Narrativa italiana Classici Se questo è un uomo
 

Se questo è un uomo Se questo è un uomo

Se questo è un uomo

Letteratura italiana

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Primo Levi reduce da Auschwitz pubblicò il libro nel 1947. Einaudi lo accolse nel 1958 nei saggi e da allora viene ristampato e tradotto in tutto il mondo. Testimonianza sconvolgente sull'inferno dei Lager, libro della dignità e dell'abiezione dell'uomo di fronte allo sterminio di massa, "Se questo è un uomo" è un capolavoro letterario di una misura e compostezza già classiche. E' un'analisi fondamentale della composizione e della storia dei Lager, ovvero dell'umiliazione, dell'offesa, della degradazione dell'uomo, prima ancora della sua soppressione nello sterminio.

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Se questo è un uomo 2018-05-21 07:25:59 kafka62
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kafka62 Opinione inserita da kafka62    21 Mag, 2018
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PER NON DIMENTICARE

I dolorosi versi che aprono il romanzo di Levi non lasciano alcun margine di dubbio: “Se questo è un uomo” è un libro che nasce dall’impellente bisogno di raccontare, di testimoniare l’allucinante esperienza dei campi di sterminio nazisti, affinché la gente possa rammentare quel che è stato e servirsene come perenne monito contro la barbarie della guerra e l’insensata violenza dell’uomo sull’uomo. Eppure, a dispetto di ciò, “Se questo è un uomo” è un libro che non mi aspettavo. O meglio, gli orrori dei lager, che le immagini dei documentari girati dagli Alleati hanno portato fin nelle nostre case con effetti presumibilmente analoghi a quelli che avrebbero potuto avere filmati provenienti dagli spazi siderali più profondi, tanto lontane erano dal nostro sicuro ed ovattato mondo del dopoguerra, sembravano poter legittimare un romanzo dai toni biblici e apocalittici, con rabbiosi strali lanciati a piene mani contro gli odiati nazisti e panegirici inneggianti alla superiore dignità dell’ebreo perseguitato ad ogni capoverso. Invece niente di tutto questo, che pure avrei probabilmente perdonato all’autore in nome di una letteratura di impegno civile che nell’urgenza di portare il suo scottante messaggio è indotta talvolta a dimenticare il senso della misura, niente di tutto questo, dicevo, c’è nel romanzo di Primo Levi. Nonostante sia raccontato in prima persona e riporti esclusivamente fatti realmente accaduti, esso è una descrizione pacata e disincantata di avvenimenti che pure si svolgono spesso ai limiti dell’immaginabile.
L’abilità di Levi, che certo non lo farà passare alla storia come un grandissimo romanziere ma che nondimeno rende le sue opere altamente avvincenti, è quella di lasciar parlare i fatti. Una volta varcata la soglia del lager, lo scrittore non può più permettersi di essere un affabulatore, e solo in misura assai limitata rivestire il ruolo di commentatore della Storia: la scottante materia umana con cui Levi entra in contatto e che fedelmente riversa sulla pagina scritta lo rende forse simile a un documentarista, assai più efficace quando descrive che non quando sillogizza. Il suo stile è duro, scabro, privo di fronzoli, perfettamente aderente alla realtà narrata. Una sola, brusca frattura lo contraddistingue, nel momento in cui il protagonista fa il suo ingresso nell’inferno concentrazionario. Il linguaggio, che fino ad allora scorreva lineare e riflessivo, diventa all’improvviso nervoso, frammentario, spezzettato. Per qualche pagina, quasi che il ricordo di quegli avvenimenti riemergesse nella memoria di chi li ha vissuti con la violenta vividezza del passato, Levi sembra incurante delle forme e dei tempi grammaticali (si prenda come esempio la frase seguente: “…la porta si è aperta ed è entrata una SS, sta fumando. Ci guarda senza fretta… Tutti guardiamo l’interprete, e l’interprete interrogò il tedesco…”). Poi il ritmo ritorna placido e sommesso, malinconicamente consapevole del fatto che “la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo”.
