce interviste alle stelle polari della sua adolescenza perduta e ne riscopre tratti distintivi, ma anche sorprese disorientanti. Il testo mescola leggerezza e profondità, e le domande dell’intervistatrice diventano piccole chiavi per aprire mondi interiori. Le domande infatti non sono solo spunti di riflessione, ma inviti ad attraversare la propria memoria ed a rileggerla con occhi nuovi, senza la paura di mostrarsi diversi a chi ci ha conosciuto quando la vita non ci aveva ancora messo alla prova, perché la vita, quando le pare, s’increspa e un’onda ce ne può portare via un pezzo. La scrittura della Gamberale è, come sempre, limpida e vicina, capace di farsi confidenza più che lezione. E’ un libro da abitare lentamente, alla stregua di un diario condiviso. L’autrice non offre risposte, ma apre spazi: chiede al lettore di mettersi in gioco, di lasciare emergere verità che spesso restano nascoste, è un invito a sostare, a fermarsi di fronte a ciò che ci abita dentro ed a condividerlo; è una lettura che accarezza e che, nel silenzio delle sue domande, ci ricorda che raccontarsi è sempre anche un modo per imparare ad ascoltare, per capire come ognuno di noi riesce a tenere insieme quello che ci fa splendere e quello che ci consuma. Forse chi cerca una trama definita potrebbe restare disorientato, perchè il cuore del romanzo non è la narrazione lineare, bensì l’intimità del dialogo. È un libro che ci ricorda come il raccontarsi sia un atto di coraggio e, al tempo stesso, un dono. È bellissimo che mi sia stato regalato, in modo inaspettato, come un elegante e gentile invito ad aprirmi, senza paura.
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La Storia
Questo romanzo è una bella storia, ma è un tomo poderoso che non si può distillare poco a poco nel tempo, non è racconto seriale a puntate, è un tutt’uno integrale, va letto in breve per assaporarne completamente tutta la sua fragranza, e apprezzarlo come merita.
Sarebbe un peccato altrimenti, l’autrice ci ha offerto tutto quanto un lettore richiede ad un buon libro: quello di farci compagnia, condurci nelle vite degli altri perché possiamo così apprendere, coscientemente o meno, tutto quanto non sappiamo o non possiamo sapere in prima persona, direttamente per nostro vissuto limitato, dell’esistenza in generale. I libri sono mappe, quando ben tracciate indicano strade, itinerari che rivelano a chi legge cosa gli piace o cosa no delle cose della vita, fatti e persone che lui stesso neanche immagina lontanamente che possano esistere, scopre sensazioni e preferenze che avverte magari del tutto sconosciute, e però in qualche modo anche a lui congeniali. I romanzi sono racconti di vita, illustrano le emozioni che animano i personaggi, tracciano le azioni e le circostanze che si creano in diretta conseguenza di quelle, descrivono gli eventi che sorgono spontaneamente, delineano i caratteri delle persone, in definitiva leggere ci aiuta a capire noi stessi, ciò che siamo, a conoscerci ed a plasmare quanto siamo.
Ci formiamo con l’esperienza di vita, leggere accelera il processo, sperimentiamo nel bene e nel male più vite diverse mentre viviamo la nostra. I romanzi allora, quelli buoni, così prendono vita, ci pongono domande, interrogano silenti il nostro animo su cosa avremmo fatto noi nelle stesse circostanze, come avremmo reagito, cosa avremmo pensato, che scelta avremmo intrapreso, se condividiamo o meno i sentimenti espressi nelle pagine. Le buone letture, in fondo, questo fanno, questo è il loro fine ultimo, la loro mission, collaborano a creare noi stessi, ci educano, ci camminano accanto e ci parlano, esemplificano riportando le realtà.
