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Anime morte

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Pavel Ivanovic Cicikov viaggia attraverso la Russia comprando "anime morte", i nomi dei contadini morti dopo l'ultimo censimento sui quali i proprietari dovevano pagare le tasse fino al censimento successivo. Vuole usare quei nomi per ottenere l'assegnazione di terre concesse solo a chi poteva dimostrare di possedere un certo numero di servi della gleba. Il romanzo avrebbe dovuto comporsi di tre parti, la terza però non fu mai scritta, mentre della seconda restano solo alcuni frammenti.

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Anime morte 2019-09-28 21:57:15 cristiano75
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cristiano75 Opinione inserita da cristiano75    28 Settembre, 2019
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Capolavoro incompiuto

Purtroppo quello che poteva essere un capolavoro assoluto e secondo me tra i primi di tutta la letteratura russa, si va a perdere nella seconda parte, oltretutto incompiuta.
La prima parte del romanzo è qualcosa di talmente geniale, unico, divertente, disturbante che faccio fatica a trovare un altro romanzo altrettanto grandioso e fantasioso come questo del buon Gogol.
La figura di Cicikov è un mix di dissolutezza, cattiveria, ingenuità e genialità che una volta che lo si prende a ben volere diventa quasi come un amico invisibile, una seconda parte di noi stessi. Una parte che magari vorremmo tenere nascosta sotto le ceneri dell'anima, ma che prepotentemente viene fuori quando ci tocca lottare con il mondo.

Già il titolo del libro è qualcosa di meraviglioso: "le anime morte".
Quando l'ho letto da ragazzo la prima volta, mi sono proprio detto: cavolo, ma quanta grandezza può esserci nel pensiero umano? ma questi russi classici sono proprio delle persone che vedono al di la delle cose, hanno come un tocco divino.

Il nostro eroe vaga per le campagne sterminate russe, fondamentalmente è una persona che cerca solo il guadagno, fregandosene della morale e soprattutto del destini di chi incontra.
Quindi il lettore dovrebbe provare disgusto per un simile elemento. E qui interviene la grandezza dello scrittore, che in maniera subdola, quasi impercettibile, con uno stile unico e a tratti anche altamente ambiguo, porta il povero Cicikov a contatto con una realtà talmente orribile, priva di valori, misera, abominevole che l'umanità che egli voleva stritolare per i propri interessi, alla fine se lo mangerà vivo.

Cosa ci comunica questa lettura meravigliosa: semplicemente non esiste un bene assoluto e un male assoluto. Non ci sono persone perfettamente buone e altre perfettamente cattive.
Ognuno può essere un attimo prima lupo e in poco tempo tramutarsi in agnello.

La cosa per me più bella di questo romanzo sono i vari personaggi che il nostro eroe deve affrontare per portare avanti il proprio piano di arricchimento.
Ma tra tutta la moltitudine di umanità contro cui andrà a cozzare, il personaggio che secondo me andrebbe letto, riletto e riletto ancora, per poi farci un film, un altro romanzo a parte e poi da far studiare nei corsi di psicologia delle univeristà è quello del vecchio avaro il cui nome è Pljuškin.
Ecco quando si arriva a questo personaggio sublime, si ha proprio l'impressione di averlo al proprio fianco. La sua avarizia è qualcosa di talmente inquietante, spassoso, pauroso che per me è impossibile non rievocarlo spesso nella vita quotidiana.
E poi ancora più grandioso e unico è la descrizione dell'ambiente dove si svolge l'incontro fra questi due personaggi. La si può avvertire tangibile intorno a noi la stanza, la casa in cui i due si disputeranno la preda: il Dio denaro.