Vengono così rievocate, in una successione non strettamente cronologica ma dettata piuttosto da esigenze emotive, le esili e minute vicende del campo, che punteggiano le massacranti giornate di lavoro in Buna e le notti agitate nei fetidi dormitori: anche quelle apparentemente più insignificanti, quelle che sembrano dare maggiormente sull’aneddoto, sono in realtà altrettanti fondamentali tasselli della più grande tragedia umana della nostra era. Il lager si rivela infatti come la materializzazione di una cosciente e programmatica volontà di distruggere l’uomo, nello spirito più ancora che nel corpo. “Si immagini un uomo – scrive Levi – a cui, insieme con le persone amate, vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine, letteralmente tutto quanto possiede: sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignità e discernimento, poiché accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso; tale quindi, che si potrà a cuor leggero della sua vita o morte al di fuori di ogni senso di affinità umana: nel caso più fortunato, in base ad un puro giudizio di utilità”. Il lager è quindi, come afferma nel libro un vecchio ebreo tedesco, “una grande macchina per ridurci a bestie”. In quella drammatica lotta per la sopravvivenza che è diventata l’esistenza quotidiana, dove tutto è freddo e fame e botte, diventa così essenziale preservare dall’annientamento almeno la propria dignità umana. “Che siamo schiavi, privi di ogni diritto, esposti a ogni offesa, votati a morte quasi certa, ma che una facoltà ci è rimasta, e dobbiamo difenderla con ogni vigore perché è l’ultima: la facoltà di negare il nostro consenso”. In un microcosmo dove tutti, e in primo luogo i propri compagni, “ci sono nemici o rivali” è però quasi impossibile conservare quest’ultimo barlume di umanità: assai più facile è lasciarsi vincere dall’indifferenza o dalla rassegnazione, o concentrarsi sul proibitivo compito di districarsi alla meno peggio tra le mille assurde regole che pilotano le vite degli individui verso un precario, informe domani.
La popolazione del lager tende spontaneamente a dividersi in due categorie nettamente distinte: i sommersi e i salvati. I primi sono gli haftlinge assuefatti al loro misero destino, uomini in cui è scomparsa ogni traccia di pensiero e di intelligenza, “gregge muto e innumerevole” caratterizzato dal “torpore opaco delle bestie domate con le percosse”; i secondi sono invece coloro che, riposto ogni senso etico, hanno saputo “organizzarsi” e, per mezzo di furti, corruzioni e delazioni, riescono ad evitare le selezioni, cinicamente ed egoisticamente consapevoli che mors tua vita mea. Levi, rivelandosi un profondo conoscitore della natura umana, respinge la comoda e consolatoria pietà verso le vittime e, con una sincerità davvero autolesionistica, mostra l’abbrutimento bestiale e il profondo degrado morale cui esse sono pervenute. Nel medesimo tempo, però, egli ci fa capire che questa condizione abietta altro non è se non l’ennesima, lancinante offesa perpetrata dalla barbarie nazista, di modo che la dignità dell’uomo calpestato e violentato fin nel profondo dell’animo viene alla fine ristabilita in maniera naturale, più nitida e consapevole, in quanto più crudamente autentica. La stessa vergogna che coglie gli individui quando sono messi di fronte alla loro vigliaccheria, soprattutto dopo le crudeli parentesi delle selezioni per le camere a gas o delle impiccagioni di quei pochi disgraziati che in qualche modo hanno saputo ribellarsi, la vergogna cioè di essere giunti al più infimo livello della condizione umana, diventa così la premessa di una testimonianza di altissimo valore morale, lascito insostituibile che Levi ha voluto tenacemente tramandare ai posteri affinché non dimenticassero mai l’immane tragedia dell’Olocausto.