Valerie Perrin per questo romanzo si è spesa bene, con onestà, ci ha dedicato tempo, cura, dedizione. Scrive bene dopo essersi ben informata, ha un suo stile preciso, forse non sempre captato con linearità, però non è un difetto di fluidità, la sua penna è un eccesso di spezie, mai fine a se stesso, è lo stesso piatto delicato e delizioso che lo esige. Infine direi che ci è riuscita, come una brava zietta d’altri tempi ha cucinato per noi un buon pranzo, dall’antipasto al dolce, per cui possiamo fare una pausa tra una portata e l’altra, certamente, ma non è che possiamo diluire l’intero pranzo in tempi lunghissimi, si perde gusto e aroma, se no, il tempo dilatato troppo invecchia il palato e disconosce i sapori. Affievolisce anche il giusto sottofondo musicale, peraltro, la musica in questa storia è essenziale. Intendiamoci infine, questo romanzo non è un capolavoro, ma una buona lettura, redatto con una bella valenza artigianale, cesellato con bravura, si fa leggere, interessa, incuriosisce, fa compagnia, si fa apprezzare. Solo che è una Storia con la maiuscola, quindi conta molti personaggi, altrettanti fatti, tanti sviluppi spesso inattesi e sorprendenti, è una storia affatto inverosimile, si badi, è invece un racconto intensamente reale, perché la realtà supera sempre la fantasia. I libri riportano sempre quanto accade, quanto è accaduto, quanto potrebbe accadere, i romanzi non inventano niente, finanche le fiabe hanno riscontri reali, la fantasia è solo un modo diverso con cui si descrive la realtà, i romanzi la riportano uguale, senza nulla aggiungere.
“Tatà” di Valerie Perrin è una storia non breve, perché la Storia non può esserla per definizione; ed è però anche un racconto che si digerisce bene in un solo pasto, non da spezzettare in troppi spuntini.
Tatà è il termine francese italianizzato che sta a significare in maniera affettuosa: “zietta”, il termine è stato adattato nella nostra lingua, il francese originale “Tata” senza accento da noi intende una nurse, una baby sitter, non è questo il caso, l’accento aggiunto ad hoc serve a fugare i dubbi in merito. Valerie Perrin con “Tatà” si riferisce effettivamente al suo personaggio centrale, Colette Septembre, che è figlia di molte storie, di storie potenti che ha il dovere di raccontare.
Nubile e sola, umile donna di un borgo nella campagna francese, è la zia della protagonista Agnes Septembre, principale, ma non la sola, voce narrante del romanzo.
Altre voci costituiscono la trama, intesa non come lo sviluppo del racconto, ma come l’effettivo tessuto connettivo sotteso a tutto il libro, il substrato organico costituito da voci incisive, anche perché letteralmente incise sui nastri di un vecchio magnetofono, su cui si sviluppa la pianta dell’affabulazione. Si riportano e si delineano così al meglio testimonianze, antefatti, sviluppi, pensieri e prospettive. Incroci della vita, pietre miliari, percorsi tortuosi e convergenti, rivelazioni, sorprese, conferme. Molti sono i personaggi, tanti i protagonisti, varie e multiformi le storie.
Un elenco mai esaustivo di volti e persone riporta la già citata Agnes Septembre, famosa regista cinematografica nota in tutto il mondo, suo marito Pierre, un ancora più noto attore protagonista dei film della moglie e divo di altre pellicole, la loro figlia Ana. I genitori di Agnes, la violinista Hanna, suo marito Jean Septembre, pianista di fama mondiale. Poi la “tatà” del titolo, zia Colette, sorella di Jean, ancora l’amica del cuore di Colette, l’artista circense Blanche, nonché il padre di Blanche, padrone assoluto bieco e tiranno del circo e non solo del circo. Perchè esistono individui che terrorizzano, più di quanto non si creda. Ed esistono mogli, figlie, famiglie che vivono sotto la cappa di un tiranno violento, più di quanto non si creda.
Poi gli abitanti del borgo dove vive Colette, per primo il suo amico del cuore Blaise, a seguire la giovane stella del calcio Aimè, e Amelie, Nathalie, Louis, Lyece e le sue sorelle, il poliziotto Paul, il dottor Antoine Etè, che raggiunta la pensione smette di esercitare la medicina e ripara e rimette in moto, in grado di circolare, le sue vetture preferite, le Mehari.