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Anime morte 2018-05-28 09:21:33 kafka62
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kafka62 Opinione inserita da kafka62    28 Mag, 2018
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SE LA TUA FACCIA È STORTA NON ACCUSARE LO SPECCHIO

“E a lungo ancora mi è predestinato da una potenza mirabile di andarmene a braccetto coi miei strani eroi, di contemplare tutta l’umana corrente della vita, di contemplarla attraverso il riso che il mondo vede e le lacrime ch’esso non scorge e non conosce”

“Se la tua faccia è storta, non accusare lo specchio”: questo vecchio adagio popolare si addice perfettamente all’arte di Nikolaj Vasilevic Gogol, al punto che egli stesso volle porlo come epigrafe alla commedia “L'ispettore generale”. Cos’ha fatto, del resto, Gogol nelle sue opere se non riprodurre, instancabilmente, le facce storte della realtà, realizzando alla fine una galleria di ritratti umani che non ha eguali nella letteratura moderna? Il gusto di effigiare gli esseri umani con una curiosità da entomologo e una carica grottescamente dissacratoria, che costituisce il tratto più caratteristico di questo importante scrittore russo, si ritrova soprattutto ne “Le anime morte”, il suo capolavoro indiscusso.
In questo “poema in prosa”, come amava definirlo lo stesso Gogol, c’è un protagonista, Pavel Ivanovic Cicikov, e c’è una trama, che ruota intorno al suo piano di comprare sottocosto “anime morte”, vale a dire contadini deceduti dopo l’ultimo censimento ma che fino al successivo verranno considerati legalmente e fiscalmente vivi, per poi ottenere crediti bancari, ipotecando questa apparente e fasulla ricchezza. Non mi risulta però azzardato ritenere che, in queste pagine, protagonista e trama sono, paradossalmente, secondari, o, se si vuole, strumentali rispetto allo scopo principale dell’opera, che è quello di percorrere città e campagne della Russia per rintracciare i più svariati esemplari di un’umanità bizzarra e inconsueta, percorsa da un soffio di risibile follia. Di Cicikov, ad esempio, ci è dato inizialmente di sapere solo che è “un signore non bello, ma nemmeno di brutto aspetto, né troppo grasso, né troppo magro; non si poteva dire che fosse vecchio, ma nemmeno che fosse troppo giovane. Il suo ingresso non fece nessunissima impressione in città”. Del resto, cioè della sua vita, delle sue esperienze e dei suoi propositi, Gogol non si preoccupa minimamente, se non alla fine della prima parte del romanzo (che è poi l’unica artisticamente compiuta), quando ormai il senso del libro è ormai palese.
“Le avventure di Cicikov” è quindi un sottotitolo ingannatore: egli è uno dei tanti personaggi che popolano il romanzo, è fatto della loro stessa sostanza, anche se la sua ironicamente sfumata presentazione è sufficiente a designarlo come “uomo senza qualità”, adattissimo quindi a rivestire il ruolo di involontario portavoce dell’autore. Questo piccolo borghese che ama la rispettabilità e l’acqua di colonia più di ogni altra cosa al mondo, che colpisce più per la sua assenza di personalità che per la sua immoralità, è quindi soprattutto un pretesto per poter studiare da vicino un campionario umano estremamente vario e mutevole, anche se riconducibile in ultima analisi a gradi diversi di nullità esistenziale. Si sviluppa così, minuziosamente ritratta, una lunga teoria di “persone rispettabili sotto ogni aspetto”, nella satirica e sottilmente corrosiva descrizione delle quali Gogol si rivela un autentico e geniale maestro.
Il primo personaggio che incontriamo è Manilov, appartenente a quel genere di “gente così così, né carne né pesce”. Quando entriamo a casa sua ci sembra di respirare la stessa aria dell’appartamento di via Gorochovaja di goncaroviana memoria (“Nel suo gabinetto giaceva sempre un libriccino, con un segno infilato a pagina 14, ch'egli leggeva continuamente già da due anni”) e di Oblomov ritroviamo anche il sognante velleitarismo (“Qualche volta, guardando dalla scaletta d’ingresso verso il cortile e lo stagno, diceva che sarebbe stato bene fare subito un sotterraneo che dalla casa conducesse laggiù, o costruire un ponte di pietra sopra lo stagno. […] Nel dir questo gli occhi gli si facevano dolci dolci, e il suo viso prendeva un’espressione soddisfatta. Del resto tutti questi progetti si compivano solo a parole”). Dietro al suo atteggiamento untuosamente cordiale e al suo sentimentalismo sdolcinato non è difficile scorgere un senso di vuotaggine e di mal dissimulata volgarità.