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Se questo è un uomo 2018-01-27 14:40:18 Antonella76
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Antonella76 Opinione inserita da Antonella76    27 Gennaio, 2018
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Morgen früh



A volte il silenzio è una grande forma di rispetto verso qualcosa di più grande di noi.
Per questo avevo deciso di non scrivere nulla su questo libro, su questa lucidissima testimonianza di quell'orrore senza fine che, per quanto ci si possa sforzare di comprendere, non riusciremo mai veramente a capire.
Neanche lontanamente ad immaginare.
Ma poi le parole sono arrivate con prepotenza, non potevo ignorarle.
Anche per rispetto.
Sono troppe le cose che ci mancano per un'adeguata comprensione, troppe...a partire dal senso delle parole.
Ed è esattamente quello su cui vorrei soffermarmi, quello che più mi ha segnato, perché rivoluziona completamente il concetto di "significato".
Noi siamo uomini liberi e siamo abituati ad usare la lingua degli uomini liberi.
Le parole che pronunciamo sono fortemente legate alla nostra condizione.

Pensiamo al concetto di "fame"...
La fame che conosciamo noi è quella legata ad un'abitudine, è quella di chi magari ha saltato un pasto, o addirittura quella autoimposta di chi si mette a dieta.
La fame di chi è libero anche di non mangiare.
Non potremo mai capire la fame di chi aspettava che il vicino di cuccetta morisse, per potergli togliere un misero pezzo di pane dalle mani.
Noi non sappiamo assolutamente che cosa sia...

Pensiamo al "freddo"...
Il freddo di chi stava ore e ore nudo con i piedi nella neve, di chi si ammazzava di fatica sotto la pioggia gelida, con il vento che tagliava in due e sognava un pezzo di stoffa asciutto o un minimo calore che asciugasse, già sapendo di non poterli avere.
Il freddo di chi ha conosciuto "l'inverno dell'anima".
Cosa posso saperne io, di questo freddo, di questo gelo, mentre leggo tutto ciò sotto il mio morbido e caldo piumone?
Come posso permettermi anche solo di scrivere queste righe?

Pensiamo alla "stanchezza"...
Non quella che intendiamo noi, quella che si può spazzare via con qualche buona ora di sonno, no.
Ma quella capace di uccidere, quella che, attraverso il corpo, urlava che era finita, che non ce la si poteva fare più, che il disfacimento era vicino e le forze non sarebbero bastate per superare il prossimo giorno.
Uno dei tanti, tutti uguali.

Pensiamo al "dolore"...
Noi cerchiamo di immaginare qualcosa, qualcosa di spaventoso, di terribile, di insopportabile, ma in realtà si trattava di altro.
Si trattava di qualcosa che dovrebbe avere un altro nome.
Un nome capace di racchiudere l'inimmaginabile.

Ma soprattutto, pensiamo alla "paura"...
Quella che abitava gli occhi di chi sapeva di dover morire...sì perché la paura passa sempre dagli occhi, attraversa il corpo e muore nel cuore.
Quella di chi ha perso completamente l'idea di futuro...tanto che, nel gergo del lager, "mai" si diceva "morgen früh"...ovvero "domani mattina".
Niente di strano, perchè per molti "domani mattina" non sarebbe arrivato mai.

E poi forse la parola più importante: "uomo".
Cos'è un uomo?
Cos'è un uomo a cui viene tolto tutto?
Cos'è un uomo senza i suoi vestiti, le sue scarpe, il cibo, l'acqua...il proprio nome?
Un uomo amputato dei suoi affetti, tutti?
E cosa rimane di un uomo se gli togli anche la dignità?
Se lo privi dei pensieri e della capacità di riconoscere se stesso e gli altri come "uomini"?
Niente. Assolutamente niente.

