Parigi lato ferrovia Parigi lato ferrovia

Parigi lato ferrovia

Letteratura italiana

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Le città sono come le case: c'è un lato ufficiale, presentabile, fotografabile, e un 'lato ferrovia', che è quello che permette di scoprire le novità anche in una città vista e narrata milioni di volte. Per conoscere Parigi da questo punto di vista basterà tenersi alla larga dalla Tour Eiffel, dal Louvre, da Notre-Dame, da Montmartre e da tutti quei luoghi che, ormai, appartengono di diritto all'immaginario collettivo. Bisognerà invece passeggiare piano lungo il tracciato di vecchie ferrovie urbane abbandonate, muoversi come fantasmi nelle brume serali del canal Saint-Martin, dominare dall'alto la città a bordo di una mongolfiera, esplorarne le viscere alla ricerca delle stazioni fantasma della metropolitana. Perché, anche a Parigi, cominci a divertirti solo dopo che hai esaurito le visite obbligate.

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Parigi lato ferrovia 2018-10-14 09:32:36 ornella donna
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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    14 Ottobre, 2018
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Una Parigi insolita

Parigi lato ferrovia di Alessandro Perissinotto è un libro curioso. Un viaggio in una delle capitali più fascinose d’Europa, visto in una prospettiva inusuale, fuori dal consueto. Non la solita Parigi, quella della Tour Eiffel, Montmartre, il Louvre, pur bellissimi, bensì “il lato ferrovia”, ovvero il lato interno delle abitazioni. Immaginando la città come una grande casa viene qui esaminato il lato interno, quello più intimo e nascosto, a volte un po’ meno ordinato e perfetto, che è però in grado di insegnare moltissimo. Si distinguono due lati: “il lato strada”, e “il lato ferrovia” , per cui:
“Il lato strada è il biglietto da vista della casa: i balconi sono ordinati, le finestre ornate di tendine che chiudono le stanze allo sguardo di chi abita di fronte. “Il lato ferrovia”, al contrario, è lo spazio dell’intimità: sui terrazzini si ammassano biciclette, vecchie masserizie, borse valigie, piante di ficus messe lì a morire, lettiere per gatti e, sui vetri, niente che mascheri alla vista degli estranei le cucine in disordine, i letti sfatti e, talvolta, persino i bagni; perché tanto chi passa in treno è veloce, non si sofferma.”

Una città che è il mondo intero. Una città vista dall’autore come un’amante. La quotidianità è con Torino, con cui “si va a letto tutte le notti”, Parigi è l’amante con cui

“c’è il fascino di ritrovarla di tanto in tanto, di apprezzare la distanza.”

L’autore si comporta come un “flaneur”, ovvero passeggia senza fretta,

“Il flaneur si concede lunghe passeggiate attraverso la città e, per dirla proprio con Baudelaire, è uno che porta al guinzaglio delle tartarughe lungo le vie di Parigi. Ma quello del flaneur è un passeggiare scientifico, antropologico. (…) ha il tempo di osservare, di analizzare, di farsi un’idea dei luoghi e delle persone e, proprio per questo, è l’opposto del turista.”.

Un libro multiforme, variegato. Uno stile accademico, ma non troppo, preciso e puntuale, che accompagna il lettore con arguzia e metodo. Con onestà intellettuale, gradita e simpatica, narra la sua Parigi, non meno ricca di charme e di potere di quella “classica”.

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