Dopo di lui facciamo conoscenza con l’ottusa e pedante Korobocka, meschina e spiritualmente limitata, superstiziosa al punto di credere che il diavolo si intromette nelle faccende umane, ed anche stupida, ma non tanto da non vedere che nella richiesta di Cicikov di cedergli le “anime morte” c’è un vero e proprio imbroglio.
Alla vecchia e antiquata proprietaria fanno seguito Nozdrev, vero e proprio esempio di parassita sociale, bugiardo e infingardo, privo di amor proprio, ma sempre alla ricerca di un’attività (sia essa quella del giocatore o dello scandalista) per riempire l’esistenza quotidiana; e ancora il grossolano e misantropo Sobakevic, furbo e imbroglione, che pretende di giudicare gli altri in base a principi morali che per lui non esistono; e infine Pljuskin, psicopaticamente avaro, al punto da vivere in un selvatico e degradante abbandono.
Al fianco di questi meschini rappresentanti dell’aristocrazia fondiaria vi è poi tutta una folla di funzionari cittadini, dal presidente del tribunale al governatore, dal capo della polizia al procuratore, nella descrizione della quale Gogol raggiunge forse le vette più alte della sua arte. L’autore deride la loro ossequiosa bonomia, la loro irresolutezza, l’ipocrisia e lo snobismo delle loro mogli, ma lo fa sempre in punta di penna, senza mai calcare la mano. Così, quando parla della corruzione negli uffici pubblici, Gogol non esprime astio, ma un eccezionale e divertito senso dell’umorismo. Si prenda ad esempio il seguente aneddoto: “Si formò una commissione per la costruzione di un edificio governativo molto importante. […] La commissione si mise immediatamente all’opera. Per sei anni s’affacendò intorno alla costruzione; ma sia che il clima fosse poco propizio, sia che il materiale fosse poco adatto, il fatto è che l’edificio governativo non arrivò mai più su delle fondamenta. Ma intanto agli estremi della città sorse per ciascuno dei commissari una bella casa di architettura borghese: evidentemente lì il terreno era migliore”. Altrettanto spassosa è la girandola di equivoci che il misterioso affare di Cicikov, con le sue molteplici allusioni, ingenera nei notabili della città, gettandoli nella più assoluta costernazione e facendo esplodere i loro terribili complessi di colpa, rimossi da tempo con troppa leggerezza. Alla fine, essi non riescono più a capire se Cicikov sia “un uomo che bisognava acciuffare e arrestare come uno di cattive intenzioni, o un uomo tale che poteva egli stesso acciuffare e arrestare tutti loro come gente malintenzionata”. Sebbene la satira gogoliana non implichi mai un’esplicita condanna, sotto il profilo morale, dell’oggetto rappresentato, pure essa è in grado di far emergere con marcata evidenza il vizio comune a tutti i personaggi de “Le anime morte”: la “volgarità soddisfatta di sé”.
E’ evidente che questi personaggi, pur essendo descritti in maniera grottesca e tipizzata, non sono delle semplici maschere, delle caricature fini a se stesse, ma sono profondamente legati all’ambiente e alla realtà. E’ in questo senso che si può parlare di un Gogol realista, di un Gogol finissimo cesellatore di una realtà sociale, e non solamente umana. Gli oggetti che circondano i personaggi e ricalcano i tratti grotteschi di costoro hanno ad esempio una importante funzione semiotica: quando Gogol descrive le cuffie ridicole delle dame provinciali, il calesse a forma di cocomero e l'orologio sibilante della Korobocka, le sedie a forma d'orso di Sobakevic, la tabacchiera di Petrovic (ne “Il cappotto”), col pezzetto di carta al posto della faccia di generale sfondata con un dito, egli non lo fa con intenti puramente comici. La sensazione che si ricava da queste pagine è infatti quella di non riuscire più a distinguere gli uomini dalle cose, come nel caso della stanza di Pljuskin, collezionista di oggetti inutili e di stracci. La “reificazione” dei personaggi gogoliani legittima a mio avviso la tesi secondo cui le vere anime morte sono proprio loro, patetiche espressioni di una Russia squallida e corrotta, ma pur sempre in grado di ispirare all’autore liriche digressioni, come quella famosa della trojka, che chiude la prima parte del romanzo.
Come ho già detto, ne “Le anime morte” non c’è un intento prioritariamente moralistico. L’indagine sottilmente satirica delle tipologie umane e dei comportamenti sociali non è infatti rivolta tanto a criticare la concussione o la servitù della gleba o le molteplici tare sociali, quanto a trasmettere una sensazione di vuoto e di malinconia: tutti quei personaggi, tenacemente avvinghiati al loro potere e al loro benessere personale, risultano alla fine essere null’altro che delle patetiche vittime della vita.