In fondo io, qui, al sicuro della mia libertà e arrogandomi un diritto che non possiedo, sto parlando di cose che non so.
Ma lui, Primo Levi, le sa bene...ed ha scelto di tramandarcele, ha speso una vita per farci comprendere l'incomprensibile, per narrarci l'immane sofferenza che ha vissuto e far sì che noi non permettessimo più, mai più, un orrore simile.
Il rispetto per lui, per la sua storia e quella di tutti coloro che sono morti e hanno subito tale orrore, passa dalla lettura di questo libro.
Dal silenzio che ne consegue o dalle parole che non possono essere trattenute.

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Se questo è un uomo 2017-07-09 10:14:41 Fabiana_R99
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Fabiana_R99 Opinione inserita da Fabiana_R99    09 Luglio, 2017
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DIPLOMAZIA E RIFLESSIONE

Qualche mese fa la mia prof.ssa di religione fece vedere a me e alla mia classe un video di una intervista a Levi e rimasi molto colpita dalla sua diplomazia e compostezza; ogni domanda aveva una completa, approfondita e precisa risposta, pronunciata senza pensamenti o giri di parole.
Avevo grandi aspettative per questo libro, ma ne sono rimasta un po' delusa.
Premetto, secondo me tra sapere e capire c'è un'abissale e fondamentale differenza. In "Se questo è un uomo" io cercavo una testimonianza struggente, capace di emozionare e tormentare il lettore, rendendolo partecipe dell'immenso dolore, provato solamente perché si crede in ideali differenti.
Con questo libro non pretendevo di capire l'inferno del Lager - mi rendo conto questo sia impossibile -, ma mi aspettavo di comprenderne almeno una parte.
Levi è un genio perché offre tutti gli elementi necessari per poter conoscere e permettere un'interpretazione personale del dolore; ora, io mi rendo conto di intromettermi in gusti personali e non mi meraviglio se molte persone saranno contrarie al mio pensiero, ma, a mio parere, il libro non fornisce altrettanti elementi per poter capire la situazione trattata. In altre parole, ora so una parte di storia dei prigionieri, ma non sono riuscita a mettermi in contatto con loro, non li ho sentiti vicini durante la lettura; questo mi ha delusa.
Io ho 17 anni, è logico che io sia curiosa e avida sia di conoscenza, sia di emozioni; consiglio a tutti lo studio di questo libro, ma credo anche che il documento sia più appropriato a una lettura adulta; i giovani hanno bisogno anche di una dose maggiore di coinvolgimento emotivo.

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Se questo è un uomo 2017-03-14 20:38:56 Valerio91
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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    14 Marzo, 2017
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L'analisi atomica di una tragedia

Una di quelle letture "difficili" che vanno fatte, assolutamente. I motivi? Molteplici.
1. Preservare il ricordo di una strage disumana che non va mai dimenticata, per non ripeterla, per stare in guardia.
2. Per convincersi che non esistono atrocità impossibili soltanto perché non vengono vissute in prima persona, che uomini come noi hanno sofferto pene impensabili e non partoribili nemmeno nei nostri peggiori incubi.
3. Per apprezzare la vita, per capire quale grande dono è viverla e come possa esserci strappata facilmente dalle mani; come migliaia di uomini, donne, bambini che avrebbero voluto viverla l'hanno vista scivolare via nel sangue, nel dolore, nella disperazione, senza possibilità di appello. "Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case"…

