I disperati I disperati

I disperati

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Questo libro racconta l’avventura dell’Aeronautica italiana, dai primati sportivi degli anni Venti fino alla catastrofe del secondo conflitto mondiale. Basandosi sull’analisi minuziosa dei dati, ricostruendo le operazioni di guerra e combinando la storia militare con quella politica e sociale, Rocca mostra l’inadeguatezza della macchina bellica che si nascondeva dietro la propaganda trionfalistica del regime. Nell’abissale distanza tecnologica e strategica che separava le forze aeree italiane da quelle degli altri Paesi europei, l’unica risorsa era il coraggio dei piloti, i «disperati» a cui l’autore rende un sincero omaggio. Un libro scritto con rigore e passione, un documento prezioso per conoscere una parte fondamentale della nostra storia recente.



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I disperati 2017-08-05 13:16:33 Renzo Montagnoli
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Renzo Montagnoli Opinione inserita da Renzo Montagnoli    05 Agosto, 2017
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Aquile insanguinate

Delle tre forze armate, l’Aeronautica è indubbiamente la più recente, visto che fu istituita con Regio Decreto del 1923, per volontà di Benito Mussolini che intese avere un’armata fascista. Infatti, furono profusi cospicui investimenti che, per la loro entità, avrebbero dovuto fornire al paese strumenti operativi, se non al massimo livello, comunque tali da consentire la difesa dello spazio aereo nazionale. Non fu invece così e di questo e di altro parla questo bel saggio di Gianni Rocca che, pur in una doverosa e necessaria analisi critica, nulla toglie all’impegno, al senso dell’onore e all’eroismo che furono propri dei nostri aviatori durante la seconda guerra mondiale. Nel ventennio la nostra aviazione parve un preciso punto di riferimento, grazie alle vittorie nella coppa Schneider, ai record di velocità e di durata conquistati, alle famose trasvolate atlantiche, chiaro esempio di un organizzazione curata nel migliore dei modi; questi successi, più di immagine che di sostanza, non ebbero però positivi riflessi sulla struttura e sulle dotazioni di un’aeronautica militare che, almeno nelle intenzioni del duce, avrebbe dovuto costituire uno spauracchio per tutti.
Già all’origine non furono ben definiti gli scopi della nuova arma, anche se per le diatribe subito intercorse con la Marina, si rinunciò alla costruzione di navi portaerei, ritenendo che la nostra penisola, protesa nel Mediterraneo, potesse essere considerata una portaerei naturale. Allora però si sarebbero dovuti mettere in cantiere aerei da bombardamento a lungo raggio e avviare una programma di stretta collaborazione con la Regia Marina. Nell’incertezza degli scopi, era quindi difficile avere idee chiare su che tipologie di aerei avere in dotazione, così finimmo con avere bombardieri medi, nessun bombardiere in picchiata e nemmeno un bombardiere tattico. In cambio, di modelli di aeromobili ne furono prodotti a iosa, invece di progettarne e realizzarne uno basilare, valido e competitivo, da cui far derivare delle varianti. Un’altra debolezza era data dalla scarsa potenza dei motori, a cui poi si ovviò fabbricando su licenza motori tedeschi, il che non evitò comunque una scarsa affidabilità, dovute alle componenti autarchiche. Anche la scelta di motori stellari anziché in linea non fu delle più felici, ma in ogni caso ciò che più appariva deleterio, oltre allo scarso armamento, era la mancanza di sicurezze, di serbatoi auto stagnanti, di radio di bordo, di cupolini anti proiettili, di cui invece erano dotati gli apparecchi tedeschi e inglesi. La disorganizzazione poi era cronica e quel che è peggio, già in tempo di pace, i pochi nuovi modelli non venivano sufficientemente collaudati, al punto che non di rado capitò che su cinquanta consegnati, tutti, dico tutti, furono respinti per gravissime lacune (già allora, ed è un sospetto più che fondato, circolavano numerose e veloci le “bustarelle”). Inferiori in velocità, in quota di tangenza, in sicurezza, in armamento, tuttavia i nostri piloti si batterono con grande coraggio, meritando anche il rispetto degli avversari, e quando finalmente ebbero in dotazione non gli obsoleti caccia biplano Fiat CR 42, ma i Macchi C202 Folgore o Fiat G55, divennero altamente competitivi, ma ormai era troppo tardi.
Combatterono sempre, con la forza della disperazione, uomini che con il loro sacrificio tentarono inutilmente di sovvertire i risultati di una guerra che in fin dei conti, almeno per noi, erano già conosciuti in partenza.
Il saggio di Rocca è veramente ben scritto e non tralascia nulla, in una sorta di cavalcata che dai toni trionfalistici delle grandi trasvolate si sposta gradualmente a quelli drammatici del grande conflitto, con uno stile conciso, ma avvincente, un’opera che certamente non delude le aspettative e che quindi merita di essere letta.

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