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Anime morte 2015-01-22 13:56:19 Cristina72
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Cristina72 Opinione inserita da Cristina72    22 Gennaio, 2015
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"Io sono un uomo, Eccellenza!"

A dispetto del titolo un po' lugubre, “Anime morte” è un libro carico di ironia, beffardo verso l'intero sistema sociale della Russia ottocentesca, un tantino noioso a volte, per un eccesso di digressioni che forse l'autore non ha fatto in tempo a sfoltire.
L'opera, incompiuta, doveva essere la prima di un “poema in prosa” in tre parti e non manca di capitoli magistralmente scritti, caratterizzati da un'arguzia che lascia intendere senza dire, che lusinga per canzonare, oltre che da pagine di interesse gastronomico non irrilevante, tra pranzi a base di storione, pasticcini ripieni, salmone, caviale e ogni altro ben di Dio innaffiato da vodka a cui i vari personaggi, anche quelli oppressi dai debiti, difficilmente rinunciano (lo spirito di ospitalità russo del tempo sembra davvero impareggiabile).
Seguiamo il protagonista Cicikov - “un uomo molto ammodo, comunque lo si rigirasse” - attraverso il suo viaggio a caccia di anime morte “in buchi sperduti, in angoletti remoti dell'Impero” dove pigrizia e apatia vanno per la maggiore, luoghi lontani dai fasti di Mosca e Pietroburgo ma non meno corrotti.
“Anime” erano i contadini servi della gleba che lavoravano per i proprietari terrieri, e acquistare da questi ultimi quelli deceduti ma ufficialmente ancora in vita in base all'ultimo censimento sembra a Cicicov un affare vantaggioso, sebbene ai limiti della legalità.
La sua idea è quella di ipotecare le anime passate a miglior vita, una volta venutone in possesso in cambio di pochi rubli, per comprare terreni, realizzando così il sogno di diventare proprietario di una discreta tenuta.
Gogol descrive paesaggi, ambienti, persone e cose infondendo a tutto l'insieme un soffio vitale, trasformandoli in qualcosa che il lettore ha quasi l'impressione di avvertire con i cinque sensi.
Ne esce un gustoso ritratto d'epoca della Madre Russia e dei suoi figli, dai toni talvolta un po' enfatici e moralistici (soprattutto nell'ultima parte) ma di grande efficacia quando lo scrittore “castiga ridendo mores”.
Il romanzo è anche un interessante viaggio nel tempo, tra usi e costumi che non esistono più e vizi sorprendentemente attuali, connaturati all'essere umano.
Cicicov è fondamentalmente un briccone neanche tanto intelligente, è vero, ma chi è senza peccato...
“Tutta la mia vita è stata un vortice turbinoso o una nave fra i marosi, in balia dei venti. Io sono un uomo, Eccellenza!”.

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Anime morte 2014-11-09 20:25:58 ferrucciodemagistris
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ferrucciodemagistris Opinione inserita da ferrucciodemagistris    09 Novembre, 2014
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Miserie nella Russia zarista

Nicolaj Gogol si può considerare il padre della letteratura russa che ebbe il suo apice nell’800; il romanzo “Le anime morte” è uno dei suoi capolavori.

Nella Russia zarista della prima metà dell’800, quando ancora vigeva la figura giuridica del servo della gleba, i contadini ridotti in schiavitù erano censiti da coloro da cui dipendevano; le anime morte erano, quindi, quei contadini deceduti tra un censimento e l’altro per i quali il proprietario (sic) continuava a pagare alle casse della burocrazia zarista una tassa governativa fino al censimento successivo.