Non c'è molto da dire, inutile ripetere riflessioni trite e ritrite, che andrebbero stampate a fuoco nella mente di ogni essere umano, grande o piccolo.
"Se questo è un uomo" e più di un semplice titolo, è quasi il simbolo di una tragedia. La lettura di questo libro non fa altro che ricordarci quello che dovrebbe essere alla base della nostra umanità, e lo fa nel modo più brutale, mostrandoci quello che accade quando queste basi vengono a mancare.
Primo Levi ci offre la sua testimonianza, paradossalmente distaccata, di quella che era la realtà dei Lager, quegli inferni in terra che hanno mietuto vittime senza distinzioni. È un'analisi quasi fredda, uno scomponimento in atomi che ci vengono mostrati singolarmente al microscopio; uno studio fatto nel modo che ci si aspetterebbe da un chimico quale era Primo Levi, che ha messo da parte la rabbia infinita dell'uomo che quelle atrocità le ha vissute e ce ne ha fornito un resoconto obiettivo.
Una cosa mai vista prima.
Pensi alla domanda: "se questo è un uomo", e sai che Primo Levi si riferisce ai prigionieri, ma in fondo anche e soprattutto agli oppressori (seppur non lo dica), agli artefici della distruzione di quegli esseri umani; ai "non uomini" che hanno sperimentato negli altri lo stesso annientamento, constatando che negli oppressi questo non può portare ad altro che alla morte.
Leggetelo.

"Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c'è, e non è pensabile. Nulla più è nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga."

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Se questo è un uomo 2016-10-24 05:58:42 Nemesi1874
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Nemesi1874 Opinione inserita da Nemesi1874    24 Ottobre, 2016
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la scelleratezza del genere umano

Ho letto diversi libri riguardo l'olocausto, ho visto documentari e ho ascoltato diversi racconti MA, Primo Levi, ha un modo lucido di narrare e analizzare le vicende e le persone che é comune a pochi scrittori. "Se questo é un uomo" é stato un viaggio alla scoperta della crudeltà umana, della cattiveria allo stato puro, dei pregiudizi infondati. Esseri umani ridotti ad essere fantasmi di sé stessi, a lavorare per tentare di sopravvive, donne non più tali e uomini non più virili. Un libro scritto per il bisogno di comunicare agli altri ciò che davvero sono stati i campi di sterminio. Consiglio vivamente la lettura di questo scritto di Levi, a tratti sentimentale per la tristezza trasmessa, a tratti critico per l'analisi sociale delle persone.

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Consigliato a chi ha letto: "Avevano spento anche la luna" e "Ho sognato la cioccolata per anni"
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Se questo è un uomo 2016-08-15 06:56:20 AngieJ
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AngieJ Opinione inserita da AngieJ    15 Agosto, 2016
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...Infin non avrà più senso dire: domani.

"Se questo è un uomo" è la storia di un uomo speciale: prima dell'esperienza nel Lager, del racconto degli stenti e delle fatiche, dei profili degli amici incontrati, delle riflessioni sulla vita che scorre inesorabile e che potrebbe smettere di farlo tra un battito di ciglia e l'altro, "Se questo è un uomo", è la bellissima (sì, bellissima) storia di un uomo. Di Primo Levi.

E tutto questo è fantastico, bizzarro e sorprendente allo stesso modo: perchè nonostante i suoi sforzi di far capire a noi, figli dell'era moderna che mai potrà inalare la più grande tragedia, forse, potrà solo perpetrarne la memoria, che nei campi, gli uomini, non c'erano più, che erano solo Haftlinge (cme Primo spesso ricorderà), cose, numeri, oggetti sviliti dalla ferocia umana, più mi sforzo di convincermi che "Se questo è un uomo" è il monito che ricorda che , in Primo Levi, riconosco un grande uomo.

Un uomo riuscito a mettere da parte la sua sensibilità, a calare la maschera della larva che volevano diventasse, a "sapersi organizzare", a far finta di seguire ogni regola; un uomo perfettamente consapevole del suo deperimento quotidiano, ma con un cervello frizzante che pesca dai ricordi maledetti ora la Divina Commedia, ora le formule chimiche su cui a Torino lavorava e che nel campo gli torneranno utili.

Primo Levi era uno dei tanti, italiano torinese laureato in chimica, un numero "grande" (cioè uno degli ultimi arrivati) prima, un numero "piccolo" dopo, uno dei migliori e più conosciuti, sino all'alba dl 27 gennaio 1945. Uno che riuscirà, nonostante il freddo paralizzante, la fame ottenebrante e la malattia-carnefice, a destreggiarsi, ad arrangiarsi, a difendere la vita, con l'arte dell'accontentarsi, ricordandosi di smettere di pensare e sforzandosi di non capire.