E altri, e ancora altri e tutto quanto li riguarda e li intreccia tra loro, ciascuno è una radice a sé stante e tutti insieme sfociano nel tronco maestoso dell’albero della vita, con tanti rami, tante biforcazioni, tante chiome e anche rami secchi e foglie morte.
Perchè questo è un romanzo che racconta di tutto e di tutti: di pedofilia e di violenza di genere, di morti misteriose e di femminicidio, di calcio e di tifosi, di AIDS e tossicodipendenze, di omosessualità e di alcoolismo, di ricchezza e povertà, di lavoro e sacrificio. Di valenti artigiani e artisti raffinati, di antichi pianoforti e di violini Stradivari, di olocausto, di guerra e di violenza. Di maschilismo, di patriarcato, di femminismo ante litteram, di giustizia e di vendetta.
Di musica, quella immortale di Chopin, Mozart, Bach, che quando resa al meglio da un pianista straordinario fanno sentire a chiunque l’infinito e Dio fluenti dalla punta delle dita dell’esecutore.
Tutto ruota attorno alla tatà Colette: lei è un magnifico lago alpino, dalle acque trasparenti e cristalline, esattamente com’è la sua anima di persona umile, semplice, salda negli affetti e nei valori, un lago che dona acqua a chi ha sete ed è anche un baluardo di roccia che accoglie a rifugio chi ne necessita. Tutti gli altri sono affluenti che arrivano a questo lago, ognuno con il proprio rivolo; poi dal lago fuoriescono, più forti di prima. Rinati. Perché questo è anche, se non soprattutto, un romanzo di resurrezione e rinascita: non a caso inizia con la chiamata della polizia che annuncia alla nipote Agnes la morte di tatà Colette. Solo che la stessa Colette risulta all’esterrefatta Agnes già morta tre anni prima. Un mistero, un giallo? No, è che noi siamo i tempi di oggi: non ascoltiamo. Non diamo retta agli altri, siamo troppo concentrati su noi stessi, sulle nostre vite, senza accorgerci delle vite degli altri. Che spesso diamo per scontate: invece nessuno conosce l’altro veramente, le vite degli altri potrebbero sorprenderci non poco. Rivelarle per intero è interessante, per non dire affascinante. Servono allora due sillabe: ta -tà, un va e vieni come un metronomo, un ritmo ipnotico che induce all’ascolto, un viaggiare avanti e indietro nel tempo e nelle vite altrui per ricostruirle poi in un tutt’uno organico, un gioiello unico, perchè mai uguale ad un altro, che si rivela poi essere infine una bella storia, come sempre è bella la vita di chiunque. La sua vita, la sua storia, la Storia.
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Più Wolfe che Abercrombie
Iniziare una nuova serie mi mette sempre un po' in difficoltà, soprattutto se si tratta di una storia ambientata in un mondo di fantasia, perché la sensazione di dover imparare da zero una geografia, una Storia ed una cultura completamente nuove mi riporta di prepotenza tra i banchi di scuola; è uno dei motivi per cui tendo a preferire le narrazioni autoconclusive, nelle quali l'autore di turno non può allestire uno sfondo troppo complesso. Allo stesso tempo, subisco in parte la fascinazione dello scoprire dei luoghi inediti, e questa curiosità mi ha portata ad iniziare Cosa resta degli eroi, presentata come una trilogia affine ai lavori di Abercrombie, nei quali però l'ambientazione non risulta eccessivamente complessa. In realtà, penso che il mondo delineato dal caro Richard sia molto più vicino al caos affascinante dell'Urth di Wolfe; spero quindi che apprezziate il mio sforzo per identificare la premessa.
Ci troviamo di fronte ad un mondo diviso nel presente tra le tribù pseudo-barbare Majak a nord-est, la Lega commerciale di Trelayne sulla costa occidentale e l'impero Yhelteth nel sud. Negli stessi territori si trovavano in passato altre tre popolazioni: il Popolo delle Squame (dei simil-draghi arrivati da oltreoceano), gli Aldrain dotati di abilità soprannaturali, ed i Kiriath che sembrano quasi una specie aliena; in questo universo narrativo si mescolano infatti elementi magici e fantascientifici. Gli Aldrain sembrano essere stati sterminati dai Kiriath molto tempo prima, mentre il Popolo delle Squame è stato sconfitto grazie agli sforzi congiunti di umani e Kiriath, i quali dopo quest'ultimo scontro si sono dileguati.