Protagonista della vicenda narrata è un certo Pavel Cicikov il cui obiettivo è viaggiare attraverso tutta la Russia e comperare per pochi rubli, appunto, queste anime morte; l’azione è truffaldina perché da una parte sgrava l’ex proprietario dal pagamento della tassa dovuta e dall’altra vi è l’intento di ottenere l’assegnazione di terre in relazione al numero di servitori fittizi che risultano di sua proprietà; in tale maniera, e con il passare del tempo, riesce ad arricchirsi. Ma gli accadimenti successivi mettono in luce la fraudolenta questione e il protagonista, per evitare il carcere, è costretto a fuggire.

Il fine del romanzo è evidenziare gli aspetti grotteschi e patetici dell’enorme apparato burocratico zarista il cui potere organizzativo e di controllo lascia molto a desiderare a causa dell’inadeguatezza, mediocrità e pigrizia dei suoi funzionari e degli impiegati; i personaggi descritti abbracciano una nutrita varietà di caratteristiche dell’animo umano; un coacervo di atteggiamenti e situazioni che offrono uno spaccato reale della vita di quel periodo.

Originariamente Gogol era intenzionato a scrivere un’opera suddivisa in tre parti sulla falsa riga del poema dantesco; ma a pochi giorni dalla sua morte il romanziere, forse in preda a una crisi mistica, distrusse gran parte del suo manoscritto e di conseguenza il romanzo compiuto è inerente alla prima parte in cui viene, appunto, descritta la condizione morale e umana di un immenso impero in decadimento.

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Classici della letteratura russa dell'800
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Anime morte 2013-05-30 18:27:48 enricocaramuscio
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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    30 Mag, 2013
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Una barca tra le onde

L’acqua bolle nel samovar, un succulento storione allieta il palato, un bicchiere di vodka riscalda il corpo e lo spirito. Siamo nella Russia del diciannovesimo secolo e seguiamo le avventure del protagonista del romanzo, Pavel Ivanovic Cicikov, la cui vita è da lui stesso definita "una barca tra le onde". Accompagnato dai suoi due servi, il burbero Selifan e il pigro Petruska, a bordo di una carrozza da scapolo trainata da tre cavalli, un baio, un pomellato e un sauro, il nostro eroe si sposta per tutto il paese, frequentando l'alta società, affascinando tutti con il suo spiccato savoir-faire e conducendo con discrezione i suoi affari. In cosa consistano questi affari però non è facile spiegare. Ufficialmente compra anime, cioè servi della gleba da trasferire nei suoi fantomatici possedimenti agricoli. Fin qui niente di strano, ma c'è un piccolo particolare: quelli che interessano a lui sono i contadini deceduti dopo l'ultimo censimento e che quindi per lo stato risultano ancora vivi. In pratica compra anime morte. Per farne cosa? Come reagiscono i potenziali venditori davanti ad una simile richiesta? Cosa penserà la gente quando verrà a sapere di queste strane compravendite? Infine, chi è questo Cicikov? Per avere una risposta a queste legittime domande non c'è altra soluzione che lasciarci guidare dall'ironica penna dell'immenso Gogol’ in questo grottesco viaggio nella terra degli zar. Con eleganza ed umorismo l'autore disegna un bellissimo ritratto di una nazione affascinante e del suo popolo dal carattere tanto particolare, regalando momenti simpatici e a tratti esilaranti alternati a profonde riflessioni sui mali della società: corruzione, indolenza, pettegolezzi, vizi, sete di denaro, sono solo alcuni dei difetti che uccidono moralmente gli uomini, e coloro che ne sono affetti sono forse le vere anime morte cui si riferisce il titolo. Concepito come opera in tre volumi, questo libro avrebbe dovuto seguire la falsariga della Divina commedia ma Gogol è riuscito a completare solo la prima parte, mentre la seconda è giunta a noi lettori con diversi pezzi mancanti che non impediscono comunque di intravedere una sorta di rinascita morale dell'uomo che probabilmente sarebbe divenuta un vero e proprio riscatto nella terza parte. Tuttavia il fatto che si tratti di un romanzo incompleto non diminuisce il suo fascino né ne pregiudica il grande valore sociale. Che aspettate dunque? Salite in carrozza con Pavel Ivanovic, ordinate a Selifan di sferzare i cavalli, soprattutto quel lavativo di un pomellato, armatevi di pazienza con Petruska e via in marcia per la grande Russia tra villaggi, boschi e campi sterminati.

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