"Se questo è un uomo" è uno di quei libri che fanno rivoltarsi nel letto, che ti impediscono di addormentarti subito, che ti fanno mangiare tutto sino all'ultimo boccone. E' una lezione di vita. E' una storia, niente di più, niente di meno: ed è proprio la semplicità e la freddezza di spirito con cui sbatte in faccia questa dura realtà, che lascia senza parole. E sarà stato proprio questo l'effetto sperato.

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qualunque libro "forte"
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Se questo è un uomo 2015-02-17 16:01:36 Maybe
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Maybe Opinione inserita da Maybe    17 Febbraio, 2015
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Chimico o scrittore?

Primo Levi in questo romanzo - documento scrive in modo quasi freddo ed estremamente razionale il suo percorso all'interno del campo di concentramento, offrendo un quadro perfetto di quella che fu la sua vita all'interno di Auschwitz, senza mai cadere in lamentele e sensazioni, con una lucidità che onestamente mi ha quasi lasciata perplessa. Il racconto nonostante le atrocità ormai note a tutti non è mai stucchevole e il tono con cui Levi lo descrive non è mai drammatico. Levi scrive come se ci stesse raccontando una sua giornata normale. E' sicuramente questa lucidità mentale che accompagna il romanzo, la caratteristica principale di Levi, caratteristica che ho apprezzato molto.
Levi non condanna, raramente si lascia andare a giudizi e onestamente non vuole emozionare o coinvolgere il suo lettore. Gli offre semplicemente un resoconto. Memorabile il passo in cui viene menzionato "Il canto di Ulisse" e il modo e l'affanno con cui Leva cerca di tradurlo ad un suo compagno. Unica salvezza il linguaggio, il comunicare, il poter aggrapparsi alla parola. Nonostante Levi sia stato un autore importante e riconosciuto, credo che il fatto che fosse stato un chimico si possa notare in ogni pagina del libro, proprio per questa sua capacità di narrare senza voler emozionare, semplicemente per descrivere qualcosa, capacità che credo manchi a molti autori di formazione puramente letteraria.

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A tutti, ovviamente e mi sento di consigliare anche: "Conversazione con Primo Levi" di Ferdinando Camon, un'intervista sulla prigionia nel lager.
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Se questo è un uomo 2014-10-08 09:48:22 ferrucciodemagistris
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ferrucciodemagistris Opinione inserita da ferrucciodemagistris    08 Ottobre, 2014
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Quando la morte viene invocata

La letteratura sull’olocausto è vastissima; e io dico: per fortuna. Nel senso che non esiste altra forma di umana consolazione che poter testimoniare e raccontare ciò che appare inconcepibile e difficilmente descrivibile. L’impulso che spinge Primo Levi a scrivere questo libro-verità, nasce, appunto, dal bisogno di narrare e far conoscere l’inferno vissuto in terra nel campo di sterminio di Auschwitz.

L’autore vive una normale vita di studente fino al 1938, anno delle famigerate leggi razziali, per poi continuare gli studi e laurearsi in Chimica. Viene quindi deportato nel febbraio 1944 nel lager di Auschwitz e rimane per un anno fino alla liberazione da parte dei reparti russi; egli condivide insieme agli altri deportati le atroci sofferenze, e gli atti di inumanità perpetrati costantemente dai suoi aguzzini. La morte è sempre presente e pronta a prevaricare in qualsivoglia circostanza, per decisioni arbitrarie, per pura coincidenza.
Primo Levi sa benissimo di essere stato “fortunato” per quell’internamento che avviene in un periodo in cui, a causa della carenza di manodopera, i nazisti avevano deciso di allungare la vita di alcuni deportati per poterli sfruttare nel lavoro; infatti, l’essere un chimico gli consente di venir utilizzato nella fabbrica di gomma interna al lager. In tale orrendo contesto, di annichilimento dell’anima e di ogni forma di pietà umana, nasce e si consolida in Levi la brama e l’anelito in una letteratura di testimonianza da parte di chi è sopravvissuto che consiste non solo nel narrare, ma, principalmente, di essere ascoltato e creduto in quanto tutto ciò che ha vissuto si spinge al di là della comprensione umana.