Arrivando all'inizio della storia, le prospettive presentate si possono ricondurre a tre linee narrative. La prima vede come protagonista Ringil "Gil" Eskiath, nobiluomo e valente guerriero, impegnato nella ricerca di una parente vittima della recentemente legalizzata tratta degli schiavi; nella seconda ci si sposta tra i nomadi Skaranak per parlare dell'antagonismo tra il capoclan Egar Rovina del Drago e lo sciamano Poltar Occhio di Lupo, mentre nell'ultima si arriva nelle regioni imperiali con Archeth Indamaninarmal, consulente del sovrano e da lui incaricata di indagare su alcuni attacchi misteriosi avvenuti in una località costiera.
Per buona parte del volume queste vicende sembrano legate tra loro soltanto a livello superficiale, perché Gil, Egar ed Archeth hanno combattuto assieme anni prima, ma nella parte finale i loro percorsi finiscono per essere convogliati in una missione principale e risolutiva; il tutto, lasciando comunque diversi spunti aperti sui quali dare corpo ai capitoli successivi. Pur avendo provato a più riprese della frustrazione verso il ritmo disomogeneo adottato da Morgan, devo ammettere che la storia ha saputo appassionarmi e spingermi ad essere sempre più coinvolta nelle dinamiche interne di questo universo narrativo, anche per merito della particolare commistione di generi diversi e del brillante epilogo.
Il maggior punto di forza del romanzo a mio avviso sono però i suoi personaggi, che si tratti dei tre protagonisti oppure dei numerosi comprimari. Il caro Richard si dimostra decisamente abile nel delineare i caratteri all'interno del cast in modo originale e sfaccettato, nonché a prestare attenzione affinché ognuno rimanga fedele alle proprie motivazioni. Personalmente, non ho provato granché simpatia per Egar -forse perché è il POV con meno spazio all'interno del testo, forse perché è un pedofilo impunito-, mentre Gil ed Archeth mi sono sembrati dei personaggi principali davvero validi e capaci di crescere nel corso della storia; inoltre permettono di includere una rappresentazione naturale dell'omosessualità, che spesso mi è sembrata un mero orpello in altre narrazioni grimdark.
Sull'altro piatto della bilancia, oltre alle già citate linee di trama che procedono in modo lento e slegato, troviamo senza dubbio la confusione. Confusione che assale l'ignaro lettore fin dalle primissime pagine, tra la persistente sensazione di aver saltato un prequel e la pioggia scrosciante di name dropping; e chiudiamo un occhio sul fatto che la maggior parte di questi millemila nomi siano a dir poco impronunciabili: un'appendice con guida alla pronuncia e riferimento ai vari soprannomi sarebbe il minimo, specie se si considera che io ho impiegato un'eternità anche solo per appurare che Aldrain e Dwenda erano la stessa cosa!
Il senso di straniamento viene acuito dalla massiccia presenza di flashback e voci interne spesso disorientanti e quasi mai indicati in maniera chiara nel volume, così come le ellissi temporali. Soprattutto nei capitoli iniziali, ciò crea una quantità di interruzioni, perché si stanno seguendo dei protagonisti ancora sconosciuti in un contesto fantastico tutto da scoprire, ed improvvisamente l'autore passa a raccontare un avvenimento di dieci anni prima, oppure il POV in questione ha un dibattito con uno (o più?) interlocutori interni. Ritengo che questa scelta narrativa porti una complicazione eccessiva all'interno di una vicenda già particolarmente intricata; e quando finalmente si ha l'impressione di star cominciando a capire qualcosa, ecco che il caro Richard scombina del tutto le carte in tavola con nuove informazioni, ancor più farraginose. E per assurdo sono comunque curiosa di leggere il seguito!
NB: Libro letto nell'edizione Mondadori
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Sempre (ri)tornare
“È lì che ho commesso un errore, un errore difficile da definire, impercettibile, ma dal quale è dipesa tutta la mia vita e a cui non sono mai riuscita a porre rimedio.”