Quindi un libro-verità sconvolgente, agghiacciante, terrificante, da leggere per non dimenticare quello che l’essere umano è riuscito a commettere e a subire.

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Se questo è un uomo 2014-07-29 12:41:49 Amedeo Altieri
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Amedeo Altieri Opinione inserita da Amedeo Altieri    29 Luglio, 2014
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Per non dimenticare il significato di dignità.

Non ricordo il giorno in cui l’ho comprato. Non ricordo nemmeno la prima volta in cui l’ho letto. Sicuramente però, è l’unico libro che leggo almeno una volta in un anno da almeno due decenni. SE QUESTO E’ UN UOMO è un romanzo sulla dignità. La forza narrativa, lucida e cristallina fluisce nel racconto, spinta dalla necessità di gridare al mondo che è esistito un luogo, dove essa è stata annullata. Ma cos’è la dignità? Semplicemente il rispetto della creatura vivente in quanto tale. Primo Levi ne descrive, nel libro, il suo annientamento fatto in modo scientifico, fino a ridurre l’uomo un oggetto. Spogliato della definizione di essere umano, nel campo si usa un termine specifico per chiamare i prigionieri: Haftling, ossia pezzo. Un pezzo che se si rompe si deve semplicemente sostituire. Ci racconta dell’abisso nel quale la mente può precipitare nel disparato tentativo di sopravvivere. Ci descrive vari modi nei quali quei prigionieri hanno difeso la loro dignità. Io credo sia un libro che ognuno dovrebbe leggere. Ci può indurre a riflettere su che fine può aver fatto la nostra, di dignità.

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L'eleganza del riccio
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Se questo è un uomo 2014-06-18 16:42:32 FrankMoles
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FrankMoles Opinione inserita da FrankMoles    18 Giugno, 2014
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Questo NON è un uomo

Agghiacciante.
Non c'è aggettivo più preciso per descrivere il mondo che Primo Levi ci fa conoscere. Un mondo che si immagina soltanto (per fortuna!) e che certamente nessuno può comprendere fino in fondo senza averlo vissuto.
Ciò che maggiormente colpisce di questo libro è l'atmosfera che si respira in ogni singola pagina, dal viaggio in treno fino all'uscita dal campo di concentramento. Un'atmosfera di straniamento, come se la realtà fosse cristallizzata in una dimensione atemporale di crudeltà, orrore e distruzione. Distruzione dell'uomo, della sua anima, della sua mente, del suo corpo. Perchè questo è ciò che accadeva nei lager che Levi ci presenta dall'interno. E il quadro che ne emerge è persino peggiore di quel che ci si immagina: un posto in cui non esiste la dignità, dove non esiste il rispetto, dove non esiste l'empatia. Dove non esiste l'uomo. Aveva ragione la grande Hannah Arendt che vedeva nei nazisti uomini comuni dal pensiero annebbiato a causa di un'ideologia soverchiante e mistificante. Ma è davvero possibile una tale crudeltà, un tale delirio di onnipotenza, una tale sottomissione alla lucida follia di un uomo come altri? E' davvero questo un uomo? Può essere questo un uomo? Può un uomo annullare un altro uomo, come se tutto ciò fosse normale? FIno a dove può condurre la paura del diverso?
Sono interrogativi a cui lo stesso Primo Levi non è in grado di dare una risposta, ma ciò che conta è che rimangano sempre presenti nelle nostre menti. Per non dimenticare e, soprattutto, non ripetere.

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