“Un errore irreparabile commesso nell’età dell’ignoranza.”
“Sì.”
“È a quell’età che ci si sposa, che si ha il primo bambino, che si sceglie una professione. Poi viene il giorno in cui sai e capisci molte cose, ma ormai è troppo tardi, perché tutta la tua vita è stata decisa in un periodo in cui non sapevi nulla.”
Pubblicato per la prima volta nel 2001, “L’ignoranza” di Milan Kundera è un testo che ruota attorno agli esuli e da qui è chiaro e naturale il rimando, anche voluto dentro al testo, a Ulisse, colui che ha peregrinato per vent’anni lungo tutto il mondo allora conosciuto prima di riuscire a tornare alla sua cara Itaca.
Conosciamo Irene che torna a Praga proprio dopo due decenni trascorsi in Francia, a Parigi. Torna nella sua terra natia a seguito della caduta del muro di Berlino, circa vent’anni dopo la caduta della Cecoslovacchia. È preda di sentimenti contrastanti, non riconosce più quel luogo come la sua terra, è restia a tornare, è spinta ancora a tornare, è titubante. Eppure sa che deve. Una volta giunta in patria manco si riconosce in quegli abiti dell’ultimo minuto che deve comprare in un negozio e che da una donna di classe la trasformano in una donna qualunque, mediocre. Sa di trovarsi davanti allo specchio di quel che sarebbe stata se non se ne fosse mai andata.
Come lei, anche per Josef è tempo di grande ritorno, è tempo di Praga. Ha vissuto in Danimarca, è qui che ormai si snoda la sua vita. Tornerà alle origini ma solo per il tempo necessario a rivedere quel fratello che ha salutato dopo essersi dovuto rifugiare altrove per ricominciare la sua vita.
Uomini e donne, quelli descritti, propri dell’ignoranza, di quella “sofferenza del ritorno”, di quella nostalgia canaglia che prende e trattiene. Ed è in questo contesto che Kundera riprende proprio l’Odissea che tra queste pagine è spesso citata e chiamata in causa. Ma si sa, il tempo passa e come questo scorre, come cambiano usi, abitudini, ricordi e memoria. Cambiano le persone, cambia chi siamo diventati e chi diventiamo, cambia chi eravamo e cambia anche chi abbiamo lasciato.
«Joseph si disse: oggi la gente abbandona il comunismo non perché le sue convinzioni siano cambiate o abbiano subito un duro colpo, ma perché il comunismo non dà più l'opportunità né di mostrarsi non conformisti, né di ubbidire, né di punire i malvagi, né di rendersi utili, né di procedere insieme ai giovani, né di avere intorno a sé una grande famiglia. Il credo comunista non risponde più ad alcun bisogno. È diventato a tal punto inutilizzabile che tutti lo abbandonano facilmente, senza neppure accorgersene.»
Tornare a quella che è stata la propria casa, a ciò che rappresenta le origini, non è semplice. Obbliga a mettersi a confronto con la realtà, con una realtà che probabilmente non riconosciamo più. Pone ancora innanzi a ciò che eravamo stati e a ciò che avremmo potuto essere, nel bene e nel male, ma anche a ciò che, per effetto, non siamo diventati.
“L’ignoranza” di Milan Kundera prende per mano i lettori e li accompagna in un viaggio fatto di vite, di mito e di Storia con la S maiuscola. Il tutto è corredato da uno stile narrativo articolato e minuzioso che si propone al lettore con cura e magnetismo. Quest’ultimo è travolto dalla ricostruzione di una umanità che si scontra con la realtà e la consapevolezza del proprio vissuto e del proprio “altrove”.
Un Kundera maturo, che si apprezza sempre più man mano che la lettura prosegue.
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Cartina al tornasole della condizione femminile
"Ho fatto male a comperare questo quaderno, malissimo. Ma ormai è troppo tardi per rammaricarmene....Io non ho mai pensato di tenere un diario, anche perché un diario deve rimanere segreto e, perciò, bisognerebbe nasconderlo...".
Negli anni '50 del secolo scorso la figura femminile è quella di una donna obbligata a essere soltanto moglie e madre, dedicando anima e corpo alla famiglia. Non esistono quindi spazi per l'affermazione personale, per mostrare un desiderio di sentirsi ancora una donna piacente e magari per innamorarsi ancora. Da questo contesto di partenza si costruisce tutta la narrazione diaristica, in terza persona, di Alba de Cespedes perché il valore aggiunto del libro sta tutto qui: nella disperata voce di una donna che vede nei suoi figli, Riccardo e Mirella, i semi di una ribellione alla tradizione, la volontà di un cambiamento della quale vorrebbe anche appropriarsi. Eppure, al tempo stesso, la forza delle consuetudini e delle responsabilità genitoriali è ancora così forte da cercare di impedire a se stessa ed anche a loro certi comportamenti sconsiderati.
Ecco che quel diario-quaderno comprato impulsivamente e conservato gelosamente di nascosto, diventa protagonista delle ore notturne di Valeria quando tutta la famiglia è oramai dormiente e lei può finalmente dedicare il poco tempo che le rimane a se stessa. A confessare i propri tormenti interiori, lasciando traccia scritta di quella difficoltà quotidiana che è il mestiere di madre, di moglie anche lavoratrice che deve trovare l’equilibrio richiestole dalla società, dall’ipocrisia borghese del dopo guerra che non riconosce ancora l’aspirazione femminile a vivere una vita personale ma solamente quella di adempiere a doveri famigliari.
Alba De Cespedes risulta cosi essere figura anticipatrice di un movimento femminista ancora agli albori in Italia, mostrando le contraddizioni e le difficoltà ad accettarsi per quello che si è, la difficoltà ad uscire da una spirale di conformismo che riguarda gran parte della società. Valeria diventa emblema della donna lavoratrice che vede nel lavoro un meccanismo di crescita personale che le offre perfino la possibilità di vivere una nuova emozione sentimentale con il proprio capo. Di contrappeso la casa, il focolare domestico si mostra crocevia di impegni e preoccupazioni familiari, soffocata nella morsa di un marito anche lui desideroso di emergere dalla routine sognando di diventare uno sceneggiatore famoso e le inquietudini dei figli, alle prese con aspirazioni di carriera – nel caso di Riccardo- e relazioni sentimentali extra coniugali, per quanto riguarda Mirella.
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Leggere Quaderno proibito ai nostri tempi apre profonde riflessioni sul percorso fatto dal secondo dopo guerra in poi su certe tematiche, certe aspirazioni dell’universo femminile che non sono state ancora pienamente raggiunte e realizzate. Di fatto è una cartina al tornasole di una società che ha impiegato davvero troppo tempo ad aprirsi ed a riconoscere diritti sacrosanti.
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Un cupo finale
L’ultimo capitolo della saga di Pip si rivela un epilogo intenso e coraggioso, capace di rispettare le attese e, allo stesso tempo, di sorprendere.
L’autrice sceglie una strada più cupa e drammatica rispetto ai primi volumi, segnando una netta cesura con l’atmosfera iniziale della serie. È una scelta rischiosa, ma estremamente efficace: il lettore si trova davanti a un racconto che non cerca più di rassicurare, bensì di scuotere.
Assistiamo alla definitiva trasformazione di Pippa: non più l’adolescente curiosa e incerta che avevamo conosciuto, ma una giovane donna disincantata, matura, capace di azioni e decisioni dure, persino spietate. Questo passaggio segna non solo la sua crescita, ma anche quella della saga stessa, che dimostra di sapersi evolvere e non restare intrappolata in schemi ripetitivi.
La trama è costruita con ritmo serrato, degno dei migliori thriller. Alcune sequenze trasmettono un’ansia palpabile, che si riflette direttamente nel lettore e rende la lettura quasi fisica, come se fosse impossibile staccarsi dalle pagine.
È un romanzo che segna la fine di un percorso e lascia un segno. Non è un finale consolatorio, ma uno che rispetta l’intelligenza del lettore, offrendo tensione, dramma e la consapevolezza che crescere, per i personaggi come per noi, significa spesso confrontarsi con la parte più buia della realtà.
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